Un’arpia sulla sessantina, arcigna come una cartella esattoriale, entra in Comune e si appollaia al bancone, vicino ai dépliant della raccolta differenziata.

«Buongiorno signora.» Ci fanno dire in coro l’abitudine e la nostra ecumenica, ingenua gentilezza.

Nessuna risposta. La vediamo indicare con uno sguardo di brace la scrivania vuota del nostro collega. «Non c’è il vigileee…?!?» Trilla ad un tratto l’uccellaccio.

«È uscito per un sopralluogo. Rientrerà a minuti.» È la sacrosanta verità, ma in qualche modo, mentre lo diciamo ci assale un oscuro senso di vergogna, come se fossimo Josef K. davanti ai giudici del tribunale.

«Ma come? È la seconda volta che vengo e non lo trovo! Sono stanca di camminare fin qui per niente! Bastaaa! La carta che dovevo firmare adesso me la porterà lui a casa!» Ed esce come è entrata, senza degnarci di un saluto.

Andiamo alle finestre che danno sulla piazza antistante. Neanche trenta secondi e scorgiamo l’arpia che zampetta lungo il marciapiede. Con lo sguardo la seguiamo mentre attraversa la strada. Fa una ventina di passi, apre un cancello, percorre il vialetto del giardino, estrae una chiave dalla borsetta – probabilmente in pelle umana – e la infila nella toppa della porta. Svolazza nel suo antro e chiude. Un centinaio di metri ed una spessa lastra di doppi vetri ci separano da lei ma ci sembra di udire distintamente il suono rabbioso della porta che sbatte.
Ci guardiamo sconsolati e, allargando le braccia, in silenzio, ognuno per conto proprio, concludiamo che camminare, non importa quanto breve sia la distanza da percorrere, evidentemente stanca. Sì, dev’essere proprio così. In fondo, che ne sappiamo noi, immagine vivente della sedentarietà, che per ore ed ore rimaniamo immobili ad una scrivania?