Il primo marzo 1815 un minuscolo esercito composto da un migliaio di uomini e quattro cannoni sbarca nei dintorni di Golfe-Juan (Costa Azzurra). Questa armata in miniatura è salpata dall’Isola d’Elba il 26 febbraio al comando di un generale che solo pochi anni prima aveva ai propri piedi l’intera Europa continentale, dal Portogallo alla Polonia: Napoleone Bonaparte. Il suo obiettivo è semplice: riconquistare il potere in Francia. È facile immaginare come i duecento chilometri quadrati del microscopico regno in cui le potenze della sesta coalizione lo hanno relegato, siano un’insopportabile prigione per uomo d’azione, ancora nel pieno delle forze, il quale non è mai stato davvero sconfitto in battaglia e che formalmente ha mantenuto il titolo di imperatore. Oltre a questo esistono altri motivi che lo spingono a tentare l’ennesima impresa. Il più importante è senza dubbio la crescente insoddisfazione per i Borbone che cova in Francia, soprattutto negli ambienti militari, i quali si sono visti drasticamente ridimensionati in numero ed importanza a seguito della Restaurazione. A ciò si sommano le voci allarmanti di un possibile piano da parte inglese per il trasferimento di Napoleone alle Azzorre o addirittura in pieno oceano Atlantico, a Sant’Elena, dove un tentativo di fuga diventerebbe impossibile. E, non ultima, ha il proprio peso anche l’incostanza di Luigi XVIII nel versare la rendita di due milioni di franchi pattuita con l’abdicazione di Fontaineableau. Napoleone ha ben chiara questa situazione grazie ad alcuni suoi ex generali e uomini politici. Sa che i rischi a cui va incontro sono molti, ma al di là di essi, intravede una speranza di successo. Come sempre ha fatto nella vita, decide quindi di non attendere gli eventi e di agire d’anticipo sui suoi nemici. Comincia così l’ultimo “volo dell’aquila”. In un primo momento il rischio sembra pagare. Lo sbarco nel sud della Francia si trasforma ben presto in una marcia trionfale fino a Parigi. Il generale Massena, governatore militare della Provenza, potrebbe agevolmente disperdere il piccolo corpo di spedizione di Bonaparte ma evita accuratamente di ostacolare il comandante sotto il quale aveva prestato servizio nella campagna d’Italia del 1796. Le truppe e i comandanti inviati ad arrestare Napoleone dall’appena restaurata monarchia francese passano uno dopo l’altro dalla sua parte: il quinto reggimento di linea a Laffrey, il maresciallo Ney ad Auxerre. La situazione diviene ad un certo punto così grottesca che nella capitale compare un irridente avviso: «Da Napoleone a Luigi XVIII. Mio buon fratello, non è necessario che tu mi mandi altre truppe, ne ho già a sufficienza.» La sera del 20 marzo Napoleone entra finalmente a Parigi. In meno di un mese, e senza sparare un colpo, la Francia si trova di nuovo ai suoi ordini.

A questo punto Napoleone sa già che le grandi potenze non sono disposte a tollerare un suo ritorno al potere, sotto qualsiasi forma esso si presenti. Ciononostante, inizia ad inviare una serie di lettere alle cancellerie europee in cui proclama di volere la pace e di rinunciare ad ogni rivendicazione su tutti i territori appartenuti all’impero francese all’apice della propria espansione. Sovrani e capi di stato come previsto non si degnano nemmeno di prendere in considerazione queste rassicurazioni e per tutta risposta si affrettano a dichiarare Napoleone un fuorilegge. Dopo aver imposto ai popoli d’Europa un ventennio di guerre pressoché ininterrotte, il patrimonio di credibilità dell’imperatore si è evidentemente esaurito. Già il 25 marzo 1815 il Regno Unito, l’Austria, la Prussia e la Russia stipulano un’alleanza, la settima coalizione, con l’intento di sconfiggere l’orco una volta per tutte. Il destino di Napoleone e la sua permanenza sul trono di Francia, ancora una volta dovranno superare la prova dei campi di battaglia. Giocare il ruolo di colui che cerca la pace altro non è che un’abile mossa propagandistica per figurare come chi viene aggredito e rendere così accettabile alla maggioranza dei francesi il peso umano ed economico di una nuova campagna a soli due anni da quella disastrosa conclusasi con la battaglia di Lipsia. È chiaro fin da subito che non esiste altra via praticabile che la guerra. Dalla diplomazia di facciata la parola passa alle armi.
La primavera del 1815 vede la Francia compiere sforzi spaventosi per rimettere in campo forze armate in grado di affrontare gli eserciti della coalizione che stanno convergendo alle frontiere. L’8 aprile viene proclamata la mobilitazione e poco dopo reintrodotta la coscrizione obbligatoria, ma manca praticamente tutto: indumenti, armi, munizioni, cavalli e soprattutto il potenziale umano. I centomila volontari che rispondono alla chiamata sono quasi tutti veterani nostalgici delle trionfali campagne dei tempi dell’Impero. Può sembrare una cifra imponente ma sono un numero del tutto insufficiente a colmare il divario con gli eserciti che le potenze europee stanno ammassando. Gli alleati sanno che i numeri sono dalla loro parte e ormai tutti i loro comandanti hanno appreso l’unico modo efficace di affrontare Napoleone, ossia quello di evitare di manovrare o di imbastire piano offensivi troppo ambiziosi. L’abilità di Napoleone nello sfruttare indecisioni ed errori dei suoi avversari è ormai leggendaria: la sola speranza è dunque di attestarsi in difesa su di una posizione forte e costringerlo ad una battaglia di attrito. Dove non arriva la tecnica e l’abilità, arriva la forza bruta dei numeri. Come dimostrato tre anni prima nella battaglia della Moscova da Kutuzov, non esiste altro modo per mettere in difficoltà questo genio della tattica militare. Il piano elaborato della coalizione è pertanto rudimentale, ma di sicura efficacia. Gli inglesi del duca di Wellington, insieme ai loro alleati olandesi e tedeschi, dovranno scendere dal Belgio, con il fianco sinistro protetto dai prussiani comandati da Blücher. Dal Reno e dall’Italia del nord avanzeranno gli austriaci. I russi, a causa delle distanze e delle cattive infrastrutture del loro sconfinato impero, arriveranno per ultimi e si schiereranno nella Germania centrale, come forza di riserva. In tutto quasi un milione di uomini ai quali Napoleone può opporre solo i 280.000 Marie-Louise che nel frattempo è riuscito a racimolare in un Paese stremato. Nonostante questo quadro tetro, la Francia ha comunque una possibilità. Agendo con velocità è possibile riuscire a ingaggiare gli eserciti alleati mentre sono in fase di schieramento. Sfruttando le difficoltà a coordinarsi e sincronizzare i propri movimenti di eserciti così imponenti, lenti e guidati da comandanti che spesso diffidano l’uno dell’altro, si può tentare di dividere le armate nemiche e affrontarle separatamente. In questo modo la forza del numero diviene un fattore irrilevante e in questo gioco Napoleone rimane un maestro insuperabile. Sin dalla campagna d’Italia la maggior parte delle sue vittorie è dovuta all’applicazione quasi perfetta di questo schema, passato alla storia come “strategia della posizione centrale”. Le armate del tempo sono pachidermici organismi sorretti da un sistema logistico estremamente fragile e legato a reti di comunicazione non molto dissimili da quelle su cui si spostavano le legioni romane. Ogni esercito per sopravvivere conta su una linea di rifornimento verso i propri depositi nelle retrovie. In caso di sconfitta, la ritirata avviene quasi sempre lungo questa linea, in modo da proteggere la struttura materiale che garantisce agli uomini la possibilità effettiva di combattere. Attaccando e occupando il punto di congiunzione tra due eserciti nemici è possibile, a dispetto della loro superiorità numerica, costringerli a separarsi e, manovrando, affrontarli separatamente. Detto così può sembrare semplice, ma all’atto pratico non lo è affatto. Occorre un comandante intraprendente, risoluto e con grande “colpo d’occhio” tattico. L’esercito attaccante si trova in equilibrio su di una corda sottilissima: deve eseguire ad un livello molto prossimo alla perfezione dei movimenti complessi senza perdere la propria coesione, altrimenti rischia di trasformarsi rapidamente da cacciatore in preda. Ovviamente tutta questa serie di articolati “passi di danza” deve essere coordinata in un tempo in cui la radio non è ancora stata inventata e gli ordini viaggiano a dorso di cavallo. Tuttavia non c’è dubbio che anche nel 1815 Napoleone e l’esercito francese restino i migliori al mondo in fatto di velocità, coordinamento tra i reparti e abilità di manovra. Certo, non sono più i tempi della Grande Armée, le differenze qualitative tra gli eserciti si sono sensibilmente ridotte, ma un certo distacco è ancora sensibile. Per descrivere i punti di forza e di debolezza di questa armata rimangono insuperate le parole dello storico Henry Houssaye: “un esercito impressionabile, critico, senza disciplina e fiducia nei suoi capi, ossessionato dal timore del tradimento e, probabilmente per questo, facile ad improvvise crisi di panico; era tuttavia animato da spirito bellico e amava la guerra in se stessa, infiammato da sete di vendetta; era capace di eroici sforzi e impulsi furiosi; era più impetuoso, più eccitato, più anelante alla lotta di qualsiasi altra armata repubblicana o imperiale precedente o successiva. Napoleone non aveva mai maneggiato uno strumento di guerra così formidabile e fragile allo stesso tempo.

Nell’immediato, i nemici più prossimi sono le armate inglese e prussiana, le quali si stanno lentamente concentrando in Belgio, nel triangolo tra Bruxelles, Nivelles e Wavre. Gli austriaci raggiungeranno il fronte del Reno non prima di luglio e ancora di più ci metteranno i russi. Il piano di Napoleone è quindi di marciare a nord, separare le forze di Wellington da quelle di Blücher, sconfiggerli, e successivamente affrontare quello che resta degli alleati. All’inizio tutto sembra andare secondo i piani. Napoleone ostenta ottimismo, al contrario del malcelato timore di molti dei suoi comandanti, specie coloro che in Spagna e Portogallo si sono trovati di fronte gli inglesi e hanno imparato come questa armata, all’apparenza un fossile dell’ancien régime, sul campo di battaglia, sia in realtà un osso molto duro. Tra la notte del 14 e la mattina del 15 giugno 1815 i cinque corpi dell’Armata del Nord passano la Sambre e avanzano in tre colonne lungo un fronte di trenta chilometri. Questa prontezza rappresenta a tutti gli effetti una vittoria ottenuta senza la perdita di un solo uomo, perché ora Napoleone è nella posizione perfetta per piantare un cuneo tra le due armate che lo fronteggiano. Inglesi e prussiani oltretutto si rendono conto con estremo ritardo del pericolo che corrono. I francesi sono già dispiegati per la battaglia mentre le loro truppe sono ancora sparpagliate negli accampamenti e nei villaggi del Brabante. Il primo scontro avviene nel pomeriggio del 16 giugno a Ligny, quando l’armata del nord attacca il I, II e III corpo prussiano. La battaglia è accanita, a tratti persino furiosa, ma alla fine la vittoria è di Napoleone. Lo scontro è deciso dalla superiore abilità dell’artiglieria francese e dall’arrivo del buio che impone una tregua e consente ai prussiani sconfitti di ritirarsi in relativo buon ordine. Sul campo restano 17.000 caduti prussiani e 8.500 francesi. Il generale Gneisenau, nel suo rapporto, scrive: “Questo combattimento può essere considerato uno dei più accaniti di cui la storia faccia menzione…” frase che, pur essendo una testimonianza di parte, non può essere certo considerata un’esagerazione.
In questo contesto si situa l’episodio chiave dell’intera campagna e che Wellington in seguito descriverà come “l’evento decisivo del secolo”. Quale direttrice di marcia prenderà l’armata prussiana sconfitta? I francesi non sono in grado di saperlo con certezza. È calata la notte e soprattutto non dispongono di una superiorità in fatto di cavalleria, cosa che consentirebbe loro di continuare l’inseguimento e tenere sotto controllo la posizione dei nemici. L’istinto suggerisce a Napoleone che Blücher si ritirerà verso est, per accorciare la distanza con le proprie basi di Namur e Liegi. È in effetti la soluzione più plausibile, quella che sceglierebbe la maggior parte dei generali. Decide quindi di affidare a Grouchy un terzo dell’esercito, quasi 40.000 uomini, con il compito di impedire ai prussiani di ricongiungersi con gli inglesi, i quali nel frattempo, dopo un piccolo scontro con Ney a Quatre-Bras, si sono riposizionati più a nord, verso Waterloo. In realtà il I ed il II corpo prussiani si stanno muovendo in direzione di Wavre marciando parallelamente a Wellington. Da questa località verrebbero a trovarsi a poche ore di marcia da Waterloo e in caso di battaglia sarebbero in grado di intervenire attaccando il fianco destro dell’armata francese con il supporto del IV corpo di Bülow che non ha preso parte ai combattimenti di Ligny e che sta sopraggiungendo da est. La notte del 17 giugno Napoleone riceve un dispaccio di Grouchy contenente la segnalazione che unità prussiane si stanno effettivamente ritirando verso Namur ma che al contempo sono state avvistate alcune colonne marciare in direzione di Wavre. L’imperatore non si preoccupa di reagire alla minaccia paventata dal suo maresciallo. Blücher è stato sonoramente battuto il giorno prima; Napoleone lo giudica un cattivo comandante ed è convinto che se ne guarderà bene dal rischiare ciò che resta del suo malconcio esercito in una nuova battaglia. In parte ha ragione. Il vecchio Junker ha 73 anni e non ha mai brillato per intelligenza tattica. È risaputo che il cervello dell’armata prussiana sia in realtà Gneisenau, il suo capo di stato maggiore. Blücher ha però un nomignolo che dovrebbe indurre Napoleone ad una maggiore cautela: “Alte Vorwärts” (Il vecchio maresciallo Avanti!). Il soprannome, in due sole parole, racchiude alla perfezione i suoi maggiori pregi e difetti. Non è un fine stratega, spesso cerca lo scontro in modo spericolato, ma di fronte ad un nemico da attaccare è più facile che chieda dove si trovi piuttosto che di quante forze disponga. Blücher è insomma una scheggia impazzita e scommettere così a cuor leggero che prenda una decisione convenzionale è oltremodo rischioso. Che poi decida di mantenere le proprie truppe vicine all’armata inglese per un senso di lealtà nei confronti dell’alleato inglese o per cercare la rivincita della batosta di Ligny poco importa. A causa di questa supposizione errata, il giorno di Waterloo le forze di Grouchy sprecano il loro tempo all’inutile ricerca di un’armata prussiana che in realtà si trova molto più a ovest di quanto credono. Eppure non mancherebbe l’occasione di scongiurare il pericolo che due armate nemiche si ricongiungano. Ad un certo punto Gouchy sente distintamente in lontananza dei colpi di artiglieria. È evidente che da qualche parte è in corso una grossa battaglia; alcuni ufficiali del suo staff vorrebbero convergere verso occidente, ma il maresciallo rinuncia a prendere una decisione in contrasto con gli ordini impartiti dal suo imperatore. Il miracolo di Marengo non si ripeterà; Grouchy non sarà il nuovo Desaix. Il II ed il IV corpo dell’armata prussiana potranno irrompere sul campo di Waterloo e trasformare una vittoria, seppur di misura, in una rotta totale.

Mappa della campagna

Questa battaglia celeberrima cambia per sempre il destino d’Europa. Essa imprime nell’immaginario di chiunque – storici, politici, militari o persone comuni – un segno indelebile che durerà fino alle immani carneficine del Novecento. Sancisce la definitiva ascesa della Gran Bretagna a super potenza mondiale e nel contempo l’impossibilità della Francia a contrastarla. Waterloo è un terremoto le cui scosse riallineano l’asse di potere economico-militare d’Europa dal Mediterraneo verso il nord. La Prussia si avvia sul lungo cammino che la porterà ad assurgere al ruolo di guida dell’unificazione tedesca, diventando un autentico gigante, le cui ambizioni di dominio non crolleranno che nel 1945, sotto le macerie di due guerre mondiali. Rimane tuttavia impressionante constatare come tutto questo non sia dovuto alle decine di migliaia di esseri umani che mettono in gioco la propria vita tra le dolci colline del Brabante, ma a qualcosa di poco meno che il lancio di una moneta o di un dado: l’azzardo da parte di un genio della guerra che per presunzione invia un’armata su di una strada invece che su di un’altra.