«Incredibile… come fai a non sapere che festa è oggi? No, dai, non ci credo, mi stai prendendo in giro…»
«Giuro, ti dico che non lo so! Devo farti un’autocertificazione in carta bollata?»
«Ossignore… sei sincero…»
«Senti, perché non la pianti di trattarmi come un deficiente e inizi a spiegarmi ‘sta storia?»
«Allora, stammi a sentire…»

La mia collega è sbigottita: rimane pietrificata di fronte a me e mi fissa con gli occhi sgranati; sul suo viso aleggia un’espressione a metà strada tra il disgusto e l’incredulità, come se fossi un repellente anaconda che ingoia un vitello. Se le avessi confessato di aver tagliato a pezzi la mia famiglia, forse sarebbe rimasta meno scioccata. Ma cosa ho fatto di male? Ho solamente ammesso di non avere mai sentito parlare del “miracolo della neve“! È davvero così grave? Se vivi o lavori dalle mie parti, a quanto pare sì. Puoi tranquillamente non sapere chi è Darwin o chi ha composto “l’Eroica”, ma il giorno della neve, no, quello è una pietra miliare nella tua formazione di individuo e il non conoscerne la storia è una colpa che ti pone automaticamente al di fuori del recinto della razza umana. Ed è per questo che oggi sono stato sottoposto ad una puntigliosa lezione sulle tradizioni ed i costumi locali. Siccome nutro il fondato sospetto che in giro per il mondo esistano altri trogloditi che ancora giacciono nelle tenebre di questa imperdonabile ignoranza, sarà forse utile partire raccontando i fatti puri e semplici, “wie es eigentlich gewesen”, per attenersi all’ottimistico principio di Leopold Von Ranke.

L’accaduto, in sé, è piuttosto lineare, come del resto quasi tutto ciò che capita in questa valle sperduta in mezzo ad altre valli. Verso la metà dell’Ottocento, in un inverno particolarmente nevoso, mentre si celebrava la messa nel paese vicino a quello in cui ora lavoro, dal fianco della montagna si staccò una valanga che investì la Chiesa stracolma di fedeli. L’edificio – almeno così si dice – venne completamente sommerso dalla neve, la quale d’impeto spalancò le porte e straripò nella navata. La gente si accalcò terrorizzata intorno all’altare ma, passato lo spavento, non si contarono vittime, a parte forse il lume della ragione, a giudicare dagli sviluppi della storia. Infatti, da allora, e temo in saecula saeculorum, a meno di improbabili soprassalti del buon senso, l’11 gennaio è assurto al rango di giorno festivo a tutti effetti, entrando nel ristretto club di cui fanno parte il Natale, la Pasqua, l’Anniversario della Liberazione o il Primo Maggio. I nostri confinanti intonano un solenne Te Deum e poi ogni attività umana, dal lavoro alla scuola, cessa fino al giorno successivo. Insomma, come il sabato per gli ebrei. Bello vero? A prima vista sì; il problema è che mettendo in funzione la materia grigia contenuta nella scatola che abbiamo tra un orecchio e l’altro, da questa storia iniziano a emergere dei buchi di sceneggiatura più inquietanti di quelli di in un film con Bud Spencer e Terence Hill. Tanto per cominciare dobbiamo intenderci sul termine valanga. Enciclopedie e dizionari la definiscono come “una massa di neve o ghiaccio che precipita da un pendio verso valle a causa del venir meno della condizione di equilibrio presente al proprio interno”. In pratica la forza di gravità supera le forze di coesione del manto nevoso e causa il collasso dell’intera struttura oltrepassando il carico di rottura, solitamente misurato ed espresso in MPa (1 MPa=1 N/mm²). È del tutto evidente che questa definizione presenta uno spettro di inclusione logica estremamente ampio, dato che si attaglia sia per la slavina di proporzioni bibliche sia per la palla di neve che si stacca dalla falda di un tetto e cadendo sulla nostra testa ci fa imprecare come dei giannizzeri. Nel caso specifico del nostro “miracolo” – ricordo che parliamo della metà dell’Ottocento – purtroppo non disponiamo di alcun dato oggettivo e men che meno di semplici fotografie. In questo contesto, una stima quantitativa del fenomeno diviene oggettivamente impossibile. Ovviamente, il sospetto che la “valanga” in questione non fosse altro che un semplice ruttino di una montagna un po’ appesantita di neve appare ben più che fondato. Se infatti aggiungiamo lo shock del momento (giustificato o meno che fosse); il passa-parola generazionale; una religiosità popolare che sovente sconfinava nella superstizione ed il fatto che gli abitanti del luogo non dessero propriamente del “tu” a materie quali la fisica o l’idraulica e shakeriamo il tutto, la certezza che non si fosse in presenza della calamità del secolo assume decisamente i contorni della realtà. Ma concediamo il beneficio del dubbio ai nostri antenati e diamo per scontato che si trattasse di una valanga di livello tra 3 e 4, quindi un evento medio/forte. Bene, una semplice occhiata al luogo dove sorge la Chiesa, sgombra il campo da ogni possibilità di intervento da parte di un’entità sovrannaturale. L’edificio si trova (e si trovava) nel bel mezzo del paese e, sul lato a monte, è (ed era…) circondato da una fitta moltitudine di solide case in pietra. In caso di distacco di una grande massa nevosa, le case stesse e l’intrico di viuzze che vengono a creare, avrebbero senza dubbio agito da barriera e smorzato quasi del tutto la forza distruttrice di una valanga, anche di grande entità. E quand’anche la neve fosse riuscita a venire a contatto con i muri della Chiesa, non avrebbe certo avuto la potenza per spostare neanche una semplice crosticina di intonaco esterno. Un paio di dettagli tecnici possono aiutarci a comprendere meglio la situazione. La pressione di impatto esercitata da una valanga su di un ostacolo, posizionato perpendicolarmente rispetto alla traiettoria di avanzamento della massa nevosa, può essere espressa come somma di due fattori per mezzo dell’equazione P = Pstatica + Pdinamica . Il primo è connesso alle componenti di sollecitazione di natura statica; l’altro a quelle di natura dinamica. L’ordine di grandezza della componente statica di sollecitazione può essere stimato, per approssimazione, con riferimento al carico idrostatico: Pstat ≈ ρ·g·H, dove con ρ[kg/m3] è indicata la densità media della neve, con g [m/s2] l’accelerazione di gravità e con H [m] lo spessore dell’ammasso in movimento (o eventualmente depositato). La componente dinamica di sollecitazione è invece espressa nel seguente modo: Pdin = k(P·V2) in cui V [m/s] indica la velocità della valanga e k un coefficiente adimensionale usualmente assunto pari a 1 per le valanghe dense e pari a 0,5 per quelle polverose (almeno nel caso di ostacoli di grosse dimensioni, come nel caso in esame). Prendendo in considerazione pendenza media, coefficiente di attrito, dislivello e caratteristiche topografiche del pendio a fianco della Chiesa appare del tutto impossibile che la massa nevosa – quale che fosse la sua entità – potesse fisicamente essere in grado di raggiungere una velocità superiore ai 10m/s a causa dell’elevato rapporto di arresto, il quale viene solitamente espresso così: P (RR) = exp { -exp [-a (RR-u) ] } Infatti, i modelli sia empirici che dinamici dimostrano che se p > 0.5–1 kPa la valanga è in qualche modo pericolosa solamente per persone non protette e non certo per una massa chiusa al sicuro tra solide pareti di pietra dallo spessore superiore al mezzo metro.

Ma serve davvero tutto questa sbrodolata fisico-matematica? Forse no. Già nel medioevo si era fatto strada un principio logico passato poi alla storia come “il rasoio di Occam”. Oggi farebbe pensare al titolo di un film dell’orrore, in realtà è una semplice regola metodologica, la quale asserisce che in presenza di un problema da spiegare risulta dannoso moltiplicare gli enti venendo così a creare realtà in soprannumero rispetto a quelle da spiegare. “Entia non sunt multiplicanda praeter necessitatem“. In termini più comprensibili, la soluzione tende ad essere la più semplice. Cosa è dunque più probabile: che una divinità astratta abbia “guardato giù” al momento opportuno salvando un branco di proprie pecorelle da una valanga o che, semplicemente, le mura della Chiesa fossero state erette a regola d’arte? O che la valanga non fosse così forte al punto da spazzare via tutto? Non parliamo poi delle altre implicazioni di natura più teologica. Mettiamo il caso, non infrequente, in cui una slavina causa delle vittime: perché le potenze celesti non salvano nessuno? Perché sono distratte? O perché non possono? Ma se non possono, allora non sono onnipotenti? No, non può essere. Non è dal concilio di Nicea nell’Anno Domini 325 che recitiamo: “Credo in Deum Patrem omnipotentem“? Allora sono onnipotenti. Ergo, è lecito presumere che abbiano il controllo su tutti gli eventi: ma allora perché fare staccare una valanga inutilmente? Per spaventare i fedeli? Per divertirsi alle loro spalle? Allora sono dunque dei sadici? O forse non… No, meglio non spingersi oltre e tornare sulla Terra. Guardo oltre la finestra del mio ufficio: siamo nel cuore dell’inverno ma fuori splende un sole che annuncia decisamente la primavera. Gli alberi sono ancora spogli eppure si sente l’assurdo cinguettio degli uccellini. Penso al cambiamento climatico, a chi lo nega e a chi invece spende la propria esistenza cercando di dimostrare che è una realtà già presente. Io, non sono in grado di dire se l’uomo abbia già modificato il clima, ma se così fosse, allora non tutti gli effetti sarebbero negativi. Le possibilità che in un altro paese di un’altra nazione si verifichi un evento simile a quello successo nel “giorno della neve” sarebbero sensibilmente più basse. Solo due-tre gradi in più e niente neve. E niente neve = niente slavine, e soprattutto niente miracoli. A gennaio un bel sole tratterrà forse gli uomini dal cadere nell’idiozia. O forse no, pecco di eccessivo ottimismo. Certi schemi mentali non cambiano mai e attraversano indenni epoche e generazioni. Quanto aveva ragione Franz Kafka, quando scrisse: “Credendo con passione in qualcosa che non esiste ancora, lo creiamo, e ciò che non esiste è tutto ciò che non abbiamo sufficientemente desiderato“.