“In the beginning, the Earth was without form, and void. But the Sun shone upon the sleeping Earth and deep inside the brittle crust massive forces waited to be unleashed. The seas parted and great continents were formed. The continents shifted, mountains arose. Earthquakes spawned massive tidal waves. Volcanoes erupted and spewed forth fiery lava and charged the atmosphere with strange gases. Into this swirling maelstrom of Fire and Air and Water the first stirrings of Life appeared: tiny organisms, cells, and amoeba, clinging to tiny sheltered habitats. But the seeds of Life grew, and strengthened, and spread, and diversified, and prospered, and soon every continent and climate teemed with Life. And with Life came instinct, and specialization, natural selection, Reptiles, Dinosaurs, and Mammals and finally there evolved a species known as Man and there appeared the first faint glimmers of Intelligence. The fruits of intelligence were many: fire, tools, and weapons, the hunt, farming, and the sharing of food, the family, the village, and the tribe. Now it required but one more ingredient: a great Leader to unite the quarreling tribes to harness the power of the land to build a legacy that would stand the test of time:
a CIVILIZATION!”

Civilization, Introduzione

 

Michelangelo ed io andavamo letteralmente pazzi per Sid Meier’s Civilization. Non eravamo i soli: all’epoca, nel 1992, era uno dei giochi di strategia più famosi per computer. Forse Sim City e Dune vantavano percentuali di vendita maggiori, ma nessuno dei due possedeva l’ammaliante ed epico respiro, il senso di progressione, il continuo flusso di decisioni da prendere, turno dopo turno.

Nei panni di uno dei grandi leader della storia, da Alessandro a Lincoln, si doveva guidare la propria civiltà dall’età della pietra alla conquista dello spazio, destreggiandosi tra guerra, diplomazia, esplorazione e ricerca scientifica. Ricordo che spendevano interi pomeriggi davanti ad un monitor. Oltre ai videogiochi, amavamo entrambi la storia; a scuola – frequentavamo allora le medie – avevamo sempre voti altissimi e Civilization riusciva a tradurre in qualcosa di tangibile la nostra passione. Invadere l’Europa con gli aztechi o trasformare gli indiani di Gandhi in una civiltà di feroci guerrieri assetati di sangue e temuti da tutti era una soddisfazione impagabile. Chiamiamolo pure il fascino tutt’altro che discreto del “What if” e della storia controfattuale. Ovviamente il gioco conteneva molto di più. Le innumerevoli variabili su cui si aveva il controllo unite alla possibilità di poter giocare su mappe generate casualmente rendevano ogni partita diversa da quella precedente e proiettavano il giocatore in un universo aperto dove poteva decidere su quasi tutto. Una simile libertà per i giochi di allora era qualcosa di mai visto. Forme di governo, trattati diplomatici, costruzione di città, composizione di eserciti: tutte scelte che bisognava ponderare attentamente per non trovarsi di fronte ad una schermata in cui si vedevano degli archeologi intenti a portare alla luce le vestigia di una civiltà perduta. Uno dei “game over” più poetici della storia dei videogiochi.

Quasi tutte le settimane Michelangelo mi invitava a casa sua. Mangiavamo in fretta qualcosa e ci precipitavamo a giocare su uno dei computer nello studio di architettura annesso alla casa dei suoi genitori. Era un ambiente in cui regnava un disordine cordiale ed un’amabile confusione che misteriosamente accoglieva e metteva a proprio agio i visitatori. Allora non sapevo il perché, ma adoravo quel luogo proprio per questo motivo. Ci incollavamo ad una scrivania incassata tra due scaffali sovraccarichi di libri e strani strumenti di misurazione e, ad un preistorico Intel 386, riscrivevamo la storia dell’uomo. Tutt’intorno a noi c’era una moltitudine di tavole di progetti arrotolate in cestini di ferro, borse, lampade, tecnigrafi, risme di carta, mappe catastali alle pareti. Ma soprattutto eravamo immersi nel profumo discreto, appena percettibile, di matite temperate e residui di gomma da cancellare. Ancora oggi, quando mi capita di usare una gomma o un pastello, mi sorprendo spesso a pensare a quell’ufficio, neanche fossero medeleines dei tempi moderni. Il fatto che mentre giocavamo i genitori del mio amico non facessero che delle rare apparizioni contribuiva a rendere l’atmosfera ancora più magica. Soli, a fare i capi di stato in un ufficio misterioso e “da grandi”, affascinante, e tutto per noi.

Ad un tratto il trillo di un campanello spezzava l’incanto ed io già sapevo che mio padre, uscito dal lavoro, era venuto per riportarmi a casa. Credo di immaginare lo stato d’animo di Cenerentola allo scoccare della mezzanotte. Salutavo il mio amico e per tutto il tragitto verso casa rimanevo con la fronte incollata al finestrino del sedile posteriore dell’auto. I miei occhi catturavano il rapido scorrere di immagini di case, ponti, semafori, gallerie, altre auto… ma nessuna riusciva a soppiantare quelle che persistevano nella mia testa. Rivivevo nel teatro della fantasia la replica dei momenti appena passati, aggiungendovi una buona dose di immaginazione: una battaglia vinta, la conquista di una città, la costruzione delle Piramidi o della Grande Muraglia… A scuola, il giorno dopo, Michelangelo ed io avremmo certamente elaborato insieme nuove strategie per portare la nostra civiltà alla vittoria nel gioco. Vivevamo con occhi che attribuivano alle cose un’importanza maggiore di quella che effettivamente avevano. Niente era quello che era, ma sempre qualcosa di più, e la misteriosa differenza era una parte di noi che andava a posarsi sul mondo, lo colorava e lo completava. Non so dire da quale parte del nostro animo venisse, o come trovasse il modo di nascere e rinascere, giorno dopo giorno. Con una spontaneità stupefacente avevamo il potere di aggiungere a tutto ciò che facevamo un supplemento di immaginazione, fascino e poesia. La più grande perdita che il processo chiamato “crescita” porta con sé, credo sia questa.