«Non bisogna dimenticare che il destino dell’Africa sarà deciso da quello che si farà in Europa e convincersi che l’Asse vincerà perché non vi è altra alternativa.»

Benito Mussolini, telegramma del 12 gennaio 1941 al duca d'Aosta

 

La sera del 9 maggio del 1936, conclusa vittoriosamente la campagna di Etiopia, la tonante voce di Mussolini rovesciò un diluvio di tronfia retorica sugli italiani accorsi sotto il balcone di Palazzo Venezia per ascoltarlo. Dopo sette mesi, la guerra di aggressione voluta dal regime contro uno degli ultimi Stati indipendenti rimasti nel continente africano era finalmente finita: il Negus Haile Selassie si era rifugiato in esilio in Gran Bretagna e le truppe del maresciallo Badoglio avevano ormai preso possesso della capitale Addis Abeba. Tra le ovazioni della folla il duce poté quindi annunciare “… dopo quindici secoli la riapparizione dell’impero sui colli fatali di Roma”. Un immenso territorio di oltre un milione di chilometri quadrati fu quindi annesso al Regno d’Italia e, insieme alle colonie dell’Eritrea e della Somalia, andò a formare l’Africa Orientale Italiana. L’entusiasmo di larga parte degli italiani fu sincero. La conquista di una “nuova frontiera” oltremare diede a molti un illusorio senso di grandezza e lontani spazi in cui cercare l’opportunità di una fuga dalle maglie del conformismo di regime. In realtà, tolti gli aspetti più romantici, i lati oscuri della nuova conquista non tardarono a rivelarsi. Sotto il profilo economico i costi della guerra risultarono spaventosi e del tutto ingiustificati, se parametrati ai magri benefici ottenuti dall’annessione di un territorio povero e arretrato. A tutt’oggi non esistono stime precise, ma il folle impegno economico che il Paese dovette sostenere si aggirò con tutta probabilità tra i 20 e i 40 miliardi di lire. Le spese per addestrare, equipaggiare ed inviare oltremare un esercito coloniale di oltre 400.000 uomini contribuirono a gonfiare esponenzialmente il bilancio del ministero della guerra, bruciando così le già scarse risorse a disposizione di un’economia fragile come quella italiana. A queste si sommarono ben presto i costi per l’amministrazione e la gestione delle nuove colonie che si impennarono da 6 a oltre 57 miliardi. Felice Guarnieri, l’allora ministro per gli Scambi e le Valute, già nel 1936 avvertì Mussolini che: “l’impero sta ingoiando l’Italia”. Era vero. I lavori pubblici e le grandi opere intraprese dal regime, come la costruzione di strade ed altre infrastrutture, si tradussero ben presto in un fiume di denaro che dalla madrepatria si disperdeva nella lontana colonia, senza apportare alcun vantaggio concreto al Paese. L’invio di coloni dall’Italia, fortemente incoraggiato e controllato dal regime, si rivelò un miope atto di una politica di puro prestigio ed apparenza. Vennero fondati comprensori agricoli e aziende ma la produttività rimase scarsa sia a causa delle asperità legate al territorio sia per l’insopprimibile presenza della guerriglia locale. Regioni come il Goggiam e lo Scioa, ancora nella primavera del 1940, erano tutt’altro che pacificate e praticamente al di fuori del controllo italiano.

Soprattutto, l’Italia si era gettata sulle spalle un fardello militarmente indifendibile. Stretta com’era tra le colonie del Sudan e del Kenya, e affacciata sull’Oceano Indiano dominato dalla Royal Navy, l’Africa Orientale Italiana era destinata a soccombere in caso di una tutt’altro che improbabile guerra contro l’impero britannico. Con Gibilterra e Suez saldamente in mano agli inglesi non esisteva alcuna realistica possibilità che le truppe italiane dislocate negli immensi spazi tra l’Eritrea, l’Etiopia e la Somalia potessero ricevere supporto e rinforzi dal territorio nazionale. Una volta iniziate le ostilità, la sopravvivenza dell’impero di Mussolini era legata esclusivamente alla volontà inglese di non combattere o all’opportunistica speranza che i tedeschi vincessero la guerra il più in fretta possibile, facendo in modo che il bluff italiano potesse pagare. Le tinte già fosche del quadro strategico generale erano poi aggravate dalle condizioni delle forze italiane presenti in Africa Orientale. Come per la Libia, anche l’esercito coloniale schierato nel Corno d’Africa era a prima vista imponente, specie se comparato alle esigue forze britanniche che si trovava a fronteggiare: 91.000 militari nazionali inquadrati in due divisioni (la 65a “Granatieri di Savoia” e la 40a “Cacciatori d’Africa”) e oltre 200.000 indigeni ripartiti in 29 brigate. Ma mai come in questo caso le dimensioni non si traducevano necessariamente in un’effettiva forza e capacità combattiva sul campo. Nell’immensità di un territorio aspro e privo di infrastrutture, queste cifre si dissolvevano come una goccia nel mare. A maggior ragione se si considera che questa pachidermica massa di uomini non era praticamente motorizzata e quindi incapace di qualsiasi operazione tattica basata sullo sfruttamento della velocità. Il massimo risultato al quale poteva ambire erano piccole conquiste locali, poi distanze e carenze di armamento ed equipaggiamento avrebbero necessariamente posto fine alle ambizioni del regime. Da un punto di vista puramente materiale la dotazione delle truppe poteva dirsi critica e in alcuni casi addirittura tragicomica. Molte unità di indigeni erano armate con l’arcaico fucile Vetterli-Vitali 1870/87, mentre una gran quantità di artiglieria era composta da residuati di fine Ottocento con le canne ancora in bronzo, in pratica poco più che pezzi da museo. L’intero parco di mezzi corazzati era costituito da 24 carri M e 39 carri L, più un centinaio di autoblindo. L’aviazione infine disponeva di 325 apparecchi ma la maggior parte di essi era costituita da modelli obsoleti, come i lenti trimotori Caproni Ca.133, per i quali mancavano persino pezzi di ricambio. Del non invidiabile compito di comandare questa scalcinata ed eterogenea armata venne investito il viceré Amedeo d’Aosta. Appartenente al ramo cadetto di casa Savoia, Amedeo, nelle vesti di amministratore e comandante, fu una figura scialba, priva di scatti o slanci, ma non di un certo rigore e senso del dovere. È comunque onesto rilevare come intorno al giudizio della storia su di lui aleggi, forse ben oltre i suoi demeriti, l’inevitabile senso di sfacelo e di fine ineluttabile dell’impero.

A Roma i vertici militari erano perfettamente consapevoli di tutti gli elementi di un simile quadro negativo e soprattutto della loro sostanziale insuperabilità. Chiunque fosse in grado di leggere una mappa sapeva che l’impero poteva al massimo essere difeso, e nemmeno troppo a lungo nel caso gli inglesi avessero deciso di fare sul serio. Le direttive strategiche emesse il 9 giugno 1940 con un telegramma dal maresciallo Badoglio imposero pertanto il mantenimento di un rigido contegno difensivo, sulla base del principio – del tutto infondato – che la guerra appena iniziata sarebbe stata vinta altrove e da altri. Il duca d’Aosta dovette allinearsi a questa visione e abbandonò pertanto i propri piani originali, i quali in origine prevedevano addirittura un’irrealistica avanzata a nord verso il Sudan e l’Egitto per ricongiungersi con le forze italiane in Libia. Alla fine, decise di impegnare le proprie truppe in una serie di offensive di portata più limitata oltre i confini dell’Etiopia e della Somalia. Anche simili azioni in tono minore, così ridimensionate rispetto alle ambizioni del regime, restavano comunque atti effimeri ed episodici, destinati a non mutare nulla della situazione strategica italiana. Nonostante tutto vennero poste in atto. Le esigue forze britanniche sembravano del resto imporre quasi naturalmente questa mossa: il Sudan era infatti difeso da soli 9.000 soldati inglesi e indigeni, mentre in Kenya la consistenza numerica dei difensori era persino inferiore, non superando le 8.500 unità. Nella prima metà di luglio gli italiani oltrepassarono cautamente la frontiera sudanese con 10.000 uomini e occuparono la cittadina di Cassala, il forte di Gallabat ed una manciata di villaggi lungo il Nilo Azzurro. Il generale William Platt, che comandava la Sudan Defence Force, mantenne il sangue freddo. Aveva compreso la natura dell’attacco nemico e saggiamente aveva deciso di lasciare che l’offensiva si arenasse da sola a causa delle distanze e della scarsità di mezzi. Gli inglesi sapevano che il tempo lavorava a loro favore: la qualità e l’armamento delle loro truppe erano migliori e soprattutto potevano contare sui costanti rinforzi che iniziavano ad affluire dall’India, dal Sudafrica e dall’Oceania. Anche la successiva offensiva italiana verso il Kenya non destò particolari preoccupazioni nei generali britannici. Le forze del duca d’Aosta presero Fort Harrington, la città di Moyale e successivamente si spinsero fino a Debel e Buna, ad oltre 100 km dalla frontiera. Ma anche qui la loro spinta finì per esaurirsi nella vastità del teatro di guerra e dei problemi logistici che comportava. Queste parole pronunciate da Winston Churchill illuminano forse più di ogni spiegazione la natura delle velleità di conquista italiane: «L’idea di una spedizione italiana di quindici o ventimila uomini che… percorresse quattro o cinquecento miglia per raggiungere Nairobi sembrava ridicola…»

All’inizio di agosto del 1940 le forze italiane comandate dal generale Nasi penetrarono in tre colonne nella Somalia britannica. Senza valide carte geografiche, 35.000 uomini si avventurarono in un paesaggio deserto, privo d’acqua e di vegetazione, con picchi di calore che toccavano i 50 gradi. Le forze inglesi, in netta inferiorità numerica, si ritirarono ingaggiando solo piccoli combattimenti di rallentamento, come in occasione della battaglia al passo di Tug Argan dell’11-15 agosto. La sera del 19 gli italiani poterono così entrare a Berbera, la capitale del Somaliland, praticamente senza incontrare resistenza. L’ultimo battaglione scozzese, il celeberrimo Black Watch, era riuscito a proteggere la ritirata ed il reimbarco del resto dell’esercito. Di fronte a questa ridicola avanzata l’oratoria di Mussolini non perse occasione per toccare nuove vette dell’assurdo: «La disfatta degli inglesi nella Somalia britannica è stata totale. Come a Dunkerque, così a Berbera, gli inglesi sono fuggiti…» La nuova Dunkerque era costata agli inglesi 260 uomini; agli italiani 2.052, tra morti, feriti e dispersi…

Tra novembre e dicembre del 1940, come prevedibile, la situazione iniziò lentamente a volgere a favore degli inglesi. Limitati attacchi locali a Cassala in Sudan e a El Uach sul confine somalo, al di là del loro modesto significato militare, segnarono un’inversione di tendenza: l’iniziativa era definitivamente sfuggita dalle mani degli italiani per passare in quelle dei britannici. Il colonnello Alessandro Bruttini ammise: «Quel colpo di mano… fu per noi un colpo duro perché ci dette la sensazione che il nemico, date le sue caratteristiche, in qualunque momento, a nostra insaputa, avrebbe potuto ammassare truppe e ripetere la sorpresa in qualunque altro posto.» Per gli inglesi i rinforzi stavano iniziando ad affluire da ogni parte del Commonwealth. Nel Sudan meridionale Platt poteva ora schierare la potente 4a divisione indiana, spostata dal fronte libico e dotata di carri medi e pesanti, contro i quali gli italiani non disponevano di armi in grado di arrestarne l’avanzata. Sul fronte del Kenya invece, sir Alan Cunningham aveva ricevuto due divisioni sudafricane – l’11a e la 12a – dotate di moderni pezzi di artiglieria e quasi completamente motorizzate. Su pressione di Churchill e del premier sudafricano Smuts, le due tenaglie che avrebbero stritolato le forze italiane si mossero alla fine di gennaio. A sud i progressi degli inglesi furono incredibilmente rapidi: occupato l’importante porto di Chisimaio il 14 febbraio, i britannici superarono di slancio il fiume Giuba frantumando la resistenza delle forze italiane e costringendole a ripiegare in disordine verso nord. La via verso Mogadiscio era aperta e la capitale della Somalia cadde il 25 febbraio. A questo punto, di fronte al totale collasso del dispositivo difensivo italiano, gli inglesi accelerarono il ritmo della loro offensiva. Lanciarono una colonna motorizzata attraverso l’Ogaden in direzione di Harar, con l’obiettivo di entrare ad Addis Abeba, che infatti raggiunsero il 6 aprile, dopo aver vinto gli italiani al passo Marda. A nord i 17.000 soldati del generale Luigi Frusci, un reduce della guerra di Spagna, grazie anche ad un terreno più aspro che favoriva la difesa, opposero una resistenza più tenace. La 4a e la 5a divisione indiane furono lanciate verso Asmara, la capitale dell’Eritrea, ma la loro spinta venne fermata al passo di Dongolaas e a Cheren. I rilievi intorno alla città furono contesi per giorni dalle truppe scozzesi, italiane, indiane e coloniali. La ferocia dei combattimenti è comprovata da diverse testimonianze. Il generale Wavell in una comunicazione a Churchill ammise: «Cheren si sta dimostrando una noce dura da schiacciare, il nemico ci sta contrattaccando ferocemente e ripetutamente e, anche se le sue perdite sono state eccessivamente pesanti, non vi sono segni immediati di cedimenti.» Il colonnello Barker Beresford-Peirse invece, rievocando la battaglia, scrisse con maggiore ma non ingiustificata enfasi: «Cheren costituì il supremo sforzo bellico italiano, e ciò che fecero le truppe del generale Carnimeo non fu probabilmente mai superato nella storia militare italiana.» Fu solo a metà del marzo del 1941, dopo 53 giorni di combattimento, che gli inglesi, forti ormai di una schiacciante superiorità in uomini e mezzi, riuscirono a frantumare le linee italiane. Asmara cadde il 1° aprile e pochi giorni dopo anche il porto di Massaua. Il Mar Rosso, eliminata la presenza di basi navali italiane, divenne una delle principali rotte attraverso le quali fluiva il materiale americano della legge “affitti e prestiti”. Quello che rimaneva delle truppe italiane in Eritrea ripiegò verso sud per unirsi al duca di Aosta in un’ultima disperata difesa.

Il 3 aprile, nell’impossibilità di difendere Addis Abeba, il duca d’Aosta iniziò la ritirata verso nord, in direzione del massiccio dell’Amba Alagi. Da un punto di vista strettamente militare sarebbe stato più sensato tentare di ricongiungersi con le truppe italiane che ancora non erano state intaccate dalle offensive inglesi di inizio anno. I contingenti del generale Gazzera nella regione del Galla e Sidama, o del generale Nasi in quella di Gondar, erano ancora in condizioni di combattere e di certo avrebbero offerto la possibilità di una resistenza più tenace. Non sappiamo con precisione i motivi dietro questa scelta all’apparenza poco logica. Forse il comandante italiano contava di sfruttare il rilievo montuoso per attestarsi in una posizione difensiva che avrebbe impedito il congiungimento degli eserciti di Platt e di Cunningham. O forse, più drammaticamente, intendeva emulare in qualche modo il sacrificio del maggiore Pietro Toselli, le cui forze vennero annientate dall’esercito di Menelik II nel 1895 durante la guerra di Abissinia. Fatto sta che il 17 aprile del 1941, con una forza di soli 7.000 uomini, il duca si dispose a difendere l’Amba Alagi. Di fronte aveva un imponente esercito di assedianti composto da non meno di 41.000 soldati nemici, di cui 25.000 anglo-indiani e 16.000 abissini. Amedeo però ostentava calma e sicurezza, un comportamento forse comune nei comandanti che ormai sanno il destino che li attende: «Mi sento fisicamente bene, da vari mesi, anzi, non mi sentivo così, e mi sono riabituato alla vita dura con la massima disinvoltura… Meglio vivere fra le cannonate, le pallottole, la terra e la sporcizia che lindo e pulito con le gambe sotto al tavolo pieno di carte.» I primi assalti inglesi furono respinti dalle postazioni fortificate create dai genieri italiani, ma già il 4 maggio, grazie al supporto del fuoco schiacciante della loro artiglieria, le truppe di Cunningham riuscirono a conquistare molti punti chiave del massiccio. Il 14 tutte le cime ad eccezione di quella dell’Amba erano in mano britannica. Tre giorni dopo, senza più rifornimenti né cibo, al freddo intenso del clima montano di oltre 3.000 metri, il duca si arrese. Gli ultimi resti del suo esercito si avviarono verso la prigionia, mentre gli inglesi cavallerescamente presentavano le armi.

Il 27 novembre, con la conclusione della battaglia di Gondar, anche le ultime forze italiane del generale Guglielmo Nasi si arresero. La presenza italiana in Africa Orientale, che durava dal 1882, fu definitivamente spazzata via. L’effimero impero orgogliosamente proclamato da Mussolini solo sei anni prima crollò sotto il peso di un’inevitabile sconfitta militare, già ampiamente scritta nelle sconsiderate e criminali scelte strategiche compiute dal regime fascista negli anni che precedettero l’entrata in guerra. Sugli altipiani etiopi e nei deserti della Somalia e dell’Eritrea 15.000 soldati nazionali e 50.000 indigeni trovarono una morte inutile. Haile Selassie alla fine poté reinstallarsi sul suo trono legittimo ad Addis Abeba. Mesi prima, il 20 gennaio 1941, quando sulla scia dell’avanzata delle truppe inglesi, era rientrato nella sua patria, aveva rivolto un proclama a tutti i suoi sudditi usando parole che ancora oggi ci danno una severa lezione su cosa sia il vero senso dell’umanità, anche in situazioni di estrema tensione come quelle originate da una guerra: «Io vi raccomando di accogliere in maniera conveniente e di prendere in custodia tutti gli italiani che si arrenderanno, con o senza armi. Non rinfacciate loro le atrocità che hanno fatto subire al nostro popolo. Mostrate loro che siete dei soldati che possiedono il senso dell’onore e un cuore umano. Vi raccomando particolarmente di rispettare la vita dei bambini, delle donne e dei vecchi…» Sin dai suoi esordi nell’Ottocento il colonialismo italiano, al pari di quello inglese, francese, tedesco o belga, mostrò tratti di una ferocia e di una brutalità ai limiti dell’indicibile. Sullo sfondo del maestoso scenario africano vennero scritte alcune delle pagine più oscure, vergognose e terribili della nostra storia. Il sistema carcerario dell’isola di Nocra in Eritrea, lo schiavismo instaurato in Somalia lungo le rive dello Uebi Scebeli, l’impiego dell’iprite nella guerra di Etiopia, lo sterminio di Debrà Libanòs: tutti questi orrori confutano in modo irrevocabile il mito, mai veramente sopito nella nostra storia nazionale, che ci vede investiti della missione di andare ad incivilire popoli ritenuti più barbari. Le parole di Haile Selassie, che mai un viceré o un generale italiano ebbero l’umanità di pronunciare, sono il giudizio più severo per liquidare la nostra fallimentare avventura coloniale.

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