«Non mi stupirebbe che questo pazzo ci mandi anche in Russia. Non mi sogno proprio di occuparmene.»

Franz Halder

 

Paul Schmidt, un interprete del ministero degli esteri del Reich, racconta nelle sue memorie che il 3 settembre 1939, nel tradurre ad Hitler la dichiarazione di guerra britannica, questi rimase pietrificato: “Sedeva in assoluto silenzio al suo posto senza alcun movimento. Dopo un po’ di tempo, che mi parve un’eternità, si volse verso Ribbentrop, che era rimasto rigido in piedi alla finestra. «E adesso?» – chiese Hitler al suo ministro con un’occhiata furiosa come volesse dire che aveva sbagliato a informarlo circa le reazioni inglesi.” Questa semplice ma scomoda domanda tornò ad agitare i pensieri dei vertici militari e politici del Terzo Reich all’inizio del luglio 1940, in uno scenario all’apparenza del tutto diverso. Vista da Berlino, la guerra iniziata solo nove mesi prima con l’aggressione alla Polonia pareva ormai vinta, o comunque sul punto di esaurirsi a favore della Germania. Gli Alleati erano in ginocchio. La Francia era crollata di schianto in sole sei settimane, travolta dall’urto delle divisioni corazzate tedesche. I reparti mobili della Wehrmacht, impiegati in massa e sulla scorta di una rivoluzionaria dottrina di combattimento, avevano spezzato la spina dorsale dell’esercito francese e con essa il già traballante spirito marziale di una nazione che solo vent’anni prima aveva eroicamente resistito all’orgoglioso impero guglielmino. Per la Gran Bretagna, l’altro grande nemico del Reich, la situazione appariva solo poco meno critica. Il corpo di spedizione britannico era stato quasi ributtato in mare a Dunkerque. Le dodici divisioni sotto il comando di Lord Gort erano state costrette a reimbarcarsi e fare ritorno in Inghilterra in circostanze rocambolesche. Buona parte dei soldati inviati sul continente a supporto dei loro alleati francesi venne tratta in salvo, ma al prezzo dell’abbandono dell’intero equipaggiamento. 700 carri armati, 880 cannoni, 11.000 mitragliatrici e 45.000 automezzi erano rimasti sul suolo delle Fiandre: dal semplice punto di vista materiale ciò significava che per molti mesi la Gran Bretagna non avrebbe più potuto disporre di un esercito in grado di combattere. A difendere la madrepatria da un tentativo di invasione non rimanevano che la marina, l’aviazione sopravvissuta ai combattimenti in Francia e soprattutto la geografia, sotto forma della barriera rappresentata dai trenta chilometri del Canale della Manica. In queste condizioni l’ipotesi di poter un giorno ritornare in forze in Europa e rovesciare le sorti della guerra sembrava appartenere al regno della fantascienza. Se per la causa della democrazia il futuro appariva compromesso, per Hitler e la Wehrmacht era invece giunto il momento del trionfo. Il 22 giugno 1940, nella foresta di Compiègne, la delegazione francese firmò l’armistizio con la Germania sullo storico vagone del maresciallo Foch, dove nel 1918 era terminata la Grande Guerra. Sembrò che il destino e le aspirazioni dell’intera storia tedesca avessero finalmente raggiunto il loro punto di arrivo. Dopo la pace di Vestfalia del 1648, che segnò il declino dell’egemonia imperiale germanica, il pendolo della storia aveva finalmente completato la sua plurisecolare oscillazione e tre secoli dopo, per merito di Hitler, tutti i tedeschi si trovavano riuniti in un unico, potente Stato ancorato nel cuore d’Europa, con confini sicuri ad est come ad ovest, dove la Francia, il secolare nemico, giaceva sconfitta. Il feldmaresciallo Keitel per l’occasione arrivò a definire il Führer “il più grande condottiero di tutti i tempi”.

Eppure, sopita l’euforia della vittoria, l’enigma strategico che Hitler si era condannato ad affrontare con l’invasione della Polonia nel 1939 rimaneva irrisolto. L’impero britannico non mostrava il minimo segno di cedimento, almeno nella volontà di continuare a combattere, e la Germania, una potenza principalmente terrestre, si trovava ora fare i conti con l’impossibilità di attraversare la Manica, invadere l’Inghilterra e costringerla a porre fine al conflitto. Il motto tedesco “Gott strafe England”, riesumato per l’occasione dall’armamentario propagandistico della Grande Guerra, era rivelatore, oltre che di una profonda avversione, anche di una sostanziale impotenza, se bisognava invocare fattori ultraterreni per danneggiare il nemico. Hitler ne era consapevole. Un giorno chiese all’ammiraglio Erich Raeder quale contributo potesse dare la flotta nel corso di una guerra contro le potenze occidentali. «Mostrare al mondo come morire con dignità», fu la raggelante quanto realistica risposta che ricevette il Führer. Nel riarmo tedesco dei tardi anni Trenta la Kriegsmarine era stata deliberatamente sacrificata a vantaggio dell’esercito e dell’aviazione e ora, a questo stato di intrinseca debolezza, veniva a sommarsi la recente perdita di importanti unità navali di superficie subita durante la vittoriosa campagna di Norvegia. Tutto sconsigliava di rischiare un confronto diretto con la Royal Navy, la quale per giunta si sarebbe trovata ad operare nelle proprie acque nazionali. Per dare un’idea approssimativa di quanto fosse ampio il divario tra le due forze navali è sufficiente uno sguardo alla seguente tabella che riporta il numero di unità all’inizio della guerra:

Paese Portaerei Corazzate Incrociatori Cacciatorpediniere Navi di scorta Sottomarini Totale
Gran Bretagna 8 12 50 94 87 38 289
Germania 0 5 6 17 0 57 85

Tuttavia, caduta la Francia, l’alto comando della Wehrmacht tentò comunque di compiere il passo preliminare per un’invasione delle isole britanniche, attraverso il conseguimento della supremazia aerea. Ma persino questo obiettivo era al di là delle possibilità tedesche sin dal principio. La Luftwaffe godeva di una reputazione elevata e terribile allo stesso tempo. In larga parte questa fama era giustificata: nel suo insieme l’aviazione di Göring costituiva una forza aerea esperta e agguerrita, soprattutto nel generare sorpresa e terrore nei propri nemici. Ma, per quanto efficace, rimaneva un’arma ideata e costruita in vista di un impiego ben preciso e limitato ad un determinato ambito della dottrina militare, cioè quello di operare in stretta coordinazione con le forze di terra, offrendo loro supporto e amplificandone il potenziale offensivo. Lontano dai campi di battaglia, costretta ad impegnarsi in una prolungata campagna aerea inseguendo risultati strategici e non tattici, l’aviazione tedesca era nella migliore delle ipotesi uno strumento inadatto allo scopo. Non esisteva un bombardiere pesante e i pur ottimi Messerschmitt Bf109 avevano un raggio d’azione troppo limitato per svolgere efficacemente compiti di scorta. La Luftwaffe, al di là delle millanterie di Göring, non era in grado di determinare l’esito di una campagna con le proprie sole forze. Gli Hurricane e gli Spitfire della R.A.F. si incaricarono ben presto di dimostrare in maniera spietata questo assunto, decimando i caccia e i bombardieri tedeschi quotidianamente inviati in missione contro le città e i campi di aviazione del sud dell’Inghilterra. Da un punto di vista strategico si era quindi giunti ad uno stallo. Per i britannici queste circostanze non costituivano certo una novità: già ai tempi delle guerre napoleoniche l’impero britannico si era ritrovato a fronteggiare da solo un intero continente in armi e come allora rifiutava testardamente di arrendersi. In un certo senso la via da seguire rimaneva la stessa dei tempi di Pitt: pazientare e resistere, colpendo ovunque fosse possibile farlo e lavorando nel contempo alla formazione di una coalizione con i nemici dei propri nemici. Per sopravvivere la Gran Bretagna aveva certamente bisogno di armi e aiuti economici, ma soprattutto di tempo e di nuovi potenti alleati. Le vaghe proposte per una pace di compromesso formulate da Hitler nell’estate del 1940 vennero tutte respinte dal muro di risolutezza di Winston Churchill, il quale seppe opporre un freno alle correnti dell’establishment inglese inclini ad una tregua con la Germania. Il 14 luglio, in un discorso radiofonico alla BBC, il primo ministro chiuse ogni possibile spiraglio in tal senso: “Il calvario potrà essere difficile o prolungato, o entrambi, ma non scenderemo a compromessi, non accorderemo tregue; concederemo forse la grazia, ma non la invocheremo.” A dispetto del predominio sull’Europa continentale, per il Führer la domanda “E adesso?” continuava ad essere di stretta attualità.

Il 21 luglio 1940 Hitler convocò il generale Walther von Brauchitsch e l’ammiraglio Erich Raeder, rispettivamente il comandante in capo dell’esercito e della marina. Lo scopo dell’incontro era di analizzare l’andamento del conflitto contro la Gran Bretagna, tenendo nel contempo presente il contegno che avrebbero potuto assumere gli Stati Uniti e l’Unione Sovietica, le due grandi potenze finora rimaste ai margini della lotta. Hitler era convinto che la determinazione dei britannici a resistere a tutti i costi poggiasse sulla speranza di riuscire presto o tardi a trascinare in guerra al loro fianco questi due giganti. Impose pertanto la propria idea di agire d’anticipo mettendo fuori gioco il più vicino e pericoloso dei due, vale a dire la Russia bolscevica. Una rapida vittoria avrebbe avuto l’effetto di negare un potenziale alleato agli inglesi, ammorbidendone finalmente l’intransigenza a negoziare. Ma non solo: una volta impadronitasi degli spazi e delle risorse alimentari ed economiche dell’Est, la Germania si sarebbe trovata nelle migliori condizioni geostrategiche per poter proseguire la guerra contro le potenze atlantiche, nel caso queste si fossero rifiutate di scendere a compromessi. «La Russia sarà la nostra India!» pare che Hitler abbia affermato, tradendo il fatto che, ai suoi occhi, gli inglesi ed il loro imperialismo di successo costituivano un modello da seguire. Ma altre ragioni di ordine più ideale spingevano il Führer a rivolgere il proprio sguardo ad oriente. Enunciato anni prima in “Mein Kampf”, tornava ad emergere il vaneggiante miraggio di edificare un “Lebensraum” nelle pianure ucraine e bielorusse a scapito dei popoli slavi. L’odio per il comunismo e per il giudaismo, assurdamente considerati un tutt’uno, cementavano infine la decisione di Hitler, conferendole l’irrevocabilità del destino. Nella sua ossessione per l’oriente slavo, il nazismo mostrava in maniera paradigmatica il proprio vero volto, caratterizzato da una miscela di aggressiva volontà di dominio e violento odio razziale. Ma anche solo limitandosi alla pura componente militare, il contorto proposito del Führer rasentava la follia: per tentare di concludere la guerra da lui stesso originata, Hitler si stava accingendo ad espanderla oltre ogni misura, creando un nuovo fronte. E questa volta non contro una debole potenza regionale quale potevano esserlo la Polonia o la Francia, ma contro l’Unione Sovietica, la più grande ed estesa potenza terreste del mondo, la quale oltretutto, per effetto del patto Molotov-Ribbentrop, rivestiva al momento il ruolo di un solido partner economico del Reich e quindi, nella sostanza, poco meno di un alleato. Dieci giorni più tardi, il 31 luglio, in una seconda riunione tenutasi al Berghof, il suo spettacolare rifugio di montagna sulle Alpi bavaresi, Hitler comunicò definitivamente la sua intenzione di attaccare l’Unione Sovietica entro il maggio del 1941. Al generale Wilhelm Keitel, capo di stato maggiore dell’OKW, e ai generali Walther von Brauchitsch e Franz Halder dell’OKH, presenti all’incontro, venne fornito un quadro piuttosto preciso del futuro prossimo che attendeva la Wehrmacht. Per la guerra in Oriente le dimensioni dell’esercito sarebbero cresciute da 140 a 180 divisioni: di queste ben 120 sarebbero state schierate in Polonia. Una volta terminati i preparativi, questa enorme massa d’invasione si sarebbe quindi lanciata contro l’U.R.S.S. lungo due direttrici: una orientata a sud verso l’Ucraina e l’altra a nord verso Mosca, Leningrado e il cuore politico della Russia comunista. L’Armata Rossa, a dispetto dei suoi numeri imponenti, non sembrava destare particolari preoccupazioni in Hitler. Gli effetti delle purghe staliniane del 1937-38 e le deludenti prove offerte dalla leadership militare sovietica nella difficile campagna invernale di Finlandia avevano alimentato e rafforzato in lui la convinzione che la resistenza delle forze armate di Stalin sarebbe stata agilmente spazzata via. Dato il divario tecnologico e di addestramento che la Wehrmacht poteva vantare nei confronti dell’Armata Rossa bisognava solamente “dare un calcio alla porta, e l’intera marcia struttura sarebbe crollata”. Nella considerazione di Hitler, l’U.R.S.S. non era altro che un colosso dai piedi d’argilla che avrebbe potuto essere facilmente abbattuto nei cinque mesi che rimanevano prima dell’arrivo dell’inverno. Halder, che a guerra conclusa dichiarò ipocritamente di essere rimasto scioccato dalla decisione del proprio comandante di aprire un nuovo fronte, per quanto ci è dato sapere non sollevò obiezioni, né tergiversò in indugi. Anzi. Il 29 luglio, addirittura due giorni prima della riunione al Berghof, commissionò uno studio di pianificazione dell’invasione al generale Erich Marcks, uno dei più brillanti strateghi della Wehrmacht.

Il 4 agosto 1940, in un tempo sorprendentemente breve, l’Operationsentwurf Ost (Progettazione delle operazioni all’Est) di Marcks si trovava già sulla scrivania di Halder. Lo studio era formato da 26 pagine battute a macchina e, a livello strategico, costituiva poco più di una bozza preliminare contenente spunti di varia natura per un’invasione su larga scala dell’Unione Sovietica. Il valore del progetto di Marcks risiedeva principalmente nella sua impostazione di base e nelle premesse di carattere generale. L’autore, partendo da un’intelligente analisi della geografia del teatro di battaglia, riconosceva come essa avrebbe imposto una serie di scelte e di limitazioni da tenere in debito conto molto prima che gli stivali di un Landser calpestassero il suolo russo. Il punto di partenza era la constatazione che le immense paludi del Pripjat tra la Bielorussia e l’Ucraina – un’area grande quanto l’intera Bulgaria – costituivano una sorta di spartiacque strategico naturale che avrebbe necessariamente comportato il frazionamento del fronte in due parti: una a nord ed una a sud. Di qui discendeva l’imperativo di suddividere l’esercito in due giganteschi gruppi d’armate, i quali avrebbero operato in sostanziale indipendenza l’uno dall’altro, perseguendo obiettivi strategici autonomi. Il primo si sarebbe lanciato verso i Paesi baltici e la Bielorussia con il compito di occupare l’importante “ponte di terra” formato dalla confluenza tra la Dvina occidentale e il Dnepr. Il secondo avrebbe invece dovuto liquidare le forze sovietiche che difendevano l’Ucraina e raggiungere il corso del Don. Una volta assicurati questi traguardi, la fase successiva avrebbe previsto la marcia su Mosca, la quale però non sarebbe avvenuta per via diretta, ma con la decisiva conversione verso nord dell’intera ala meridionale in una gigantesca manovra aggirante. L’Armata Rossa andava frazionata e distrutta per mezzo di audaci operazioni mobili nell’area lungo il Dnepr e la Dvina per impedirle di ritirarsi e riorganizzarsi negli ampi spazi dell’Eurasia. Una particolare attenzione veniva inoltre dedicata alle condizioni delle infrastrutture sovietiche. Marcks ebbe l’acume di rilevare come il settore meridionale del fronte, sebbene pianeggiante e senza grandi ostacoli naturali, fosse in realtà meno adatto alla moderna guerra di movimento, per via della mancanza di buone strade percorribili che, invece, erano migliori lungo l’asse settentrionale. Per questo motivo, tra il Baltico e la Bielorussia, andava concentrata la maggior parte delle forze mobili della Wehrmacht. Lo studio di Marcks non poteva però dirsi esente da punti deboli. Nell’ambito della pianificazione l’aspetto che più risaltava all’attenzione era la totale assenza di incertezze. Men che meno vi era traccia di un cauto pessimismo indotto dalla possibile forza della reazione nemica. L’autore sembrava quasi non aver quasi preso in considerazione l’esistenza di un’Armata Rossa la cui consistenza, secondo un rapporto di intelligence della Wehrmacht dei primi di agosto, era stimata in 96 divisioni di fanteria, 23 di cavalleria e 28 brigate meccanizzate. Marcks in fondo non stava facendo altro che riflettere il senso di sicurezza che ogni componente della Wehrmacht sentiva nell’estate del 1940. Per arroganza o semplice eccesso di fiducia nei propri mezzi, si dava per scontato che l’enorme massa dell’esercito sovietico, di certo male equipaggiata e peggio comandata, ma pur sempre preoccupante nella sua imponenza, sarebbe stata rapidamente sconfitta in una serie di gigantesche battaglie di accerchiamento su una scala tale da fare impallidire quelle avvenute durante le campagne di Polonia e di Francia.

Contemporaneamente allo studio di Marcks, i vertici dell’OKW, nella fattispecie il generale Alfred Jodl, scontenti di vedersi relegati in un ruolo passivo nella preparazione dell’imminente campagna, diedero ordine alla sezione “L” (Landesverteidigung) del comando supremo di elaborare un piano parallelo ed indipendente da quello dell’OKH. Noto come “Studio Lossberg” dal nome del suo autore, il documento presentava alcune differenze sostanziali da quello di Marcks. Veniva posta una maggiore attenzione alla cooperazione con la Finlandia nel teatro nordoccidentale del fronte ma soprattutto i gruppi di armate da impiegare nell’invasione salivano a tre: due posizionati a nord delle paludi del Pripjat e uno a sud. Il fatto già in sé introduceva un implicito elemento di realismo, in quanto sembrava alludere ad una più ragionata consapevolezza delle sfide legate alla geografia che la Wehrmacht sarebbe stata chiamata ad affrontare negli immensi spazi della Russia. Nella visione di Lossberg il gruppo d’armate centrale avrebbe dovuto avanzare su Smolensk e, una volta raggiunto l’obiettivo, assumere una condotta flessibile, eventualmente cedendo forze agli altri due per accerchiare e distruggere con operazioni concentriche le forze sovietiche impegnate nei Paesi baltici e in Ucraina. Per la prima volta la tematica delle infrastrutture sovietiche che avrebbero dovuto sostenere l’avanza tedesca veniva tenuta quantomeno in considerazione, come dimostra questo passaggio del piano: “tutte le operazioni devono essere supportate in ultima istanza da un’efficiente rete ferroviaria in considerazione del fatto che nei vasti spazi russi un sistema di trasporto basato solamente sulle strade risulterebbe insufficiente.” Le soluzioni proposte – se di soluzioni si può parlare – furono individuate nella cattura di quante più locomotive possibile o, in alternativa, nella riconversione dello scartamento delle ferrovie sovietiche che come noto era maggiore di quello delle linee europee. Più elaborato rispetto al piano Marcks, lo studio Lossberg, per quanto ci è dato sapere, non venne mai ufficialmente presentato a Hitler ma è del tutto verosimile che esso non rimase confinato nei cassetti delle scrivanie della sezione “L” a Zossen. Di certo costituì un informale argomento di discussione negli alti quadri della Wehrmacht. Molti dei suoi tratti salienti vennero infatti incorporati nella versione finale del piano di invasione che stava prendendo corpo ad opera di un altro ufficiale.

Il 3 settembre 1940 Halder diede incarico al suo fidato collaboratore, il maggiore generale Friedrich Paulus, di portare la pianificazione per l’attacco all’Unione Sovietica ad un livello più avanzato. Attingendo a molti elementi del lavoro di Marcks, il suo compito consisteva nel redigere uno studio che sviluppasse in un contesto operativo gli aspetti dello schieramento delle unità tedesche ad est. Paulus, per ironia lo stesso comandante che due anni più tardi avrebbe assistito all’annientamento della propria armata a Stalingrado, rappresentava l’uomo ideale per questo compito. Era un ufficiale di indubbio valore, versato negli aspetti intellettuali della sua professione e dotato di una non comune abilità nel campo organizzativo sotteso alla direzione militare. Non era un condottiero, né un uomo d’azione ma, dovendo predisporre un piano, la sua mente vantava pochi eguali anche nell’iper-professionale stato maggiore tedesco. La meticolosa analisi di Paulus confermò la necessità di tre gruppi d’armate, ognuno indirizzato lungo un proprio asse di avanzata indipendente, e fornito di autonome truppe motorizzate e corazzate. Ma soprattutto fu il primo pianificatore ad intravedere gli immensi problemi logistici insiti in un’invasione dell’Unione Sovietica. Una serie di simulazioni condotte a tavolino dimostrò al di là di ogni dubbio come, in caso di attacco, già dopo una ventina di giorni, la Wehrmacht avrebbe corso il serio rischio di ritrovarsi con il fiato corto. Giunto grossomodo all’altezza della linea Minsk–Kiev l’intero esercito avrebbe dovuto arrestarsi per non meno di tre settimane al fine di riorganizzarsi e rifornirsi prima di ulteriori avanzate. Per la prima volta iniziava a farsi strada l’intuizione che le distanze e lo spazio fossero un nemico che valeva quanto l’Armata Rossa. Per un occidentale si tratta di una nozione difficile da comprendere in tutte le sue implicazioni concrete: ancora oggi è necessario compiere uno sforzo di immaginazione per figurarsi correttamente le dimensioni del territorio russo e la loro influenza su chi intende percorrerlo. Per definire questo fattore, che veicoli ed aerei riescono solo in parte a mitigare, storici e strateghi hanno coniato un’espressione davvero azzeccata: “l’imbuto euroasiatico”. Niente meglio di una cartina chiarisce il concetto.

Una divisione della Seconda guerra mondiale, in linea di principio e in condizioni normali, poteva presidiare un’area di circa 10 chilometri quadrati, individuando ed impedendo i movimenti di un’altra unità nemica di pari dimensioni. Nella figura i rettangoli rossi rappresentano la porzione di spazio occupata da duecento divisioni. Nel corridoio tra Belgio e Francia questo numero di unità non solo era perfettamente in grado controllare ogni settore del fronte ma, anzi, risultava persino sovrabbondante. Ma spostando come in un ipotetico Risiko il rettangolo ad est, tra la Polonia e la Bielorussia, ci si accorge subito che lo stesso numero di unità appare disperso. Già a metà strada tra Varsavia e Minsk 200 divisioni vengono inghiottite da un mare di terra che si apre in ogni direzione attorno a loro. Spostandosi di altri 500 chilometri in linea d’aria verso oriente, anche immaginando di raddoppiare le unità, la linea di fronte da coprire continua ad apparire eccessivamente estesa. Altri 500 chilometri verso l’Asia, dopo essersi lasciati Mosca alle spalle, sulla linea Archangelo-Astrakhan, quella che teoricamente avrebbe dovuto raggiungere la Wehrmacht alla fine della campagna, persino 600 divisioni sono palesemente insufficienti. A questo punto gioverà ricordare che Hitler aveva programmato di lanciarsi all’assalto dell’est con “appena” 180 divisioni. Ragionando per assurdo, anche senza la presenza dell’Armata Rossa, questa forza non sarebbe stata in grado di presidiare le nuove conquiste territoriali. Proiettata sullo sfondo della vastità degli orizzonti russi, la frase pronunciata dal generale Gerd von Rundstedt: “l’immensità della Russia ci divora” rivela tutta la propria intrinseca verità. Winston Churchill, descrivendo il fronte orientale della Prima guerra mondiale disse che «a occidente gli eserciti erano troppo grandi per il territorio, mentre a oriente il territorio era troppo grande per gli eserciti.» Nel 1941 questa considerazione geostrategica manteneva ancora perfettamente la propria validità. E infine, a complicare ulteriormente i movimenti di un attaccante, c’erano le strade. Quella che oggi può essere un’ovvietà, allora non venne compresa nemmeno da Paulus: calata nella realtà russa, anche la semplice nozione di “strada” come poteva concepirla un militare occidentale assumeva un particolare significato. Spesso, vie di comunicazione che sulla carta erano indicate come strade, nella realtà si rivelavano piste di terra battuta pronte a trasformarsi in pantani alle prime precipitazioni. Per giungere a questa consapevolezza non erano necessari anni di studi in una prestigiosa accademia militare. Sarebbe stato sufficiente un minimo di conoscenza della storia e della lingua russa, la quale già allora possedeva una parola molto interessante: “Rasputitsa”. Il termine può grossomodo essere tradotto come “periodo senza strade” e indica la stagione dell’anno in cui il viaggiare con qualunque mezzo diventa impossibile a causa di fango, pioggia e gelo. In astratto la forza d’urto e la velocità di propagazione del Blitzkrieg poggiavano principalmente su carri armati, semicingolati e camion ma, al di là della capacità teorica di movimento di tali mezzi, in ultima analisi, il fattore decisivo rimanevano le condizioni del terreno su cui essi erano chiamati a spostarsi. Un conto era muovere e rifornire una panzerdivision praticamente nel proprio cortile di casa, sulla rete di comode strade pavimentate della Francia e del Belgio; tutt’altra questione era farlo nell’aperta campagna dell’Europa orientale.

Il 5 dicembre 1940 Halder presentò ad Hitler il piano di invasione dell’Unione Sovietica. Il contenuto della sua esposizione poggiava sugli elementi tecnici definiti dai precedenti studi di Marcks e di Paulus ma ad essi Halder non aveva resistito a sovrapporvi la propria visione strategica. Restava confermata l’impostazione articolata in tre giganteschi gruppi d’armate (nord, centro, sud) ma l’obiettivo prioritario diventava ora la cattura di Mosca. Il capo di stato maggiore della Wehrmacht vedeva nella capitale dell’U.R.S.S. il centro di potere del regime di Stalin e allo stesso tempo un obiettivo militare di fondamentale importanza che, in caso di attacco, i sovietici non avrebbero potuto permettersi di perdere. Mosca restava pur sempre la sede dei ministeri, degli apparati di sicurezza dello Stato e il nodo cruciale delle infrastrutture di trasporto del Paese. Trovandosi a fronteggiare un’invasione, l’alto comando sovietico avrebbe concentrato il grosso delle proprie forze a protezione della capitale e là – immaginava Halder – sarebbe avvenuta la battaglia di annientamento decisiva. Hitler si dimostrò fermamente contrario a questa convinzione che derivava direttamente dal pensiero di Clausewitz. Secondo lui i sovietici avrebbero concentrato la massa dell’Armata Rossa nelle zone periferiche del loro immenso Paese. Agli occhi del Führer la ricca Ucraina e la regione del Baltico, in considerazione della loro importanza economica, erano zone immensamente più rilevanti ai fini della definizione delle priorità strategiche, sia offensive che difensive. Estendendo il proprio modo di pensare a quello di Stalin, e dando per scontato che questi avrebbe ragionato come lui, concluse che i sovietici avrebbero privilegiato la difesa di Kiev e di Leningrado. La divergenza con l’OKH si risolse infine in un compromesso. Ognuno dei tre gruppi d’armate si sarebbe mosso per perseguire obiettivi autonomi, e a quello centrale sarebbe toccata la maggioranza delle forze a disposizione della Wehrmacht. Ma il maggior peso attribuito al gruppo centro non sottintendeva una maggiore rilevanza strategica. L’obiettivo di questo raggruppamento sarebbe stata la cattura di Minsk e successivamente di Smolensk, nel mezzo del già citato ponte di terra tra la Dvina e il Dnepr. Ma, una volta assicurato il controllo di questa zona nevralgica del fronte, il gruppo centro avrebbe dovuto mettersi al servizio degli altri due trasferendo metà delle proprie formazioni mobili al gruppo nord per la conquista di Leningrado e l’altra metà al fronte meridionale. Mosca sarebbe assurta al rango di obiettivo unicamente in una seconda fase, ossia solo dopo che i restanti due gruppi avessero raggiunto i loro: rispettivamente Leningrado per quello nord e l’Ucraina per quello sud. Solo una volta assicurati i fianchi del dispositivo tedesco la marcia su Mosca sarebbe potuta riprendere. L’offensiva si sarebbe poi conclusa con la Wehrmacht attestata lungo la linea Archangelo-Volga, ad oltre tremila chilometri dalla Germania. Due settimane più tardi, il 18 dicembre 1940, dopo averne caricato la molla, Hitler iniziò a far ticchettare l’orologio che scandiva il conto alla rovescia per l’attacco all’Unione Sovietica. A metterlo ufficialmente in moto fu la direttiva del Führer n. 21, un documento di undici pagine contrassegnato dal rigoroso numero protocollare “OKW/WFSt/Abt L (I) NR.33408/40g.K Chefs”. I primi passi del testo, scritti nel consueto tono apodittico, intimativo ed oracolare di Hitler, contenevano per intero lo spirito della campagna che la Germania si accingeva ad intraprendere, mettendone in risalto la tracotanza e la smisurata ambizione:

La Wehrmacht deve essere pronta ad abbattere la Russia sovietica in una veloce campagna (Operazione Barbarossa) anche prima della conclusione della guerra contro l’Inghilterra. A questo scopo, l’esercito deve impiegare tutte le unità disponibili, con la sola eccezione di quelle necessaria sicurezza da attacchi a sorpresa nei territori occupati. […] La massa dell’esercito russo nella Russia occidentale deve essere distrutta in ardite operazioni spingendo in profondità cunei corazzati per impedire a tutte le unità in grado di combattere di ritirarsi nella vastità del territorio russo. […] L’obiettivo finale dell’operazione è di erigere una barriera conto la Russia asiatica, lungo la linea approssimativa Volga-Arcangelo. Successivamente, in caso di necessità, l’ultima area industriale rimata alla Russia negli Urali potrà essere eliminata dalla Luftwaffe.

Per la prima volta compariva il nome “Barbarossa” con riferimento alla mitica figura dell’imperatore del Sacro Romano Impero Germanico vissuto nel XII secolo. Dovendo battezzare la più grande e brutale offensiva della storia, difficilmente si sarebbe potuto trovare un nome in codice maggiormente evocativo. Per usare le stesse parole dello storico britannico John Erickson il termine era: “arrogante nel richiamo ai fasti medievali e minaccioso nell’alludere alle crudeltà dell’epoca.

A partire dall’autunno del 1940 le strutture di comando dell’invasione iniziarono lentamente a trasferirsi ad est. Già a metà ottobre il gruppo d’armate orientale si era installato in Polonia, mentre l’alto comando della Wehrmacht aveva lasciato la dolce Francia per l’austero complesso militare di Zossen, venti chilometri a sud di Berlino. Ulteriore segnale che dopo i trionfi ad Occidente si ritornava a fare sul serio. Molti alti ufficiali erano elettrizzati all’idea di andare a combattere ad Est. Il generale Hans Jeschonnek, capo dello staff generale della Luftwaffe, esultò: «Finalmente una vera guerra!» Il generale Hoepner articolò il proprio entusiasmo ponendo l’intera questione in toni esistenziali che non sarebbero stonati in un discorso di Goebbels: «La guerra contro la Russia è una parte fondamentale della lotta per l’esistenza del popolo tedesco. È l’antica lotta dei Germani contro gli Slavi, la difesa della cultura europea contro il diluvio moscovita-asiatico, e il rifiuto del bolscevismo ebraico; nessuna pietà deve essere accordata ai fautori del sistema bolscevico.» A partire dalla primavera del 1941 i tedeschi iniziarono il dispiegamento scaglionato di un’immensa massa di tre milioni di uomini impiegando oltre 17.000 treni. Secondo la direttiva n. 21 di Hitler tutti questi preparativi e movimenti avrebbero dovuto rimanere coperti dalla più totale segretezza, ma l’intelligence britannica li rilevò quasi sul nascere. Un rapporto del 31 ottobre riferiva che «la Germania si sta preparando ad una campagna in aree adatte a operazioni su vasta scala con forze meccanizzate […] aree che potrebbero corrispondere alla Russia come al Medio Oriente.» Nemmeno il successivo spostamento in Belgio di 21 divisioni tedesche avvenuto nel marzo 1941 – in realtà un abile specchietto per le allodole predisposto dal comando della Wehrmacht – bastò a fuorviare lo spionaggio militare inglese. L’MI6 disponeva ormai di una miriade di solide prove indiziarie, anche se non conclusive. Qualcosa di estremamente grosso era in atto: Hitler si stava preparando a colpire da qualche parte nell’Europa orientale, anche se per il momento gli inglesi non potevano dire esattamente dove. Gli scienziati di Bletchley Park non erano ancora in grado di decifrare Enigma, il sistema di crittografia impiegato dall’esercito tedesco. Ma fortunatamente per loro non tutti gli apparati del Terzo Reich cifravano le comunicazioni allo stesso livello di sicurezza. Le ferrovie ad esempio impiegavano macchine con meno rotori, le quali trasmettevano messaggi che risultavano pertanto più semplici da decifrare. Fu attraverso questa via indiretta che venne gettata una luce sulle reali intenzioni della Germania. Con il passare delle settimane ai britannici apparve sempre più evidente come il sistema di trasporto del Reich stesse sostenendo un intenso sforzo. I convogli e le tradotte dirette in Polonia e nei Balcani erano sempre più frequenti. Sul finire di marzo del 1941 l’intelligence militare rilevò con chiarezza lo schieramento a nord di Cracovia di tre divisioni corazzate e due motorizzate. Churchill, nella sua monumentale “Storia della Seconda guerra mondiale” dichiarò che quello fu il momento esatto in cui ebbe il sentore dell’attacco che stava prendendo forma a Est. Con una certa ingenuità, il 3 aprile lo stesso primo ministro informò Stalin di questi movimenti. Il messaggio si chiudeva con la frase palesemente allusiva: «Vostra Eccellenza valuterà con prontezza il significato di questi fatti.»

Una volta giunta al Cremlino, l’informativa di Churchill sortì però l’effetto opposto a quello che sperava il primo ministro britannico. Stalin, che la ricevette dal viceministro degli Esteri Vyšinskij solamente il 19 aprile, la considerò “angliskaja provokačja”, niente di più di una goffa manovra imbastita dai britannici per guastare i rapporti tedesco-sovietici e provocare una guerra tra le due potenze totalitarie. Il leader sovietico era convinto che la Gran Bretagna intendesse coinvolgere l’U.R.S.S. in un conflitto per il quale al momento si trovava impreparata. I leggendari livelli di paranoia di Stalin toccarono nuove vette solo qualche settimana più tardi, quando il mondo intero seppe che il 10 maggio Rudolf Hess, il delfino di Hitler, era volato in Scozia a bordo di un nuovissimo caccia Bf110 da lui stesso pilotato. I motivi intorno alla fuga di uno dei massimi esponenti politici del Reich sono ancora oggi avvolti nel mistero. I britannici si affrettarono a rinchiudere Hess nella Torre di Londra, guardandosi bene dal dissipare i dubbi e le voci che presero a circolare. Dall’altra parte del fronte, in un discorso radiofonico Hitler definì il proprio vecchio compagno di lotta politica “un pazzo”. I giornali tedeschi si affrettarono ad allinearsi alla tesi di un esaurimento nervoso del gerarca, in preda a disturbi mentali. È probabile che Hess agì di propria iniziativa e che dietro la sua clamorosa missione non ci fosse nessuno se non sé stesso e la spinta delle proprie idee. È allo stesso modo del tutto verosimile che volesse favorire una pace tra la Germania e l’Impero britannico. Ma quello che importa ai fini della nostra storia è che a Mosca, nel clima di ossessiva diffidenza che regnava al Cremlino, l’intera faccenda sembrò un’ulteriore conferma dell’esistenza di sotterranei contatti diplomatici orditi a svantaggio dell’U.R.S.S.

Stalin, nella primavera del 1941, più di ogni altro evento, temeva una guerra che potesse coinvolgere il proprio Paese. Nel giro di un anno aveva visto la Wehrmacht sottomettere l’intera Europa e ora se la ritrovava accampata praticamente alle porte di casa: un conflitto aperto contro questo minaccioso Juggernaut era la sua costante e maggiore preoccupazione. L’Armata Rossa, che a seguito del deludente conflitto in Finlandia stava attraversando un profondo quanto tardivo movimento di riforma e professionalizzazione, non era ancora pronta a reggere un ipotetico confronto militare con la macchina da guerra del Reich. La sofisticata dottrina militare elaborata dal maresciallo Tuchačevskij negli anni Trenta era scomparsa con la morte del suo stesso ideatore per mano dei boia staliniani, lasciando il posto ad un pensiero tattico ottuso e conformistico, che propugnava continue ondate di sanguinosi assalti frontali in ordine chiuso e condotti da masse di soldati sottoposti alla coercizione di una disciplina brutale. Ma gli effetti più deleteri, piuttosto che sulla truppa, si riverberarono sui quadri della leadership militare. A questo proposito, le parole scritte dallo storico Andrea Graziosi tratteggiano in maniera esemplare i tragici livelli di paralisi ed inefficienza a cui erano precipitati i comandanti che avrebbero dovuto guidare in battaglia l’Armata Rossa: «Anche agli ufficiali, del resto, era stata impartita la lezione che indipendenza di giudizio e capacità di iniziativa – quel che il regolamento imponeva ai loro colleghi tedeschi – erano doti pericolose. Le purghe, e la paura da esse generate, non avevano quindi solo operato una selezione negativa degli alti gradi, eliminando la maggioranza degli uomini più capaci. Esse avevano anche insegnato ai sopravvissuti che la sottomissione completa alle direttive dei superiori era una virtù necessaria, ancorché non sufficiente, alla salvezza. La lezione era stata introiettata anche dai generali poi rilasciati e rinominati a posti di comando, molti dei quali, spezzati da torture e lager, restavano uomini feriti, privi, come avrebbe poi commentato il maresciallo Birjuzov, della forza di volontà, dell’iniziativa e della capacità di decidere così necessarie a un militare.»

Il generale Kirill Meretskov, comandante del distretto militare di Leningrado, in una riunione nel maggio 1940 ebbe l’ammirevole coraggio di indicare apertamente i punti deboli del sistema militare e forse dell’intera società sovietica: «La nostra gente ha paura di dire apertamente qualunque cosa, ha paura di guastare i rapporti e di cacciarsi in situazioni sgradevoli, ha paura di dire la verità.» Visti i tempi fu un autentico miracolo che Meretskov riuscisse a sopravvivere, morendo nel proprio letto nel 1968 con il prestigioso grado di Maresciallo dell’Unione Sovietica. Per queste ragioni, lo scontro armato contro il nazismo, che Stalin con lucido, crudo realismo giudicava a lungo andare inevitabile, nelle sue intenzioni sarebbe dovuto scoppiare nel 1942 o, meglio ancora, nel 1943, non appena l’immenso programma di riarmo e addestramento dell’esercito fosse giunto a compimento. Ma lungo strada per giungere nelle migliori condizioni possibili alla titanica resa dei conti con la Germania erano presenti troppi ostacoli perché anche uno spregiudicato giocoliere politico come Stalin potesse sperare di evitarli tutti. Questi, finché ci furono le condizioni, giocò le proprie carte con scaltrezza e cinismo, ma a lungo andare la politica dell’Unione Sovietica smarrì per forza di cose la propria complementarità con gli obiettivi strategici e diplomatici tedeschi. I due Paesi, al di là delle apparenze di facciata e delle contingenti convenienze reciproche, da un punto di vista geostrategico si erano messi in rotta di collisione sin dalla firma del patto Molotov-Ribbentrop. L’accordo di non aggressione aveva avuto l’effetto di spazzare via la cintura di Stati cuscinetto creati dal trattato di Versailles. Ora le due più perfette macchine di morte del XX secolo condividevano un’ininterrotta frontiera di migliaia di chilometri: fra di loro non si frapponeva più alcun ostacolo. In altri termini erano libere di aggredirsi non appena lo avessero ritenuto conveniente. Già nel giugno 1940, agli occhi di Hitler l’accordo con Stalin aveva cominciato ad assumere la fisionomia di un peso sempre più insopportabile, piuttosto che di una garanzia. L’imprevedibile evoluzione della prima fase della Seconda guerra mondiale, con il crollo inaspettato della Francia e la caparbietà della Gran Bretagna, aveva scompaginato i piani tanto del Führer quanto del Vozd’. Dal canto suo, l’atteggiamento che l’U.R.S.S. mostrava nei confronti del Terzo Reich, e che finì con l’indispettire sempre di più Hitler, oscillava in maniera a volte schizofrenica tra gli estremi della pura esibizione di forza muscolare a fini di deterrenza e della più timorosa cautela nell’evitare atti che a Berlino potessero essere percepiti come provocazioni. Nel novembre 1939 i sovietici aggredirono la Finlandia per migliorare la posizione difensiva di Leningrado, posta a pochi chilometri dalla frontiera. La guerra si risolse in una carneficina per l’Armata Rossa e, tra i vari effetti, aprì una prima sotterranea crepa nelle relazioni tedesco-sovietiche. Sette mesi più tardi, nel giugno 1940, con la Wehrmacht ancora impegnata in Francia, Stalin cancellò dalla carta geografica l’Estonia, la Lituania e la Lettonia. In luglio fu il turno della Romania: il re Carlo fu costretto a piegarsi alle pressioni dell’U.R.S.S. e cedere le antiche province zariste della Bessarabia e della Bucovina settentrionale. Le basi russe si trovavano adesso a meno di 300 chilometri dalle raffinerie di Ploiesti, i cui impianti fornivano alla Germania la maggior parte del petrolio greggio. A Berlino la cosa rafforzò l’impressione che l’Unione Sovietica stesse espandendo la propria sfera di influenza in maniera eccessivamente aggressiva, molto oltre i limiti e lo spirito del patto Molotov-Ribbentrop. Le onde d’urto arrivarono anche alla sfera politica nazista, se Goebbels annotò nel proprio diario: “Forse saremo costretti a prendere misure contro tutto questo, nonostante tutto, e a respingere questo spirito asiatico oltre i confini dell’Europa: in Asia, alla quale esso appartiene.” Le ostentazioni di forza dei sovietici continuarono a susseguirsi non solamente sul piano strettamente militare. Nell’aprile del 1941 ad una delegazione commerciale tedesca fu consentito di visitare i maggiori impianti industriali aeronautici dell’U.R.S.S. Alcuni ingegneri della Luftwaffe, dopo aver visitato i complessi di Rybinsk e Perm, riferirono che una delle fabbriche era più grande delle sei maggiori officine tedesche messe insieme. Al ritorno in Germania vennero accusati di disfattismo, ma il fatto destò una profonda impressione in Hitler, che in privato commentò: «Vedete bene a quale punto sono già arrivati… Dobbiamo muoverci subito.» La politica di deterrenza, di fronte ad un avversario particolarmente determinato, poteva sortire effetti decisamente controproducenti per le intenzioni di chi la esercitava. Ma come detto esisteva un altro lato della medaglia nelle complesse relazioni tedesco-sovietiche. Sull’altro piatto della bilancia, quello economico, le forniture di prodotti essenziali all’affamata industria bellica tedesca proseguivano con scrupolosa regolarità. Dal settembre 1939 al giugno 1941 l’Unione Sovietica riversò in Germania un fiume di materie prime: 865.000 tonnellate di petrolio, 648.000 tonnellate di legname, 500.000 tonnellate di fosfati, 14.000 tonnellate di manganese e di rame e oltre un milione di tonnellate di grano. Spesso i sovietici, per compiacere i propri partner commerciali, si spingevano anche oltre, arrivando a comprare metalli strategici e altre materie sul mercato internazionale e rigirandoli poi al Reich per vie interne. Questa ambivalenza, se da un lato può apparire contraddittoria, dall’altro, vista in un’ottica più ampia, tradisce il fatto che, sottesa ad ogni iniziativa diplomatica messa in campo dall’Unione Sovietica, risiedesse in realtà la sincera intenzione di evitare una guerra immediata con la Germania. Stalin voleva a tal punto mantenere uno stato di vigile tregua con Hitler che questo suo desiderio, propagato dal clima di terrore ed obbedienza che permeava gli apparati dello Stato sovietico, venne elevato a dogma. La marea montante di segnali e allarmi sul progressivo deterioramento delle relazioni tra l’U.R.S.S. ed il Reich venne ignorata perché semplicemente in contraddizione con gli auspici del capo del Cremlino. In queste condizioni, un rapporto di intelligence sincero poteva significare la fine di una carriera nel migliore dei casi o le camere di tortura della Lubjanka nel peggiore.

Nonostante tutto, dalla fine del 1940, l’intelligence militare, le guardie di frontiera dell’NKVD e l’efficientissima rete spionistica estera comunista iniziarono ad accumulare e trasmettere un’impressionante mole di dati che lasciava intendere in maniera inequivocabile come una tempesta di fuoco e acciaio si stesse addensando alle frontiere occidentali dell’U.R.S.S. I principali apparati di sicurezza dello stato sovietico svolsero il proprio compito in maniera egregia, ma la leadership politica di Mosca scelse di ignorare ogni campanello d’allarme sino all’ultimo. Eppure, giorno dopo giorno, il quadro della situazione andava facendosi sempre più chiaro ed inequivocabile: la Germania stava ammassando una quantità enorme di truppe nel Baltico ed in Polonia. L’Unione sovietica, attraverso i normali canali diplomatici, avanzò ripetute richieste di chiarimenti. La patetica rassicurazione tedesca che le unità rilevate dai sovietici fossero state spostate ad est per sottrarle alle incursioni aeree britanniche non trovò mai credito al Cremlino. Stalin, uno dei leader più diffidenti della storia, preferì invece credere in un’altra bugia, raccontata dall’unica persona sulla quale non nutriva dubbi: sé stesso. Fece l’errore di crogiolarsi nell’illusione che il dispiegamento sotto i propri occhi, fosse un’arma di pressione per spingere l’U.R.S.S. a rinegoziare in maniera più favorevole alla Germania alcuni aspetti dei trattati commerciali in vigore. Sapeva bene che Hitler e la Wehrmacht, almeno nei numeri, non possedevano una superiorità sull’Armata Rossa e, ponendosi arbitrariamente nei panni del suo omologo alla Cancelleria di Berlino, concluse che il Führer non avrebbe tentato un simile azzardo. Ma i mesi passavano, l’afflusso di uomini e mezzi non accennava a diminuire. Peggio ancora, altri segnali più inquietanti venivano ad aggiungersi, tratteggiando uno scenario in costante peggioramento. Tra il marzo e l’aprile del 1941 i sovietici rilevarono lo sconfinamento di oltre 80 voli di ricognizione tedeschi nello spazio aereo dell’U.R.S.S. Il 15 aprile un aereo della Luftwaffe fu costretto ad un atterraggio di emergenza nei dintorni di Rovno. Le guardie accorse sul luogo dello schianto trovarono tra i rottami del velivolo macchine fotografiche, pellicole e cartine dei distretti occidentali dell’U.R.S.S. I sovietici inviarono a Berlino una blanda protesta, ma vietarono alle proprie guardie confinarie di reagire abbattendo gli aerei tedeschi, tanta era la paura di Stalin di provocare Hitler. Nello stesso tempo aumentavano anche i casi di agenti tedeschi che “accidentalmente” venivano sorpresi in territorio sovietico con uniformi dell’Armata Rossa e muniti di radio ricetrasmittenti portatili. Il 14 giugno la TASS, l’Agenzia di stampa ufficiale del regime, si sentì in dovere di emettere questo comunicato, forse uno dei più perfetti casi di “whishful thinking” applicati alle relazioni internazionali: «La Germania sta osservando i termini del Patto di non aggressione tanto strettamente quanto l’Unione Sovietica. Le voci sull’intenzione tedesca di rompere il patto e attaccare l’Unione Sovietica sono prive di qualsiasi fondamento.» Due giorni dopo questo comunicato ufficiale, si raggiunse il culmine del grottesco. Merkulov, il capo dell’NKGB, fece recapitare a Stalin e Molotov un rapporto di un ufficiale della Luftwaffe che informava Mosca dell’inizio imminente delle ostilità. Stalin, dopo averlo letto, prese una matita verde e, nell’angolo in alto a destra del foglio, scrisse le seguenti parole: «Al compagno Merkulov. Dite pure alla vostra “fonte” del quartier generale dell’aviazione tedesca di andare a fottere sua madre. Non è una “fonte”, è un disinformatore – I. St.»

Ma ormai tutto stava precipitando inesorabilmente verso la guerra. A metà giugno Žukov tentò di convincere Stalin a porre le forze armate in stato di allerta ma ricevette un deciso rifiuto. Il 18 giugno molti membri del personale diplomatico tedesco vennero richiamati in Germania, mentre nell’ambasciata del Reich si bruciavano i documenti. La fuga venne segnalata dal NKGB ma ancora una volta si preferì chiudere gli occhi di fronte alla realtà. Poco dopo i mercantili tedeschi iniziarono a salpare dai porti sovietici senza aver scaricato le proprie merci. Solamente nella notte tra il 21 e il 22 giugno 1941 il Commissariato alla Difesa sovietico, su pressione di Timošenko e Žukov, diramò un ordine alle forze armate sovietiche in cui si annunciava un possibile attacco tedesco tra il 22 e il 23 giugno. La sua formulazione lasciava però i comandanti che avrebbero dovuto applicarlo nell’incertezza su come reagire. Incredibilmente, in alcuni punti, l’ordine recitava: “Le nostre forze sono tenute a non farsi trascinare in azioni provocatorie che potrebbero causare gravi complicazioni” e “Non adottare nessuna altra misura senza una speciale autorizzazione.” Il confine tra cosa fosse un’azione provocatoria e cosa invece no era alquanto confuso, specie calandosi nei panni di un ufficiale che sapeva perfettamente quali rischi per la propria vita comportava il prendere una decisione autonoma. L’ordine fu recapitato ai comandi sul campo un’ora prima dell’assalto della Wehrmacht, un ritardo che contribuì non poco allo stato di paralisi che attanagliò le unità sovietiche nelle prime ore di Barbarossa. In molti libri e manuali, anche di alto livello, si legge ancora il luogo comune che “l’Unione Sovietica fu colta di sorpresa dall’attacco tedesco”. In realtà nella storia non ci fu un segreto di guerra peggio custodito dell’operazione Barbarossa. I segnali di un imminente attacco erano stati abbondantemente rilevati e messi a disposizione dei politici al Cremlino perché li interpretassero nella maniera corretta. Stalin invece, come spesso capita alle persone con una dimensione smisurata del proprio ego, scelse deliberatamente di ignorare o rimuovere ogni informazione in contraddizione con le proprie idee. La sorpresa e lo shock di chi nelle prime ore del 22 giugno 1941 si trovò a fronteggiare l’assalto tedesco fu dovuta esclusivamente agli ordini slegati dalla realtà emanati da Mosca e alla continua rassicurazione ripetuta sino alla nausea che “Hitler non avrebbe attaccato.”

Domenica 22 giugno 1941 l’artiglieria tedesca iniziò il tiro di soppressione alle 3:15 del mattino, alle prime luci dell’alba. I lampi di 7.000 cannoni annunciarono un diluvio di fuoco che si rovesciò sulle postazioni sovietiche lungo un fronte di 1.800 chilometri. Il generale Günther Blumentritt annotò che le stazioni tedesche intercettavano continuamente lo stesso messaggio dalle postazioni sovietiche di prima linea: «ci stanno sparando addosso, cosa dobbiamo fare?» La maggior parte delle volte la replica del comando di divisione era: «dovete essere impazziti, e perché non trasmettete in codice?» Anche nei cieli i tedeschi non persero tempo: imponenti formazioni di bombardieri presero il volo alla volta di Kiev, Minsk e Sebastopoli, dove attaccarono la grande base navale sede della flotta del Mar Nero. Poi fu il turno di commandos e altri gruppi di incursori che attraversarono il fiume Bug, di fronte alla città di Brest-Litovsk. Alle spalle della minacciosa massa della Wehrmacht, composta da 146 divisioni (di cui 19 corazzate e 14 di fanteria motorizzata), quattro Einsatzgruppen attendevano lo sfondamento del fronte per entrare in azione. Ad ognuno di questi reparti speciali posti sotto il comando delle S.S. era stata assegnata un’area di competenza, dal Baltico alla Crimea. Avevano il compito di rastrellare tutti gli elementi ostili al Terzo Reich e di sterminarli senza pietà. Verso le 4:00 Žukov telefonò a Stalin, il quale si trovava nella propria dacia di Kuntsevo, alle porte di Mosca. Il leader venne letteralmente tirato giù dal letto, dove dormiva profondamente a causa dei postumi della solita abbondante bevuta in compagnia del suo entourage. Žukov informò Stalin che i tedeschi stavano bombardando le principali città sovietiche. All’altro capo del filo c’era solo il silenzio, occasionalmente rotto dal respiro di Stalin. “Ha capito?” insistette Žukov. Stalin si riebbe e ordinò al suo generale di riunire il Politbjuro al Cremlino, dove arrivò più tardi in mattinata guidando per le vie di una Mosca deserta. Intanto, alle 5:30 del mattino ora dell’Europa orientale, l’ambasciatore tedesco Schulenberg consegnò a Molotov un telegramma che aveva ricevuto da Berlino, nel quale la Germania accusava l’Unione Sovietica “di aver concentrato tutte le proprie forze in stato di prontezza alla frontiera.” Il testo proseguiva poi dicendo: “… Il governo sovietico ha violato i trattati con la Germania e sta per aggredirla alle spalle mentre è impegnata in una lotta per la sopravvivenza. Il Führer ha pertanto ordinato alla Wehrmacht di contrastare questa minaccia con tutti i mezzi a sua disposizione.” Molotov chiese allibito se si trattasse di una dichiarazione di guerra. Schulenberg, dopo qualche esitazione, ammise non senza imbarazzo che a suo parere lo era. “Non ce lo meritavamo” fu tutto quello che riuscì a pronunciare il ministro degli esteri sovietico. A Berlino, più meno negli stessi attimi, Vladimir Dekanozov, l’ambasciatore in Germania, venne convocato al ministero degli Esteri nella Wilhelmstrasse, dove si sentì leggere direttamente da Ribbentrop la stessa insultante dichiarazione. In quel caso, il rappresentante diplomatico sovietico ebbe la prontezza di spirito di ribattere: «Rimpiangerà questo attacco insultante, provocatorio e assolutamente proditorio all’Unione Sovietica. La pagherete cara…» I fatti gli diedero ragione, anche se mentre pronunciava queste parole, alle frontiere del suo Paese, intere divisioni dell’Armata Rossa erano già sul punto di essere annientate. Quello che Dekanozov non poteva ancora immaginare era il calvario che l’U.R.S.S. avrebbe dovuto sopportare per ottenere la propria vendetta: quasi quattro anni di guerra totale e un oceano di sangue versato nella più feroce e brutale lotta tra nazioni della storia dell’umanità.

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