Sempre più spesso, quando la gente esce dall’ufficio senza aver ottenuto ciò per cui era entrata – indipendentemente o meno dalla sensatezza della richiesta – capita che ci sibili la frase: “Fannulloni! Siamo noi che vi paghiamo lo stipendio!” La cosa buffa è come la maggior parte di questi crotali velenosi risulti composta da pensionati, gruppo rispettabilissimo per carità, ma che a rigore logico non dovrebbe avere titolo per sputare un simile “J’accuse”. Semmai potrebbe essere vero l’esatto contrario: sono io lavoratore che, pur con tutti i miei limiti, il 27 di ogni santo mese faccio in modo che le tue chele introdotte nella cassetta postale possano afferrare un cedolino con il logo dell’INPS. Ma non ragioniamo di questi scienziati; concentriamoci invece su di un sottoinsieme di questa categoria decisamente più interessante, ossia coloro, e sono forse i più onesti e i più stronzi, che possiedono lo scatto mentale di esplicitare il retropensiero alla base del loro sfogo: “Ah, se la burocrazia italiana funzionasse come si deve…” Ecco, fermi tutti. Sono questi giacobini dell’efficienza amministrativa che mi affascinano in una maniera così profonda che spesso mi sorprendo a ripensare alle loro parole anche ore dopo che hanno trionfalmente oltrepassato in senso opposto la porta d’ingresso. Proviamo a entrare per un attimo nel loro immaginario Paese delle Meraviglie…

Un’oscura associazione di idee mi induce a levarmi il cappello di fronte alla cultura popolare anglosassone, la quale ha coniato un’espressione che, dietro l’apparente semplicità, nasconde una saggezza infinita: “Be careful what you wish for…” Un ammonimento molto pragmatico per dire che è estremamente difficile prevedere le esatte implicazioni di un desiderio espresso a cuor leggero e che spesso, il realizzarsi di un augurio, non necessariamente porta alle conseguenze che ci aspettavamo quando lo abbiamo espresso. La materia di cui è intrecciato il nostro caso è esattamente questa: sarebbe auspicabile una burocrazia funzionante al massimo delle proprie potenzialità e con un’estensione perfettamente coincidente con i limiti del proprio campo di azione? Che cosa comporterebbe in pratica un simile potere da parte di una macchina amministrativa, se esercitato al cento percento? Lo scenario non costituirebbe la migliore approssimazione dell’inferno, non appena sovrapposto in controluce a certi caratteri precipui, costanti e non troppo simpatici dell’italiano medio? Chi scrive è convinto di sì. Dai, siamo onesti, pensiamo per un attimo ai gesti comuni della nostra caotica vita quotidiana di cittadini di questo sciagurato Paese. Davvero ci farebbe piacere se ad ogni rotonda, per tutte le volte in cui non diamo la precedenza ad un’auto, ci fosse un vigile pronto a farci una multa? Saremmo contenti se qualche solerte ragioniere venisse a ficcare il naso in casa nostra e si accorgesse che la superficie dell’alloggio fosse di 80 metri quadrati e non di 70, e ci ricalcolasse tutte le rate della tassa rifiuti degli ultimi cinque anni applicando gli interessi su quanto non versato? E cosa dire del condono che torna misteriosamente di attualità dopo anni di beata giacenza nei meandri dell’ufficio tecnico e che viene rilasciato chiudendo, non uno, ma entrambi gli occhi, e proprio quando finalmente siamo riusciti a turlupinare uno sprovveduto scaricandogli la catapecchia che ci ostiniamo a chiamare baita? Ci rallegrerebbe un’approfondita istruttoria condotta da un Robespierre travestito da geometra che non prende prigionieri? Perdonatemi, ma dovendo puntare il mio euro in un’ipotetica scommessa, sarei propenso a metterlo sul “No”, più che sul “”. Nel fare questa affermazione ammetto di non basarmi su dati scientifici, ma unicamente su anni di prolungata esposizione al letale pubblico che infesta gli uffici di un Comune. A questo pessimismo cosmico mi spinge la pletora di tipi umani che affolla la mia personale galleria degli orrori delle conoscenze imposte dall’attività lavorativa. La mia presunzione è dunque quella di ritenere che una simile esperienza abbia un valore universale ma – perdonatemi – ho sentito troppe persone contestare una multa per una cintura non allacciata adducendo come linea di difesa il non solidissimo principio: “Ma agente, sono appena uscito di casa! Avevo comunque intenzione di metterla…” per non ritenere che i fatti di cui sono testimone abbiano una qualche valenza che trascende il loro significato immediato. Ecco, tipi così, come incastrerebbero la grandezza del proprio ego nelle anguste maglie di in un mondo caratterizzato da un’applicazione ferrea delle regole?

Eugene McCarhty, poeta e soprattutto membro del Congresso americano, una volta affermò: “La sola cosa che ci salva dalla burocrazia è la sua inefficienza. Una burocrazia efficiente è la più grande minaccia alla libertà.” Spogliata delle sue immediate implicazioni politiche, questa frase contiene un universo di stimoli alla riflessione che possono portarci lontano, verso lidi inaspettati. Se collochiamo i concetti di potere e società agli estremi di un arco, la burocrazia è il diaframma che viene a situarsi esattamente nel mezzo di questi poli. La sua funzione naturale sarebbe quella di dare realizzazione ad un fine superiore (amministrativo, gestionale, economico, scegliete pure voi) secondo linee guida improntate all’imparzialità e all’impersonalità. Nell’accezione comune essa viene invece interpretata in senso puramente negativo e percepita come la longa manus del potere che tenta di invadere la sfera dei privati cittadini. Il senso della frase di McCarthy in sostanza è esattamente questo. Ma le cose forse sono più paradossali di quanto sembrino: la burocrazia è sì un apparato nominalmente al servizio di un potere, ma pur essendo un’emanazione per tradurre dalla potenza all’atto gli scopi di un’autorità superiore, in realtà essa difende gli interessi dei soggetti posti nel cono della sua ombra. Involontariamente, certo, ma nei fatti, è questo ciò che fa, e proprio grazie alla sua natura imperfetta. La burocrazia è un elefantiaco apparato che dietro la facciata istituzionale tende a vivere e prosperare su dinamiche del tutto proprie ed interne. Studi condotti nel Regno Unito, solo per fare un esempio, hanno dimostrato che il tasso di crescita degli impiegati si attesta su un 5-7% annuo, indipendentemente da qualsiasi variazione legata alla quantità e al tipo di lavoro da svolgere. Scary… Una simile proliferazione parassitaria garantisce la continuità del sistema, la sua autonomia e la diluizione su sempre più soggetti della tanto temuta “responsabilità”. Per forza di cose una simile schiera di funzionari non pone l’efficienza in cima ai propri scopi primari. Concordo che per un cittadino la situazione comporti svantaggi immediati: il pagamento di una fattura che si protrae per mesi, o la pratica edilizia che non si sblocca neanche a piangere in cinese. Ma, d’altro canto, esistono anche dei vantaggi più sottili, meno evidenti e più di lungo periodo. L’inefficienza cronica della pubblica amministrazione agisce da filtro nei confronti di un potere pervasivo e rapace per propria stessa natura, e costituisce forse il migliore scudo dietro al quale un cittadino può ripararsi per continuare a perpetrare le piccole, grandi furberie che gli permettono per un attimo di assaporare il gusto della libertà e della trasgressione.

Cittadini, siamo dalla vostra parte e non ve ne siete mai accorti! E il ringraziamento che ne ricaviamo non consiste che in schiaffi e sputi in pieno viso. Ma non è un gran male: ormai siamo abituati, siamo gente semplice e profondamente ingenua. Si potrebbe pensare che siamo degli zerbini, ma l’ingratitudine non ci ha tolto la voglia sognare, cosa che solo gli animi puri possono permettersi. Prendete me: il giorno in cui qualcuno, nonostante tutto, mi ringrazierà per il mio inefficiente lavoro sarò l’impiegato più felice sulla faccia della terra.