In risposta ad un’inserzione, un immobile giovanotto comparve un bel mattino sulla soglia del mio ufficio, essendo la porta aperta perché si era in estate. Rivedo ancora quella figura, scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta! Era Bartleby.

 

La voce che con tono forbito e deferente si incarica di condurci nell’enigmatica storia di Bartleby è quella di un ignoto avvocato di New York. Per sua stessa ammissione si definisce un uomo cauto, privo di ambizioni e metodico, che rifugge tutti i risvolti turbolenti della sua professione, ma in ultimo non alieno da una malcelata passione per il denaro. Una di quelle persone che “… nella pacata atmosfera d’un tranquillo rifugio, tranquillamente trafficano con i titoli azionari di gente ricca, e ipoteche, e titoli di proprietà.” È il titolare di un ufficio dalle finestre cieche, al piano rialzato di un edificio della Wall Street di metà Ottocento. Alle sue dipendenze lavorano il giovane fattorino “Ginger Nut” e due strani copisti: Turkey (Tacchino) e Nippers (Chele). Di essi il narratore si sente in dovere di dirci niente altro che il loro soprannome, qualche dettaglio fisico e le eccentriche quanto complementari idiosincrasie che li caratterizzano. Turkey, un inglese basso e corpulento, è efficientissimo al mattino ma sbadato e confusionario dopo pranzo. Nippers, un giovanotto dall’aspetto piratesco, è invece irrequieto al mattino ma calmo e ingegnoso nel pomeriggio. I due, per il compiacimento dell’avvocato, si completano a vicenda e sembrano contribuire a definire un sottile, pervasivo moto perpetuo dell’ottusa e meccanica ripetitività del lavoro: “Le loro convulsioni si davano il cambio, quasi fossero guardie. Quando quelle di Nippers erano in servizio, quelle di Turkey smontavano, e viceversa. Date le circostanze, era questa una buona sistemazione naturale delle cose.

Ad un certo punto, con l’ampliarsi dell’attività, l’avvocato decide di pubblicare un’inserzione per assumere un terzo impiegato. A presentarsi è Bartleby, “una figura scialba nella sua dignità, pietosa nella sua rispettabilità, incurabilmente perduta!” Sulle prime tutto sembra andare per il meglio: il nuovo arrivato è tranquillo, operoso, e sembra svolgere il proprio lavoro con diligenza e solerzia. Senonché, un giorno, alla richiesta del suo capo di esaminare una copia, Bartleby replica impassibile: “Avrei preferenza di no…” L’avvocato resta impietrito da quell’inattesa risposta la quale, facendo perno sul verbo inglese to prefer, evoca non tanto un rifiuto ad un comando, quanto piuttosto un modo cerimonioso di sottrarsi ad un invito, quasi un ambiguo barcamenarsi tra gli opposti rappresentati da un sì e da un no. Lì per lì decide di lasciar correre: ha fretta ed il ritmo del lavoro non può subire turbamenti. Ma dopo qualche giorno la scena si ripete di fronte a tutto l’ufficio: “Le copie, le copie – dissi io in tutta fretta – Dobbiamo esaminarle. Ecco… – e gli allungai il quarto dei quadruplicati.” “Avrei preferenza di no…” Di fronte all’insistenza dell’avvocato che gli domanda giustificazioni per quel comportamento Bartleby continua ad opporre la sua solita frase: “Avrei preferenza di no…” Non passa molto tempo che l’impiegato smette del tutto di lavorare e si ritira nel suo angolino, dietro il paravento che cela la sua piccola scrivania, con null’altro scopo apparente che quello di fissare un muro di mattoni.

L’animo dell’avvocato rimane sospeso in una sorta di limbo dei sentimenti e della ragione, una zona grigia dove impulsi contrastanti sembrano tentare di sopraffarsi a vicenda senza che uno riesca mai a prevalere. Nelle parole del narratore scorgiamo ora l’irritazione, ora una stupefatta pietà unita ad un sincero desiderio di comprensione. Presto emerge persino che Bartleby non possiede casa né amici e che, con le sue poche cose, dorme nello studio, sotto la propria scrivania. L’avvocato, di fronte al continuo fallimento dei suoi tentativi di aiutare o anche solo di capire il misterioso scrivano, decide allora di licenziarlo. Bartleby deve essere allontanato: il suo essere irriducibile ad ogni tentativo di spiegazione razionale o di persuasione fa di lui un elemento di disturbo. Oltretutto, a riprova della profondità e pervasività del sotterraneo scompiglio introdotto dalla sua condotta, in ufficio tutti gli altri impiegati iniziano inconsciamente ad utilizzare nei discorsi l’espressione “avrei preferenza”. Ma tutto è inutile: Bartleby non si lascia cacciare. “Ve ne volete andare, sì o no? – chiesi ora con improvviso ardore, avvicinandomi a lui. Avrei preferenza a non andarmene – rispose egli, sottolineando leggermente il non.” Alla fine, esasperato, l’avvocato si vede costretto a trasferire altrove il proprio ufficio. Ma anche in questo modo Bartleby continua a rimanere un’ossessione. I nuovi proprietari dell’immobile, a loro volta, non riescono ad allontanarlo, e si recano dall’avvocato a protestare: “… s’ostina a infestare il palazzo, sedendo sulla ringhiera delle scale di giorno, e dormendo di notte nell’ingresso.” Anche l’ultimo tentativo da parte dell’avvocato di ricondurre quell’indecifrabile uomo alla ragione (ma quale, e di chi?) fallisce. Per Bartleby si aprono allora le porte delle Tombe, la prigione di New York dove viene rinchiuso per vagabondaggio.

L’aspetto egizio di quella costruzione in muratura mi pesava sull’animo con tutta la sua cupezza.” Ci confessa l’avvocato il giorno stesso in cui, saputo dell’arresto di Bartleby, si reca al carcere per vederlo. Lo trova in un tranquillo cortile interno chiazzato d’erba, mentre fissa un alto muro. Lo chiama per nome, anche in queste condizioni non c’è modo di fare breccia in lui: “So chi siete, voi, diss’egli, senza voltarsi a guardare e non ho nulla da dirvi.” Lo scrivano – se possibile – appare sempre più inespugnabile: all’avvocato non resta che allungare alcune monete d’argento al vivandiere, pregandolo di adoperarsi in ogni modo per garantire a Bartleby buoni pasti. Alcuni giorni dopo l’avvocato ritorna alle Tombe. Bartleby è “bizzarramente accoccolato ai piedi di un muro” con il capo che tocca le pietre. L’avvocato si china su di lui e con un brivido si accorge che è morto, probabilmente di inedia. Al vivandiere che sguaiatamente domanda: “Il suo pranzo è pronto. Cos’è? Non mangia neanche oggi? Oppure, quello lì, vive senza mai pranzare?” l’avvocato risponde: “Vive senza pranzare.” e gli chiude gli occhi. “Ah! Se la dorme, eh?” insiste l’ottuso inserviente.Dorme, con i re ed i consiglieri della terra.”, sono le ultime magistrali parole del narratore che per la prima volta, lasciano intravedere il raggiungimento di una tardiva comprensione tra lui e Bartleby.

In quanto semplici lettori, le leggi non dette della narrazione alle quali siamo sottoposti ci impongono nostro malgrado di tentare il salto oltre il semplice livello di significato letterale del testo. La ricerca di un senso, anche laddove palesemente non sembra esserci, è una maledizione ineludibile ma anche il più importante insegnamento che possa impartirci un libro. Attraverso di esso ci alleniamo per una ricerca che, giorno dopo giorno e con risultati non meno deludenti, pratichiamo in scala maggiore, barcamenandoci tra gli eventi della nostra vita, in quel cieco navigare dove la nostra ansia di significato e di ordine non è meno profonda e sentita. Ma nel caso di “Bartleby lo scrivano” è bene essere consapevoli che si tratta di un salto nel vuoto, in un abisso la cui profondità, nella letteratura moderna, è pari solo a quella creata dalle opere di Franz Kafka.

Proviamoci comunque lo stesso, ad andare in cerca di quel senso remoto che sembra eluderci sin dalle prime pagine del racconto. Una mano a sciogliere parte del nostro enigma interpretativo potrebbe forse fornircela la storia, intendendo con tale termine il semplice tracciare un quadro delle caratteristiche salienti del periodo in cui fu composta l’opera e nel quale visse il suo autore. Un’attenta riflessione sul titolo completo del racconto sembra spingerci in questa direzione: “Bartleby the scrivener – A Story of Wall Street”. Siamo dunque nell’America di metà Ottocento, nel luogo che sempre più rapidamente si avvia a diventare la capitale finanziaria ed imprenditoriale del mondo. Ma a ben vedere sono gli interi Stati Uniti ad essere un Paese di epocali trasformazioni e di rivolgimenti, a volte anche violenti. Dopo una breve guerra contro il Messico, la grande Repubblica raggiunge la sua massima estensione territoriale: la bandiera a stelle e strisce ora sventola dall’Atlantico al Pacifico. È un territorio immenso, abitato da una popolazione in costante crescita demografica e soprattutto economica. Nel 1848, in California, James Wilson Marshall nota delle pagliuzze luccicanti nel canale della sua segheria: è l’atto di inizio del periodo della corsa all’oro del West. Gli effetti della sua scoperta sono clamorosi: nel giro di poco gli abitanti dello Stato passano da 15.000 a 400.000 e, già nel 1853, lo stesso anno della prima edizione di “Bartleby”, la produzione di oro della California è il triplo di quella dell’intero pianeta. Più tardi, in Pennsylvania viene messo in funzione il primo pozzo petrolifero. L’industrializzazione, la produzione di massa e l’accumulazione di capitali, specie negli Stati del nord, assumono un ritmo esplosivo. Il loro incedere viene sospinto da un febbrile spirito imprenditoriale e dal genio del pragmatismo: nel ventennio tra il 1830 e il 1850 gli americani inventano la macchina da cucire, la mietitrice, la vulcanizzazione della gomma, il telegrafo e le rotative per la stampa dei giornali. Nel nome del progresso e del guadagno l’intero Paese si copre di linee elettriche e di ferrovie. New York, la città dove è ambientata la nostra storia, con 800.000 abitanti diventa una delle metropoli più grandi al mondo. L’attivismo e l’utilitarismo sono il collante ideale di questa società che non riposa mai e dove il valore della persona sembra essere determinato unicamente da fattori materiali. Lo scrivano Bartleby, che incarna un lavoro di copiatura estremamente meccanico e ripetitivo, sembra con il suo rifiuto farsi portatore di una silenziosa ribellione alla pressione di questo mondo votato al Moloch della produttività. La sua è forse una rivendicazione dei diritti del vuoto e del nulla, dell’ozio, del silenzio, dell’inerzia, della perdita di tempo; tutte condizioni ancora oggi viste come un peccato, ma forse dotate di un misterioso e recondito senso che continua ad eluderci.

Ma Bartleby parla così potentemente alla nostra sensibilità da esigere un ulteriore passo nel buio, spingendola verso la discesa agli inferi della nostra condizione umana. Bartleby è il correlativo oggettivo del deserto esistenziale in cui l’uomo viene gettato sin dalla nascita, di un desolato luogo dominato dall’aridità e da un’irrimediabile disaffezione. Questo tema giungerà alla piena maturazione con il Novecento, con le opere di autori come Montale, Camus, Kafka, Eliot e Beckett, ma rimane innegabile che alcuni passi del testo sembrino preparare la via a questa sensibilità allucinata, temperata a tratti da fugaci oasi di rassegnazione e di abbandono.

Di domenica Wall Street è deserta come la città di Petra, ed ogni notte d’ogni dì essa è un vuoto. Questo fabbricato, pure, che nei giorni di lavoro ferve d’operosità e vita, al crepuscolo risuona d’echi nel vuoto, e per l’intera domenica è derelitto. E qui Bartleby ha fatto il suo nido: soli ho spettatore d’una solitudine ch’egli ha visto gremita di gente – una specie d’inno ente e trasmutato Mario, che medita sulle rovine di Cartagine!

E poi ancora, parole che paiono lasciar cadere il velo che copre l’essenza (o forse l’assenza di senso) delle cose: “Ah, la felicità corteggia la luce, perciò noi crediamo allegro il mondo; ma la miseria si nasconde da lungi, perciò crediamo non esista miseria.” Impossibile a questo punto non ripensare ad una delle più famose poesie di “Ossi di seppia” di Montale, incentrata sulla rivelazione del nulla:

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n’andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Anche l’accostamento tra l’immota indifferenza di Bartleby ed il mondo degli oggetti, delle cose, sembra risuonare in un’altra poesia della stessa raccolta:

Ci fosse stata, nei suoi modi, la minima traccia d’inquietudine, collera, impazienza o impertinenza; in altre parole, ci fosse stato in lui alcun tratto di ordinaria umanità, senza dubbio l’avrei cacciato a forza dai miei uffici. Ma, per come stavano le cose, non mi sarebbe parso altrimenti che cacciare dalla porta il mio pallido busto in gesso di Cicerone. Rimasi a scrutarlo per qualche attimo, mentre egli continuava a scrivere…

Bene non seppi, fuori del prodigio
Che schiude la divina Indifferenza:
era la statua nella sonnolenza
del meriggio, e la nuvola, e il falco alto levato.

La corrispondenza tra il busto di Cicerone di cui parla l’avvocato e la “statua nella sonnolenza del meriggio” è incredibilmente significativa.

In definitiva, e a dispetto di tutti i nostri tentativi di esegesi, “Bartleby lo scrivano” rimane un mistero per noi, come per la critica letteraria che da decenni tenta di venirne a capo. Le parole che chiudono (o forse no?) il racconto “Ah, Bartleby! Ah umanità!” ci instillano però il fastidioso tarlo che il messaggio di questa esile opera di Herman Melville possieda una portata universale, che va a toccare il senso profondo della nostra esistenza, anche se non riusciamo bene a dire come, e perché…