Il 15 maggio 1796 il generale Bonaparte entrò a Milano alla testa del giovane esercito che aveva varcato il ponte di Lodi e mostrato al mondo come dopo tanti secoli Cesare e Alessandro avessero un successore.

Stendhal, La Certosa di Parma

Erano tre. Tre generali. Tutti convocati a rapporto quel giorno nella sede del comando d’armata. Innanzitutto c’era Jean Sérurier, il più anziano; un esponente della piccola nobiltà, che aveva servito per più di trent’anni nell’esercito di Luigi XV. Era un generale di vecchio stampo, metodico, compassato, amante della disciplina. Aveva preso parte alla sfortunata Guerra dei Sette Anni riportando una ferita alla battaglia di Warburg che gli aveva lasciato una vistosa cicatrice alla mascella. Tutto sommato un buon militare, ma pur sempre un figlio del suo tempo: per impostazione rimaneva un uomo dell’Ancien régime, e in quanto tale una figura incongruente nell’era dei turbolenti conflitti di popolo innescati dalla Rivoluzione. Poi veniva Pierre Augereau. Alto, fisicamente imponente; un fanfarone dai modi rozzi, diretti e popolari: nato nell’umile faubourg Saint-Marceau era la perfetta incarnazione del gamin de Paris, se mai ve ne furono. Figlio di uno scalpellino e di una fruttivendola, in gioventù aveva ucciso un ufficiale e da quell’episodio era scaturita un’autentica anabasi personale che lo aveva portato prima in Svizzera, poi nelle armate dello Zar e di Federico di Prussia. Alla fine, disertore di tre eserciti, si era ritrovato in Sassonia, dove sbarcava il lunario dando lezioni di scherma e di danza. Rientrato in Francia nel 1792 aveva abilmente sfruttato le opportunità dischiuse dai nuovi tempi: l’arruolamento nella Guardia Nazionale si era rivelato un perfetto trampolino di lancio verso una carriera che nel giro di breve lo aveva innalzato al grado di generale di divisione. Difficile dire se amasse più le donne o il bottino, ma innegabilmente era un abile generale, un audace opportunista dotato di un innato senso nello sfruttare le occasioni di una battaglia. Per tutte queste ragioni i suoi soldati lo adoravano. Infine, come ultimo membro del trio per anzianità, c’era André Massena. Trentasette anni, chiare origini italiane e un passato pieno di ombre. A soli 13 anni si era imbarcato come mozzo sui mercantili; in seguito aveva persino fatto il contrabbandiere. Si diceva persino che per un certo periodo si fosse spinto anche oltre, dedicandosi alla pirateria. Di certo, e non casualmente, nessuno conosceva meglio di lui l’impervio terreno del Midi, tra la Provenza, il Piemonte e la Liguria. Con il suo collega Augereau condivideva una smodata passione per il denaro e per il bere. Ma allo stesso modo era anche uno dei migliori militari del nuovo esercito repubblicano: le truppe sotto il suo comando erano in genere capaci di compiere autentici miracoli. Nel novembre del 1795 a Loano avevano inflitto gli austriaci una sonora batosta che non aveva causato il crollo del fronte unicamente per l’indecisione degli altri generali francesi nello sfruttare il successo. Ognuno di questi tre esperti generali di divisione avrebbe avuto titolo per assumere la guida dell’Armata d’Italia, eppure quella mattina di marzo del 1796, erano stati convocati a rapporto al quartier generale di Nizza dal loro nuovo comandante in capo. Chissà cosa provarono quando se lo ritrovarono davanti per la prima volta: un giovanotto di nemmeno 27 anni, piccolo di statura, con uno strano accento che tradiva le sue origini provinciali, dai lineamenti taglienti, trasandato, con la pelle gialla come quella di un limone. E per giunta fortemente indiziato di aver scalato i vertici della gerarchia militare più per i suoi agganci politici che grazie alle doti individuali, per quanto già allora si iniziassero ad intravedere. Sul suo conto pesava l’increscioso dato di fatto che il nuovo général-en-chef, pur essendosi distinto nell’assedio di Tolone come abile esperto di artiglieria, non aveva ancora esercitato un comando effettivo, nemmeno di un semplice reggimento. Louis Suchet, allora comandante di battaglione, dando forma a quello che forse pensava l’entourage degli ufficiali, si era lasciato sfuggire un giudizio piuttosto netto: «… la sua reputazione è solo quella di un buon capo di batteria; come ufficiale generale non è conosciuto che dai parigini. Questo intrigante non ha nessuna sostanza.» Ma se ci fu della diffidenza iniziale, di certo non dovette durare a lungo. I tre furono conquistati dalla determinazione del giovane comandante. A renderne testimonianza fu lo stesso Massena che, terminata la riunione, confessò: «Un momento dopo si mise in testa il cappello da generale e sembrò di colpo cresciuto di oltre mezzo metro. Ci interrogò circa lo schieramento delle nostre divisioni, e circa lo spirito e la forza effettiva di ciascun reparto; prescrisse la direzione che avremmo dovuto tenere, annunciò che il giorno dopo avrebbe eseguito un’ispezione e che quello ancora successivo avrebbe attaccato il nemico.» Augereau, entrato in quella riunione ben determinato a mostrare la propria ostilità verso quel parvenu, non usò tanti giri di parole per spiegare quello che era successo. Col suo crudo linguaggio da caserma ammise: «Je ne peux pas comprendre ce que j’ai eu: ce petit bougre de général m’a fait peur… – Non posso credere a quello che mi è successo: questo dannato generalino mi ha fatto paura…» Per il momento quel giovane semisconosciuto era ancora il generale “Buonaparte”, con la “u”. I tempi in cui sarebbe divenuto noto semplicemente come “Napoleone” erano piuttosto lontani ma trovarsi faccia a faccia con lui faceva già vibrare lo spirito di un uomo.

In quel marzo del 1796 la Francia si trovava nel pieno della guerra contro la Prima Coalizione. Superate in qualche modo le sanguinose burrasche del terrore giacobino e della reazione termidoriana, il paese sembrava aver riguadagnato un certo equilibrio interno, almeno dal punto di vista della stabilità politico-istituzionale. Il potere esecutivo gravitava ora attorno al Direttorio, un organismo collegiale composto da cinque membri e istituito dalla Costituzione dell’anno III in reazione al pericoloso accentramento di autorità venutosi a creare sotto il regime di Robespierre. Per quanto nominalmente dotata di ampi poteri, questa struttura si rivelò alla lunga instabile ed incapace di reggersi da sé sulla forza del proprio prestigio. La sua sopravvivenza poggiava su sostegni non certo ideali per garantire una solida azione di governo, ossia gli intrighi politici e il determinante appoggio esterno delle forze armate. Queste ultime tendevano sempre più ad assumere il ruolo di ago della bilancia negli equilibri della vita politica della società francese. Cadute le restrizioni che limitavano l’accesso alle alte cariche militari a chiunque non vantasse origini aristocratiche, la scena politica vide il gradale affacciarsi di comandanti di grande carisma, abilità e ambizione; figure spesso insofferenti del semplice ruolo militare e che ambivano a vestire i panni di “spada della Rivoluzione”. In quel periodo l’esercito aveva comunque il suo bel daffare, assorbito com’era dall’arduo compito di difendere la nazione dai suoi molti nemici esterni. La guerra premeva alle frontiere della Francia sin dalla caduta della monarchia nel 1792. Prussia e Spagna si erano ritirate dal conflitto tra l’aprile e il luglio del 1795, ma contro la giovane Repubblica rimanevano in armi la Gran Bretagna, il regno di Sardegna, lo Stato pontificio e soprattutto il Sacro Romano Impero, vale a dire l’Austria e la galassia dei suoi piccoli satelliti tedeschi. Per l’inizio del 1796 il Direttorio si proponeva tuttavia di mettere fine a questa situazione di assedio e ritornare all’offensiva portando la guerra nel cuore dei territori nemici. L’intento era apparentemente dettato da un sincero “élan” rivoluzionario ma dietro la facciata ideologica si nascondeva l’evidenza che le armate, gonfiatesi a dismisura per effetto della coscrizione obbligatoria, si erano tramutate in fardelli finanziari insostenibili per le casse dello stato. Una volta stabilitesi nei paesi nemici sarebbero dovute vivere a spese degli stessi predando le risorse locali. Al seguito delle truppe erano state addirittura istituite agenzie di requisizione per meglio portare a compimento la spoliazione delle ricchezze dei paesi avversari. Per le dissestate finanze francesi, la guerra non poteva che alimentarsi con la guerra. Lazare Carnot, un brillante matematico incaricato degli affari militari, era perfettamente consapevole di questo stato di cose. Come membro più in vista del Direttorio aveva pertanto ideato un piano che prevedeva di irrompere in Germania con due grandi armate: quella di Sambre–Mosa e quella del Reno–Mosella. In tutto 155.000 uomini affidati a due dei generali più in vista della Francia: Jourdan e Moreau. Questi dovevano travolgere le truppe dell’arciduca Carlo e di Wurmser e penetrare in Svevia e in Franconia conquistando le grandi fortezze di Magonza e Mannheim. L’obiettivo successivo sarebbe poi stato di incanalarsi lungo la valle del Danubio e, con un tocco di grandeur tutta francese, giungere alle porte di Vienna a tamburo battente e al suono della Marsigliese.

L’altra grande unità militare di cui disponeva la Repubblica era l’Armata d’Italia. Dislocata – o, per meglio dire, dispersa – tra Nizza, Mentone e il litorale ligure, era l’erede diretta dell’Armée du Midi, una formazione creata il 13 aprile 1792 per decreto dell’ultimo re di Francia. Il suo cuore pulsante era costituito dalle quattro robuste divisioni di battaglia di Augereau, Laharpe, Meynier e Sérurier. Formate da volontari della Provenza e dei Pirenei, uomini duri e aspri come l’ambiente dal quale provenivano, queste masse di fanteria di incrollabile fede giacobina si trovavano naturalmente puntate contro la cerniera tra le Alpi e gli Appennini, lungo la direttrice segnata dai fiumi Tanaro e Bormida. La disposizione dell’Armée d’Italie rivelava molto del fine strategico in vista del quale era stata schierata. Più che Torino o Genova, il suo obiettivo naturale pareva Alessandria e la pianura padana, in modo da formare un cuneo in grado di separare le forze piemontesi da quelle austriache. Quando guardava all’Italia settentrionale il Direttorio non vi vedeva il terreno dove coltivare smodate ambizioni. A Parigi il massimo che ci si aspettava di ottenere in questo scacchiere era di portare il Piemonte fuori dalla guerra senza inimicarselo troppo e di attestarsi saldamente nelle fertili pianure lombarde. Affievolitisi i fasti dei secoli d’oro, l’Italia si era da tempo ridotta ad una mera espressione geografica relegata alla periferia d’Europa. Lontana dai complessi giochi di interesse e dall’attenzione delle grandi potenze dell’epoca la Penisola aveva smesso da tempo di essere una preda ambita. Il paese giaceva assopito in un lungo e dolce sonno, avvinto in un rassegnato fatalismo che agli occhi degli stranieri pareva eterno. La terra che a lungo era stata al centro del mondo come un faro di civiltà, ora languiva in declino sotto ogni punto di vista, da quello culturale a quello economico. Soprattutto nell’ottica dei francesi, per i quali continuavano a valere le sprezzanti parole di Montesquieu, che considerava l’Italia come nulla più di un “petit coin” del Continente. Per la campagna che si stava approssimando il compito dell’Armée d’Italie avrebbe dunque dovuto essere quello di costituire una semplice diversione che spingesse gli austriaci a distogliere truppe dal fronte tedesco che Carnot riteneva quello principale. Non a torto: dopotutto, nella storia di Francia, pericoli e invasioni erano sempre arrivati dalla zona pianeggiante tra il Reno e le Fiandre. Ma in termini militari questa armata che tipo di strumento era? E quali le sue possibilità di incidere sull’equilibrio strategico della guerra? In verità non c’era molto per cui mostrarsi ottimisti. Sulla carta l’esercito affidato a Napoleone contava quasi 50.000 effettivi. A prima vista un numero consistente, tuttavia ingannevole: tolte le truppe di presidio e quelle di seconda linea, la forza che poteva validamente imbracciare un moschetto per ingaggiare i piemontesi e gli austriaci si riduceva a poco più di 37.000 uomini. Ma anche in questo caso è necessario guardare la realtà più nel dettaglio. Piuttosto che un insieme coordinato di soldati, l’Armata d’Italia appariva come un’autentica canaglia in armi. La transizione da un esercito professionale settecentesco ad uno di massa dell’età rivoluzionaria rimaneva ancora un esperimento in larga misura malriuscito, più che incompiuto. La recente riforma di Carnot, imperniata sui concetti di “amalgame” e di “démi-brigade”, era piuttosto lontana dal trovare un’efficiente attuazione sul campo. L’idea – di per sé intelligente – di imperniare la struttura dell’esercito intorno alla fusione di due battaglioni di coscritti con uno di regolari aveva generato una rabberciata soldataglia dai tratti picareschi, indisciplinata ai limiti della sedizione, dal morale instabile in quanto continuamente attraversata da infiltrazioni realiste. Le precarie condizioni economiche in cui versava il tesoro francese avvolgevano poi il tutto, riverberandosi sulle condizioni degli uomini: malnutriti, malpagati, trasandati, e per questo animati da una sete di bottino e di saccheggio che in Europa non si vedeva dai tempi delle invasioni barbariche. Il sempre polemico Vittorio Alfieri per una volta non aveva esagerato quando inorridito definì la marmaglia in procinto di invadere il suo paese «i ladroni di Provenza e Linguadoca.»

Napoleone stesso all’apparenza non si mostrava del tutto sicuro di quali risultati ci si potesse aspettare di cavare da questa scalcinata accozzaglia di uomini. Prima dell’inizio della campagna, in una lettera, aveva confessato al Direttorio: «Quel che voi esigete da me sono miracoli e io non li posso fare… Solo con la prudenza e l’accorgimento si giunge alle grandi mete. Dalla vittoria alla sconfitta non vi è che un passo. Nelle grandi circostanze ho imparato che alla fine è sempre un nonnulla che decide delle cose più importanti.» Tuttavia, c’è da credere che queste sue parole non fossero altro che un ben simulato eccesso di prudenza, visto che ebbe comunque modo di concludere con un memorabile: «Malgré tout cela, nous irons – Nonostante tutto, andremo.» In realtà le idee del generale erano chiare e la sua determinazione nel portarle a compimento a modo suo ben salda. Non intendeva minimante sottostare alle linee strategiche del Direttorio e condurre una campagna militare sussidiaria all’ombra dei suoi colleghi al di là delle Alpi. Separati i piemontesi dagli austriaci in modo da poterli battere separatamente, era determinato ad imporre la pace alle proprie condizioni ai primi e inseguire i secondi ben oltre il limite delle fortezze di Asti e Valenza inizialmente imposto dal Direttorio. Come comandante militare, l’autonomia che Napoleone intendeva arrogarsi era molto più che ampia. Il famoso proclama del 7 germinale lanciato alle sue truppe in procinto di affrontare la prima battaglia conteneva infatti parole che nei toni e nelle immagini evocate non rivelano affatto la mentalità tipica di un gregario: «Soldati! Voi siete nudi e malnutriti; la Francia vi deve molto, ma non può darvi nulla. La pazienza ed il coraggio che avete dimostrato tra queste rocce sono ammirevoli, ma non vi hanno dato gloria: nemmeno un’ombra ne ricade su di voi. Io vi condurrò nelle più fertili pianure della terra. Province ricche, città opulente, cadranno in vostro potere; vi troverete ricchezze onori e gloria. Soldati dell’Armata d’Italia! Vi farete mancare il coraggio e la perseveranza?» Sebbene sul testo pesi più di un dubbio di autenticità, quel che è certo è che le truppe francesi si comportarono come se fossero state infiammate da esso. La campagna iniziò assumendo un ritmo di operazioni frenetico, quasi parossistico. Gli austro-piemontesi erano venuti a conoscenza del cambio al vertice dell’armata d’Italia ma il fatto non gli impediva di dormire sonni tranquilli. Non immaginavano neanche lontanamente le doti di leadership del nuovo comandante e soprattutto quanto fosse in grado di imprimere il marchio del proprio spirito agli eventi bellici che stavano per avere luogo. Un paradossale rapporto arrivato sulla scrivania del generale Colli prima che i cannoni iniziassero a tuonare riconosceva a Bonaparte di essere «un abile teorico e un uomo di talento…» ma continuava: «…certo non versato per quanto attiene all’azione…» Bastarono le prime due settimane di scontri per rivelare di che pasta fosse in realtà fatto il giovanotto: per rapidità e sgomento che generarono nei nemici, le mosse di Napoleone sembrano addirittura rievocare le immagini del blitzkrieg tedesco nella Seconda guerra mondiale. Dalle creste tre le Alpi Marittime e le Alpi Cozie, l’Armata d’Italia si abbatté sugli austro-piemontesi, colpendoli proprio nel punto di giuntura delle rispettive forze, nell’intento di spingerle a ritirarsi lungo le proprie linee di rifornimento, in direzioni divergenti l’una dall’altra. L’obiettivo venne raggiunto nello spazio di una sola settimana, dal 12 al 21 aprile, nel quale sono compresse cinque battaglie principali: quelle di Montenotte, Millesimo, Dego, Ceva e Mondovì. Alla fine, ripetutamente battuti, i piemontesi di Colli furono messi in fuga verso nord, in direzione di Torino. Gli austriaci di Beaulieu, ancora sotto shock per la sorpresa, fuggirono in tutta fretta verso est, attestandosi sulla riva sinistra del Po per sottrarsi alla distruzione. A soli quindici giorni dall’inizio della campagna, un tramortito Vittorio Amedeo III di Savoia decideva di averne avuto già abbastanza. Il 28 aprile 1796 siglava già infatti l’armistizio di Cherasco. Una pace che rappresentava l’anticamera della morte del Piemonte come stato autonomo. Il piccolo regno fu costretto a cedere al proprio ingombrante vicino Nizza, la Savoia e Tenda, subire l’occupazione delle proprie principali fortezze e concedere il diritto di passaggio alle truppe francesi. A titolo di indennizzo 110 grandi opere d’arte presero la strada per Parigi, un atto che diverrà consuetudine mano a mano che i francesi avanzeranno nelle loro conquiste sottomettendo i deboli stati dell’Italia settentrionale e centrale. Ripensando a quanto successo dall’inizio della campagna, da grande cultore di storia, Napoleone poteva orgogliosamente affermare con pieno diritto che: «Annibale ha attraversato le Alpi. Noi le abbiamo aggirate.» I termini di paragone con i quali si confrontava erano già piuttosto impegnativi per un generale alle prime armi.

Messi “hors de combat” i piemontesi, Napoleone doveva ora vedersela con i ben più pericolosi austriaci, i veri padroni dell’Italia settentrionale. Le truppe del Sacro Romano Imperatore erano numerose, disciplinate e a detta di tutti vantavano la cavalleria meglio addestrata d’Europa. Schierate in linee compatte, nelle loro immacolate divise di lana naturale bianca – il perlgrau – davano un’indiscutibile impressione di solidità. Addestrate al fuoco di plotone e a manovrare in ordine chiuso, erano il sogno di ogni comandante dell’Ancien régime. Rimanevano però la fotocopia di quelle che un ventennio prima, nella Guerra dei Sette Anni, avevano dignitosamente fronteggiato la Prussia del grande Federico. E proprio qui stava il problema: quanto a impiego tattico sul campo, strategia e logistica appartenevano ormai ad un mondo avviato al tramonto. Se era pur vero che il sanguinoso gioco della guerra all’apparenza continuava ad essere condotto come sempre, vale a dire con formazioni di uomini armati di moschetti a pietra focaia, cannoni e cariche di cavalleria, ciò che era mutato erano mentalità e dottrina. L’impetuosa, sconvolgente modernizzazione impressa al pensiero e alla pratica militare dalla Francia rivoluzionaria, in Austria era stata rifiutata o forse, più semplicemente, non vista. Il compassato esercito multinazionale degli Asburgo, dove si parlavano il tedesco, l’ungherese, il croato o il serbo, rimaneva un lento pachiderma dell’età dei lumi, appesantito dalla camicia di forza della disciplina, del formalismo burocratico e dell’iper-pianificazione fine a sé stessa. I primi campanelli d’allarme indicanti che l’armata dell’imperatore non fosse più un efficiente strumento militare erano suonati già nelle guerre contro i turchi nell’ultimo quarto del Settecento, dove gli austriaci, contro un nemico tutt’altro che invincibile, avevano fornito pessime prove quanto a capacità militare. Dietro una facciata di apparente prestigio e solidità si apriva la voragine di spaventose carenze nel comando e nel controllo dovute all’assenza di uno stato maggiore veramente autonomo. I generali, che se presi singolarmente non erano certo degli sprovveduti, vedevano il proprio talento annullato dalla continua ingerenza del Consiglio Aulico, una sorta di gabinetto di esperti militari e civili che dalla lontana Vienna pretendevano di dirigere le campagne militari dell’Impero. Istituito nel lontano 1556, alle soglie del XIX secolo l’Hofkriegsrat era degenerato in una fucina di scartoffie e una cassa di risonanza che riverberava gli echi degli intrighi di corte sui campi di battaglia. Forse non si poteva immaginare nulla di più lontano dall’autonomia e dalla capacità di improvvisazione consentita agli eserciti repubblicani francesi.

Napoleone tuttavia sapeva di non poter prendere alla leggera i propri nemici. Gli austriaci erano stati ripetutamente battuti ma non avevano ancora subito alcuna sconfitta strategicamente decisiva. La battaglia di annientamento tanto sognata dal generale francese non si era mai concretizzata. Il grosso delle forze di Beaulieu, forse più per la paura di venire accerchiate che per un voluto disegno strategico, era sempre riuscito a sganciarsi, conservando così una capacità di difendersi che non poteva essere sottovalutata. Avevano riportato duri colpi, ma la loro coesione e disciplina rimanevano sostanzialmente intatti. Beaulieu stesso, pur non essendo un genio, ed avendo già l’avanzata età di 71 anni, non era certo uno sprovveduto. Qualche anno prima, in Belgio, aveva dato parecchio filo da torcere a Dumouriez e Jourdan, battendo quest’ultimo ad Arlon. All’inizio di maggio, terminata la prima fase della campagna d’Italia, aveva completato il rischieramento della sua armata, che ora appariva in un’ottima posizione difensiva. Trincerati con le divisioni di Sebottendorf e Vukassovich tra il fiume Sesia e il Po presso Valeggio, ad una cinquantina di chilometri da Milano, gli austriaci presidiavano il passaggio di Valenza. Sulla carta si trattava della via più diretta per entrare in Lombardia. Il piano che Napoleone aveva però in mente era un altro, e decisamente all’insegna dell’ambizione. Seppur complesso e di difficile realizzazione, era il solo che gli potesse garantire di ingaggiare l’armata austriaca in una grande battaglia campale e distruggerla una volta per tutte. Sérurier e Massena con piccoli contingenti avrebbero dovuto fingere un attacco nel punto in cui se lo aspettavano gli austriaci, ossia a Valenza. Nel frattempo, protetto da uno schermo di cavalleria leggera per impedire la ricognizione nemica, Napoleone avrebbe marciato verso Piacenza con il resto dell’armata. Il Po sarebbe stato attraversato, ma un’ottantina di chilometri più a sud-est. Una manovra di così ampio respiro avrebbe portato il grosso delle forze francesi alle spalle di Beaulieu con la possibilità di chiuderlo così in una morsa. In sostanza si trattava di un audace aggiramento strategico che negli annali militari è ancora noto col nome di “manœuvre sur les derrières”. Prima che giunga l’epilogo di Waterloo, Napoleone troverà il modo di ripeterlo non meno di altre 15 volte. Tra il 7 e l’8 maggio le avanguardie francesi di Dallemagne passarono il Po di slancio, violando senza troppe remore la sovranità del ducato di Parma e impegnarono un piccolo distaccamento austriaco a Fombio. Il giorno successivo praticamente l’intera Armée d’Italie si trovava concentrata in Lombardia. Per rapidità e organizzazione, fu una delle più impressionanti manovre dell’arte militare del tempo, tuttavia, dal punto di vista delle aspettative che i francesi riponevano in essa, l’operazione non poteva non essere considerata con un amaro retrogusto di delusione. Innanzitutto, durante l’attraversamento del Po, il generale Laharpe, uno dei migliori condottieri dell’armata, era rimasto ucciso per errore dal fuoco dei suoi stessi reparti. Ma soprattutto, il comandante austriaco, accortosi che gli attacchi frontali di diversione erano condotti da un velo di truppe, ne aveva tratto l’unica conseguenza corretta: ossia che mirassero unicamente a distogliere la sua attenzione dalle vere intenzioni di Bonaparte. Infatti sin dal 4 maggio Beaulieu aveva iniziato a spostare il baricentro delle proprie forze sempre più ad est, in direzione dell’Adda. Dovendo scegliere tra l’abbandono di Milano ai francesi e l’aggiramento del suo intero esercito aveva saggiamente preferito la prima alternativa. Tutto ciò che Napoleone riuscì ad ottenere fu quindi di agganciare al ponte di Lodi la retroguardia costituita dai 10.000 uomini di Sebottendorf che coprivano la ritirata del grosso dei loro compagni. Era il 10 di maggio del 1796. I francesi, costretti ad attraversare un punto obbligato lungo un fiume, vissero momenti di autentica difficoltà dovuti alle batterie austriache che spazzavano il ponte. Alla fine la giornata fu risolta dal capo di stato maggiore di Napoleone, Berthier, il quale intervenne personalmente assumendo la direzione dello scontro. Gli austriaci, pur battuti, riportarono meno morti dei francesi anche se dovettero lasciare sul campo 1.700 prigionieri, 16 cannoni e diverse bandiere. Fu un’aspra battaglia, anche se in scala ridotta rispetto alle dimensioni che avrebbe potuto assumere. Non lo fu però sul piano dell’importanza psicologica e dell’impatto emotivo. A seguito di Lodi, il 15 maggio, Domenica di Pentecoste, Napoleone poté entrare a Milano da Porta Romana. Rispetto ai magnifici reggimenti ungheresi e croati, i nuovi conquistatori dovettero apparire piuttosto male in arnese ai milanesi accorsi a godersi lo spettacolo. I cittadini notarono che molti soldati non portavano nemmeno scarpe.  Stendhal ricorda il caso di tre ufficiali che spartivano a turno un paio di brache e tre camicie. Pareva impossibile che gente così avesse inflitto all’esercito imperiale una sconfitta dopo l’altra. Tuttavia, per quanto incredibile, il dato di fatto era che la Lombardia occidentale fosse ormai in mani francesi, grazie alla battaglia di Lodi, un fatto tutto sommato militarmente secondario, che però segna l’inizio del mito personale del piccolo generale còrso. Le parole dello scrittore Dmitrij Merežkovskij ci restituiscono una chiara idea del grande impatto sull’immaginario di questa battaglia: «Una quantità di oleografie rappresentanti “il passaggio del ponte di Lodi” si diffusero in Francia, in Germania, in Inghilterra. Ancora non si sapeva pronunciare con esattezza il nome di Bonaparte e già la gloria l’aveva sollevato e portato in trionfo, annunciato da mille trombe. Andò a letto quale eroe francese, si destò eroe europeo.» Ma ancor più impressionanti sono forse quelle che scrisse lo stesso Napoleone: «Fu solo nella serata di Lodi che cominciai a ritenermi un uomo superiore e che nutrii l’ambizione di attuare grandi cose che fino a quel momento avevano trovato posto nella mia mente solo come un sogno fantastico.» E ancora: «Fu allora che si accese in me la prima scintilla di un’ardita ambizione.» Lodi è uno degli spartiacque nascosti della storia europea.

Beaulieu, nel frattempo, sfruttando la geografia della pianura padana, si era riposizionato mettendo tra sé e Bonaparte l’ennesimo fiume: il Mincio. Sulla carta la scelta aveva un certo senso. Per arginare la velocità e l’abilità di movimento dei francesi, il comandante austriaco intendeva aggrapparsi alla barriera naturale del lago di Garda a nord e alla fortezza di Mantova a sud. Protetta su tre lati da corsi d’acqua e da una palude sul quarto, la città era allora una delle più poderose piazzeforti d’Europa. L’errore di Beaulieu consisteva però ancora una volta in un ritardo concettuale: schierando le sue truppe con un tradizionale sistema “a cordone”, ossia disperdendole lungo una linea continua, offriva su un piatto d’argento a Napoleone, la possibilità di concentrare le proprie divisioni, attaccare in massa il punto da lui voluto della linea difensiva e, creata una breccia, frantumare l’intero fronte per manovra. Gli austriaci non si erano nemmeno preoccupati di costituire una riserva strategica nelle retrovie: in caso di apertura di una falla, non ci sarebbe stato alcunché per tamponarla con un contrattacco. Dopo un finto attacco su Peschiera condotto da Augereau, il 30 maggio Bonaparte investì il centro austriaco presso Borghetto. Come prevedibile il dispositivo nemico crollò come un castello di carte. Nel giro di breve i francesi raggiunsero Castelnuovo e Verona. Beaulieu fu costretto a retrocedere verso Trento, incanalandosi con quello che restava delle proprie forze lungo la valle dell’Adige. Mantova nel frattempo, imprendibile per assalto diretto, veniva posta sotto assedio. La grande fortezza, rimasta nei ricordi di tutti gli studenti come uno dei vertici del famoso “quadrilatero” risorgimentale austriaco, era la chiave per il controllo dell’Italia settentrionale. La sua guarnigione di 12.000 uomini e oltre 300 cannoni costituiva una spina nel fianco che nemmeno Napoleone poteva permettersi di ignorare. Un caposaldo nemico di tale importanza nelle retrovie francesi avrebbe significato una minaccia continua alle successive operazioni più a est. Una parte dell’armata d’Italia fu così costretta a iniziare un difficile assedio. Questo significava una pausa nelle operazioni offensive e allo stesso tempo offriva la possibilità agli austriaci di organizzare una controffensiva per liberare la fortezza lombarda. La terza fase della campagna d’Italia stava iniziando. Dopo aver mostrato il proprio immenso talento in operazioni offensive, Bonaparte stava per essere chiamato a dimostrare di essere un genio anche quando si trattava di difendersi.

Verso la fine di luglio 50.000 austriaci mossero incontro all’armata d’Italia con l’intento di sconfiggerla e liberare Mantova dall’assedio in cui era stretta. Scendevano dal Tirolo marciando divisi in tre colonne: due lungo la riva destra e sinistra dell’Adige e una più piccola lungo la vallata del Brenta. Il comandante di questo nuovo esercito in cerca di rivincita era il feldmaresciallo Dagobert Sigmund von Wurmser. Le deludenti battaglie in Piemonte e Lombardia della primavera del 1796 avevano convinto l’imperatore Francesco II a dare il benservito a Beaulieu, rimpiazzandolo con questo conte alsaziano di ormai 72 anni. Sarebbe facile ritenere questo vegliardo “taciturno, sordo, decrepito e velleitario”, come in seguito ebbe sprezzantemente a definirlo Radetzky, non all’altezza del compito, specie in considerazione dell’eccezionale livello individuale dei comandanti nemici che si trovava di fronte. Lannes, Murat, Berthier, Augereau erano innegabilmente soldati di tutt’altra pasta, per tacere di Napoleone. Eppure Wurmser rimaneva un militare competente: aveva trascorso un’intera vita sui campi di battaglia di mezza Europa e sapeva il fatto suo. Seppur in età avanzata, il 18 ottobre dell’anno precedente, era riuscito a sconfiggere i francesi a Mannheim, costringendoli a ripassare il Reno. Anche l’inizio della sua offensiva in Italia lasciava ben sperare. Il 29 luglio, le due colonne dell’Adige sotto il suo diretto comando investirono Massena a Rivoli e lo costrinsero a ritirarsi verso Peschiera perdendo 2.800 uomini e 9 cannoni. A testimonianza del furore dello scontro il generale francese ricordò: «non ho mai visto gli austriaci combattere con tanta rabbia; erano tutti ubriachi per il gran liquore bevuto.» Il giorno successivo, il vecchio soldato, mostrando un insospettabile dinamismo attaccò nuovamente il suo avversario respingendolo da Castelnuovo.  Intanto, più a nord-est, la colonna di Quasdanovich attaccava Sauret nei pressi del lago di Garda sloggiandolo da Salò e avvicinandosi pericolosamente verso Brescia. Resosi conto dell’entità della pressione austriaca, la situazione per Napoleone iniziava a farsi critica. Il 30 luglio scrisse: «Forse bisogna cercare di rimettersi […] ma debbo prendere serie misure per far fronte ad una disfatta.» Il comandante francese dovette assumere la dolorosa decisione di sospendere l’assedio di Mantova per far fronte alla minaccia. Se le forze di Wurmser e Quasdanovich fossero riuscite a saldarsi in un’unica massa a sud del lago di Garda, i francesi avrebbero avuto serie difficoltà a reggere il semplice peso di un nemico forte di una simile superiorità numerica. Gli austriaci, come molte volte in questa e nelle successive campagne, furono tuttavia incapaci di coordinare celermente i propri movimenti. Napoleone ebbe così l’occasione per mettere in atto il proprio piano e stornare la minaccia. Questi aveva ormai compreso che il centro di gravità dell’esercito austriaco era costituito dalle colonne di Wurmser ma, con una perfetta lettura della situazione, decise di vedersela prima con quella più occidentale di Quasdanovich. Per consistenza era la meno pericolosa, ma una volta messo in fuga il generale croato, il vuoto che si sarebbe creato, avrebbe aperto all’armata d’Italia la possibilità di manovrare e di insinuarsi con le proprie forze nel mezzo del dispositivo austriaco colpendone la massa principale da dietro e dai fianchi. Andò esattamente così. A Castiglione, il 5 agosto 1796, 30.000 francesi piombarono addosso ai 25.000 uomini di Wurmser. Attaccato frontalmente e sul fianco sinistro, dopo una dura giornata di scontri, l’anziano generale fu costretto a ritirarsi, riprendendo la via verso il Trentino. Gli austrici persero 5.000 uomini tra morti, prigionieri e feriti, vale a dire il 20% della loro forza iniziale. L’esercito di Napoleone era comunque troppo stanco per insistere nell’inseguimento e ampliare le dimensioni della vittoria. Seppur malconci, anche questa volta gli austriaci fossero riusciti a cavarsela in qualche modo, evitando un annientamento totale. Ciò che più conta è che l’arte militare registrò uno dei primi esempi dell’inarrivabile maestria di Napoleone. Fino al triste epilogo di Waterloo molti altri trionfi del generale còrso videro il ripetersi sotto altre forme e dimensioni dello stesso schema di “battaglia strategica”: un piccolo nucleo di forze ingaggia frontalmente il nemico, agganciandolo sul posto e tenendolo impegnato; nel contempo il grosso dell’esercito si concentra in un punto, sconfigge un distaccamento periferico, creando lo spazio di manovra e dando a Napoleone l’occasione di colpire il nemico in modo inaspettato sui fianchi e distruggerlo. Quando in seguito i soldati francesi prenderanno l’abitudine di dire che: «l’imperatore vince le battaglie non con i nostri fucili, ma con i nostri stivali!» la battuta non farà altro che corrispondere ad una sacrosanta verità.

La tregua sul fronte italiano era però destinata ad essere di breve durata. Wurmser era intenzionato a concedere alle proprie scosse truppe un periodo di riposo ma il Consiglio Aulico intervenne forzandogli la mano e costringendolo a ritornare all’attacco. Gli strateghi di Vienna spinsero la propria ingerenza al punto di inviare presso lo stato maggiore di Wurmser un loro rappresentante – il generale Lauer – con un proprio piano d’operazioni. All’inizio di settembre l’esercito austriaco venne così rinforzato e riarmato in vista di una seconda offensiva. Se l’obiettivo strategico principale continuava a rimanere quello di liberare Mantova, questa volta le armate imperiali non avrebbero più condotto una prevedibile avanzata generale, ma una serie di attacchi scaglionati, come le linee melodiche di un contrappunto musicale. L’ala settentrionale dell’armata, sotto il comando di Davidovich, sarebbe inizialmente rimasta a presidiare Trento, mentre quella meridionale, di uguale consistenza e comandata dallo stesso Wurmser, avrebbe marciato lungo la valle del Brenta per attirare l’attenzione dei francesi. Quando Bonaparte si fosse mosso per impegnare la seconda, la prima sarebbe scattata all’attacco scendendo dal Garda per prendere l’armata d’Italia tra due fuochi. Sulla carta il piano poteva essere ben congegnato, ma non teneva conto che anche i francesi avevano in animo di tornare all’offensiva. Napoleone, seguendo questa volta le istruzioni del Direttorio, mirava ad un’avanzata in direzione di Trieste e quindi verso la Carinzia e la stessa capitale austriaca. Il tutto si riduceva così ad una gara di velocità e di dinamismo. Ovviamente arrivarono primi i francesi, maestri nell’improvvisazione e nel mostrare duttilità di fronte ad eventi imprevisti. Già il 2 settembre le colonne di Napoleone erano in marcia verso l’Adige per colpire Davidovich. Quello che trovarono lungo la strada fu un esercito austriaco disarticolato e fuori equilibrio, colto nel bel mezzo dei preparativi per attaccare a sua volta. Gli audaci comandanti francesi si trovarono nella situazione a loro più congeniale e non si lasciarono sfuggire l’occasione per gettarsi in avanti creando scompiglio nel compassato schieramento austriaco. Le unità nemiche furono frantumate e disperse una ad una in una serie frenetica di attacchi e contrattacchi che ricordano il movimento impazzito di una serie di palline in un flipper. Pare che in questo marasma la divisione di Massena riuscì a percorrere 170 chilometri in sei giorni e quella di Augereau quasi 195. Sconfitto a Rovereto, a Bassano e a San Giorgio, l’esercito austriaco si spezzò in due tronconi: uno risalì verso il Tirolo, mentre l’altro, compreso lo stesso Wurmser, non poté fare altro che cercare rifugio a Mantova. Colui che si proponeva di liberare la fortezza per ironia finì col diventarne prigioniero rinchiudendosi in essa.

Nonostante i cocenti fallimenti in Italia, gli austriaci non si diedero per vinti. Tra aprile e agosto le pianure italiane avevano inghiottito interi reggimenti, erano state perse molte battaglie, ma la guerra poteva ancora essere vinta. Allargando lo sguardo oltre la Penisola, l’arrivo dell’autunno aveva portato in dono un deciso miglioramento per le sorti dell’impero. Sul fronte tedesco l’offensiva francese segnava infatti il passo. Tra il settembre e l’ottobre del 1796 l’arciduca Carlo, il migliore dei comandanti austriaci, aveva inflitto due cocenti sconfitte a Jourdan e Moreau nelle battaglie di Altenkirken ed Emmendingen, costringendo le armate repubblicane a ripassare il Reno con la cosa fra le gambe. A livello strategico globale ciò significava la possibilità di disimpegnare truppe dall’Europa centrale per riposizionarle a sud contro Bonaparte. L’Armata d’Italia dal canto suo non versava in buone condizioni. Certo rimaneva invitta, ma i rinforzi, che dovevano attraversare territori malsicuri dove le popolazioni locali iniziavano a sentire il peso dell’occupazione francese, arrivavano a singhiozzo. Le incessanti marce forzate e i combattimenti sempre più aspri avevano imposto un pesante tributo. I logorati uomini di Napoleone rischiavano seriamente di esaurirsi per le continue vittorie. E Mantova, pur assediata, continuava ancora ad essere in mano austriaca. In questo contesto il Consiglio Aulico operò una completa riorganizzazione delle proprie forze. All’inizio di novembre erano già state formate due nuove grandi armate campali, grossomodo di pari dimensioni. Un corpo di 30.000 uomini comandato da Quasdanovich era schierato in Friuli sul Piave, mentre un altro affidato a Davidovich era attestato in Tirolo. Il nuovo comandante in capo imperiale era il feldmaresciallo Joseph Alvinczy, un barone transilvano di 62 anni. Come nella precedente fase estiva, gli austriaci avevano ancora una volta pensato ad un attacco a due direttrici. E ancora una volta Napoleone, avuto sentore dell’offensiva, li precedette attaccando per primo. Il 2 novembre la divisione di Vaubois si lanciò sulle truppe di Davidovich. Ma questa volta la sorpresa non riuscì. Napoleone aveva mal giudicato la consistenza numerica dei propri avversari: gli austriaci, semplicemente, disponevano sul campo di molti più uomini di quanti credesse il generale francese. L’avanzata di Vaubois venne respinta; quattro giorni dopo gli austriaci contrattaccarono a loro volta ma senza successo. Alla fine i Grenzer, le eccellenti truppe leggere dell’impero, riuscirono ad aggirare i francesi mettendoli in rotta. La ritirata di Vaubois si fermò solamente a Rivoli a est del Garda. Nel frattempo anche l’altra ala austriaca stava compiendo insperati progressi. Muovendosi lungo una direttrice est-ovest lungo il Brenta era riuscita a respingere tutti gli attacchi di Napoleone. Il 12 novembre a Caldiero 9 battaglioni di Augereau e 9 di Massena – in tutto 24.000 uomini supportati da una piccola aliquota di cavalleria – attaccarono le posizioni austriache sui fianchi. Questa volta però gli imperiali resistettero. Le cattive condizioni meteorologiche e due provvidenziali brigate giunte in rinforzo riuscirono a ricacciare i francesi in direzione di Verona. La battaglia di Caldiero fu la prima vera sconfitta di Napoleone, il quale, ad un certo punto, prese in seria considerazione la possibilità di ritirarsi oltre l’Adda e di abbandonare definitivamente l’assedio di Mantova. In quei giorni scrisse al Direttorio: «Forse è suonata l’ora dell’eroico Augereau, dell’intrepido Massena ed anche quella della mia morte. Siamo abbandonati in mezzo all’Italia.» L’Italia pareva sul punto di essere perduta. Ma la grandezza di un comandante militare si vede soprattutto nei momenti di difficoltà, quando la situazione pare definitivamente compromessa. Napoleone reagì attaccando. Nonostante i successi, gli austrici si mostravano titubanti e lenti nello sfruttare la posizione di vantaggio che avevano così faticosamente conseguito. In guerra, l’unica cosa che non si può recuperare è il tempo, come recita una delle famose massime napoleoniche. La loro avanzata su Verona, dove l’Armata d’Italia aveva installato il proprio quartier generale era incerta. Napoleone prese l’iniziativa decidendo di scendere lungo l’Adige con le proprie forze, attraversarlo all’altezza del paese di Ronco e sbucare nelle retrovie di Alvinczy presso Arcole. Il piano era più semplice a dirsi che a farsi: la zona era circondata da terreni paludosi poco adatti al movimento e il punto chiave della manovra era rappresentato dalla conquista di un ponte sull’Alpone, un piccolo affluente dell’Adige. Napoleone stesso era consapevole dei rischi. Il proclama che lanciò alle truppe alla vigilia della battaglia riflette in controluce queste sue preoccupazioni: «Non abbiamo che un ultimo sforzo da compiere e l’Italia è nostra. Non vi sono dubbi che il nemico sia più numeroso di noi, ma la metà delle sue truppe è costituita da reclute; se noi li battiamo, Mantova dovrà cadere e rimarremo padroni di tutto.» I fatti che seguirono a queste parole prendono il nome di battaglia di Arcole, o per meglio dire, la battaglia del ponte di Arcole, in considerazione dell’episodio più celebre dello scontro. In un momento di difficoltà, Napoleone stesso afferrò una bandiera della 51° demi-brigade leggera e trascinò gli uomini all’assalto del ponte difeso da due reggimenti di fanteria croata ed alcuni cannoni. Uno sconosciuto ufficiale francese salvò il futuro imperatore da una morte certa afferrandolo mentre gridava: «Generale, lei si farà ammazzare e se lei cade tutti noi siamo perduti; lei non deve avanzare più nemmeno di un passo: questo non è il suo posto.» Nel parapiglia che seguì Napoleone cadde nel canale e fu tratto in salvo dal suo aiutante di campo, proprio durante un contrattacco austriaco alla baionetta. Nonostante la caparbia tenuta dei loro reparti, il numero delle perdite austriache aumentava di ora in ora, ad un ritmo che presto non sarebbe stato più sostenibile. Per uomini come Alvinczy, abituati ad un tipo di guerra che non era certo la fornace degli scontri dell’età rivoluzionaria, tutto questo era troppo. Lo scontro ormai stava assumendo i tratti di una battaglia di logoramento, dove la superiore abilità di manovra dei francesi diventava un fattore determinante. Dopo tre giorni di scontri gli austriaci decisero di ritirarsi. Ad Arcole avevano perso il 41% delle forze impiegate: sul campo erano rimasti 7.000 dei loro uomini, contro 4.500 francesi. Ma prima di ogni altra considerazione, il progetto di Alvinczy era fallito, nonostante le incoraggianti premesse. Le due branche della tenaglia austriaca non erano riuscite a saldarsi intrappolando Napoleone e ora si ritiravano nuovamente sulle posizioni di partenza in Trentino e in Friuli. Tuttavia Napoleone non era riuscito ad annientare definitivamente il proprio nemico. Gli austriaci per la terza volta erano stati colpiti duramente, ma i monconi sopravvissuti del loro esercito potevano essere nuovamente rinforzati e rimandati all’assalto per una quarta volta. Se gli imperiali mancavano di perizia militare, non si può certo muover loro alcun appunto sul piano della determinazione e della volontà di combattere: a soli dieci giorni dalla sconfitta di Arcole, Alvinczy aveva già ricevuto ordini di attaccare nuovamente i francesi e correre in soccorso alla guarnigione di Mantova che ormai possedeva scorte per resistere solo poche settimane.

Come nel precedente caso, il Consiglio Aulico di Vienna aveva compiuto un deciso intervento a gamba tesa nella sfera dell’autonomia decisionale del proprio generale sul campo. Il piano per la quarta offensiva in Italia era stato imposto più che proposto. L’esercito di Alvinczy, ricevuti i rinforzi, sarebbe dovuto avanzare lungo tre assi. La forza principale – circa 28.000 uomini – sarebbe discesa dal Tirolo costeggiando le sponde del Garda e dell’Adige. Il suo obiettivo era di scardinare le difese francesi nella valle di Trento e penetrare nella pianura padana aggirando i francesi alle spalle. Schierati in Friuli erano stati concentrati altri due corpi d’armata. Affidati ai generali Provera e Bayalich, queste unità dovevano essere l’incudine su cui avrebbe picchiato il martello: con una consistenza numerica più ridotta, avrebbero ingaggiato le posizioni dell’Armata d’Italia frontalmente, tra Verona e Legnano. Il loro compito era unicamente di distrarre l’attenzione di Napoleone. Il problema del piano consisteva nel fatto che le manovre e la coordinazione richieste per metterlo in pratica erano al di fuori della portata del compassato esercito austriaco. Le truppe dell’imperatore potevano essere dure, tenaci, dotate di insospettabili capacità di ripresa ma, alla prova dei fatti, se si trattava di montare complesse operazioni offensive, rivelavano tutti i limiti di un esercito dell’Ancien régime. Abituate a considerare la guerra come una lenta, metodica partita di scacchi, non avevano alcuna chance di sorprendere l’indiscusso maestro dell’opportunismo e della danza sul campo di battaglia. Oltretutto, a livello morale, le truppe austriache iniziavano a risentire delle continue umiliazioni che rimediavano ogniqualvolta si misuravano con i francesi. L’armata d’Italia ora sembrava portare con sé anche la propria fama di invincibilità. Ancora una volta Napoleone sapeva della valanga che stava per investirlo e aveva deliberatamente diluito le proprie forze lungo l’intero fronte. La scelta era dettata dalla necessità di individuare il prima possibile l’asse principale dell’offensiva nemica. Una volta capito dove Alvinczy intendesse esercitare la maggior spinta, avrebbe concentrato l’esercito e colpito il grosso delle forze austriache. L’offensiva austriaca iniziò timidamente il 7 gennaio, con la colonna del generale Provera che attaccò Augereau sospingendolo verso Legnano. Simultaneamente anche la colonna di Bayalich iniziò a spingersi in avanti verso Verona, dove però, il 12 gennaio, fu arrestata da un contrattacco di Massena. Il giorno prima anche la colonna principale di Alvinczy si era mossa scendendo verso Rivoli e aveva iniziato ad ingaggiare la divisione di Joubert, in netta inferiorità numerica. Per Napoleone era abbastanza. Assicurato da Joubert che le forze in discesa lungo l’Adige erano imponenti, disponeva ormai di tutti gli elementi per formarsi un preciso quadro della situazione. Il 13 gennaio ordinò alle divisioni di Massena e di Rey di correre a nord per fronteggiare la minaccia principale. Il giorno successivo, intorno al paese di Rivoli, si accese quindi la battaglia decisiva della campagna d’Italia. Come in tutti i precedenti scontri gli austriaci mostrarono grande coraggio e una pari goffaggine nei movimenti. Alvinczy aveva deciso di suddividere le proprie forze in sei colonne amplificando a dismisura i problemi di controllo e coordinamento. Il terreno della battaglia, essendo un altipiano delimitato da due fiumi, si prestava molto bene alla difesa. I francesi nonostante tutto si trovarono a fronteggiare attimi di autentica difficoltà, dovuti principalmente alla preponderanza numerica nemica e al fatto una colonna austriaca, quella di Lusignan, si era in pratica interposta tra i difensori e le truppe di Massena che stavano accorrendo in aiuto di Joubert da ovest. Era il momento decisivo dello scontro: per volgerlo a proprio favore Napoleone doveva ristabilire il collegamento le proprie forze. La 18° démi-brigade, appena arrivata sul campo fu mandata al fuoco dal proprio comandante in capo con queste parole: «Eroica diciottesima! Io vi conosco e so che il nemico non resisterà al vostro urto.» Massena rincarò la dose aggiungendo una vena di sano motteggio: «Camerati, avete di fronte a voi 4.000 giovanotti appartenenti alle più ricche famiglie di Vienna. Sono arrivati fino a Bassano con il servizio postale. Vi raccomando questi damerini.» Il combattimento si frazionò in una serie di scontri più piccoli. I reggimenti austriaci che erano sul punto di circondare l’altipiano di Rivoli vennero progressivamente attaccati e messi in fuga dalla superiore capacità di manovra con la quale i comandanti francesi si dimostrarono in grado di spostare le proprie unità. Nella frenetica ridda di attacchi e contrattacchi che si generò, l’esercito di Alvinczy venne praticamente distrutto pezzo dopo pezzo: in due giorni di combattimenti perse 14.000 uomini contro solo 5.000 francesi. Rivoli fu la prima vera battaglia “napoleonica” in senso stretto, in quanto rappresentò il prototipo dello scontro di annientamento per il quale Bonaparte sarebbe in seguito divenuto famoso. Ma più che le perdite umane Rivoli segnò uno spartiacque dal punto di vista emotivo. Il morale e la coesione degli austriaci andarono definitivamente in pezzi. Dopo mesi di combattimenti la capacità di combattere delle armate imperiali era ridotta al minimo. Seguì un’avanzata generale. L’armata d’Italia, grazie anche ad un maggiore afflusso di rinforzi, era ora per la prima volta in superiorità numerica sul nemico. Joubert entrò a Trento, Massena passò il Brenta e Augereau catturò Treviso. Senza più possibilità di essere soccorsa, il 2 febbraio la guarnigione di Mantova si arrese a Sérurier. 16.000 austriaci furono fatti prigionieri. A Wurmser, il loro anziano comandante, vennero tributati gli onori militari e Napoleone gli consentì di ritornare in Austria con la sua scorta.

Verso la fine di febbraio i francesi intrapresero un’avanzata generale su tutto il fronte con l’obiettivo di avvicinarsi a Vienna. Minacciando la capitale austriaca, l’imperatore si sarebbe convinto a deporre le armi una volta per tutte. C’era voluto più di un anno, ma i deludenti risultati della campagna sul Reno avevano finalmente costretto il Direttorio ad aprire gli occhi sulla situazione strategica generale e ad assegnare la priorità al fronte meridionale, dove il piccolo esercito di Napoleone aveva compiuto miracoli. L’Armée d’Italie, fino ad allora la cenerentola di tutte le armate campali schierate dalla Repubblica, fu rinforzata come meritava. I suoi ranghi salirono alla ragguardevole cifra di 60.000 uomini. Le intere divisioni di Bernadotte e Delmas furono trasferite di peso dalla Germania e portate a sud. Di fronte a loro gli austriaci non erano riusciti a racimolare che 50.000 soldati ormai stanchi e demoralizzati. L’ingrato compito di comandarli era ricaduto sulle spalle dell’arciduca Carlo d’Asburgo. Si trattava senza dubbio del migliore dei generali imperiali, ma nemmeno lui poteva fare miracoli. A lungo gli austriaci avevano schierato eserciti senza veri generali; ora mandavano contro Napoleone un generale senza un vero esercito. I rapporti di forza non potevano più essere ribaltati. Il 16 marzo 1797 Guieu e Bernadotte guadarono il Tagliamento infrangendo le linee austriache e aprendosi la strada verso Udine. Da lì l’inseguimento non conobbe praticamente pause: nel giro di breve i francesi raggiunsero Tarvisio, l’Isonzo e Trieste, privando così l’Austria del grande arsenale presente in città. Alla fine del mese l’armata d’Italia entrò in forze in Carinzia, violando praticamente il cortile di casa dell’impero. Tre divisioni francesi presero Klagenfurt e successivamente, con una mossa estremamente audace, si spinsero ancora più a nord, avventurandosi in Stiria. Il 7 aprile conquistarono la cittadina di Leoben. Giunte sul Semmering le avanguardie francesi potevano ormai vedere in lontananza all’orizzonte le guglie di Vienna. Per il governo imperiale era troppo. L’Austria non era più in grado di combattere. Ma a dire la verità nemmeno Napoleone poteva più avventurarsi oltre nella sua corsa verso il cuore del territorio avversario. Si trovava ormai a centinaia di chilometri dalle proprie basi e la distanza poteva tramutarsi in un nemico più temibile degli austriaci. Il giovane Bonaparte non era ancora diventato l’ambizioso signore della guerra degli anni dell’impero. Già il 31 marzo Napoleone aveva scritto una lettera all’arciduca Carlo usando dei toni che noi oggi potremmo forse definire umanitari: «… i bravi militari fanno la guerra e desiderano la pace. Questa guerra non dura da sei anni? Non abbiamo ucciso molta gente e fatto abbastanza male alla triste umanità? Essa reclama da ogni parte. L’Europa, che aveva preso le armi contro la Repubblica francese, le ha deposte; la vostra nazione resta sola, e tuttavia il sangue scorrerà più che mai. Questa sesta campagna si annuncia con presagi sinistri. Quale che ne sia l’esito, noi avremo perso da una parte e dall’altra qualche migliaio di uomini in più. Bisognerà ben finire per intendersi, perché tutto ha una fine, anche le passioni dell’odio.» Persino la storia della musica reca traccia del fardello di stanchezza che questa guerra aveva depositato sulle spalle dei popoli. Il 26 dicembre 1796 nella Basilica cattolica di Maria Treu a Vienna venne eseguita la “Missa in tempore belli” del grande compositore austriaco Joseph Haydn. Il movimento finale dell’opera, il “dona nobis pacem”, non è altro che una terrificante esplosione di musica militare annunciata da trombe, timpani e fanfare che terrorizzarono gli astanti. “Sono i cannoni di Bonaparte accampato in Stiria che fanno tremare i vetri colorati della cappella dei conti Esterházy”, secondo l’azzeccata definizione del critico musicale Giorgio Pestelli. I tempi per la pace erano finalmente maturi.

Dopo settimane di trattative i due contendenti siglarono l’armistizio di Leoben. In realtà, più che di una tregua in vista di negoziati diplomatici, si trattò di veri e propri preliminari di pace. A condurli fu lo stesso Napoleone, il quale non si degnò nemmeno di attendere il plenipotenziario del Direttorio, circostanza che mette in risalto quanto le istituzioni francesi fossero ormai state esautorate dall’esercizio delle proprie funzioni. Tra le clausole segrete del patto ero contenuto un vero e proprio riassetto dell’Europa sull’asse obliquo che dal Mare del Nord scendeva all’Adriatico. La Francia avrebbe esteso i propri confini inglobando il Belgio, la riva sinistra del Reno e la Lombardia sino all’Oglio. L’Italia, teatro della campagna, avrebbe visto la nascita di una Repubblica Cisalpina, uno stato cuscinetto, legato alla Francia da un trattato di alleanza ma formalmente autonomo. Erede diretta della Repubblica Cispadana del 1796, comprendeva la Lombardia, Modena, Massa e le Legazioni pontificie di Bologna, Ferrara e Ravenna. A dispetto del nome altisonante e della forma istituzionale che ricalcava fedelmente il modello direttoriale francese era in realtà nulla più di un fantoccio plasmato sull’esperienza della Repubblica Batava olandese. La definizione ufficiale di “repubblica sorella” nella pratica tendeva sinistramente a coincidere con quanto di peggio si associa all’espressione di “stato vassallo” in termini di obblighi. L’Austria dal canto suo usciva dalla guerra solo parzialmente ridimensionata. Gli storici ancora oggi discutono se dal punto di vista di Vienna si trattò di una pace miracolosa o di una sconfitta diplomatica foriera di nuovi conflitti. Di sicuro l’Austria mantenne un piede in Italia annettendo a titolo di compensazione per la perdita dei Paesi Bassi l’incolpevole Repubblica di Venezia, con tutte le sue dipendenze dalmate e istriane. La neutralità è una garanzia ben poco efficace se per interesse nessuna grande potenza è disposta a riconoscerla. Gli ingenui sentimenti di molti patrioti italiani furono feriti da questo mercimonio all’insegna della realpolitik, come testimoniano alcuni passi delle Lettere di Jacopo Ortis del letterato Ugo Foscolo. Tuttavia, il successivo trattato di Campoformio dell’ottobre 1797 non fece altro che sancire ufficialmente questi indirizzi politici. Affermare che la campagna d’Italia fosse finita era tuttavia riduttivo. In realtà essa era entrata direttamente nella storia e nell’immaginario collettivo. In meno di due anni Napoleone aveva sconfitto sette armate, marciato dalla Provenza a Vienna, catturando lungo il cammino 160.000 prigionieri e 170 bandiere di unità nemiche. Estorta agli staterelli della penisola italiana, un’incalcolabile somma di franchi aveva preso la via di Parigi sotto forma di contribuzioni e opere d’arte. La reputazione del generale còrso uscì ingigantita a dismisura dall’avventura italiana; le dimensioni del suo prestigio e della sua popolarità gettavano un’ombra sinistra sulle malferme istituzioni politiche francesi, anche se sul momento ben pochi in Francia parvero rendersene conto. Il Direttorio, se avesse avuto la capacità di prevedere l’esito della campagna d’Italia mentre si accingeva a nominare Bonaparte comandante dell’Armée d’Italie, non avrebbe certamente compiuto questo incauto passo. Per gli annali della guerra la campagna segnò una svolta altrettanto epocale. Da allora praticamente ogni storico militare ha dedicato una frase di encomio alla prima grande impresa di Bonaparte. David Gibson, Liddel Hart, John Elting, David Chandler, solo per citare gli ultimi di uno sterminato elenco. Non si trattò di una campagna priva di errori o di incertezze. L’arte napoleonica non era ancora stata affinata ai massimi livelli, come risulterà evidente nelle perfette operazioni della Grande Armée nella prima decade dell’Ottocento. Molti assalti frontali come quello di Ceva furono inutili e costosi. Ci furono attimi nei quali il comandante cedette al panico o alla disperazione. L’armata austriaca, pur uscendo quasi sempre battuta dagli scontri, non si lasciò annientare e riuscì bene o male a sottrarsi alla distruzione. La resistenza degli imperiali fu fiaccata con una serie di battaglie, non con un devastante colpo inferto in un singolo scontro decisivo. La campagna d’Italia non annovera trionfi totali, simili a quelli di Ulm, di Austerlitz o di Jena. Tuttavia, nel suo andamento globale è impossibile non riconoscervi l’impronta di un autentico genio. Per rendersene conto è sufficiente aprire a caso un qualsiasi articolo di storia generale che ne tratti. Tipicamente questi testi iniziano tutti con un raffronto numerico delle forze in campo. È facile rendersi conto che, praticamente in ogni fase della campagna, le truppe austriache furono per consistenza numerica di gran lunga superiori a quelle francesi. La seguente tabella restituisce un quadro della situazione nel tempo:

Periodo Francesi Austriaci
Maggio/Giugno 1796 37.600 54.500 *
Ottobre 1796 39.600 59.000 *
Gennaio 1797 44.000 45.000 *
Febbraio 1797 60.000 * 50.000

Ma se andiamo ad analizzare nel dettaglio i numeri delle principali battaglie, emerge un dato che, nella sua apparente inspiegabilità, può lasciare letteralmente di stucco: su 13 battaglie principali ben 11 vedono una superiorità numerica francese, a volte persino schiacciante.

Battaglia Data Francesi Austriaci
Montenotte 11-12 aprile 1796 14.000 * 9.000
Millesimo 13-14 aprile 1796 9.000 * 988
Dego 14-15 aprile 1796 12.000 * 5.700
Ceva 16 aprile 1796 6.000 7.900 *
Lodi 10 maggio 1796 17.500 * 9.500
Borghetto 30 maggio 1796 27.000 * 6.000
Lonato 2-3 agosto 1796 20.000 * 13.000
Castiglione 5 agosto 1796 35.000 * 15.500
Rovereto 4 settembre 1796 20.000 * 10.000
Bassano 8 settembre 1796 20.000 * 11.000
Arcole 15-17 novembre 1796 23.800 * 18.500
Rivoli 14-15 gennaio 1797 23.000 28.000 *
Valvasone 16 marzo 1797 40.000 * 5.000

Come si spiega dunque questo controsenso? Il trucco da prestigiatore che lo rende possibile è un concetto chiave della strategia militare noto come “concentrazione di forze”. Vediamolo nel dettaglio. Una tipica battaglia napoleonica inizia con una situazione simile:

Un’armata francese e una austriaca si fronteggiano in campo aperto. La prima deve attaccare, mentre la seconda, schierata a difesa, ha il compito di sbarrarle il passo. Tra queste due masse di uomini, cavalli e cannoni pronti ad avventarsi una contro l’altra ci sono quattro possibili obiettivi. Ognuno di questi punti chiave corrisponde ad una direttrice di avanzata e può essere rappresentato da qualsiasi elemento: un villaggio, una fortezza, un ponte o una collina; poco importa. Ciò che conta è che lo squilibrio numerico tra le due armate è di 16.000 effettivi contro 24.000. In altri termini, per dimensioni, gli austriaci sopravanzano i francesi di 1/3: ogni due fanti attaccanti ci sono tre difensori. In uno scontro diretto, e in condizioni normali, difficilmente i primi riuscirebbero a prevalere. Oltretutto, gli attaccanti non dispongono nemmeno di un vantaggio qualitativo nell’equipaggiamento e nella dotazione. La guerra del tardo Settecento è condotta ancora con le stesse armi dei primi anni del secolo: ne deriva che la differenza tecnologica di armamento è un moltiplicatore di forze assolutamente trascurabile. In questo caso non ci sono Panzer e Stukas contro cavalli e biplani in tela cerata. L’equilibrio deve pertanto essere rotto con altri fattori, ossia la manovra, la coordinazione e la velocità di spostamento. Il fine è di generare una superiorità in un determinato punto e rompere la resistenza. Ecco quindi la prima mossa di Napoleone:

Avanza dividendo equamente le proprie forze. A prima vista sembra la cosa peggiore da fare, ma in questo modo il comandante copre ogni direttrice di attacco e non consente al nemico di individuare il punto del fronte dove prevede di esercitare lo sforzo principale. I difensori, nell’incertezza, rispondono allo stesso modo frazionando a loro volta l’esercito, nell’illusoria convinzione di mantenere la superiorità numerica a livello locale. A questo punto Napoleone sceglie di attaccare il centro nemico. È la sua mossa preferita, e molte delle sue battaglie si aprono seguendo questo schema. Il motivo è semplice: investendo il cuore dello schieramento avversario risulta più facile spezzarne l’esercito in due tronconi o, se sono le forze di due alleati, separarle per poi affrontarle separatamente. Gli storici militari definiscono questo particolare metodo di ingaggio “strategia della posizione centrale” o “manovra per linee interne”. A dire il vero, non si tratta di un’invenzione di Napoleone: lo stratagemma è descritto con incredibile precisione nelle opere di Raimondo Montecuccoli, un abile generale italiano al servizio dell’imperatore d’Austria nelle guerre contro i turchi nel Seicento. Più tardi, durante la guerra dei Sette anni, Federico il Grande se ne serve con grande abilità, cosa che frutta al piccolo regno di Prussia le spettacolari vittorie di Rossbach e Leuthen. Napoleone, solo qualche anno più tardi, prosegue sulla stessa strada tracciata dai suoi illustri predecessori, innalzando il metodo a livello di arte. Ma torniamo al nostro esempio: improvvisamente ordina alle sue tre divisioni di cedere forze a quella centrale in vista del primo assalto. Le aliquote che si fondono nell’unità attaccante creano la superiorità numerica. Nel caso della figura seguente 14.500 francesi attaccano 6.000 austriaci che non hanno ancora avuto il tempo di raggrupparsi. Da un’inferiorità di 2:3, Napoleone passa dunque ad una superiorità locale di oltre 2:1, realizzando così la “concentrazione di forze”. L’esito è scontato: la divisione austriaca viene annientata e messa in fuga. Nello schieramento nemico si apre quindi un vuoto che viene immediatamente sfruttato dall’armata francese per attaccare un altro spicchio dell’esercito avversario – quello più isolato – con il concorso di uno dei corpi sussidiari che sino a quel momento si è mantenuto sulla difensiva. Adesso si tratta di 15.000 uomini contro 6.000; anche in questo caso il risultato non può essere che uno solo: sconfitta austriaca e ritirata.

L’epilogo della battaglia è parimenti scontato. Rimasti soli e con il rischio di essere accerchiati da forze preponderanti, i restanti due corpi austriaci non possono fare altro che fuggire dal campo. Et voilà… la victoire!

Verrebbe ora da chiedersi come sia possibile che una mossa concettualmente così semplice riesca tanto facile e naturale ai francesi e, all’opposto, tanto difficile ad austriaci, russi, prussiani, piemontesi, spagnoli e inglesi che, contro Napoleone, per un intero decennio, subiscono un’umiliazione dopo l’altra. La ragione è tutta nella peculiare natura delle armate rivoluzionarie francesi e nel contesto culturale, politico e militare in cui esse sono comandate e portate al combattimento. Prima di ogni considerazione è però necessario dare l’idea di quanto all’epoca la Francia fosse all’apice del pensiero militare. Questo primato dottrinale non datava dalla Rivoluzione, ma da molto prima. Nel paese di Vauban e Turenne a metà del Settecento si era ormai fatta strada l’idea che piuttosto che avere un’unica, lenta e impacciata massa armata, fosse molto più efficiente suddividere l’esercito in unità più piccole ed autonome, in grado cioè di cooperare e perseguire obiettivi distinti sotto la guida di un generale. Nasce in pratica il concetto di divisione, ossia un piccolo esercito in miniatura che marcia e combatte in sincrono con altre unità simili. L’innovazione, se da un lato implica una maggiore difficoltà di controllo e coordinamento, dall’altro porta enormi benefici in termini di flessibilità e capacità di reagire a situazioni impreviste sul campo. Ad un tratto, e su una scala più vasta, diventano possibili operazioni di più ampio respiro e movimenti più complessi. La rivoluzione spazza via molti aspetti della vita ai tempi della monarchia, ma non questa innovazione intravista dai teorici del vecchio esercito reale. Il sistema divisionale sopravvive al terremoto del 1789 e viene entusiasticamente abbracciato per intero, dando all’esercito francese una dottrina di combattimento moderna che nessun’altra forza nemica aveva ancora ritenuto di adottare. Poi, su queste fondamenta, si innesta il portato autenticamente rivoluzionario. Il clima concitato e le difficili condizioni economiche in cui inizialmente si dibatte la nuova giovane Repubblica si riverberano sulla vita dei soldati al fronte. Se gli eserciti dell’Ancien régime sono goffi, compassati pachidermi di mercenari dipendenti dalle linee di rifornimento che ne garantiscono l’efficienza combattiva, le armate rivoluzionarie sono invece scalmanate masse di uomini in armi che la patria manda al fronte senza preoccuparsi troppo di come mantenerli. A volte sbandano paurosamente e si danno alla fuga, ma in molte altre occasioni sono in grado di travolgere ogni ostacolo con il loro entusiasmo nazional-patriottico. Proprio qui, in questa complessità emotiva, risiede il loro potenziale. Lo spirito e il morale dei nuovi tempi fanno miracoli su uomini che spesso si arruolano volontariamente seguendo sentimenti e motivazioni genuine. A cittadini-soldati politicamente indottrinati i comandanti sono in grado di chiedere sforzi e sacrifici che in qualunque altro esercito sarebbero ritenuti inammissibili. Le divisioni di Massena e di Augereau, durante la campagna d’Italia coprono distanze che verranno superate solamente nell’epoca del vapore e delle macchine. Non a caso Napoleone si lascerà sfuggire in una lettera al Direttorio: «Le legioni romane facevano, si dice, ventiquattro miglia al giorno. Le nostre brigate ne fanno trenta, combattendo negli intervalli.» Non si tratta tuttavia di velocità fine a sé stessa. A farci capire l’importanza di spostamenti e decisioni celeri è ancora una volta lo stesso Napoleone, quando afferma: «La forza di un’armata, come la quantità di movimento nella meccanica, si calcola moltiplicando la massa per la velocità.» Un’armata piccola, ma in grado di colpire inaspettatamente e nel punto più vulnerabile, è pericolosa tanto quanto una ben più consistente ma più impacciata. Infine, gli eserciti francesi sono espressione di uno stato i cui apparati non hanno ancora imparato a gestire l’immensa mole umana che la costrizione di massa ha messo loro a disposizione. Le grandi unità sanno di essere costrette a vivere in larga misura delle risorse del luogo. Ma anche in questo caso, emerge un risvolto positivo. Il rovescio della medaglia è che, liberi dalla camicia di forza di una struttura logistica sofisticata, le armate francesi sono quindi capaci di una velocità che getta nel terrore i metodici generali dell’epoca, abituati a pensare e misurare i movimenti di un esercito col metro delle settimane e dei mesi, non dei giorni. Tutti gli aspetti di questo ordine di fattori fanno sì che sul campo i francesi siano in grado di compiere evoluzioni estremamente complesse. Ecco perché la “concentrazione di forze” riesce così naturale agli uni e non agli altri. Le armate di Napoleone marciano, si concentrano, si disperdono, tornano a concentrarsi in un punto, combattono, marciano, tornano a disperdersi e a marciare per poi concentrarsi di nuovo in vista di un’altra battaglia. I piani esistono, similmente a quanto avviene nei più convenzionali e rigidi degli stati maggiori degli altri eserciti continentali, come quello austriaco. Anzi, spesso quelli francesi sono molto più sofisticati, ma a fianco della pianificazione arde la fiamma di una sfrenata combinazione di reattività, fantasia e audacia, compendiate nel motto di spirito che Napoleone riservava a chiunque gli chiedesse di rivelare il suo segreto per vincere le battaglie: «On s’engage et puis… on voit – Si inizia, e poi… si vede come va.» Anche la famosa frase «Je n’ai jamais eu un plan d’opération – Non ho mai avuto un piano d’operazioni» non è da intendersi in senso letterale, quanto piuttosto come un precetto contro i rischi nell’attenersi in maniera dogmatica ad una inflessibile programmazione che non lascia spazio al saper fronteggiare la realtà effettiva del campo nel suo mutare. In fondo è questa capacità di risposta agli eventi che affascina e colpisce della campagna d’Italia, ancora a oltre 200 anni dalla sua conclusione. La vitalità del genio non ancora giunto a maturazione, l’impressione di dover continuamente lottare contro le circostanze, di improvvisare, di correre sempre sul filo del rasoio incontro a nemici superiori in tutto tranne che nell’intelligenza e nell’abilità. Se siete in grado di darvi una risposta dalla domanda “perché la gente tende ad amare Davide e non Golia” avrete trovato anche il senso dell’interesse intorno alla campagna d’Italia. Napoleone non è ancora lo scienziato della guerra, il dio onnisciente di Austerlitz e di Jena, l’infallibile manovratore di armate che calcola, prevede e vince le battaglie ancora prima che inizino, costringendo il nemico a compiere una serie di mosse in modo che risultino tutte prevedibili e quindi facilmente battibili. Insomma, sembra persino simpatico. E gli austriaci sono tutto tranne che dei babbei, come spesso sono stati dipinti. Sono un esercito tenace, certamente antiquato sotto molti punti di vista, ma capace di subire colpi devastanti e purtuttavia tornare sempre a rialzarsi. In quei 18 mesi dal marzo del 1796 all’ottobre 1797 l’Armée d’Italie galoppa da Nizza a Vienna lasciando dietro di sé un’indiscutibile scia che, tra le altre cose, sa soprattutto di epica, a dispetto della propaganda che in seguito distorcerà la percezione comune di questo fatto d’armi. Certo, ci sono le razzie, la rapace spoliazione dell’Italia occupata, l’ambizione sfrenata del giovane generale còrso che di lì a poco, sfruttando il prestigio ottenuto nella campagna, rovescerà il governo che gli aveva affidato il comando di uno degli eserciti della Repubblica. Ma di fronte alla Storia con la “S” maiuscola tutto sembra in qualche modo trovare una misteriosa, superiore giustificazione. Il sangue degli uomini che macchia di rosso la terra d’Italia sembra assomigliare all’inchiostro degli storici che tinge le pagine del libro del destino. Tutto si ricompone in qualcosa di superiore, e di difficile definizione. Riaffiorano alla memoria le raggelanti parole del generale Kutuzov in Guerra e pace di Tolstoj a chi gli faceva notare le razzie dei soldati russi nel loro stesso paese, durante il crudele inverno del 1812: «Che taglino grano e brucino legna a piacimento! Queste cose non le ordino né le permetto, ma non le posso punire. È impossibile impedirle. Quando si spacca la legna i trucioli volano lontano…»

Confronto delle età dei comandanti

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Napoleone
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Murat
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Massena
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Augereau
0
Carlo d’Asburgo
0
Alvinczy
0
Beaulieu
0
Wurmser