Mi ricordo come se fosse ieri. Avevo undici anni quando per la prima volta mi innamorai di un libro. Lo vidi sul catalogo mensile Euroclub al quale era abbonata mia mamma. Non so se fui io a sceglierlo, o lui a scegliere me. Fatto sta che lo pretesi. Letteralmente. Fu un colpo di fulmine. Un paio di settimane dopo le Poste recapitarono l’oggetto del mio desiderio tra le mie mani. Era una gigantesca “Storia fotografica della Prima guerra mondiale”. L’opera era organizzata in quattro grandi capitoli, ognuno dedicato ad un anno del conflitto. Corsi subito alla sezione del 1917, intitolata “Il mondo in lotta”. Scoprii allora con delusione che di Caporetto non se ne parlava che per due misere paginette. Il resto era consacrato a Vimy, Arras, Ypres, Passchendaele, Cambrai, l’entrata in guerra degli Stati Uniti e la Rivoluzione russa. E noi italiani? Dove eravamo? Non capivo. Una battaglia così catastrofica da mantenersi nella nostra lingua come proverbiale sinonimo di disfatta totale era davvero una nota a margine del 1917? Molti anni dopo, quando iniziai a leggere la storia della Prima guerra mondiale del grande storico Liddel Hart, la faccenda si ripeté: su seicento pagine, alla drammatica rottura del fronte italiano ne erano dedicate solo cinque. E piuttosto sbrigative, per giunta. A quell’età avevo però un po’ più di sale in zucca e iniziai ad essere sfiorato dal sospetto che le battaglie della storia non fossero tutte uguali. Alcune si rivelano decisive sin da subito. Da sole sembrano determinare l’esito di un intero conflitto: pensate a Waterloo, a Stalingrado, o alla Sedan del 1870. Altre invece, nonostante al momento appaiano risolutive, non lo sono. Le loro conseguenze in breve si riassorbono e alla fine non alterano il senso e la direzione generale degli eventi nei quali sono inserite. Caporetto è una di queste. In questo senso potrebbe essere paragonata a Lepanto, a Canne o Bunker Hill. Per questo uno dei migliori storici militari britannici può legittimamente liquidarla con poche parole. Con un po’ di onestà intellettuale siamo costretti ad ammettere che Caporetto non decise l’esito dello scontro tra l’Italia e gli Imperi centrali, e tantomeno quello della Prima guerra mondiale. Ma ovviamente c’è di più. Non solo le battaglie sono diverse nelle loro conseguenze sul piano militare. Lo sono anche – o forse soprattutto – nel modo in cui le vivono i popoli che si trovano a combatterle. Il significato e l’importanza di uno scontro non si misura esclusivamente sistemandolo sulle tacche di una ipotetica scala graduata della storia globale. Se così non fosse su Caporetto avremmo cessato da un pezzo di scrivere fiumi di inchiostro. In realtà la battaglia di Caporetto continua a catturare la nostra attenzione perché parla di noi italiani. Di quello che siamo, evidenziando i nostri difetti peggiori. Le onde d’urto prodotte da Caporetto scossero l’intera nazione al punto che ancora oggi, se tendiamo bene l’orecchio, possiamo udirne il riverbero. Ovviamente, l’aspetto militare di quella disfatta è ormai confinato nel recinto dell’analisi storica. Oggi, accostandoci ad essa, la nostra sensibilità è solleticata da altri spunti che ci sembrano sinistramente familiari: l’ottusità della burocrazia – in questo caso militare – e la pletora di comandanti da scrivania, parolai capaci solo di vergare circolari in “bello stilo” con le quali coltivavano l’illusione che per risolvere un problema bastasse metterlo in evidenza. Ma soprattutto l’impreparazione e il pressapochismo, la faciloneria, la paura di assumersi responsabilità che possano nuocere alla carriera. E ancora: gli yes-men in uniforme, i demagoghi dei giornali, i giochi di potere e la crudeltà di un apparato coercitivo forte con i deboli e debole con i forti. Direste, in tutta onestà, che l’Italia di oggi abbia ormai superato anche solo in parte questi suoi mali storici? Questo meraviglioso libro ci porta nel cuore di quella battaglia, descrivendo tattiche, strategie, condizioni ambientali e la complessità degli uomini, siano essi comandanti o semplici soldati. Ma nel contempo, in maniera discreta, ci insegna a tenere parte della nostra attenzione fissa sul presente. “Caporetto” di Alessandro Barbero è una “histoire totale” sulla scia dei grandi maestri della storiografia francese del XX secolo. La battaglia che divampò sul finire dell’ottobre del 1917 è un segno storico lontano e ancora molto vicino a noi: paradossalmente è un qualcosa che rivive ancora oggi, nella nostra quotidianità e nella continua presa d’atto delle storture del nostro vivere civile e collettivo. Non credo esista un libro migliore per riflettere su questi argomenti. Peccato solo per lo strisciante senso di amarezza che rimane. Ma questo ovviamente non è colpa di Barbero…