Sabato mattina il mio assistente mi informò che un ussaro francese si trovava vicino alla nostra nave. Guardai fuori dal boccaporto e, in effetti, davanti a me vidi proprio un cavaliere…

Dottor Ahlé, chirurgo di bordo della Snelheid

C’è una guerra, e ci sono quattordici vascelli da battaglia, tra cui cinque imponenti navi di linea di prima classe, in pratica le portaerei dell’epoca. Sono gli ultimi giorni di gennaio. Fa molto freddo. Dalla sera alla mattina, i piedi di questi giganti di legno si ritrovano intrappolati in un mare ghiacciato a causa di uno degli inverni più rigidi a memoria d’uomo. L’intera flotta, armata con centinaia di cannoni, si arrende al nemico senza sparare un colpo, lasciandosi catturare; non da un’altra flotta, ma da un piccolo, audace reparto di cavalleria leggera che avanza con cautela sulla crosta gelata. Gli zoccoli degli animali sono coperti di stracci per non far rumore. Navi contro cavalli, e a stravincere sono questi ultimi. Un fatto d’armi eclatante, quasi senza precedenti nella storia. Una vicenda dai tratti così assurdi, comici – per non dire farseschi – che la prima cosa che verrebbe da pensare sarebbe di ritenere il paese protagonista di questo scacco una nazione da operetta. Ovviamente non è così, ma è inutile girarci attorno: quando inizia la nostra storia, i Paesi Bassi non sono più la nazione vitale ed intraprendente che un secolo prima, dopo una guerra durata ottant’anni, ha inopinatamente sconfitto un impero mondiale – l’orgogliosa Spagna di Filippo IV – e lanciato le proprie flotte alla conquista delle rotte commerciali dall’Atlantico al Pacifico. I fasti del “Gouden eeuw” – come gli olandesi chiamano il loro periodo d’oro – appartengono ormai alla dimensione del ricordo e della nostalgia. Sul finire del Settecento le Province Unite sono ormai una nazione in declino, stanca, logorata dalla concorrenza dei britannici, i quali nel frattempo sono diventati i nuovi signori del mare. Fratture e divisioni minano la società dall’interno. La dinastia degli Orange-Nassau ha in pratica monopolizzato la carica di Stadhouder ed è invisa alla popolazione, specie ai ceti mercantili che da sempre costituiscono la spina dorsale e l’anima del paese. Il principe Guglielmo V è un uomo incapace e dispotico. Nel 1787 il suo malgoverno è arrivato a provocare una rivolta che è stata schiacciata grazie all’intervento di 26.000 prussiani. Rimesso al potere dalle baionette straniere, nemmeno dieci anni più tardi, con le cicatrici di quella sommossa ancora aperte, si lascia trascinare da inglesi ed austriaci in una nuova guerra, questa volta contro la Repubblica francese sorta dalla Rivoluzione.

Corrono tempi di ferro e sangue. Immani rivolgimenti scuotono l’Europa. Un fondale fatto apposta per sminuire i figuranti che si avvicendano sul palcoscenico della storia. Non siamo però troppo ingenerosi: la prima preoccupazione di chi getta un occhio sul passato non dovrebbe essere quella di giudicare, ma di capire. E pazienza se capire è in fondo un sinonimo di giustificare. Che può fare il povero Guglielmo? Non è un completo babbeo. Possiede una certa lucidità politica. Durante un incontro diplomatico confessa all’ambasciatore inglese: «Finché la Francia non è pronta, nulla la indurrà a muoverci guerra, e quando sarà pronta, nulla potrà impedirlo.» Ed è solamente il 1787 quando pronuncia questa profezia degna di Cassandra. Il mondo è ancora quello incipriato dell’Ancien Régime. A Parigi la Bastiglia è ancora in piedi e mai ci si immagina che sarà presto smantellata pietra su pietra da uno stormo di popolo inferocito. Poco dopo, nell’esplosiva situazione nel 1793, lo Stadhouder e la sua piccola Olanda sono il classico vaso di coccio tra vasi di ferro: non possono reggere alle ondate degli eventi che li investono. A condannarli è la loro stessa sfortunata posizione geografica: avere la Francia come vicino di casa equivale al condividere un appartamento con una tigre isterica e affamata. Con l’intera Europa che tenta di spegnere l’incendio della Rivoluzione, nel 1794 il Direttorio, il nuovo governo succeduto alla sanguinaria dittatura di Robespierre, reagisce spinto dall’istinto di sopravvivenza, proprio come un animale, creando eserciti in serie, come un fornaio sforna pagnotte. È lo sconvolgente potere del nazionalismo e del suo diretto corollario: la “levée en masse”, vale a dire la coscrizione obbligatoria imposta a tutti i cittadini chiamati a difendere la Patrie in pericolo.

L’armata con la quale i Paesi Bassi si vedono assalire è l’Armée du Nord. Si tratta di un’unità quasi leggendaria nella mistica militare repubblicana. I suoi uomini sono i vincitori di Valmy, Jemappes, Neerwinden, Hondschoote, Wattignies, Fleurus. Ma attorno ad essa ruotano anche elementi oscuri propri dello spirito dei nuovi tempi. Solo durante il 1793 al suo vertice si avvicendano non meno di cinque comandanti. Di essi uno sarà incriminato per tradimento, due saliranno sul baldacchino della ghigliottina e un altro morirà in combattimento. Per la campagna invernale del 1794-95 è il turno di Jean-Charles Pichegru, un personaggio la cui storia personale meriterebbe un articolo a parte. Figlio di un contadino, avrebbe probabilmente seguito lo stesso destino del padre se a innalzarlo dalla sua condizione non fossero intervenute le doti nelle materie scientifiche: il giovane Charles è tanto abile con numeri e logica che, inviato all’accademia militare di Brienne, diviene alla fine un insegnante del suo stesso collegio. Ad un certo punto tra gli allievi delle sue lezioni di matematica c’è persino un adolescente còrso con le stesse inclinazioni, un certo Napoleone Buonaparte. Ma torniamo a Pichegru: nel 1783 si arruola in un reggimento di artiglieria e inizia a far carriera nell’esercito. Ad aprirgli nuove opportunità provvede poi la Rivoluzione: nel 1793 l’arresto del generale Hoche libera un posto di comando al vertice dell’Armata del Nord. Lazare Carnot lo sceglie per l’incarico. Chi meglio di lui? Possiede esperienza, audacia, opportunismo e nessuna origine nobiliare. E soprattutto ha i giusti agganci politici. Nella Francia giacobina, allora come oggi, la cosa non è secondaria per avanzare di grado. La nomina a citoyen-général è perciò quasi automatica. Pichegru non è un genio militare, ma non sfigura di fronte ai suoi colleghi più famosi come Jourdan e Moreau. Sul finire di ottobre attraversa la Mosa con i suoi uomini e punta su Nimega forzando la linea del fiume Waal che gli olandesi e i loro alleati inglesi e austriaci contano di usare come barriera difensiva. La loro strategia è quella di sfruttare gli ostacoli naturali del paese e di allagare campi e strade rompendo le dighe. Ma hanno fatto i conti senza il generale inverno, che nell’ultima settimana di dicembre decide di scendere in campo. L’Olanda viene avvolta in una coltre di freddo e ghiaccio. Le temperature vanno in picchiata: meno dieci, poi meno quindici, infine meno diciotto. Per i francesi invasori è manna dal cielo. A capirlo meglio di tutti è un certo Herman Willem Daendels, uno dei capi della rivolta del 1787 che, dopo aver trovato rifugio in Francia, è stato incorporato nell’Armée du Nord. Questi scrive infatti a Pichegru esortandolo: «L’Olanda è divenuta ora solida. I fiumi che la circondano, le inondazioni che la riparano dalle invasioni sono dure come la terra. Amsterdam è alla stessa altitudine di Parigi…» Le armate della Rivoluzione dilagano: vista l’insostenibilità del fronte, il 2 dicembre il corpo di spedizione britannico del duca di York si reimbarca compiendo un’operazione nella quale gli inglesi sembrano essere maestri in ogni guerra che hanno combattuto sul Continente dal Medioevo in poi. Senza più ostacoli il 15 gennaio i francesi passano il Lek, due giorni dopo entrano a Utrecht. Il 18, lo Stadhouder fugge in Gran Bretagna e viene proclamata la Repubblica Batava, uno stato fantoccio asservito ai conquistatori.

Fine dei giochi? No: resta ancora un importante asset su cui allungare le mani. L’Olanda possiede una flotta da guerra di tutto rispetto. Le sue cinque navi di linea e la decina tra fregate e corvette possono costituire un’autentica boccata d’ossigeno per una Francia in difficoltà a fronteggiare lo strapotere britannico sui mari. Già, ma dove sono i vascelli? Su ordine di Guglielmo V l’ammiraglio van Kinsbergen li ha portati a nord. La sua squadra navale è infatti ancorata ai bordi dell’Ijselmeer, nel mare interno su cui si affacciano i Paesi Bassi. Quattordici unità attendono gli sviluppi della situazione all’imboccatura del Marsdiep, un passaggio tra il promontorio di Helder e l’isola di Texel che sfocia nel Mare del Nord. Non hanno ordini precisi, ma è ovvio che l’unica mossa sensata sarebbe quella di levare le ancore e far vela verso l’Inghilterra, alla volta di Portsmouth, Plymouth o Chatham per unirsi alla Royal Navy. È ciò che vorrebbe fare Kinsbergen, capricci del clima permettendo. Sul finire di dicembre notti limpide e gelate improvvise seguite da burrasche di neve rendono l’Ijselmeer una lastra di ghiaccio. Gli sbocchi verso il mare aperto tra la catena di isolette che circonda i porti olandesi si ostruiscono. L’ammiraglio porta le proprie navi sottocosta, ma si ritrova prigioniero nelle acque del proprio paese. I tentativi di far saltare il ghiaccio con l’esplosivo falliscono miseramente per una semplice legge fisica: la massa solida, anche se rotta, torna presto a riformarsi e a risaldarsi. La sua unica speranza è che i francesi non scoprano la sua posizione.

A metà gennaio Pichegru riceve una soffiata che gli rivela la posizione della flotta olandese. Una delle spie di cui pullula il paese lo informa che un gran numero di navi sono immobilizzate nei dintorni di Texel. Bisogna agire in fretta, senza perdere un solo istante. Il rischio è che gli olandesi, piuttosto che lasciarsi catturare, decidano di affondare le proprie navi o, peggio ancora, di farle saltare in aria con le tonnellate di polvere da sparo che portano nelle loro stive. Con questo pericolo incombente non c’è nemmeno il tempo per elaborare un piano. Pichegru deve improvvisare: decide semplicemente di ordinare all’unità più prossima alla posizione di Kinsbergen di recarsi sul posto. La quarta divisione di cavalleria di Souham parte per questa assurda missione. Il 22 gennaio uno squadrone di ussari al comando del capitano Luois-Joseph Lahure – un belga di soli 28 anni – giunge ai bordi del Marsdiep: è notte, ma in lontananza si scorgono file di luci che tradiscono la presenza dei vascelli olandesi. I francesi sono esterrefatti di fronte a quella città galleggiante: è tutto vero! Ma hanno comunque la lucidità di accamparsi per la notte e tentare il colpo a sorpresa il mattino seguente. Il tempo adesso lavora incredibilmente per loro. Nel mentre, l’ammiraglio Kinsbergen riceve un dispaccio. La fazione filofrancese ha preso il potere e ordina a tutti i comandanti di cessare le ostilità nei confronti del nemico. Il mattino dopo anche la fortuna si schiera dalla parte dei francesi. Una fitta nebbia scende sulla superficie ghiacciata del mare e consente ai centoventotto ussari di avvicinarsi alle navi senza essere visti. Quando i cavalieri sono a ridosso delle fiancate delle navi vengono scoperti ma ormai è troppo tardi. I giganteschi cannoni navali che spuntano come aculei dalle murate non possono tirare ad una distanza tanto ravvicinata. Non lo avrebbero comunque fatto visto l’ordine ricevuto da Kinsberger la sera prima, ma questo i francesi ovviamente non lo sanno.

La mattina del 23 gennaio 1795, in groppa al proprio destriero, Lahure intima la resa ai giganti di legno e ferro che gli stanno davanti. Quattordici navi, 850 cannoni e quasi 2.000 uomini si consegnano docilmente alla Repubblica francese. Non un singolo colpo viene sparato. Non un morto, né un ferito. E Pichegru non perde l’occasione per lustrarsi le piume: «La marine hollandaise est à nous!» esulta in un dispaccio a Parigi. Per Lahure, inizialmente messo in disparte, sarà l’inizio di una brillante carriera che gli frutterà la nomina a generale e infine l’incisione del suo nome sul pilone meridionale dell’Arco di Trionfo. In Francia, sulle ali di un entusiasmo patriottico abilmente costruito ad arte, la propaganda si scatena trasformando un banale episodio in un eroico fatto d’armi. La storia tuttavia, col suo innato senso di giustizia, conosce mille vie per ripristinare la verità e punire chi la oltraggia per il proprio tornaconto. Le navi catturate all’Olanda non sposteranno l’ago della bilancia della guerra navale. Restituite alla Repubblica Batava con il trattato dell’Aia finiranno tutte affondate o catturate dalla Royal Navy entro il 1800. La supremazia britannica rimane inattaccabile. Immaginarsi una Trafalgar con le navi olandesi è inutile: la battaglia avrebbe avuto lo stesso esito, sia che esse vi avessero partecipato da una parte o dall’altra. Meglio risparmiare la fantasia per voli più degni. Quanto a Pichegru, non si può certo dire che l’episodio gli abbia portato fortuna. Il credito che ha guadagnato, lo perde quasi subito, come ad un misterioso gioco d’azzardo. Il 18 fruttidoro dell’anno V prende parte ad un colpo di stato che fallisce. Rinchiuso alla Caienna, riesce a fuggire e a trovare rifugio a Londra, tra i nemici di solo qualche anno prima. Nel 1803, non pago, tenta di nuovo di rovesciare l’ordine costituito ritornando in patria tra le file dei realisti contro il Primo Console Bonaparte. Altro fallimento, altro arresto. Questa volta però niente deportazione. Il 6 aprile 1804 Jean-Charles Pichegru viene ritrovato morto nella sua cella della prigione alla Torre del Tempio. Al collo ha una cravatta nera. La storia non è in grado di dire se si sia trattato di suicidio oppure di un’esecuzione mascherata. Per rispetto della verità, che ormai giace rinchiusa in un territorio nel quale l’indagine storica non potrà mai avventurarsi, l’autore di questo articolo sceglie prudentemente di non prendere posizione.