«Je menai cette vie insignifiante jusqu’au siège de Toulon…»

Napoleone

L’ingresso in una nuova epoca avviene spesso all’insaputa di tutti. Per questo sia i libri di storia che la nostra vita contengono troppi “all’improvviso”. Abusiamo di quest’avverbio così giustificatorio perché ci permette di mascherare a noi stessi la nostra sempre limitata comprensione della realtà nel suo svolgersi. Una moltitudine di processi dispiega i propri effetti sotto i nostri occhi, ma non sappiamo coglierli se non quando la differenza tra un “prima” e un “dopo”, divenendo solo un poco più marcata, colpisce la nostra attenzione.
La nostra storia inizia nell’Anno I – mese di germinale, anche se nessuno lo sa. Tutti continuano ad usare il vecchio calendario gregoriano. Né del resto si potrebbe fare altrimenti. Il nuovo sistema di datazione sarà introdotto solo di lì ad una manciata di mesi, ma con inizio retroattivo al 22 settembre 1792. Per il momento accontentiamoci quindi di dire che siamo ancora nella primavera del 1793. Il mondo, ed in particolare l’Europa, sta però cambiando ad una velocità impressionante, con un ritmo che si misura in giorni. La Rivoluzione si appresta a entrare nel suo quarto anno di vita, ma nemmeno il più fervente dei giacobini potrebbe affermare che sia in salute. La situazione, da qualsiasi punto di vista la si voglia considerare, appare così drammatica che il più radicale ed ambizioso esperimento politico mai tentato fino ad allora sembra avere le ore contate. Adesso non si tratta più di diffondere trionfalmente il verbo della libertà ai popoli ancora oppressi dai “tyrans couronnés” al di là delle frontiere naturali della Francia, ma semplicemente di riuscire a sopravvivere in casa propria. Nelle assemblee e nei club di Parigi, indipendentemente dalle idee e dai programmi che vi vengono discussi, tutti hanno la chiara percezione di essere ormai oltre un punto di non ritorno. I ponti sono tagliati: o la Rivoluzione vince, o muore.
Non a caso il 1793, quell’anno fatale e tragico, inizia all’insegna di un gesto di rottura definitivo, che non ammette ricomposizioni. È infatti l’esecuzione del re Luigi XVI, il 21 gennaio, che lo inaugura, infrangendo per sempre il mito della sacralità monarchica, separando la Francia dal resto del mondo e innervando crepe e fratture all’interno del corpo stesso della nazione. La direzione della legittimazione del potere – da sempre discesa dall’alto verso il basso – cambia verso: da ora in avanti, chiunque siederà su un trono o sullo scranno d’onore di un’aula lo farà perché sorretto dalla sovranità di chi sta sotto di lui. Marat dimostra di intuire la portata epocale di questo evento meglio di chiunque altro, quando commenta: «Nel gettare la testa del re come sfida alla contro-rivoluzione, si precludono volontariamente tutti i ritorni al passato. Non c’è più modo di tornare indietro.» All’orizzonte non si intravedono solo i civili bagliori del sorgere di nuove realtà politiche o costituzionali. C’è anche il presagio cupo ed incombente di una nuova età foriera di crudeltà ed efferatezze oltre ogni scala sin lì sperimentata. Un mito vuole che il re, nel salire sul patibolo, abbia rivolto alla folla le seguenti parole: «Popolo, muoio innocente! Perdono gli autori della mia morte: prego Dio che il mio sangue non ricada sulla Francia.» Che l’episodio corrisponda o meno alla verità, poco importa. La sostanza è che il futuro della Repubblica si addentra sempre più nel tunnel del sangue. Una strada senza ritorno, tracciata dall’azione di potenti forze storiche innescate forse inconsapevolmente, almeno in riguardo ai loro esiti finali. L’unico modo per uscirne è di apprestarsi al Calvario, accettandone sofferenze e orrori.
Alle frontiere è la guerra totale. Il cerchio di fuoco rappresentato dalle baionette delle principali potenze europee si stringe sempre più attorno alla Francia. Il sollievo e l’euforia di Valmy sono svaniti, sebbene solo pochi mesi separino il ricordo di quella vittoria dall’attualità di sconfitte. A marzo la disfatta di Dumouriez a Neerwinden ad opera di un’armata asburgica costringe la Repubblica ad abbandonare i Paesi Bassi austriaci, vanificando così il successo conseguito di recente a Jemappes. Il morale delle truppe vacilla; le diserzioni si moltiplicano. Lo stesso Dumouriez tradisce la causa rivoluzionaria e intavola trattative col nemico. Un esercito britannico sotto il comando del duca di York passa la Manica, sbarca a Dunkerque e, di concerto con gli alleati, minaccia Valenciennes. In Renania i prussiani passano all’offensiva puntando su Spira e Magonza. Quasi contemporaneamente, all’estremo sud sui Pirenei, un corpo d’armata spagnolo forte di 20.000 uomini travolge i deboli reparti della guardia nazionale e invade il Rossiglione.
Sul fronte interno è invece la guerra civile. La Convenzione è dilaniata dalle lotte tra gli estremisti giacobini, favorevoli ad uno stato fortemente accentrato, e i più moderati girondini, fautori invece di soluzioni federaliste. Ma quale che sia l’orientamento di questi proto-partiti, entrambi sono schiacciati dall’immane responsabilità di trapiantare nel corpo della Francia novità politiche e sociali dirompenti, che una nazione avvinta fino a poco prima nelle catene dell’assolutismo monarchico può sopportare a stento. L’abolizione dei privilegi feudali, la libertà di associazione e di espressione, la costituzione civile del clero e la confisca delle proprietà ecclesiastiche, la crisi finanziaria, e infine la leva in massa degli uomini chiamati a difendere la patria in pericolo. Troppo, e in troppo poco tempo. Le onde d’urto del cambiamento scuotono l’intera nazione dalle fondamenta. Di fronte ad un simile, repentino ribaltamento dei valori, la Francia profonda, rurale, cattolica, monarchica sia per assuefazione che per sincera convinzione, reagisce con la violenza e l’insurrezione.

Battaglia di NeerwindenBattaglia di Neerwinden

Il 23 febbraio 1793, pressata dalla necessità di provvedere alla difesa nazionale, la Convenzione emana un decreto che impone a tutti gli 83 dipartimenti francesi una leva straordinaria di 300.000 uomini. I vuoti che l’arruolamento volontario non riesce a colmare saranno riempiti con un sorteggio tra tutti i celibi o i vedovi dai 18 ai 40 anni, secondo la stessa identica pratica in uso ai tempi dell’Ancien Régime. Non si può fare altrimenti: incalzate su quasi tutti i fronti, le armate della Repubblica hanno un disperato bisogno di reclute. Ma, lontano dagli epicentri della Rivoluzione, la mobilitazione si muta in un fattore di disturbo e finisce col rappresentare la goccia che fa traboccare il vaso del malcontento. Un mese più tardi, per tutta risposta, nelle regioni della Francia occidentale divampa una forma di lotta a metà strada tra la guerriglia e il brigantaggio. È la chouannerie. Lo strano nome deriva dal suo ispiratore, il contrabbandiere Jean Cotterau, detto “Chouan” per via della sua abilità nell’imitare il verso del gufo. Sulle prime sembra di assistere alle tipiche rivolte paesane del passato, violente ma estemporanee e slegate fra loro. Poco più che una serie di jacqueries sulla falsariga di quelle dell’antico regime. Il fenomeno è di certo privo di continuità d’azione ma è ostinato, e si estende. Presto vaste zone della Bretagna, del Maine, dell’Anjou e del Poitou ne sono toccate. La chouannerie è animata da motivazioni più religiose che sociali e, forse per via di questo suo legame con uno dei tradizionali pilastri dell’ordine, non riesce a fare il salto di qualità organizzandosi militarmente. In principio il governo di Parigi la sottovaluta, credendola più una molestia che un reale pericolo. In parte è così, tuttavia gli Chouans costringono le autorità a distaccare con compiti di polizia militare migliaia di soldati, sottraendoli alla prima linea.
Di ben altra portata e gravità è l’insurrezione che travolge la Vandea e i dipartimenti vicini. Tra il 3 e il 9 marzo 1793 si verificano disordini nelle città di Cholet, Chemillé e Clisson. Anche in questo caso il fattore scatenante è la leva militare decretata ed imposta da Parigi a popolazioni rurali che la consideravano un sopruso. L’11 marzo, più di cento villaggi in tutta la Vandea sono in rivolta. In questa regione affacciata sull’Atlantico le tradizioni monarchiche e cattoliche sono più forti e radicate che in ogni altra parte del paese. Clero e nobiltà sono strette a tutte le altre componenti della società da solidi legami che la lama dell’ideologia non è riuscita a spezzare. L’intransigente governo rivoluzionario, regicida, ateo, e ora anche assetato del sangue dei suoi giovani cittadini, è visto come il nemico dei tradizionali valori della Francia. Di fronte al soffocante centralismo giacobino gli insorti imbracciano le armi e formano autentici eserciti campali che si scontrano con la Guardia nazionale e i repubblicani. Guidati da abili capi carismatici, il loro motto è “Dieu le Roi”; lo stemma un cuore rosso sormontato da una croce. Nei loro ranghi sfila l’intera società vandeana: contadini, artigiani, preti refrattari, soldati di professione e praticamente tutta la piccola nobiltà rurale. Atrocità e massacri sono fuori controllo sin dai primi giorni. Nessuna delle parti è disposta ad accordare pietà all’altra. A Parigi, dove si teme l’approssimarsi degli eserciti nemici dalle frontiere a nord e a sud, la sollevazione è vissuta come un tradimento perpetrato nel momento di maggior pericolo per la patria, e quindi come un atto da punire con il massimo rigore. La guerra di Vandea si trascinerà fino al 1795 e, con minore intensità, anche oltre. A porvi fine saranno le “colonne infernali” del generale Turreau che porteranno la pace facendo della regione un deserto di lutti e macerie. L’ordine diramato ai suoi uomini lascia ben poco spazio ad ambiguità interpretative: «Tutti i briganti che saranno trovati armi alla mano, o rei di averle prese, saranno passati a filo di baionetta. Si agirà allo stesso modo con le donne, le ragazze e i bambini […] Neppure le persone semplicemente sospette devono essere risparmiate. Tutti i villaggi, i borghi, le macchie e tutto quanto può essere bruciato sarà dato alle fiamme.» Curiosamente, il nome di Turreau è ancora oggi iscritto sull’Arco di Trionfo.

Ma anche il Sud mediterraneo e commerciale della Francia – il Midi – ribolle di malcontento, seppur di diversa natura rispetto a quello che infiamma l’Ovest atlantico e rurale. Qui, la fiammella che appicca l’incendio è di natura politica. I conflitti di potere tra le diverse anime della Convenzione si riverberano con forza anche nel triangolo tra Lione, Marsiglia e Tolone. A Parigi, tra la fine di maggio e l’inizio di giugno, le pressioni dei sanculotti giacobini e dei montagnardi causano l’epurazione violenta di alcuni deputati moderati appartenenti ai girondini. Il potere viene così condensato nelle ristrette mani del Comitato di salute pubblica guidato da Robespierre. La stagione del dispotismo assoluto del Terrore e del Tribunale rivoluzionario è ormai alle porte. Ma se il tentativo violento da parte dei giacobini di intimidire le forze politiche rivali riesce nella capitale, nelle province meridionali incontra maggiori ostacoli. Marsiglia, Lione, Nîmes e Avignone fanno resistenza e si sollevano; in agosto, anche Tolone dichiara illegittimo il governo dei giacobini. Non si tratta di un ripudio della Rivoluzione in quanto tale, ma più sottilmente, di una forma d’opposizione nei confronti della piega illecita e violenta che stanno assumendo i meccanismi alla base della leadership di governo. Nel clima di parossismo che regna a Parigi, la sottigliezza non viene colta. E forse sarebbe troppo pretenderlo, specie di fronte al fatto che nella frattura generata dai girondini inizia sin da subito ad inserirsi la risorgente opposizione lealista. Il nuovo fronte interno che si apre contro la Repubblica rappresenta un pericolo esiziale che va eliminato il più in fretta possibile. Lione, con le sue manifatture, è una delle città più ricche della Francia e la cerniera tra nord e sud. Marsiglia rappresenta il principale porto commerciale del meridione e insieme il nodo che alimenta l’armata schierata sulle creste delle Alpi contro piemontesi e austriaci. Dati il momento e le circostanze, l’importanza di Tolone è forse anche maggiore. La città è la base della flotta francese e in quanto tale il fulcro della presenza navale nel Mediterraneo. I suoi arsenali e cantieri supportano 19 navi di linea di prima classe, 7 fregate e 9 corvette. Perderla significherebbe aprire le porte alla supremazia incontrastata della Royal Navy. Per questo motivo possiamo solo immaginare lo shock che deve aver colpito la capitale alla notizia che il 28 agosto le autorità di Tolone hanno consegnato l’intera città a inglesi e spagnoli. Gli ammiragli Hood e Lángara, su diretta richiesta degli insorti, sbarcano i primi contingenti prendendo possesso della città e soprattutto della cintura di forti che protegge la rada. Nel mentre, il loro collega francese Trogoff consegna le proprie unità ai britannici. L’occupazione avviene senza colpo ferire. Dappertutto le bandiere tricolori vengono ammainate in favore di quelle bianche con i gigli dorati dei Borbone. Da ultimo, i cittadini proclamano il figlioletto del re decapitato, nuovo e legittimo re di Francia col nome di Luigi XVII.

La reazione della Repubblica nei confronti della controrivoluzione è immediata. Parte del dispositivo militare a protezione del fianco sud-est della Francia viene riorientato dall’esterno verso l’interno. La divisione di Jean François Carteaux, formata da poco meno di 5.000 uomini, marcia da Valence verso Avignone, che viene ripresa il 24 luglio. L’armata delle Alpi di Kellerman sposta il proprio baricentro da Grenoble e scende nella valle del Rodano, dove il 9 agosto viene posto l’assedio a Lione. Nel frattempo Carteaux riprende la discesa verso il mare: un mese più tardi, il 25 agosto, il generale entra anche a Marsiglia, la quale ritorna alla Francia in un bagno sangue. La Convenzione ordina infatti di mostrare agli insorti la durezza della giustizia rivoluzionaria sterminandoli senza pietà. A resistere rimane solo Tolone, ma la sua conquista non si annuncia di facile attuazione. Si tratta di una città a spiccata vocazione militare, protetta da una moltitudine di forti e di ridotte ma, soprattutto, è tenuta da truppe regolari di eserciti stranieri che aumentano di giorno in giorno. Questi contingenti non rappresentano il meglio dell’arte e della pratica militare del periodo. L’esercito britannico è da sempre la cenerentola di una nazione che affida i propri destini alla marina e che, anzi, guarda con sospetto ai militari sin dai tempi del dispotismo di Cromwell. Esagerando, si potrebbe affermare che non è poco più di una disciplinata forza di polizia dispersa in piccole guarnigioni ai quattro angoli del globo con il solo compito di vigilare sulla stabilità dell’impero transoceanico. L’ultima grande battaglia delle giubbe rosse risale a 12 anni prima ed è l’umiliante sconfitta di Yorktown contro i ribelli americani di George Washington e i loro alleati francesi. Gli spagnoli hanno tradizioni più marziali, ma da tempo sono una potenza di secondo rango. La lunga decadenza del paese iniziata nel XVII secolo si trascina anche nel XVIII e si riflette come in uno specchio nelle sue forze armate. I reggimenti iberici sono coraggiosi, ma disorganizzati e mal comandanti a causa dell’incapacità di ufficiali e funzionari nominati da uno stato corrotto. Tuttavia, se si tratta semplicemente di dover difendere delle posizioni,  britannici e spagnoli possono rivelarsi un nemico arduo. Specie se in gran numero: i primi 200 britannici sbarcati dalla HMS Robust sono ormai diventati una composita armata di 15.000 uomini che annovera spagnoli, piemontesi e napoletani. Per fronteggiarla viene richiamata da est la divisione di Lapoype, una costola dell’Armata d’Italia di Dumerbion che vale altri 3.000 soldati. Per la Repubblica riprendere Tolone non è solo una questione di prestigio o di strategia navale, ma di vita o di morte. Questa importante base non può continuare ad essere un pied-à-terre delle forze della controrivoluzione: il rischio è che le ribellioni dell’ovest, a lungo andare, si saldino con quelle del Midi e che il cancro della guerra civile divori l’intero corpo della nazione.

Le armate repubblicane che imperversano nel sud della Francia meritano una descrizione più approfondita, non foss’altro per la mutazione che stanno subendo e che le sta trasformando in uno strumento militare con caratteristiche in totale rottura con il recente passato. In primo luogo sono una perfetta cartina di tornasole del rutilante caos di quei tempi e, al pari di ogni altra istituzione, rendono piena testimonianza dei rivolgimenti in corso nella società. I compassati eserciti di automi dell’Ancien Régime, che manovrano in perfetto ordine sul campo agli ordini di ufficiali appartenenti alla nobiltà, si mutano in qualcosa di radicalmente diverso. Il potere politico e le nuove idee che lo animano operano la trasformazione. Le pressanti esigenze di difesa, accoppiate ad un nuovo, radicale concetto di cittadinanza che implica direttamente la coscrizione obbligatoria, ingrossano a dismisura gli eserciti, i quali divengono autentici organismi di massa. La fanteria di linea del Settecento, che marcia disciplinata in ordine chiuso, a passo cadenzato, viene affiancata da schiere di cittadini-soldato, che avanzano a stormi. Questi ultimi sono indisciplinati, inesperti e male armati, a volte cedono di schianto alle prime difficoltà ma, se ben condotti, rovesciano su un nemico impreparato alla novità tutto il peso del morale instillato dal fervore rivoluzionario che li ha evocati. In termini storico-militari è “L’amalgame”. I generali hanno ora a propria disposizione l’intero serbatoio che contiene le forze vive della nazione. In questo senso, Lazare Carnot, il geniale organizzatore del reclutamento di massa, più che un riformatore militare, sembra un apprendista stregone alle prese con poteri incommensurabili. «Ogni cittadino nasce soldato…» si legge nel testo di una sua proposta di legge. Il corollario di una simile affermazione può essere uno solo: la distinzione tra la sfera civile e quella militare sbiadisce e l’intera nazione si orienta compattamente verso la guerra. Gli ufficiali, d’altro canto, non devono più appartenere all’élite nobiliare per ascendere alle posizioni apicali di carriera. Il crollo di questa barriera di classe consente l’avanzamento ai massimi gradi degli ufficiali più meritevoli o, più spesso, dei più ambiziosi, carismatici e intraprendenti. Non si tratta di una salomonica meritocrazia ma pur sempre di una boccata d’aria fresca e di energia che scuote l’intera struttura di comando dell’esercito. L’aumento esponenziale degli uomini in armi accresce di pari passo l’importanza e il ruolo della leadership militare. Il pericolo è che l’influenza dei generali diventi preponderante e costituisca l’ago della bilancia degli equilibri di potere. La politica mostra di rendersene conto. L’esercito – che nelle proprie mani ha il destino della nazione – non ha ancora fugato tutti i dubbi di fedeltà nei confronti di una Repubblica che ha dovuto giocoforza affidarsi ad esso. A tentare di governare quest’indocile mélange in uniforme provvedono due decreti del 9 e del 30 aprile, che istituiscono il député-en-mission, una figura che, non casualmente, sarà poi ripresa in quasi tutte le successive rivoluzioni della storia ogniqualvolta si sentiranno minacciate. Si tratta in sostanza di veri e propri commissari politici distaccati presso i comandi di ogni armata. Sono investiti dell’incarico di vigilare sull’operato e la condotta di ufficiali e soldati, assicurandosi che essa sia consona alle direttive del nuovo regime. La diffidenza della Convenzione è dovuta alla volontà di evitare il ripetersi di casi come quello di Dumouriez, passato clamorosamente al nemico. I commissari detengono quindi il potere di far arrestare persino i generali e, per questo, sono temutissimi. Ma ciò significa anche che incorrere nelle loro grazie è uno dei modi più efficaci per ottenere impensabili promozioni o incarichi di enorme rilevanza.

Le figure che si avvicendano sulla scena degli eventi del 1793 lo fanno quindi all’interno di un caleidoscopio di pericolosi eccessi. Il caos della guerra dispensa morte e distruzione ma, di pari passo, la sua intrinseca instabilità dischiude a chiunque sappia cavalcarla opportunità del tutto precluse in tempi ordinari. In questo clima di violenza, estremismo politico e intraprendenza muove i suoi passi anche uno sconosciuto ufficiale d’artiglieria di soli 24 anni appartenente al 4° reggimento di stanza a Nizza. Il compito affidatogli dai superiori è di organizzare i convogli di munizioni che attraverso il Midi si diramano verso le Alpi e la Liguria, sulle cui alture si trova schierata – o meglio: in bilico – l’armata d’Italia. È una missione lontana dal brivido dell’azione, ma vicinissima ai luoghi dove si sta decidendo il destino di Francia. E purtuttavia rimane fondamentale: il flusso di rifornimenti è infatti indispensabile al mantenimento dell’efficienza combattiva di uno dei grandi eserciti campali della Repubblica. E Avignone, con i suoi depositi di polvere e di proiettili, è uno dei cardini di questa direttrice logistica. Non sorprende dunque che, il 27 luglio, alla presa della città da parte di Carteaux, partecipi anche questo giovane soldato. Viene da una famiglia della piccola nobiltà còrsa e il suo nome è Napoleone; il cognome, che ancora non ha perso la “u”, è Buonaparte. È un uomo di inquieta e inesauribile curiosità, intelligente, caparbio, smanioso di mettere in mostra tutto il talento che sente di possedere. Saranno proprio le impressioni ricavate dalla presa di questa antica città del Contado Venassino che lo porteranno a scrivere “Le souper de Beaucaire”, un pamphlet che non vale all’autore un posto nella letteratura, ma di sicuro ben più di una nota di merito negli appunti sulle scrivanie dei leader giacobini a Parigi. Rievocando un dialogo tenuto con quattro mercanti in una locanda di Beaucaire, Napoleone scrive un’apologia del governo rivoluzionario nella quale, con un idealismo tipico della gioventù, vengono esaltate la lealtà e la coerenza agli ideali.

Due mesi più tardi, il 15 settembre, ritroviamo Napoleone a Beausset, una località a soli 17 chilometri da Tolone. Laggiù ritroviamo anche Carteaux, il quale nel frattempo è stato nominato comandante di tutte le forze repubblicane schierate per riportare all’ordine e punire la città ribelle. Il trait d’union tra i due è rappresentato da Antoine Saliceti, un altro còrso che, insieme a Barras e Fréron riveste la carica di commissario politico degli assedianti. Saliceti, di per sé, non è una figura di primo piano, ma, a sua volta, è amico di Augustin Robespierre, fratello di Maximilien. Napoleone, saputo che il suo conterraneo è nei pressi, lo va a trovare, e non solo per coltivare una disinteressata amicizia. Non siamo a conoscenza di cosa si siano detti i due quella sera, ma di sicuro sappiamo che il giorno dopo, il 16, il giovane tenente ottiene il comando temporaneo dell’artiglieria di Carteaux. Indubbiamente c’è una componente d’opportunismo che viene premiata ma, accanto ad essa e altrettanto di sicuro, vediamo l’allinearsi di tante circostanze legate alla buona sorte. Una su tutte quella che riguarda Dommartin, il precedente comandante generale delle batterie. Costui è stato infatti ferito la settimana prima, in uno scontro contro i britannici nel villaggio di Ollioules e non può riprendere il suo incarico. Napoleone con l’abilità e la sicurezza che ostenta, sembra quasi piovuto dal cielo per occupare il posto lasciato vacante dal predecessore. Carteaux non ha altra scelta che accettare la sostituzione. Tuttavia, la situazione che si presenta agli occhi di Napoleone è spaventosa. Innanzitutto, le batterie a disposizione dei francesi sono posizionate in modo dilettantesco. Poi, come se non bastasse, sono poche e quasi tutte di calibro insufficiente: qualche buon pezzo da 24 libbre ma molti di più da 6, e quindi troppo piccoli per sortire effetti sulle fortificazioni nemiche. Infine, non esiste un vero comandante in capo. L’autorità di comando è frazionata in mille gelosie e rivalità che generano sprechi, inefficienze e confusione: basti dire che Lapoype da est e Carteaux da ovest conducono due disfunzionali assedi paralleli. Quest’ultimo, poi, è l’uomo sbagliato nel posto sbagliato. È un ex pittore di corte celebre per aver dipinto l’ultimo ritratto di Luigi XVI a cavallo. Deve le sue stelle di generale a Lafayette, che nel 1792 lo vuole nella Guardia Nazionale, e soprattutto al suo feroce zelo rivoluzionario, caratteristica che ai paranoici occhi della Convenzione ne fa un elemento affidabile. Ma in fatto di cose militari resta poco più che un dilettante. Le abilità di Carteaux si limitano a quelle del macellaio: gli consentono al massimo di reprimere qualche rivolta, ma di fronte ad un’operazione complessa come quella di scacciare 15.000 nemici fortificati nei pressi di una città dotata di un poderoso sistema difensivo come quello di Tolone non possono farne un militare all’altezza del compito. Napoleone stesso si rende conto della pochezza di questo spaccone in alta uniforme. Dice di lui con malignità: «Uomo superbo, imbrodolato di ricami dai piedi fino al capo.» Come tutti gli incompetenti di ogni tempo, anche Carteaux è completamente cieco di fronte ai propri evidenti limiti. La sera in cui riceve Napoleone si lascia andare ad un grottesco eccesso di entusiasmo: «Non abbiamo più bisogno di niente per impadronirci di Tolone. Tuttavia siate il benvenuto. Domani condividerete la gloria di bruciare la città, senza averne subìto la fatica.» Una battuta che sembra uscire da una commedia di Plauto. Il nuovo arrivato si riserva un cauto scetticismo di fronte a questo Miles gloriosus dei tempi moderni.

Il mattino successivo i dubbi di Napoleone vengono confermati. Le batterie francesi aprono il fuoco dalla gola di Ollioules con il proposito di sloggiare le squadre britannica e spagnola alla fonda nella piccola e nella grande rada di Tolone. I primi tiri di prova sono tragicomici: cadono infatti ad un terzo della distanza dai loro ipotetici bersagli. I solo legni che colpiscono sono quelli degli uliveti, non dei vascelli nemici. I francesi passano allora al lancio di palle al “calor rosso” ossia proiettili riscaldati per causare maggiori danni alle imbarcazioni. Peggio ancora. Napoleone rimane allibito dallo spettacolo a cui è costretto ad assistere: le palle vengono arroventate in marmitte da campo, e ad un certo punto lo stesso Carteaux, con ingenuo candore, gli domanda come secondo lui andrebbero trasportate ai serventi. Nessuno sembra possedere una pur vaga parvenza di professionalità nel campo dell’artiglieria. Napoleone improvvisa allora una lezione di tecnica balistica, che di sicuro gli vale il riconoscimento degli astanti e che successivamente non gli impedisce di aggiungere nelle proprie memorie un nuovo commento sul suo superiore, parlando di: «incapacità e completa ma fiduciosa ignoranza…» Nonostante tutto, un simile sfoggio di dilettantismo, sortisce effetti positivi. Carteaux e il commissario Gasparin, impressionati dalla competenza del giovane ufficiale, si rendono conto di avere a che fare con un autentico esperto. Napoleone coglie allora l’occasione e ne approfitta per strappare la direzione completa dell’artiglieria d’assedio. Gli effetti del suo talento naturale e della sua energia non tarderanno a rivelarsi.

Come potremmo aspettarci, il giovane Buonaparte ha già un piano d’azione ben delineato nella sua infaticabile mente. È semplice, essenziale, e nasce da uno spirito d’osservazione che conduce a conseguenze logiche, all’insegna di un razionalismo quasi cartesiano. In una parola è geniale, proprio perché coglie alla perfezione le caratteristiche salienti della situazione e l’essenza intima del problema tattico. La prima evidenza e che Tolone è troppo grande e le ridotte che la circondano capisaldi troppo ben difesi. Sono posizionati in punti strategici e sono in grado di darsi reciproco supporto, anche semplicemente agendo da punti di osservazione. I difensori, grazie al totale dominio del Monte Faron sulle cui pendici sono posizionati ben sei forti, sono poi in grado di annullare il fattore sorpresa degli attaccanti e di manovrare per linee interne, facendo affluire velocemente rinforzi ovunque se ne presenti il bisogno. Di più: di quando in quando possono anche giocare d’anticipo e mettere in atto sortite che scompaginano i piani francesi. Ragionando in maniera convenzionale, britannici, spagnoli, piemontesi e napoletani non possono essere sbilanciati a meno di essere travolti con la semplice forza dei numeri, che tuttavia la Repubblica non ha. Bisogna quindi agire con intelligenza e astuzia per ribaltare una testuggine che sembra non esporre punti deboli. Come? Facendo leva su un unico fulcro. Ma dove? Basta leggere una mappa, cosa che Napoleone, nonostante età ed esperienza, sa già fare meglio di chiunque altro. Gli basta infatti un attimo e il suo colpo d’occhio gli rivela il punto debole dove esercitare la pressione che farà crollare l’equilibrio nemico. Non è necessario un attacco in massa come credono i suoi superiori, ma semplicemente una concentrazione di forze che attacchi la chiave di volta dell’intero sistema difensivo. La “clef de voûte” è “L’Éguilette”, un forte defilato e per giunta ignorato dagli stessi difensori. Posizionato a ridosso della costa a sud-ovest della città, è il solo punto dal quale si può si può battere con l’artiglieria sia la piccola rada che la grande rada costringendo la flotta anglo-spagnola a levare l’àncora. Chi prende L’Éguilette, prende Tolone.

Ma prima dell’assalto risolutivo vi sono operazioni preliminari da portare a compimento per procurarsi i mezzi necessari. I pezzi d’artiglieria leggera dell’armata di Carteaux sono infatti inutili, e ne servono altri più adatti allo scopo. Il giorno dopo aver ricevuto il comando, Napoleone invia alcuni uomini a requisire i cannoni pesanti da 24 pollici installati nelle vecchie fortezze costiere di Cap Nègre e Bau Rouge. Il loro trasporto è una fatica immane, ma Napoleone ha fretta. Come gli capiterà molte altre volte in futuro, sa di essere in una posizione provvisoria: la sua paura è di essere sostituito da un altro ufficiale più anziano. Nella Francia rivoluzionaria il vento favorevole cambia molto in fretta e in maniera imprevedibile. In meno di 48 ore il giovane ufficiale còrso supervisiona personalmente la creazione dal nulla di due nuove batterie che iniziano immediatamente a spazzare l’asse est-ovest della piccola rada. Con una certa ispirazione, le battezza “Fort de la Montagne” e “Fort des Sans-Culottes”, tanto per esplicitare qualche liaison politica. Il 18 settembre, a tempo record, “La Montagne” apre il fuoco. Due giorni dopo anche la gemella è pronta a tirare. Sotto lo sguardo di Saliceti e Fréron inizia un duello tra le rispettive artiglierie che in apparenza non provoca grossi danni. L’effetto finale, tuttavia, è quello sperato da Napoleone. La fregata Aurore, requisita dagli inglesi, inizia ad essere bersagliata e, pur senza riportare danni, è costretta a rientrare in porto. Il giorno dopo i francesi spostano il fuoco contro due colossi: la HMS St. George da 98 cannoni e la San Juan Nepomuceno da 74. Le unità inglesi e spagnole rispondono al fuoco, ma le loro artiglierie incassate nei ponti sono pensate per il combattimento navale, non per il tiro di controbatteria su obiettivi di terra. Gli ammiragli Hood e Gravina, piuttosto che rischiare l’integrità delle loro navi di linea, ordinano alle loro unità di ripararsi verso le banchine di Tolone. In pratica, significa mettersi in trappola con le proprie mani. Ora, se i francesi conquistano “L’Éguilette”, possono raccogliere il bottino. Ma proprio a questo punto, Hood, che in quei giorni possiamo immaginare intento con un compasso a tracciare circoli sulla mappa di Tolone, si rende conto del pericolo. Il vecchio ammiraglio, che aveva servito la Royal Navy nella guerra d’indipendenza americana, giunge alle stesse conclusioni alle quali Napoleone era arrivato giorni prima: il promontorio dominato dalla collina di Le Caire che termina con il forte “L’Éguilette” è la chiave di tutto.

Inizia una corsa contro il tempo che viene vinta dai britannici. Nella notte del 21 settembre Hood fa sbarcare i primi contingenti a Fort Balaquier, una vecchia torre di guardia a pianta circolare edificata nel 1636. Lord Mulgrave, con 230 uomini, può quindi occupare in tutta tranquillità L’Éguilette che dista poche centinaia di metri. A fianco delle giubbe rosse marciano anche 300 truppe spagnole sotto il comando del colonnello Echavara. Gli alleati, tuttavia, non si limitano a presidiare i due capisaldi sulla costa. Intelligentemente, decidono di rafforzare la loro posizione prendendo il controllo della piccola collina di Le Caire, un’altura di soli 110 metri ma che domina l’intera penisola. In poche ore, compiendo una notevole opera di ingegneria militare, i britannici vi stabiliscono una ridotta. È “Fort Mulgrave”: bastioni di terra, trincee improvvisate, 15 cannoni da 36 libbre, 5 da 24, e 5 mortai. Sembra poco, ma in realtà è un caposaldo più che solido: non a caso i francesi si affrettano a soprannominarlo “Piccola Gibilterra”. L’inquietante nomignolo si rivela infatti azzeccato. Pressato da Napoleone, Carteaux ordina un immediato attacco alle posizioni di Mulgrave. Ma ormai è troppo tardi, e le forze impiegate troppo esigue. I 400 uomini del 2° battaglione Côte d’Or vengono lanciati in una missione senza speranza. L’assalto viene facilmente respinto al prezzo di 12 morti e 24 feriti. I numeri possono sembrare esigui ma, proiettati su una scala più ampia, alludono ad un dato di fatto fondamentale: i francesi, con la loro indecisione, si sono lasciati sfuggire la grande occasione di vincere l’assedio di Tolone, il quale sembra avviarsi lungo la via di una prosecuzione a tempo indefinito. Verso gli ultimi giorni di settembre truppe fresche provenienti dalla Savoia e dal Regno di Napoli vengono fatte affluire via mare per dare man forte a britannici e spagnoli. Questi nuovi rinforzi, uniti al fatto che gli alleati controllano tutte le alture intorno alla città, non lascia motivi di ottimismo agli attaccanti. Lo stallo è ormai una realtà.

A questo punto, nella trama degli eventi dell’assedio di Tolone, subentra il caos. Nella notte del 30 settembre il generale Lapoype lancia un migliaio di uomini in un attacco a sorpresa contro il monte Faron. Il suo intento è di infiltrarsi tra i difensori sfruttando l’oscurità e la densa nebbia autunnale e scacciarli dall’imponente massiccio di calcare che con i suoi 580 metri domina la rada di Tolone. Sulle prime tutto sembra funzionare. I francesi si fanno strada tra i presidi inglesi schierati a guardia dei sentieri di accesso. Alle due di notte del 1° ottobre i 600 uomini del 5° battaglione Bouches-du- Rhône del colonnello Claude Victor sono padroni di Fort Croix, sulla sommità occidentale del monte. Il reparto spagnolo che lo presidia si arrende praticamente senza combattere. La partita però è ancora ben lontana dall’essere decisa. Lapoype non sa che nella guerra di logoramento e d’assedio la vera abilità di un comandante non si misura nel conquistare una posizione, ma nel tenerla. Il generale non si rende conto che i suoi uomini, dopo la scalata ed il combattimento, sono esausti e che per resistere hanno un immediato bisogno di rinforzi. Lapoype dovrebbe affrettarsi a consolidare le posizioni appena conquistate ma quel mattino preferisce attardarsi a stilare un resoconto da inviare all’onnipotente député-en-mission Barras per impressionarlo delle proprie doti militari. Alle 8 del mattino parte l’inevitabile contrattacco degli alleati. Tre colonne composte da fucilieri e granatieri britannici, spagnoli, piemontesi e napoletani si scagliano contro i difensori di Victor, ancora intontiti dal sonno e dalla fatica. I francesi si trovano circondati e il loro morale va presto in pezzi. 75 morti, un paio di centinaia di feriti e 61 prigionieri sono il bilancio della riconquista alleata di Monte Faron.

Nel frattempo Napoleone continua a profondere tutti i propri sforzi nell’attuazione del suo piano. Crede nelle proprie idee ed è sempre più convinto che Tolone cadrà semplicemente per merito del posizionamento intelligente dell’artiglieria, non certo per costose azioni all’arma bianca orchestrate in modo dilettantesco. Le settimane successive allo smacco di Monte Faron lo vedono far sorgere tre nuove batterie attorno a Fort Mulgrave, per battere il caposaldo nemico con un terrificante fuoco incrociato. Ma dall’alto della collina i britannici, come da tradizione, si difendono tenacemente. Una delle postazioni francesi è così esposta al fuoco che si guadagna presto una fama sinistra. Gli artiglieri francesi si rifiutano di occuparla facendosi massacrare dalla grandine del piombo delle giubbe rosse. La situazione viene sbloccata da un eclatante gesto di Napoleone. Un giorno colloca un cartello sull’ingresso della batteria con la scritta: “Batterie des hommes sans peur”. Aggiungendo: «Ho bisogno di uomini, uomini veri, non delle signorine. Non vi chiederò mai di conquistare da soli una posizione nemica ma esigo che mi seguiate mentre vi guido verso quella stessa posizione. Se siete quel tipo di uomini, alzate la mano.» Da quel momento tutti faranno a gara per farsi assegnare a quella ridotta. È il primo famoso episodio della sua inimitabile abilità nel trascinare gli uomini col proprio carisma. Soprattutto, l’influenza di Buonaparte sembra ormai riverberarsi non solo sui suoi soldati, ma anche sulle autorità al di sopra di lui nella catena di comando. Il 18 ottobre Napoleone è nominato maggiore e insieme comandante di tutta l’artiglieria impiegata contro Tolone. Anche in questo caso, non perde tempo nell’usare ogni mezzo possibile per raggiungere i propri scopi. Il 25 ottobre 1793 prende carta e penna – attrezzi che maneggia altrettanto bene che i cannoni – e scrive al Comitato di Salute Pubblica. L’organo gode già di una fama sinistra, in quanto è uno dei pilastri su cui è edificato il regime di terrore giacobino che sta comminando migliaia di arbitrarie condanne a morte in tutta la Francia, ma Napoleone non ha paura di dire la verità. Il suo è un impietoso resoconto delle manchevolezze dei suoi superiori, ma è temperato da una visione propositiva per conseguire la vittoria, individuata nell’assegnazione di un ruolo cardine all’artiglieria. «Ho dovuto lottare contro ignoranza e basse passioni… Dovete cercare di dare all’artiglieria di questa armata la considerazione e l’indipendenza che le leggi militari e la prassi dei tempi le hanno concesso, senza le quali non può servire utilmente. La prima misura che vi propongo è di far venire un comandante d’artiglieria che possa, anche solo per via del suo grado, contribuire alla considerazione e imporre la ragione ad un mucchio di ignoranti dello stato maggiore, ai quali bisogna sempre chinare la testa e fare questioni per distruggere i loro pregiudizi e mettere in atto quello che la teoria e l’esperienza hanno dimostrato come assiomi a tutti gli ufficiali intelligenti.»

Qualcosa sembra in effetti muoversi. Il 10 novembre il vanesio e incompetente Carteaux viene rimosso dall’incarico senza suscitare troppi rimpianti. Il suo sostituto è un certo generale François Amédée Doppet, il quale, prima della Rivoluzione, svolgeva la professione di medico. Anche in questo caso il criterio principale adottato dalle autorità politiche nella loro scelta è quello di guardare unicamente alla lealtà ideologica del candidato. Doppet, al pari del predecessore, è infatti totalmente ignorante di cose militari, ma fortunatamente la sua permanenza si limita ad un periodo di soli pochi giorni, trascorsi i quali viene rilevato da Jacques François Dugommier. È il 16 novembre, e finalmente il nuovo candidato sembra avere le carte in regola per risollevare la situazione. Innanzitutto è un professionista, fatto che già di per sé lo eleva su un altro piano rispetto alle scialbe figure precedenti. E poi, Dugommier è senza dubbio un militare di grande esperienza e un valente veterano. A voler dar credito al Memoriale di Sant’Elena, Napoleone lo elogerà con queste parole: «Il bravo Dugommier prese il comando dell’assedio di Tolone il 20 novembre. Aveva 40 anni di servizio. Era un ricco colono della Martinica ed era un ufficiale in quiescenza. Allo scoppio della Rivoluzione si pose alla testa dei patrioti e difese la città di Saint-Pierre. Cacciato dall’isola dagli inglesi, perse tutti i suoi beni. Egli aveva tutte le qualità di un vecchio militare. Estremamente coraggioso, amava i coraggiosi e ne era riamato. Era buono, sebbene burbero, molto attivo, giusto, aveva il colpo d’occhio del militare, sangue freddo e tenacia in combattimento.» La nomina di Dugommier potrebbe essere la scelta giusta, anche perché il generale si rende subito conto dell’immenso talento di quello che ufficialmente è il suo sottoposto. Vorrebbe appoggiarlo senza riserve, ma il problema rimane la pervasiva influenza dei commissari politici del Comitato di Salute Pubblica. Questi funzionari continuano ad intervenire a gamba tesa nella pianificazione militare, sottraendola ad un corpo che già di suo denuncia non pochi problemi, non essendo ancora giunto ad un sufficiente livello di professionismo. Basti dire che viene di nuovo concepito un piano per la conquista di Monte Faron da attuarsi con un inesistente esercito di 150.000 uomini. In tutta questa confusione, come se non bastasse, gli assediati dimostrano un’insospettabile combattività. Il 30 novembre, con 2.350 tra britannici e napoletani, il generale Charles O’Hara lancia un assalto contro il “Fort de la Poudrière” con l’intento di allentare la pressione sul Forte Malbousquet. I britannici avanzano e di slancio riescono a scompaginare le batterie francesi danneggiandole permanentemente conficcando chiodi nei foconi dei pezzi. Ma come nel caso di Monte Faron, la storia si ripete a parti invertite. I britannici, disorganizzati dal loro stesso impeto, cedono di fronte al massiccio contrattacco guidato da Dugommier e Napoleone in persona. O’Hara, nel tentativo di scavalcare il parapetto di una trincea, viene ferito ad una mano da due fucilieri francesi e catturato. Dopo la sua resa a Yorktown contro Washington dodici anni prima lo sfortunato ufficiale si vede di nuovo costretto a consegnare la propria spada al nemico. A conclusione dell’azione, nel rapporto che Dugommier manda al ministro della guerra a Parigi non manca un encomio per il suo giovane ufficiale: «[…] tra tutti coloro che si sono maggiormente distinti, dandomi il massimo aiuto a radunare gli uomini e condurli avanti segnalo il cittadino Bonna Parte, comandante dell’artiglieria, Arena e Cervoni, aiutanti generali.»

Il pesante fallimento della sortita britannica segna il punto di svolta. L’equilibrio di forze sta per spezzarsi. Il prestigio di Napoleone è ormai cresciuto a dismisura, così come del resto la presenza delle truppe repubblicane attorno alla città. Ormai sono quasi 30.000 i francesi che giorno dopo giorno stringono il cappio su Tolone. Dal Midi ormai ricondotto all’autorità della Convenzione affluiscono tutti i reparti disponibili. Il 14 dicembre giunge da est anche una brigata di Massena, uno dei migliori soldati di Francia. Ormai ci sono tutte le condizioni per tentare l’assalto risolutivo. Il piano d’azione sarà ovviamente quello stilato da Napoleone: attacco diversivo su Monte Faron per distogliere l’attenzione del nemico e irruzione in forze sulla collina di Le Caire, con l’intento di sfondare, raggiungere L’Éguilette e ributtare in mare gli alleati. Una volta impossessatisi del loro obiettivo finale, i francesi saranno in grado di battere con l’artiglieria tanto i due specchi d’acqua sui quali si affaccia Tolone, quanto la città stessa. Nell’esecuzione, Dugommier si rivela ancora una volta un ottimo generale, di ferma personalità, dimostrando come in molte circostanze la prudenza sia una qualità superiore all’audacia. Come Montgomery ad El-Alamein, resiste alle pressioni di chi gli vuole imporre un attacco affrettato e temporeggia ancora qualche giorno, fino a quando non è certo della propria supremazia in uomini e mezzi. Il 17 dicembre, forte di una superiorità sul nemico di 3 a 1 e dopo un intenso fuoco di preparazione dell’artiglieria di Buonaparte, scatena l’offensiva contro Fort Mulgrave. I danni del bombardamento non sono in apparenza rilevanti, ma i difensori restano psicologicamente provati dalla grandinata di proiettili che piove sulle loro teste. Passa così un intero giorno, poi il momento decisivo finalmente arriva. Alle due di notte del 18 dicembre, sotto la pioggia battente di un temporale, tre colonne di 2.000 uomini ciascuna iniziano ad ammassarsi nel villaggio di La Seyne, a poche centinaia di metri dal forte. Il cattivo tempo rende difficile l’avanzata ma soprattutto significa che la polvere da sparo dei moschetti difficilmente potrà essere usata. Il combattimento sarà deciso nel corpo a corpo alla baionetta. Dugommier ancora una volta guida l’avanguardia. I francesi conquistano le piccole ridotte a sostegno del Mulgrave, ma ad un certo punto sono costretti a segnare il passo di fronte alla resistenza alleata. Il buio, la pioggia gelata e il ferimento di alcuni ufficiali frenano l’impeto iniziale. L’onda umana sembra infrangersi sulle barriere e rifluire. A quel punto Dugommier è costretto a giocarsi il tutto per tutto e getta nella mischia le sue riserve. A condurle è Napoleone in persona. Non si è sicuri se questi, vista la situazione, abbia agito di propria iniziativa. Se così fosse, non sarebbe sorprendente. Di chiunque sia la responsabilità, l’ultima offensiva è quella determinante. La guarnigione spagnola del colonnello Ariza è la prima a cedere. Dopo aver valorosamente respinto tutti gli assalti, si vede soverchiata dal numero degli attaccanti. Di fronte ad un’inferiorità di 10 a 1, il morale e la coesione degli uomini si frantumano. La loro defezione apre varchi che vengono subito sfruttati dai francesi. Alle quattro del mattino, la “Piccola Gibilterra” viene conquistata. Il reggimento dei Royal Irish e la guarnigione britannica abbandonano le posizioni e si danno alla fuga verso la costa. Qualche ora più tardi, come tessere di un domino, cadono anche “L’Éguilette” e la “Torre di Balaquier”. Ancora una volta Napoleone si è distinto personalmente, al punto da ricevere un colpo di baionetta alla gamba. A volte, le grandi svolte della storia sono solamente una questione di centimetri.
Alle otto del mattino anche la situazione a nord volge in favore dei francesi. Le colonne di Lapoype e di Massena riescono a manovrare e a scardinare le difese del Monte Faron. Aggirando i punti di maggiore resistenza, un attacco che doveva costituire una semplice diversione si rivela un altro colpo mortale: con i suoi due maggiori capisaldi in mano ai repubblicani la città non può più resistere. A Tolone, sull’onda del panico e della paura generali, inizia l’evacuazione. Il collasso totale delle difese è ormai solo questione di ore. Hood si assume la responsabilità dell’unica decisione sensata: ordina alla Royal Navy di incendiare l’arsenale e con esso altri 13 vascelli requisiti ai francesi. Poi, inizia il “si salvi chi può”. Britannici, spagnoli, napoletani e piemontesi si affrettano verso le proprie imbarcazioni. In mezzo a loro scalpita la moltitudine dei lealisti di Tolone. I più terrorizzati sono loro: ognuno di essi sa bene che agli occhi dei loro connazionali dall’altra parte delle barricate saranno visti come dei traditori e che, dopo un assedio così prolungato ed aspro, non sarà possibile attendersi alcuna pietà di fronte alla vendetta che la Repubblica non esiterà a mettere in atto. Tanti di questi civili – quasi 15.000 – riescono a imbarcarsi sulle navi britanniche, ma molti di più sono costretti a restare a terra e attendere le prime truppe rivoluzionarie che il 19 dicembre, alle 9 del mattino, entrano in città. Sorprendentemente, la gran parte delle navi che gli inglesi hanno tentato di incendiare sono intatte. 14 grandi navi di linea sono state salvate dalle fiamme grazie ai prigionieri che gli inglesi avevano confinato nelle stive. Viene recuperata anche la “Dauphin Royal”, un mostruoso leviatano da 120 cannoni. Rinominata “Orient” trasporterà Napoleone verso alla spedizione d’Egitto del 1798, prima di esplodere alla battaglia della baia di Aboukir.

I risvolti militari dell’assedio vengono consegnati agli annali della guerra. Ora vengono scritte le altrettanto tragiche pagine della repressione. Ma per paradosso, è proprio a questo punto che la nostra narrazione disperde il proprio filo, entrando nell’incertezza. Stando alle memorie di Napoleone, non hanno luogo massacri indiscriminati. Il nuovo governatore si limita a far fucilare poche centinaia di collaborazionisti catturati sul momento. La ghigliottina completa l’opera. Altre fonti invece aprono scorci ben più terrificanti. Sir William Sidney-Smith, uno degli ultimi a lasciare la città e non certo un modello di imparzialità, racconta che una moltitudine di persone viene radunata nella piazza principale di fronte ad alcuni cannoni caricati a mitraglia. L’ordine di un ufficiale provoca una prima scarica che a sua volta genera un massacro. A quel punto il comandante pare che proclami: «La vendetta della Repubblica è stata fatta; alzatevi e tornatevene a casa.» I superstiti lentamente si rimettono in piedi. In quel momento parte una seconda scarica che secondo le stesse parole di Sir William: «… li spedisce nell’eternità.» L’uomo responsabile dell’eccidio sarebbe il comandante in capo dell’artiglieria, Napoleone Buonaparte. Al riguardo non disponiamo di prove, ma è molto più probabile immaginarlo lontano dalla città, a curare la ferita alla coscia durante l’assalto a Fort Mulgrave. È altrettanto onesto rimarcare che quasi due anni più tardi, il 5 ottobre 1795, lo stesso Napoleone non esiterà a cannoneggiare le milizie che marciano verso le Tuileries per rovesciare la convenzione termidoriana. Di fronte alla prospettiva di un guadagno in termini di carriera, non avrebbe esitato a dare quell’ordine. Ma anche a non voler dar credito alla testimonianza del futuro imperatore è impossibile ignorare altre fonti in controtendenza con la versione edulcorata di Napoleone. Il commissario Fréron rassicura il Comitato di Salute Pubblica con raggelante sarcasmo che: «Vi è un alto tasso di mortalità tra i sudditi di Luigi XVII.» E poi ancora, quasi vantandosene, precisa che: «Stiamo uccidendo qualsiasi cosa che si muova.» Infine: «Qui tutto procede bene. Abbiamo requisito 1.200 muratori per demolire e radere al suolo la città. Dal giorno del nostro ingresso abbiamo quotidianamente tagliato duecento teste.» Di certo Tolone viene rinominata Port-de-la-Montagne e vengono abbattuti tutti i suoi monumenti ed edifici pubblici. Difficile però pensare che nel sanguinario contesto della Francia di fine 1793, col terrore di Robespierre in pieno svolgimento, le rappresaglie si siano limitate a provvedimenti simbolici.

L’assedio di Tolone è finito. I suoi eventi vengono consegnati agli annali della storia. I personaggi che a vario titolo vi hanno lasciato una traccia più o meno marcata si disperdono verso strade e destini diversi. Il coraggioso e intelligente Dugommier muore meno di un anno dopo, il 18 novembre 1794, nel solo modo in cui può morire un vero militare di allora: colpito dal fuoco spagnolo in un campo di battaglia sui Pirenei. Il suo nome è inscritto nel Pantheon di Francia. Carteaux, nonostante l’imperizia, sopravviverà al Terrore. Lo Stato continuerà ad avere un occhio di riguardo nei suoi confronti: la normalizzazione portata dal Consolato e dall’Impero gli garantirà un posto di dirigente della lotteria nazionale e poi di amministratore della città di Piombino. L’incompetenza, allora come oggi, non è una causa ostativa ad una prestigiosa carriera. Lapoype attraverserà con vari incarichi tanto militari che civili buona parte della travagliata storia francese. Morirà nel 1851 dopo aver visto una monarchia assoluta, una repubblica, un consolato, un impero e di nuovo una monarchia, questa volta costituzionale. Ma dalle braci di quell’assedio usciranno anche grandi militari, nella fattispecie tre futuri comandanti delle guerre francesi fino al 1815: Auguste Marmont, Jean Junot e Louis Suchet.
Per quanto riguarda gli alleati, allo stesso modo, i nomi sono di tutto rispetto. L’ammiraglio Samuel Hood morirà nel gennaio del 1816, appena in tempo per vedere il crollo della Francia, il grande nemico che aveva ininterrottamente combattuto dai tempi della guerra dei Sette Anni. In tempi successivi, l’impero britannico gli dedicherà in segno di rispetto due unità navali. Una di esse, l’incrociatore da battaglia HMS Hood, entrerà tragicamente nella storia della marineria, quando finirà affondato dai cannoni della corazzata Bismarck nel maggio del 1941, durante lo scontro dello stretto di Danimarca. L’ammiraglio spagnolo Federico Gravina morirà nel maggio del 1806, a causa delle ferite patite in una delle battaglie più importanti della storia, quella di Trafalgar, combattuta contro quelli che nel 1793 sono ancora i suoi alleati. Su una delle navi che riescono a fuggire da Tolone – la HMS Agamennon – presta servizio un capitano di nome Orazio Nelson, proprio colui che guiderà la Royal Navy alla sua più illustre vittoria. All’elenco manca ovviamente il personaggio più importante: Napoleone che, il 22 dicembre 1793, a soli due giorni dalla presa di Tolone, e a soli 23 anni d’età, viene promosso a generale di brigata, seppur provvisoriamente. Anni dopo, rivolgendo lo sguardo a quegli anni, dall’alto della gloria delle oltre 60 battaglie vittoriose contro i più potenti eserciti del mondo, potrà affermare a buon diritto: «È stato a Tolone che la mia reputazione è iniziata…»

In ogni racconto che implichi la presenza di Napoleone Bonaparte è difficile – forse addirittura impossibile – non lasciarsi afferrare dal magnetismo della sua personalità, del suo instancabile attivismo, della sua intelligenza, delle sue doti di soldato, stratega, politico, legislatore. Sulla scala incommensurabile di queste innegabili qualità persino le conseguenze dei suoi tratti più detestabili, come l’opportunismo, il cinismo e la spietatezza nei confronti degli uomini normali, vengono in qualche modo ridimensionati e riassorbiti all’interno di una trama più vasta. Forse, vengono persino implicitamente giustificati, a dispetto della sommessa voce di protesta del senso di giustizia inscritto in ognuno di noi, e che vediamo contraddetto nelle pieghe di molti eventi. Napoleone resta un “grande pessimo uomo”, protagonista indiscusso di un’epoca. Sebbene siamo in grado di abbracciare la sua vicenda con tutta l’estensione delle nostre razionali categorie di giudizio, essa continua ad ammaliarci con la sua grandezza, nel bene quanto nel male. Si tratta di una distorsione ineludibile, e che un vero storico – cioè uno onesto – farebbe meglio a confessare, piuttosto che affannarsi inutilmente a rinnegare. Quando ti avvicini a lui, anche solo scrivendone a centinaia d’anni di distanza, Napoleone ti costringe sempre in qualche modo a piegarti alla sua volontà. In essenza credo si tratti della stessa sensazione che devono aver avvertito i suoi soldati quando venivano a trovarsi al suo cospetto. Un buffetto sulla guancia, l’imperatore che pronunciava il loro nome (aveva una memoria prodigiosa), o una frase di incoraggiamento, erano sufficienti ad entusiasmarli e a spingerli all’azione, anche se spesso gli effetti del suo carisma equivalevano alla molla che li gettava incontro alla morte. Per questo motivo, nonostante tutte i buoni propositi di una narrazione storica obiettiva e scientifica, è impossibile non ricondurre ogni evento che coinvolga Napoleone alla sua persona e alla sua volontà. Flaubert non aveva forse tutti i torti nell’affermare: «Napoleone è come la grande piramide: si eleva solo, nel deserto, e gli sciacalli orinano ai suoi piedi, e gli scrittori si arrampicano su di lui.» Anche il fatto storico e la sua magnitudine sono secondari. Che sia la Campagna d’Italia, Austerlitz, Jena, o Waterloo, o persino l’esilio di Sant’Elena, tutto esiste in sua funzione, tutto ruota attorno a lui, a ciò che ha fatto prima e ciò che farà dopo. L’assedio di Tolone, costituendo l’ouverture della sua carriera, non sfugge a questa regola. Anzi, il concetto che ho appena espresso risulta ingigantito dai pochi mezzi che Napoleone – all’epoca poco più di un parvenu – disponeva per imporre le proprie idee agli altri. Dovette superare l’incompetenza e la deliberata ostilità inflittegli da superiori ignoranti che mal sopportavano quel saccente che, tuttavia, i fatti dimostravano fosse sempre nel giusto. Se si fosse applicato sin da subito e con la dovuta decisione il suo piano che prevedeva la conquista del forte L’Éguilette, Tolone sarebbe caduta con mesi di anticipo, risparmiando innumerevoli vite di soldati di entrambi gli schieramenti. Dugommier – il solo che dimostrò di avere pienamente riconosciuto le qualità del suo ufficiale – mise nero su bianco la sacrosanta verità. Scrisse infatti in una lettera al Ministero della Guerra: «C’è un solo piano possibile. Quello di Bonaparte.» Queste poche, scarne e sincere parole suonano quasi come un laconico, inutile commento alla perfezione di un teorema matematico. Come uno dei momenti del metodo cartesiano, anche l’assedio di Tolone costituiva per Napoleone poco più di un problema geometrico, scomponibile in parti più piccole: un sillogismo militare di logica stringente, nel quale raggiunte le premesse maggiori, le conclusioni sarebbero discese in maniera necessaria. E come detto, al termine della catena di ragionamento, stava quel forte sul promontorio di Le Caire, quell’unico forte su una miriade di altri che agli occhi di una mente meno dotata apparivano tutti uguali, o persino più importanti. Nel corso delle sue innumerevoli campagne imparò molto, ma molto di più era già scritto in lui. Più tardi, divenuto il signore assoluto della guerra, Napoleone potrà scrivere questa frase: «Gli elementi essenziali della guerra sono identici a quelli dell’assedio. Bisogna concentrare il fuoco su di un solo punto poiché non appena viene aperta una breccia l’equilibrio si rompe ed il resto conta poco.» In essa troviamo racchiusa tutta la nostra storia. Tolone è una conferma ante litteram di un principio che era già delineato nella sua mente. Fino al tragico, sanguinoso epilogo di Waterloo, Napoleone non fece altro che riconoscere nella realtà attorno a lui questo leitmotiv tattico, che era giunto a padroneggiare al massimo grado attraverso l’esperienza e ore su ore di accanita lettura, e rovesciarlo su intelletti indiscutibilmente più lenti del suo, replicandolo in mille diverse varianti. Ma Napoleone era pensiero tanto quanto azione. Anche quando i comandanti in capo dimostrarono scarsa fiducia nella sua visione, Napoleone, con ammirabile cocciutaggine, continuò lungo la sua strada come se nulla fosse, curando il posizionamento di nuove batterie dei suoi adorati cannoni, in attesa dell’occasione giusta. Spesso dormiva persino in terra, tra i suoi artiglieri. Sapeva dell’immensa, trascinante forza racchiusa nell’esempio scevro da ogni ipocrisia. Al tempo stesso, sapeva che l’ottusità era una pietra durissima, che richiedeva colpi su colpi per essere scalfita, ma soprattutto che se al centesimo finalmente essa cedeva, il merito era dei precedenti novantanove, non dell’ultimo.
Dopo Tolone, colui che ormai era divenuto il generale Buonaparte, iniziò la sua scalata verso la gloria sfruttando la spinta propulsiva del titolo ottenuto con pieno merito durante l’assedio. Dobbiamo però guardarci dalla tentazione di considerare questa ascesa alla luce di un rigido determinismo postumo. La Francia di allora continuava ad essere un luogo molto pericoloso, indipendentemente dai governi e i loro roboanti proclami inneggianti alla “carriere ouverte aux talents.” In proposito il grande storico David Chandler ci ricorda giustamente che: «[…] in Francia, a partire dal 1789, una serie di governi e di loro rappresentanti aveva liquidato non meno di 680 ufficiali generali, con una media di 170 all’anno. Almeno una metà era stata, per di più, eliminata a mezzo del plotone d’esecuzione o della ghigliottina. All’atto pratico, cioè, la promozione ai più alti gradi, nonostante fosse un riconoscimento, era anche qualcosa di simile ad un azzardo e ad un rischio dato che i députés-en-mission, presuntuosi ed ignoranti in campo militare, erano fin troppo portati a firmare su due piedi la condanna di un generale se questi era così sfortunato da perdere uno scontro durante una delle loro “brutte giornate”.» A conferma di queste parole giova ricordare che nell’agosto 1794, alla caduta di Robespierre, Napoleone fu messo agli arresti per un mese dal nuovo governo del Termidoro a causa delle sue giovanili simpatie giacobine. Rischiò seriamente la vita, o quantomeno la fine prematura della carriera militare. In quel periodo i tribunali rivoluzionari erano il tempio sanguinante dell’arbitrio. A nessuno venivano concessi sconti, indipendentemente dai propri meriti o capacità. Per incorrere in una condanna non occorrevano più prove, ma solo pregiudizi e sospetti. Nel maggio 1794 i rivoluzionari non si fecero troppi scrupoli a tagliare persino la testa di Lavoisier, il padre della chimica moderna. La sua unica colpa fu quella di essere stato per breve tempo un esattore delle tasse, ossia una categoria che nel sentire popolare ricordava la rapace e corrotta fiscalità del precedente regime monarchico. Tanto bastò al giudice Coffinhal per mandarlo ad una ghigliottina che in pochi secondi separò la sua testa dal resto del corpo. Alla Francia sarebbero occorsi un centinaio d’anni per averne un’altra di simile levatura. La cifra e il senso dei tre mesi che videro Napoleone coinvolto nell’assedio di Tolone partecipano pienamente di questo clima così tragicamente aleatorio. Il fatto che nonostante tutti gli ostacoli un giovane ufficiale d’artiglieria sia riuscito a farsi strada tra i pericoli di simili nuvole di ferro e sangue rende ancora più impressionanti le imprese successive, quelle che ancora oggi leggiamo nei libri di storia. Per quanto grandi, esse non sembrano altro che una logica conseguenza di una verità fin lì rimasta inespressa in lui. Forse proprio per questo motivo, parafrasando le parole di Dugommier, anche noi possiamo dire che da lì in poi, per il successivo ventennio, esisteva per il mondo una sola storia possibile. Quella di Bonaparte.

David G. Chandler, Le campagne di Napoleone, BUR, 2002

Guido Gerosa, Napoleone, Mondadori, 1996

François Furet – Denis Richet, La Rivoluzione francese, Laterza, 1998

Pierre Gaxotte, La Rivoluzione francese, Mondadori, 1989

Robert Forczyk, Toulon 1793, Osprey Publishing, 2005