Stipati nella minuscola cuccetta di un treno delle österreichische Bundesbahnen, guardavamo con malinconia dal finestrino. Ancora non eravamo partiti. Da uno spiraglio oltre il groviglio dei binari riuscivamo a scorgere gli ultimi frammenti di vita cittadina: i cornicioni delle case, l’insegna di un palazzo, le auto in corsa lungo la strada… Vienna era ancora là, avvolta in un aprile vago ed incerto come il futuro che ci attendeva in Italia. Nessuno parlava; avvertivamo senza saperlo come ogni partenza fosse in fondo un abbandono, una fuga, e contenesse in sé qualcosa di oscuro, forse i germi stessi del tradimento. Erano stati tre giorni indimenticabili; per molti di noi i primi trascorsi lontano da casa, in un paese amico e straniero al tempo stesso, di cui prima non avevamo che la conoscenza astratta formatasi attraverso la lente deformante dei banchi di scuola. Ad un certo punto il treno si mosse con un lieve tremore, il paesaggio prese ad allontanarsi da noi, prima in modo quasi impercettibile, poi sempre più velocemente. Ovviamente sapevamo che a fuggire eravamo noi, ma l’assurda sensazione che riempiva i nostri cuori era quella di venire cacciati a forza da un mondo appena scoperto e da una città in cui saremmo voluti rimanere, magari per sempre. Riuscimmo a rompere il silenzio solamente quando tutto intorno a noi non furono altro che campi, colline e lo sferragliare delle ruote sul metallo bruno delle rotaie. Scese poi la sera e con essa lo spettro degli esami di maturità ormai imminenti. Saremmo riusciti ad uscirne vivi? Cosa avremmo fatto dopo? Nessuno di noi, a dispetto della sicurezza ostentata, possedeva una visione chiara del proprio futuro e men che meno la caparbietà necessaria per perseguirla. Nessuno tranne Stefania. Con gli occhi della memoria la rivedo nella penombra dello scompartimento, seduta sulle gambe di un’altra compagna, il visino furbo e tagliente attraversato dai bagliori dei lampioni della linea ferroviaria che iniziava ad inerpicarsi sui primi contrafforti delle Alpi. «Finiti gli esami andrò a vivere all’estero. Qualunque cosa succeda io andrò via… Non rimarrò a marcire nel mio paese…» Sorpresi da un’affermazione così perentoria le domandammo cosa mai avesse di tanto terribile quel luogo e quale fosse. Gelida come un lama Stefania ci descrisse un paese triste, rinserrato nel fondo di una valle buia, un posto che sembrava fatto per i morti più che per i vivi.

Anni dopo quella sera, in un aprile simile a quello che ho appena descritto, il caso – più che una consapevole volontà personale – mi condusse a tentare la sorte per un posto di impiegato in un piccolo comune del nord Italia. In compagnia di altri tre sprovveduti, mentre aspettavo davanti ad una porta il mio turno per sostenere l’esame di ammissione, non ripensavo ad altro che alle lontane parole di Stefania. «No, non può essere, non sta accadendo a me…» Continuavo a ripetermi. Per un’incredibile coincidenza infatti  si trattava del Comune dal quale voleva scappare la mia vecchia compagna del liceo. Non sono in grado di dire se quanto ci accade nella vita sia un lancio di dadi o il risultato del dispiegarsi di un disegno, per quanto imperscrutabile; se la coerenza ed il senso con cui ci piace rivestire gli episodi della nostra piccola storia personale siano fondati o puramente arbitrari. Di certo, se esiste una mano che regge i fili invisibili agganciati alla nostra schiena, questa deve possedere uno spiccato senso dell’ironia. Non è il caso che mi dilunghi troppo su quanto accadde quel giorno e su come le forze che avrebbero modellato la mia vita negli anni successivi fossero già tutte drammaticamente palesi ed intelligibili. Il futuro vive nascosto nelle pieghe del presente; se non riusciamo a scorgerlo è solo a causa della nostra limitata capacità di discernimento. In breve, venni assunto. La prova andò male in senso assoluto ma bene in senso relativo. Farfugliai qualcosa alle domande che mi fece un giovanotto (che in seguito appresi essere il segretario comunale) e me ne andai con la certezza – e un oscuro sollievo di cui non riuscivo a spiegarmi il senso – di non essere riuscito a superare l’esame. «Meglio così…», mi ripetevo senza sapere il perché. Sapevo di non aver dato l’esame del secolo ma quello che non immaginavo era che gli altri concorrenti fossero riusciti a superarsi facendo peggio di me, il che obiettivamente non era facile. Ripensando a quel giorno, al fatto di “aver vinto”, non posso fare a meno di constatare quanto il modo con cui ragioniamo di fronte agli eventi della nostra vita sia limitato ed indegno di esseri che si compiacciono di dichiararsi pensanti. In realtà la maggior parte di noi crede di pensare e passa la propria vita semplicemente ad organizzare e conservare i propri pregiudizi e schemi mentali. Ci affidiamo, nel migliore dei casi, al senso comune, il quale non è quasi mai un buon compagno: superi con successo una prova e ti aspetti che ne discendano conseguenze positive. Se invece, al contrario, fallisci, ti immagini risucchiato in un vortice di eventi negativi. In realtà non funziona quasi mai così e la vita, nemica di ogni semplificazione, si incarica presto di fartelo capire. Puoi vincere ed entrare in una spirale negativa, così come puoi fallire in qualcosa e ricavarne una serie ininterrotta di vantaggi. Ancora oggi faccio fatica a capire se l’aver vinto quel concorso mi abbia giovato.

Fatto sta che, a metà aprile, subito dopo Pasqua, iniziai a lavorare. Divenni ufficialmente un collaboratore amministrativo a tempo determinato: in altre parole un paria, la forma di vita più bassa e calpestabile all’interno del mondo della pubblica amministrazione italiana. Mi parcheggiarono ad una scrivania con l’incarico di trascrivere in un foglio di Microsoft Word data ed oggetto di una montagna di deliberazioni di Giunta, Consiglio e pratiche edilizie. Passai la primavera e buona parte dell’estate nel ruolo di un moderno amanuense dotato, non di penna inchiostro e calamaio, ma di mouse e tastiera. Sentivo di essere finito in un’assurda rivisitazione in chiave moderna del mito di Sisifo: tutto il mio lavoro si riduceva ad un loop infinito composto dal trascrivere, stampare e archiviare la carta che producevo. Intanto, mosso da un disperato istinto di sopravvivenza intellettuale, guardavo, pensavo, tentavo di capire la realtà che mi circondava. Era il 2009 e, per quanto constatavo giorno dopo giorno, la rivoluzione informatica ancora non era arrivata in quel Comune. Tutto l’universo di vantaggi e facilitazioni che il PC garantiva ad un’unità lavorativa che trattava essenzialmente dati veniva deliberatamente rigettato per via di un inesplicabile senso di diffidenza unito ad una chiusura mentale difficile da descrivere. Il computer, per come era concepito ed usato in quegli uffici, non era altro che l’estensione di una macchina da scrivere. Il suo unico scopo era quello di produrre carta che veniva per lo più archiviata e che costituiva la principale fonte di riferimento in caso sorgesse il bisogno di rintracciare qualche documento. Il rapporto di alcuni dei miei colleghi con il PC era lo stesso che poteva avere un greco antico di fronte agli Dei dell’Olimpo. Vi si accostavano con un misto di diffidenza, paura e timore reverenziale, come se avessero a che fare con un essere imperscrutabile, capriccioso e vendicativo. Un oggetto da temere e da maneggiare con cura, quasi avesse un’anima maligna. «Alla fine ha sempre ragione lui…» chiosava con mestizia una mia collega ad ogni messaggio di errore in cui incappava nell’utilizzo di qualsiasi programma.

Fu questo il primo impatto con il mondo dove ancora oggi sono inserito. Da allora sono passati quasi dieci anni. Tante volte, per tante ragioni, sono stato sul punto di scappare e mollare tutto. Un ufficio pubblico non è propriamente il posto ideale per esercitare fantasia, creatività e problem-solving, tutte cose che non figurano in busta paga il 27 di ogni mese, ma che danno un senso alla tua vita sul lavoro. Eppure misteriosamente ho resistito. Nel mentre ho incontrato e conosciuto uomini e donne, alcuni di valore, altri (la maggior parte) indegni della benché minima stima; ho sperimentato momenti di felicità e dolorose cadute nella tristezza; ho assaporato speranze e desideri, il più delle volte solo per vederli precipitare nella polvere. Da tutto questo ho tratto a volte degli insegnamenti, spesso invece mi sono lasciato invadere dallo sconforto. Ma ad un certo punto ho raggiunto la consapevolezza che anche le difficoltà nascondono al loro interno un senso ed una utilità che divengono evidenti con il tempo. Bisogna imparare a guardare, accettando il fatto che ci possono volere addirittura anni ed anni. Soprattutto non si può commettere l’errore di sperare di farcela in solitudine. Lungo il mio incerto cammino sono stato aiutato da persone meravigliose, alle quali devo una riconoscenza che non sarò mai in grado di estinguere. Ad ogni mia caduta mi hanno risollevato attraverso gesti semplicissimi e per questo carichi di una profonda umanità: un sorriso, il contatto di una mano, un viso che ascolta le tue parole quando tutto sembra crollarti addosso. A volte è stata sufficiente la semplice vicinanza, il mero essere presente, lì al tuo fianco, magari senza dire niente. Ora, grazie a loro, so che la conoscenza, intesa come apertura mentale che consente di assumere un nuovo sguardo su di sé e su quanto ti circonda, nasce dalla relazione. Se riesci in questa impresa, anche un grigio ufficio di un minuscolo Comune può contribuire a farti rinascere. E al mondo esistono poche sensazioni più entusiasmanti di sentirsi una persona nuova, persino migliore di quella di prima…