«O mio Signore, rendi sicura questa contrada e preserva me e i miei figli dall’adorazione degli idoli.»

Corano, sura XIV,35

Ultimamente ai vari step della mia ferrea routine mattiniera s’è aggiunta una piccola ma fondamentale attività. Nella semioscurità della mia stanza, con gli occhi ancora impastati dal sonno, le connessioni neurali che si accendono con la lentezza di una radio a valvole degli anni 30 e saltellando su una gamba sola nel goffo tentativo di sfilarmi il pigiama, non resisto alla tentazione di sfidare i limiti del multitasking aprendo una particolare app del mio cellulare. Quale? Quella dell’NBA. Perché? Ovvio: per vedere i risultati della notte del basket. La curiosità che mi spinge a simili acrobazie riguarda la mia squadra del cuore la quale, dopo anni e anni di tragicomico anonimato sportivo, sta finalmente disputando una stagione esaltante. I miei Bulls sono infatti tornati a far parlare di sé. Gioco e risultati fin qui dimostrati stanno circondando la franchigia di Chicago con un tangibile senso di attesa e di eccitazione, come non succedeva dai tempi di Derrick Rose e prima ancora di… di… insomma, di quel tale che era solito indossare una canottiera col numero 23.

Al momento in cui scrivo ci sono fondati motivi per ritenere che il tutto non sia un fuoco di paglia. I Bulls giocano dannatamente bene, e ad entrambe le estremità del campo. I numeri non mentono: dicono che siamo di fronte alla quarta miglior difesa della lega e ad uno dei primi dieci sistemi offensivi. E perdio si vede. Al momento in cui scrivo Chicago è infatti prima nella Central Division e seconda nella Eastern Conference, ad una sola partita di distanza dai Brooklyn Nets. Alex Caruso e Lonzo Ball sono tra le migliori guardie difensive del campionato. La pressione che applicano sui portatori di palla avversari genera recuperi e forza palle perse che scatenano in contropiede DeMar DeRozan e Zach LaVine, le stelle indiscusse della squadra. Come conseguenza i Bulls sono – e di gran lunga – la squadra più efficiente in transizione e tra le migliori nei punti generati da turnovers. Non solo: contro ogni previsione, LaVine e DeRozan stanno dimostrando di poter convivere negli schemi di coach Donovan. Il primo segna 25,9 punti a partita, il secondo 26,4. E con un solo pallone! Le loro particolari abilità offensive rendono Chicago la miglior squadra nel gioco in midrange, in totale controtendenza con lo spirito dei tempi. In altri termini, signore e signori, stiamo assistendo all’impensabile.

Tutto bene dunque? Sì, certo. Ma anche no. Perdonate l’asserto palesemente autocontraddittorio, ora cercherò di spiegarmi. Un giudizio si formula rispetto ad uno standard ideale. Tutto sta quindi ad intendersi sui termini di paragone. Se il mio scopo come tifoso è quello di rivedere dei Bulls competitivi, allora sono decisamente soddisfatto. Che diamine: we’re back! Ad un livello più ambizioso però, se l’obiettivo supremo di gareggiare in una qualunque competizione sportiva rimane quello di vincere tutto, forse allora non siamo messi così bene. Almeno quanto a prospettive di lungo periodo. Tradotto: verosimilmente non alzeremo il Larry O’Brien Championship Trophy, né quest’anno né nei prossimi a venire. Ora, non pensiate a fattori come la qualità dei giocatori, la competenza manageriale dei dirigenti o l’attrattiva esercitata dalla città sui free-agents. Noi Bulls non abbiamo solamente i problemi comuni di ogni altra franchigia. L’insormontabile handicap intrinseco di Chicago è un altro, e per esso forse non esiste soluzione. Per capirci, lasciate che vi racconti un episodio curioso. Un paio di settimane fa un mio caro amico è volato negli Stati Uniti. Bene. Tra le tappe del suo itinerario figurava anche la Windy City. Bene. Perché non sollazzarsi andando a vedere un succulento Nets@Bulls? Benissimo. Tra le foto della serata che si è sentito in dovere di inviarmi, la più emozionante è stata un selfie che lo ritrae in compagnia dei suoi due accompagnatori. L’immagine è stata scattata proprio di fronte alla statua di Michael Jordan che accoglie i visitatori all’ingresso dell’arena. I tre sfoggiano un’aria soddisfatta e vagamente orgogliosa: viso sorridente, posa disinvolta proprio sotto il compasso di gambe di Michael che appare in volo sullo sfondo incorniciandoli con un gioco di prospettive. Un po’ come una troika di comunisti sulla Piazza Rossa di fronte al mausoleo di Lenin. Il fatto è che, a distanza di oltre vent’anni dall’ultima partita di MJ, la gente ritiene ancora di dover inconsciamente tributare un riverente ossequio al più grande giocatore di ogni tempo. Questo meccanismo spontaneo e in larga parte irriflesso impastoia ancora oggi i tori e l’ambiente nel quale giocano. A Chicago, parlando di basket NBA, il passato non è mai veramente passato. Una franchigia – intendendo il termine nella sua accezione più ampia e includendo così la cultura che la circonda e ne pervade le varie componenti – per prosperare, deve vivere con lo sguardo costantemente rivolto al futuro. Pochissime squadre possono permettersi di portarsi appresso un glorioso passato remoto senza rimanere schiacciate dal suo peso. Mi vengono in mente i Lakers, una squadra che ha cicli di rinascita estremamente ravvicinati. E poi? Nessun altro, nemmeno gli altrettanto mitici Celtics, visto il tempo che hanno impiegato a rivincere un titolo dopo la magica era di Larry Bird.

Forse straparlo. Forse sopravvaluto l’incidenza dei fattori astratti sulla vita reale, nel goffo tentativo di applicare lo spirito hegeliano al basket. Eppure, sotto sotto, credo che il passato, sebbene non determini il nostro destino, definisca comunque una parte importante del presente e dell’identità. Credetemi, il surreale, opprimente clima attorno alla squadra, che deriva da ciò che è stato, è estremamente reale e pervasivo ad ogni livello. Per un esempio eclatante non serve spingersi molto lontano. Scorsa stagione, 9 aprile 2021, un placido venerdì sera. A Chicago arrivano gli Atlanta Hawks. Zach LaVine e i Bulls stanno lottando col coltello tra i denti per strappare il decimo posto che consentirebbe loro l’accesso ai play-in. Zach è in serata e accoglie gli avversari con un particolare benvenuto: 39 punti nel solo primo tempo, con 13/19 dal campo e 7/9 da tre. Alla fine il tabellino della stella di Chicago dirà 50 punti. Whoa… Ma la parte interessante deve ancora venire. Finita la partita, in sala stampa un simpatico giornalista si prenderà la briga di fargli malignamente notare che Michael Jordan, di gare da 50 o più punti, in carriera ne ha accumulate ben 31. Mentre Zach sorride e incassa l’osservazione rispondendo con la solita frasetta di circostanza, alle sue spalle, pur non vista, si allunga l’inquietante ombra del fastoso passato dei Bulls. Dobbiamo concludere che un giocatore di Chicago può iniziare a godersi un cinquantello in tutta serenità e al 100% solo a partire dal trentaduesimo. E pur se importante, quel Bulls-Hawks non era che una partita di regular season. Quale pressione aggiuntiva dovrebbe sostenere l’intera squadra se mai un giorno riandasse in finale?

Che fare? Poco, purtroppo, se il nemico si annida sottopelle dentro di te. Il dottor Sigmund farebbe stendere i Bulls sul lettino e direbbe loro che sono ancora nel potere di un tremendo persecutore interiore, un killer che risparmia la sua vittima lasciandola in una vita che tuttavia non è vera vita, ma un esistere in un limbo ai confini della morte rappresentata dall’inautenticità. I Bulls come entità globale continuano ad essere un qualcosa di depersonalizzato, amputati come sono di una parte di identità che viene risucchiata dal loro glorioso passato recente. La lingua inglese possiede il verbo “to haunt”. Significa allo stesso tempo infastidire, ossessionare, perseguitare, tormentare. Spesso viene usato in contesti che sottintendono la presenza di fantasmi, nel senso di “infestare”. Una frase come: “That house is said to be haunted” si traduce con “Si dice che quella casa sia infestata.” Ecco, nello stesso identico senso, i Chicago Bulls – the house that Michael built – potrebbero dirsi infestati da uno spirito piuttosto ingombrante e pervicace: quello di MJ, per l’appunto. Sono fra i tanti che hanno visto e apprezzato la serie “The Last Dance”, il documentario sottilmente apologetico sull’ultima trionfale stagione di Jordan a Chicago. In ognuna delle puntate, facendo un parallelo con la situazione presente della franchigia, mi sono sorpreso a pensare che forse, per la salute mentale globale dell’intero ambiente, sarebbe stato meglio se quei meravigliosi sei titoli NBA non fossero mai arrivati. Piuttosto avrei preferito vincerne anche solo la metà, ma in maniera “normale”, senza instaurare la cappa mitologica che ancora oggi non si è diradata sulla franchigia.

A questo punto, per la disperazione, verrebbe quasi da invocare la patetica e risibile “Cancel Culture” che attualmente va tanto di moda. I paesi anglosassoni, come in molti altri campi del vivere sociale, sono del resto all’avanguardia anche in questa tendenza. Se nel Sud si abbattono le statue di Jefferson Davis e di Stonewall Jackson, perché non assumere in dosi omeopatiche un po’ di “damnatio memoriae” sportiva? Che un’ondata di furia iconoclasta sommerga noi tifosi rosso-neri, anche brevemente, e porti via un po’ di scorie del passato, in modo da sentirci più liberi e leggeri dalla sua ombra. Abbattiamo la statua di Michael Jordan all’ingresso dello United Center! Oppure spostiamola negli scantinati dell’arena, tra i canestri di riserva ripiegati su sé stessi e i cestini con i palloni per lo shootaround pre-gara. Lo si è sempre fatto nella storia. Chi è abbastanza vecchio da aver vissuto i tardi anni Ottanta (proprio lo stesso periodo in cui impazzavano i Bulls, che caso…) di certo conserva nella propria memoria le immagini di decine e decine di statue che quotidianamente venivano abbattute una dopo l’altra. Dal 1989 in poi è stato un continuo: Lenin, Stalin, Ceaușescu, Saddam Hussein e tutta la pletora di dittatorelli che prosperavano nel mondo bipolare della guerra fredda. Popoli e società, in determinati momenti della loro storia, sentono il bisogno di abbattere le statue dei loro leader. Potremmo pensare che lo facciano per marcare in maniera tangibile un cambio di regime, ed è certamente vero. In termini sociologici è altrettanto plausibile che l’accanimento contro un simbolo rappresenti un tentativo di riappropriarsi di frammenti di significato rispetto ad una rappresentazione del passato che lo ha caratterizzato in maniera troppo ossessiva e marcata.

Oppure, visto che abbiamo la presunzione di ritenerci persone civili, razionali e che aborrono la violenza, mettiamo la statua in questione in un museo. Conserviamola con tutti gli onori, ma rendiamola emotivamente inoffensiva. A volte è il contesto a fare la differenza. Il senso di una cosa non è una proprietà intrinseca dell’oggetto, ma trae contenuto dalle relazioni che la legano al mondo. In uno spazio pubblico, ma tuttavia dominato da un intento in cui l’esperienza di ciò che è avvenuto viene contestualizzata in una dimensione storica, il pesante fardello dell’eredità degli Imbattibulls degli anni Novanta potrebbe cessare di riverberare effetti deleteri sul presente. La squadra attuale se lo meriterebbe. Caspita, è davvero forte. Recentemente, in una partita contro i Warriors ho visto Alex Caruso mettere in seria difficoltà Steph Curry, impedendogli di oltrepassare la metacampo. Mentre scrivo questa frase ho i brividi. Qualche sera dopo, lo stesso “Bald Mamba” ha cancellato dal campo James Harden. Zach LaVine è uno dei giocatori più spettacolari e completi che mi sia mai capitato di vedere con la canottiera di Chicago. Offensivamente non c’è un singolo aspetto del gioco in cui non riesca ad eccellere. E le rare volte in cui non è in serata, può subentrare il suo gemello, un DeMar DeRozan che a 32 anni, sente di avere la migliore occasione per vincere un titolo NBA. Ehi… un momento… che ho detto? Titolo NBA? E questa frase da dove mi è uscita? Come posso essere stato tanto sconsiderato? Il fatto è che in questo scorcio di stagione, tutto sembra possibile. A novembre i Bulls sono partiti per la solita lunga trasferta ad Ovest. Sono ritornati in Illinois con 9 vittorie dopo aver battuto i Jazz e le due squadre di Los Angeles in back-to-back. L’NBA non è mai stata tanto aperta alle possibilità. I Milwaukee Bucks, in quanto campioni in carica, meritano rispetto e sono oggettivamente la squadra da battere. Tuttavia non sono molto differenti da quelli dello scorso anno. I Brooklyn Nets sono i più talentuosi, ma i problemi con Irving e i difficili equilibri con le altre stelle della squadra non li rendono una contender indiscussa. Knicks, Celtics 76ers, Heat e Wizards (?!?) sono squadre alla portata di Chicago. Nelle giuste circostanze, in tarda primavera, i Bulls potrebbero ambire a strappare un biglietto per le finali NBA. Mai come in questa stagione mi sento di dire che faccio davvero il tifo per loro. E non solo per fattori eminentemente sportivi…