Ultimamente mi capita sempre più spesso di sprofondare in abissi di disperazione interiore. Momenti in cui ogni luce sembra spegnersi e il solo rimbombo che scuote la notte profonda della ragione è quello della paura. Può accadermi ovunque, persino in ufficio, luogo che – devo riconoscere – non è il terreno ideale per affrontare i propri demoni. Credo per via delle suggestioni dell’ambiente. Le mie finestre danno su di una piazza e sono schermate da una pesante grata di ferro. Come accade a tutti coloro che passano molto tempo di fronte ad una barriera, il capire se questa sia lì per proteggere dall’esterno o per impedire che qualcosa esca dall’interno verso il mondo diviene presto un dubbio irrisolvibile. Ma soprattutto, spingendo lo sguardo più in là, scorre un rumoroso torrente e, ancora oltre, contro il fondale del cielo, si apre un panorama di campi e radi boschetti di alberi.

Oggi è uno di quei giorni infernali. Sono alla finestra: il mio sguardo proietta la desolazione dell’anima su quella della natura invernale. Vedo la trincea scoscesa dove scorre il fiume e al di là degli argini coperti di brina, le piante. Penso al generale “Stonewall” Jackson. Non è un personaggio noto, a dispetto della sua importanza. Ad eccezione degli storici, non so quanti ne conoscano la vicenda. Eppure, è stato uno dei più geniali e dotati comandanti della guerra di secessione americana, e forse di ogni tempo. Le sue imprese nel guidare le truppe confederate sono studiate ancora oggi in tutte le accademie: Harper’s Ferry, le due battaglie di Bull Run dove si guadagna il soprannome di “Muro di pietra”, la magistrale campagna nella valle dello Shenandoah. E infine la battaglia di Chancellorsville, dove si compie il suo triste destino.

È la notte del due maggio 1863. Dopo un giorno di duri scontri, mentre Jackson e il suo stato maggiore ritornano verso le proprie linee, vengono scambiati per un reparto di cavalleria dell’Unione. Nella confusione, il 18° fanteria del North Carolina fa partire una salva di moschetteria contro il proprio generale. Stonewall viene colpito alla mano destra e al braccio sinistro. Uno dei più crudeli casi di fuoco amico della storia della guerra. Il dottor McGuire è costretto ad amputare il braccio di Jackson. L’operazione sembra riuscire, ma dopo pochi giorni le condizioni del generale si aggravano. Nel frattempo, giunge la notizia che le truppe del sud hanno riportato un’incredibile, insperata vittoria. Chancellorsville è finita: i 60.000 uomini dell’Armata della Virginia settentrionale sono riusciti a respingere gli oltre 130.000 dell’Armata del Potomac. Ma per la Confederazione si tratta di una vittoria oscurata da un velo di tristezza: Stonewall Jackson muore il 10 maggio a Guiney’s House. Le sue ultime parole prima di chiudere gli occhi sono: «Passiamo il fiume, e riposiamoci all’ombra degli alberi…» Poco dopo le tre di pomeriggio, in una casupola immersa nella rigogliosa primavera della Virginia, Stonewall Jackson attraversa il confine oltre il quale non giungono gli echi delle battaglie degli uomini.

La vita è fatica e, in essa, i momenti di sollievo una sbiadita approssimazione del riposo. Forse non tutte le fatiche e le difficoltà sono uguali, ma in determinate, estreme circostanze ogni distinzione si stempera in una pesante nebbia che inghiotte ogni capacità di discernimento, e che può portare una persona a ritenere che tutto sia una guerra permanente. Privo di forze e motivazioni, è ciò che sento nella maggior parte delle giornate. Ogni gesto, persino l’alzarsi al mattino e l’uscire di casa, assumono i tratti di una battaglia. Battaglie sono quelle che sto combattendo. Battaglie sono quelle che ha già combattuto e perso. O vinto, il che nel tempo si rivela esattamente la stessa cosa. Ma battaglie sono anche quelle che immagino di dover combattere, anche se poi in futuro non mi troverò mai ad affrontarle. Ognuna di esse, alla stessa maniera di un vero scontro, impone un tributo sottoforma di fatica, sofferenza, stress, paura, ferite, menomazioni. E come nel caso del generale Jackson le ferite peggiori sono spesso quelle del “fuoco amico”, cioè quelle che consapevolmente o meno sono autoinflitte. Sanguinante, senza più un braccio o una gamba, mi ritrovo nella mia angusta stanza a desiderare la pace – ogni tipo di pace – a qualunque costo, con la tentazione di gettare a terra le armi, oltrepassare il fiume e addentrarmi nel folto degli alberi per riposare. Nessuno può sopportare il logoramento di una guerra continua. Ad un certo punto deve giungere una qualche forma pace. E se non può nemmeno esistere un momentaneo intervallo tra uno scontro e l’altro, allora sembra non resti che una sola alternativa.

Ma le ferite dell’anima e della mente sono uguali a quelle del corpo? No, certamente. Sarei tentato di dire che le prime sono molto più tremende, perché sono traumi che durano per sempre. Eppure, se si ha l’umiltà di mettersi in discussione, a volte basta un po’ di naturale semplicità per far crollare un fatiscente castello di pensieri e alibi. Istintivamente mi tocco il braccio, lo stesso che è stato portato via a Stonewall Jackson. C’è ancora; si muove, e non fa male. Me lo avessero strappato, quella sì sarebbe stata una ferita “per sempre”. Il male che mi percuote la testa dall’interno è molto più sofisticato, ma mi trovo costretto ad ammettere che, quanto a pesantezza oggettiva, da un punto di vista fisico, non esiste nulla di meno definitivo. Le ferite dell’anima, in un certo senso, rimangono incancellabili, ma è materiale su cui è possibile lavorare, seppur con sforzi immani. Si può medicare. E ricostruire. Giunto alla fine di questa atroce giornata, toccato il fondo della disperazione, intravedo la luce di una consapevolezza: la miracolosa capacità di autoguarigione della mente. Non so da cosa sia composta. Accettazione, oblio, atteggiamento, pensiero: una serie di ingredienti di un processo creativo che, con tempi propri, nutrendosi dell’imperfezione della vita, volge le difficoltà in occasioni di crescita e di apprendimento, cementando alla fine le fondamenta della nostra unicità come persone. Infine, ripenso a tutti gli amici che oggi mentre piangevo mi hanno tenuto per mano, consolato, abbracciato. Ripenso soprattutto alle parole di affetto e di sprone che hanno speso nei miei confronti. Domani vorrei ricominciare a camminare insieme a loro. Provare a ripartire. Forse il principale impulso dietro questo processo di rinascita, sotterraneo, misterioso, insopprimibile e potente come la natura, è l’affetto genuino delle persone che in un momento di tremenda paura mi hanno ancora una volta risollevato da terra, e nel buio, guidato verso la luce. Grazie a tutti voi.