«Interrogo i libri e mi rispondono. E parlano e cantano per me. Alcuni mi portano il riso sulle labbra o la consolazione nel cuore. Altri mi insegnano a conoscere me stesso.»

Francesco Petrarca

Amo i libri. Forse troppo. Di sicuro al punto da ritenere che possano insegnare qualcosa prima ancora di venire seriamente letti. Credo infatti – forse con ingenuità – che spesso basti guardare le loro pagine con un po’ di spirito d’osservazione per scoprire molte cose interessanti. Soffermarsi sulle dimensioni, sulla geometria del testo, sui caratteri, sui titoli dei capitoli: tutte azioni semplici che non presuppongono un estenuante impegno mentale, ma che possono rivelare vasti mondi nascosti se su di essi va a posarsi la curiosità. Avrei mille esempi da fare ma oggi vorrei soffermarmi su uno in particolare: quello che riguarda l’impatto visivo dell’indice dei miei manuali di storia della letteratura italiana del liceo.

Cinque ponderosi volumi con un titolo che è tutto un programma: “Letteratura italiana, storia, forme, testi”. Già qui è possibile scorgere un chiaro intento enciclopedico e, in controluce, a voler essere maligni, l’acribia di voler partorire un “tutto” che risolva in sé l’insieme degli aspetti di un determinato argomento. Questi tomi ormai ingialliti, uno in fila all’altro, occupano ancora una cinquantina buona di preziosi centimetri all’interno della mia affollata libreria. Non ho mai avuto il coraggio di disfarmene: racchiudono troppi ricordi, troppa fatica, e… troppa vita. La loro pagine traboccano di appunti scritti a matita, in una calligrafia morbida, rotonda, infantile che ho completamente smarrito nel corso degli anni e che ora mi appare così aliena da non sembrare neanche più la mia. Conservo ancora i miei libri di testo – dicevo. Una volta scarcerato dalle superiori non ho voluto regalarli o, peggio ancora, venderli. Che diamine, in fin dei conti, mi è toccato portarli sulle spalle per anni, incurvandomi la schiena col peso della conoscenza. Quando sentite il termine “fatica dello studio” non pensate solamente ad uno sforzo puramente intellettuale. Ma nel mio caso non si tratta solo del voler conservare un senso al mero dispendio di una moltitudine di forze profuse. Ho letto quei libri, e loro hanno letto me, imprimendosi nella mia memoria, modellando la mia anima e la mia visione del mondo. Sono parte di me. Ancora oggi.

La mia storia della letteratura italiana, dunque. Nei minuti che precedevano l’inizio di una lezione, o durante la noia di un’interrogazione a cui era sottoposto un mio compagno, rimanevo interi quarti d’ora a sfogliarne svogliatamente le pagine, leggendo senza leggere, abbassando la manopola dell’attenzione mentale al minimo, assaggiando monconi di testo qua e là, quasi casualmente. In determinate condizioni la meravigliosa monotonia di una pagina in corpo dieci può anche cullarti. A volte mi perdevo persino nell’assurda contemplazione delle pagine dell’indice, che del contenuto di un volume è in genere la parte meno importante e più sottovalutata, se intendiamo il leggere come un travaso di conoscenze da un mezzo ad un supporto dotato di una qualche capacità di memoria, tipo la materia grigia che in un adolescente separa un orecchio dall’altro. Tuttavia, a mano a mano che avanzavo faticosamente dalla terza classe alla quarta, e poi alla quinta, iniziai a notare un particolare interessante: la densità e il peso delle voci associate agli autori variava. Che ci fosse un senso?

L’indice del primo tomo – quello dedicato ai secoli d’oro del Duecento, Trecento e Quattrocento – era imperniato su corposi blocchi monolitici. Questi corrispondevano alle pietre miliari della nostra letteratura: Petrarca, Boccaccio e ovviamente Dante, al quale era tributato un intimorente profluvio di quasi 200 pagine. L’effetto di una simile mole di testo – e di testi – su noi giovani discepoli avrebbe potuto far esclamare anche a noi il verso: «Fuggi, se ‘l perir t’è noia…» se solo avessimo posseduto una qualche abilità poetica. Il secondo tomo copriva invece l’intero arco del Cinquecento. Il suo indice conservava più o meno la stessa struttura visiva. Il continuo andirivieni di eserciti stranieri aveva già aperto le porte al declino italiano ma, perdio, chissà quante nazioni avrebbero fatto la firma per averne di decadenze simili. Piccole sezioni di approfondimenti e contestualizzazioni storiche intervallavano le parti consacrate ad altri giganti, questa volta del tardo Rinascimento: Guicciardini, Bembo, Machiavelli, Ariosto e l’instabile Tasso. In ultimo, c’era persino spazio per qualche sonetto di un certo Michelangelo Buonarroti, il quale, con tutta evidenza sapeva maneggiare la carta e la penna quasi altrettanto bene che il cesello e il marmo. La critica del Berni è quella tipica degli eruditi imbecilli: certo le poesie di Michelangelo sembravano dire cose e non parole, potevano apparire come frammenti irrisolti che non sfociavano ad esiti letterariamente compiuti, ma a me pareva che la loro grandezza stesse appunto qui, nella loro apparente imperfezione carica di umanità. Un artista, pur non letterato di mestiere, in grado di scrivere un verso rigoroso ed essenziale come: «Amor, la tua beltà non è mortale: | nessun volto fra noi è che pareggi | l’immagine del cor, che ‘nfiammi e raggi | con altro foco e muovi con altr’ale.» merita più di tutto il nostro rispetto. Con quelle parole dove risuona forte il pensiero di Platone, Michelangelo ci mette di fronte all’importanza dell’immagine del cuore, dell’essenza riposta di una cosa o di una persona. In un mondo come il nostro, che ha confuso l’immagine con il visibile, che non sa più andare oltre un livello immediato di interpretazione, non mi pare un avvertimento di scarsa importanza. Ma non si tratta che di un’opinione del tutto personale di un fallito che ora spreca la propria vita a scrivere vuoti atti amministrativi.

E poi c’era il terzo volume: quello che zippava la produzione letteraria del Seicento e del Settecento in un mattone di 1.218 pagine. Ed era qui che le cose iniziavano a farsi interessanti. L’indice si apriva con Galileo e si chiudeva con Foscolo. Alfa e Omega: grandi autori, col genio pisano nettamente meglio dello sfigato esule di Zante. Nel mezzo, tra i due, un infinito gregge di scribacchini sul quale gravava il sospetto che fosse finito a pascolare tra le pagine di un’antologia giusto per far volume. Un interminabile elenco che visivamente dava la strisciante impressione di contemplare le innumerevoli tessere di un mosaico rovinato a terra. Una miriade di piccoli frammenti dai nomi strani, portatori di un vago sentore di grigia e ordinaria banalità, da far quasi pensare ai cognomi sulla placca dei campanelli di un condominio: Marino, Castelli, Redi, Magalotti, Sempronio, Materdona, Lubrano, Ciro di Pers, Stigliani, Achillini, Artale, Chiabrera, Tassoni, Muratori, Metastasio… per ognuno di loro erano riportati due-tre testi, probabilmente pescati a casaccio tra i meno peggio all’interno della sterminata paccottiglia che questi oscuri versaioli dovevano aver prodotto per puro dovere professionale. Poesiole, sonetti e madrigali sovraccarichi di specchi, orologi, pettini, parrucche e capelli di donne irreali. La nuova sensibilità per la caducità dell’esistenza e del contrasto si sfogava in piccole cose ed occasioni, navigando in tondo in un mare di versi ampollosi, sofisticati all’eccesso, artificiosi, come questo autentico scempio di un certo Filippo Masini: «Dafne, mentre bevea, | col dolce labro e rugiadoso impressa | soave nota in bel cristallo avea.» Sembra il Bandwurmsatz, la frase a verme solitario del tedesco, col verbo alla fine. Kafka avrebbe vomitato nel leggerli.

I giganti avevano abbandonato il condominio della nostra letteratura per traslocare altrove: i loro appartamenti erano ora popolati da autentici nani di falso talento. Solamente all’altezza del Settecento maturo le voci dell’indice del mio libro tornavano a coagularsi attorno ai nomi di una certa rilevanza di Parini e di Alfieri. Eppure, curiosamente, le loro opere, per quanto temporalmente più prossime alla nostra epoca e al nostro sentire, risultavano più illeggibili e lontane dai nostri interessi di quelle degli albori della lingua italiana. Un esempio? Lo sboccato affresco della basilica di San Clemente al Laterano in Roma – in pratica un fumetto concepito prima del 1100 – era molto più divertente dell’eburneo dente della vergine cuccia di Parini. No, seriamente, vogliamo mettere l’esclamazione che sembra già il romanesco dei burini di Carlo Verdone: «Fili de le pute, traite, Gosmari, Albertel, traite. Falite dereto co lo palo, Carvoncelle!» con l’elegante e affettato: «…ed egli audace con sacrilego piè lanciolla…»? Siamo seri, suvvia. Qualcosa ad un certo punto doveva essersi rotto. Ma cosa? Davvero gli italiani avevano perso di colpo il loro talento nello scrivere? La letteratura si era contratta ad un puro esercizio di stile formale, raffinato e proprio per questo fine a sé stesso? Con tutta evidenza: sì. Ma perché? La risposta è una sola, ed è per intero contenuta negli esiti del concilio di Trento del 1545-63, un’epocale svolta di tipo poliziesco, che sulla godereccia Italia del XVI secolo aveva fatto calare l’austera cappa della Controriforma. Da lì in poi nel nostro Paese molte cose erano cambiate, e non certo per il meglio.

Immagine dell'affresco della Basilica di San Clemente

Di fronte al dilagare del protestantesimo la Chiesa cattolica si era presto resa conto di come il miglior argine per fronteggiare l’eresia balzata fuori dalle foreste sassoni fosse di impedire agli italiani di leggere. Teniamoli lontano dai libri e non si metteranno in testa strane idee. A posteriori, un piano diabolicamente geniale, che avrebbe fatto brillare gli occhi al Grande Fratello tratteggiato nell’incubo distopico di Orwell. Se Lutero, Calvino e Zwingli avevano posto l’accento sulla lettura e sull’interpretazione in prima persona dei testi sacri da parte del fedele, chiamandolo ad un sacerdozio universale, la gerarchia cattolica reagì rilanciando la figura del prete-guardiano come unico depositario dell’esegesi della parola scritta. Va detto che gli italiani – come avrebbero poi fatto secoli più tardi di fronte ad altri individui vestiti di nero – si conformarono al nuovo regime alla svelta ed entusiasticamente. Presero il precetto così seriamente che ancora oggi – secondo ricerche Eurostat – detengono la triste posizione di fanalino di coda dei lettori del Vecchio Continente. Pare infatti che i nostri connazionali, nell’arco di un giorno, posino i propri occhi su un libro o un articolo di giornale per soli cinque minuti in media. Una statistica troppo devastante per non avere profonde radici storiche.

Immagine del dipinto "San Domenico brucia i libri degli albigesi"

Ma torniamo alla Controriforma. Il giro di vite imposto dalla Curia romana trasformò l’Italia in una paradossale sintesi hegeliana tra due antitesi. Il Paese divenne un incrocio tra una lugubre sacrestia e una splendente basilica. In questa trasformazione la letteratura decadde ad una forma d’arte minore nell’ambito della nostra cultura. Il Concilio tridentino ebbe anche risvolti positivi, intendiamoci. Generò un clero più preparato e morigerato. Elargì agli italiani il sacramento della confessione, in pratica un invito a peccare ancora di più ed impunemente. Ma soprattutto, in cambio della confisca della libertà, il nostro genio fu lasciato libero di sfogarsi su strade meno pericolose per l’establishment. Nacquero un’architettura sublime, uno sfarzoso gusto del decoro e la grande musica, in particolare il genere del melodramma, la vera anima degli italiani. Bernini, Cellini e Monteverdi, con la loro sublime arte, furono tutti figli di questo nuovo clima. Di pari passo, l’intento di stroncare il dissenso dottrinale crebbe e si espanse fino ad assumere la connotazione di un soffocamento totale della libertà di pensiero e di opinione i cui strascichi sono avvertibili ancora oggi. Dal laboratorio religioso-sociale il sottoprodotto che ne uscì fu secondo le parole di Indro Montanelli: «… un conformismo senza scampi, piatto e soffocante, in cui non possono incubare che codardia e ipocrisia. Sotto questo sudario si forma il nuovo italiano.» La Chiesa imbracciò davvero le armi. Autodafé e pubbliche abiure divennero consuetudine. Le città rinascimentali dove un tempo prosperavano banchieri e commercianti iniziarono ad essere percorse da predicatori fanatici che instaurarono un clima di sospetto e di caccia alle streghe o, per meglio dire, agli eretici, veri o presunti. A Milano un certo Castiglioni esortava la gente alla delazione e ad abbandonare il più elementare senso di compassione con una logica che oggi fa sorridere e spaventare allo stesso tempo. Sentitelo: «Quanti sono in Milano che conoscono heretici occulti, o almeno persone probabilmente sospette d’heresia, et nondimeno, né gli accusano, né gli denunciano all’Inquisitore. E perché? Per rispetti humani… Dice colui: “mi parrebbe d’essere crudele s’io denunciassi all’Inquisitore colui qual so o probabilmente suspico che sia heretico; onde poi ne gli seguisse danno o vergogna; però per compassione manco d’accusarlo”. Rispondo, non è questa compassione… non pietà, ma crudeltà…» Circondato da un simile contesto, non sorprende che un letterato, prima di mettere le proprie idee sulla carta, ci pensasse, non una, ma dieci volte, chiedendosi se le autorità, nel loro insindacabile arbitrio, potessero in qualche modo giudicarle pericolose. Chi mostrò audacia intellettuale fu costretto a pagarla cara. Non devo fare l’esempio di Giordano Bruno, vero? La fonte dell’ispirazione letteraria fu così disseccata alla fonte. È di questo impoverimento collettivo che reca testimonianza l’indice del mio libro di testo sul Seicento, pieno di mezze figure della letteratura, in un tempo in cui la Francia aveva Molière e Descartes e l’Inghilterra Shakespeare e Hobbes.

L’annus horribilis fu il 1559. Proprio allora Paolo IV, al secolo l’irpino Gian Pietro Carafa, approvò definitivamente l’indice dei libri proibiti, nel quale figuravano opere quali il Principe di Machiavelli e il Decameron di Boccaccio. La lista nera cessò di essere aggiornata nel 1948 (no, non è un errore di battitura). Non contento, il pontefice emanò la bolla “Cum ex apostolatus officio” un documento che, letto oggi, fa pensare al famigerato ordine 227 di Stalin. La novità della bolla stava tutta nella punizione spietata del “favoreggiamento” degli eretici, grazie all’introduzione di misure ricattatorie come la perdita di cariche e la confisca dei beni. Con questo andazzo, non sorprenderà nessuno il fatto che il passo successivo fosse il potenziamento dell’inquisizione e del suo apparato repressivo. Quando Paolo IV morì, il popolino romano si sentì di decapitarne la statua in Campidoglio; chissà mai perché. Ma anche allargando lo sguardo oltre i nostri confini non c’era molto di cui essere allegri. Sempre nel 1559, con la pace di Cateau-Cambrésis, l’Italia finì nell’orbita di controllo politico della Spagna. Se proprio bisognava avere un padrone straniero la monarchia iberica era certamente il peggiore che potesse toccarci in sorte. Tra i grandi stati d’Europa, l’impero di Filippo II era quello più retrivo, arretrato, corrotto e inefficiente. Un gigante di potenza militare grazie ai suoi tercios ma nulla più. Il mare di oro e argento insanguinati che la Spagna drenava dalle Americhe finiva sperperato in fallimentari imprese militari. Il parassitismo di clero e nobiltà si riverberava su un’agricoltura e un’industria per nulla competitive rispetto alle manifatture di Francia, Inghilterra e Olanda. Avere un simile padrone fu una sciagura per il nostro Paese. L’Italia si libererà dal cono d’ombra della dominazione spagnola solamente ad inizio Settecento, menomata tanto nell’economia quanto nello spirito. Mentre i paesi atlantici costruivano il futuro su dinamiche società capitalistiche, la Penisola scivolò nel passato e nell’immobilismo, tanto che alcuni studiosi parlano apertamente di “Rifeudalizzazione”. Lo storico Ruggiero Romano ci ricorda: «Si giunge ora al punto di massima depressione a cui l’economia italiana sia mai pervenuta. Non si tratta solo di cifre che, in tutti i settori, indicano un tragico calo, quanto di una sorta di ristagno strisciante che coinvolge tutto: uomini, cose, terre, telai, mentalità, nervi.» L’Italia, pinnacolo dell’intraprendenza economica e artistica, si ripiegò su sé stessa. I commerci ristagnarono. Gli intellettuali si rinchiusero nell’aria stantia delle stanze delle Accademie, che iniziavano a sorgere proprio in quel periodo. La loro principale occupazione rimaneva quella di intavolare sterili discussioni tra di loro. Sull’imitazione di modelli stranieri, fiorirono (si fa per dire) gazzette e giornali letterari con due/tre lettori, oltre i redattori. In un Paese di analfabeti, e pertanto privo di opinione pubblica, non poteva essere altrimenti. Il linguaggio stesso rese testimonianza dell’involuzione. Nel Seicento i nostri vocabolari si arricchirono di parole quali: etichetta, baciamano, sussiego, posata, parrucca, libertino, bivacco, gendarme, tabacco, patata, mais, cacao. Non c’è bisogno di alcun commento, vero?

Immagine di un dipinto raffigurante il Concilio di Trento

«L’Italia? È solo un’espressione geografica…» si lasciò sfuggire il primo ministro austriaco Klemens Wenzel Nepomuk Lothar von Metternich-Winneburg-Beilstein nel 1847 in una lettera al conte Dietrichstein. Un nome così lungo sembra quasi giustificare di per sé il commento sprezzante. La frase, in assoluto una delle più citate – spesso a sproposito – del grande diplomatico continuava però in questo modo: «una qualificazione che riguarda la lingua, ma che non ha il valore politico che gli sforzi degli ideologi rivoluzionari tendono ad imprimerle.» In parte è vero, forse ancora oggi. Metternich era uno stronzo, ma non certo un babbeo. Riflettendo abbastanza a lungo sul senso della sua frase possiamo scorgere motivi dei quali essere orgogliosi: la nostra essenza come Paese risiede in fattori immateriali. Valori estetici, artistici, di ingegno e di inventiva, di abilità costruttiva. Penso alla nostra pittura, all’architettura, alla musica, all’artigianato, a volte così sublime da essere praticamente indistinguibile dall’arte vera e propria. Siamo una delle culture più antiche, sofisticate e stratificate del mondo. La nostra letteratura, pur con tutti i suoi alti e bassi, è un architrave fondamentale di questo meraviglioso edificio che definisce il nostro senso di appartenenza in quanto comunità. Luigi Meneghello, nel libro “I piccoli maestri” scrive alcune illuminanti parole: «Che cos’è una patria se non è un ambiente culturale? Cioè conoscere e capire le cose.» Viviamo in un Paese così strano, multiforme, complesso e complicato – in una parola “bello” – che anche solo l’indice dei libri di testo della nostra scuola può darci una mano a comprenderlo meglio, e attraverso di lui, noi stessi. Peccato solo che a volte non ne siamo palesemente all’altezza. L’italiano medio se ne sbatte altamente delle sue radici e, cosa ben peggiore, le figure deputate ad esserne i custodi, spesso non sono all’altezza del compito. Penso ancora oggi con un briciolo di pietà e di rincrescimento alla mia insegnante di letteratura del liceo. Un sergente istruttore del programma didattico, che trascorse un intero anno a propinarci e inculcarci metodicamente e con robotica insistenza i versacci del nostro Seicento e Settecento, evitando di pronunciare l’unica chiosa possibile: che facevano e fanno tutt’ora schifo, omettendo nel contempo di spiegarci il perché, le parole semiserie che avete appena letto.