Metti una svogliata mattina di mezza estate, uno di quei giorni nei quali non ci aspettiamo niente di più impegnativo che rassicurare mandrie di villeggianti che – sì – il dépliant della raccolta differenziata è sincero: i barattoli dello yoghurt vanno proprio messi nel sacco viola. Fuori dal nostro insignificante Comune, nel grande mondo avvolto nella canicola, l’intera Italia, quella che produce e lavora così come quella che non produce e non lavora, è a mollo al mare o ignobilmente svaccata sui verdi prati delle montagne ad abbuffarsi in pantagruelici picnic. Il telefono, che normalmente ringhia ogni trenta secondi, tace: elettroencefalogramma piatto. Ogni tanto alziamo preoccupati la cornetta per vedere se c’è ancora la linea. L’idea che nessuno ci caghi ci appare troppo irreale. Sulla mail non arriva più niente, nemmeno lo spam o gli inviti ad Abano Terme per i corsi sulla gestione dello stress sul posto di lavoro. La mia collega ed io ci scambiamo idee su come affrontare la noia di una maratona che dovrebbe portarci al sospirato traguardo delle 18 di sera. “Che si fa? Riordiniamo i faldoni degli usi civici? No, dai con questo caldo… non dirmi che al sudore hai davvero voglia di aggiungere anche la polvere…?” “Allora sistemiamo i soggetti del protocollo informatico? Sì, per far trovare la pappa pronta ai nostri colleghi quando rientreranno dalle ferie? Fanculo…” “Senti, se uniamo le scrivanie e organizziamo un torneo di ping-pong, così tanto per sfatare alcune dicerie sui dipendenti pubblici?” In realtà il comune denominatore sotteso a tutte queste proposte (solo l’ultima è vera, le prime due ammetto che sono finzione narrativa…) è uno solo e si compendia nella domanda: cosa mai potrà andare storto in una giornata simile? Ma è proprio lo sfrenato ottimismo di credersi al sicuro ad innescare la miccia della legge di Murphy: nel momento stesso in cui ti ritrovi a pensare con finto rammarico “uffa che noia…” la cascata di sciagure che inesorabilmente ti punirà e ti travolgerà si mette in moto. E infatti…

Al bancone si materializza dal nulla un ossuto tizio sulla cinquantina, dalla pelle bruna come il cuoio, con un viso furbo e tagliente, incorniciato da una disordinata massa di capelli grigio-argento che probabilmente non fanno la conoscenza di un pettine dai tempi della prima comunione. Ci avviciniamo a lui in punta di piedi, con la stessa cautela della mangusta di fronte al serpente. Intanto il nuovo arrivato, che ci ha salutato solo con un melodrammatico cenno della mano, squaderna con foga un bisunto raccoglitore ad anelli rigonfio di documenti e fotocopie spiegazzate. Non ha ancora proferito una singola parola ma il nostro raffinato sesto senso da impiegati manda già segnali come la base della Spectre dopo che 007 è stato scoperto: un turbinio di sirene di allarme e luci rosse che lampeggiano all’impazzata. Come dire, alcune volte nella vita sai senza sapere, e questo è proprio uno di quei casi di perfetta preveggenza: fiutiamo subito puzza di grana in arrivo, e di quelle grosse per giunta. “¡Hola”, ci fa quello trafiggendoci con due occhietti pungenti come due spilli, e attacca un monologo in un broken-italian dal quale riusciamo ad isolare frammenti che ci gelano il sangue: “argentino… pero tambien italiano, sentenzia de citadinanzia, yo quiero rresidencia aquì… comprende?” La mia collega ed io ci guardiamo negli occhi. Non siamo telepatici ma non fatichiamo a leggere uno sul viso dell’altra il fatto che dentro di noi stiamo bestemmiando come due giannizzeri contro la mala suerte. Ma perché gli stramboidi capitano solo a noi? Cos’è, abbiamo una calamita speciale che li attira? Quello al di là della barricata intanto ha preso l’abbrivio e non si ferma più: si è trasformato in un incontenibile fiume in piena di gesti e parole che in preda allo sconforto nemmeno ascoltiamo. Le nostre orecchie sono infatti sovrastate dal fragore del suono della beffarda risata del destino che a tradimento ti investe con un colpo basso quando hai le difese calate: se esiste una sensazione più sconsolante, mi dispiace, ma io non ne sono al corrente.

Per farla breve il nostro logorroico amigo viene dall’Argentina, giura e spergiura di vantare lontani avi italiani e, sulla base di una ambigua sentenza emessa da un tribunale, vorrebbe che gli venissero riconosciute ipso facto cittadinanza e residenza, con tutti gli annessi e connessi, carta di identità e tessera della biblioteca incluse. E non solo per sé, ma anche per tutti i propri figli, i quali nel frattempo, non si sa come, sono sgattaiolati dalla porta d’ingresso e si sono assiepati a fare il tifo sulle sedie alle sue spalle. Li notiamo in effetti solo adesso: sembrano lì a godersi lo spettacolo, neanche fossero sulla curva del “La Bombonera” per il derby tra il Boca e il River Plate. Ad un certo punto sorridono tutti all’unisono, quando il babbo va in goal al novantesimo concludendo la sua arringa con un roboante “Soy italiano!” e battendosi due volte il palmo della mano destra sul petto, come a suggellare la catena di un sillogismo in cui fluisce una logica tutt’altro che universale. La mia collega, che in quanto responsabile dell’ufficio anagrafe deve prenderseli sul groppone, getta acqua sul fuoco della loro passione e prende giustamente tempo. Facciamo qualche fotocopia dei loro sinistri documenti – unicamente per non dare l’impressione di congedarli a mani vuote – e spieghiamo come meglio possiamo che l’iter di pratiche così complesse non è lineare come vorrebbero. “Per adesso non si può fare molto, poi, forse, in futuro, se tutto va bene, ipoteticamente, si vedrà. Mah, chissà, chi lo sa…” Non usiamo queste parole, ma il senso non si discosta molto da un cauto scetticismo. Vanno via in fila indiana, un po’ abbacchiati: di sicuro non si aspettavano che riuscissimo a svincolarci dal tango mortale in cui volevano risucchiarci. Ma nemmeno noi siamo felici: abbiamo capito che questa gente non desisterà fino a quando non vedrà soddisfatti i propri desideri, e ciò a dispetto della palese inconsistenza delle fondamenta su cui poggiano le loro richieste. In effetti nei mesi successivi los argentinos saranno una presenza quasi fissa nel nostro ufficio: con passaggi periodici, come la cometa di Halley, ci tormenteranno sullo stato della loro pratica. Mi sono chiesto più volte – senza risposta – il motivo di una simile insistenza, di questa inspiegabile smania di ottenere un pezzo di carta timbrato, dietro la quale spicca un senso di urgenza tanto manifesto quanto misterioso. Poi mi sono imbattuto nella storia di Aristides de Sousa Mendes. E forse ho capito.

Aristides de Sousa Mendes è stato un diplomatico portoghese. Nel giugno del 1940 riveste l’incarico di console a Bordeaux. La Francia vive i momenti più drammatici della sua lunga storia: la guerra contro il Terzo Reich di Hitler è ormai persa, Parigi è occupata dalla Wehrmacht e un fiume di profughi e rifugiati di tutte le nazionalità si sta riversando nel sud del Paese per tentare di sottrarsi alla travolgente avanzata dei nazisti. Molti disperati battono alle porte del consolato portoghese in cerca di un visto che consenta loro di fuggire all’estero, in Portogallo, negli Stati Uniti o anche solo nella vicina Spagna. In questa massa di persone in fuga ci sono anche molti ebrei, i quali sanno benissimo cosa significherebbe vivere sotto l’occupazione tedesca. Il governo portoghese del dittatore Salazar con una circolare ha appena imposto ai propri uffici consolari di negare ogni visto o permesso di espatrio, ma Sousa Mendes decide di ascoltare la voce del proprio senso di umanità e sceglie di disobbedire. Fino al 23 giugno 1940, giorno in cui il suo governo lo destituisce, lavorando senza sosta, aiutato dai propri collaboratori e persino dai figli, timbra passaporti e rilascia visti a chiunque ne faccia richiesta. Alla fine, grazie a lui, sono più di trentamila le persone che riescono a salvarsi dalle grinfie di Hitler. Un uomo armato di nulla più che un banale timbro di gomma, e grazie ai documenti a cui esso conferisce un’aura di legalità, ha probabilmente orchestrato la più imponente operazione di salvataggio umanitario della storia moderna. Le autorità doganali che esaminano i documenti rilasciati da Sousa Mendes, infatti, non hanno il coraggio di disconoscerli: il timbro e le firme sono incontestabilmente autentiche… Per i suoi sforzi ed il suo coraggio, nel 1966, lo Yad Vashem di Israele attribuisce a Sousa Mendes il titolo di “Giusto tra le nazioni”.

Il senso profondo della storia di Sousa Mendes ci insegna molte cose, anche ai nostri giorni, anche a noi, uomini e donne dell’era digitale, che abbiamo trascorso gran parte della nostra vita nel quieto benessere di uno Stato liberale solidamente incastonato in un organismo sovranazionale come l’Unione Europea. L’uomo in generale, non solo le kafkiane strutture burocratiche in cui si dibatte il nostro vivere sociale, di fronte ad un documento timbrato e firmato, viene afferrato da una reverenza ed un rispetto sconfinati: la sacralità della parola scritta possiede la stessa intransigente solidità di un dogma di fede, così come lo stesso enorme potere di alterare la realtà. Una certificazione, un permesso, un visto, quasi mai sono un mero specchio che riflette passivamente una condizione reale, ma a conti fatti divengono una narrazione fittizia dotata di una forza intrinseca in grado di rimodellare la verità delle cose, arrivando in moti casi ad alterare pesantemente la traiettoria lungo la quale può muoversi la vita di una persona. Chiunque abbia mai avuto la sventura di intrattenere rapporti con un articolato apparato burocratico sa benissimo, per averlo sperimentato in prima persona, che la verità è l’ultima delle questioni ad entrare in gioco. Quello che conta è unicamente ciò che, nero su bianco, sta scritto sul foglio che viene rilasciato dal solerte ed ottuso funzionario di turno allo sportello. Nel nostro caso, l’argentino ha capito perfettamente questo spaventoso potere insito nei documenti e fa di tutto per posizionarsi favorevolmente rispetto ad esso. Con un qualsiasi pezzo di carta che attesti la sua cittadinanza italiana sarebbe in grado di prendere facilmente la residenza nel nostro Paese, di trasmetterla ai propri figli, di trovare con più facilità un lavoro, di muoversi liberamente tra gli Stati che compongono il mosaico europeo e, non ultimo, di aprire un deposito bancario. Se vieni da una nazione che per la seconda volta in vent’anni è sull’orlo della bancarotta, la cosa non è così secondaria. Solo che come ho detto poc’anzi qui la verità non c’entra affatto. Quest’uomo non parla minimamente italiano: le volte in cui al bancone lo sentiamo confabulare con i propri figli, usa unicamente lo spagnolo o addirittura una variante sudamericana. Non ha mai visto l’Italia, se non recentemente. Non sa nulla della nostra cultura, del nostro modo di vivere e di vedere le cose. Avrà certamente avuto antenati italiani (ma chi in Argentina non li ha?) ma questa condizione, che è burocraticamente una solida base per ottenere la cittadinanza, specie se supportata da una sentenza di Tribunale come nel suo caso, basta a renderlo un italiano a tutti gli effetti? No, o almeno non nell’immediato. Si badi, non voglio esprimere un senso di chiusura ad influenze straniere: sarebbe un folle cozzare contro lo spirito dei nostri tempi; voglio solamente evidenziare l’immenso, arbitrario potere dei documenti e la loro capacità di manipolare la realtà con un tratto di penna, il tutto a scapito della verità effettiva.

Mentre scrivo queste righe è novembre, il signore argentino continua ad arrivare in Comune, anche se con minore frequenza del solito. Quando lo scorgiamo appollaiato al di là del bancone ad attenderci con la sua snervante aria da questuante, la mia collega ed io alziamo ancora impercettibilmente gli occhi al cielo. Più per abitudine che per una reale insofferenza: ormai lo abbiamo preso quasi in simpatia. Lo stesso penso che valga per lui nei nostri confronti: si esprime un po’ meglio ed è più rilassato: si rivolge alla mia collega chiamandola per nome e spesso lascia persino condurre le “trattative” ad uno dei suoi figli, un giovanotto che a dirla tutta ci sembra sveglio il triplo di lui. Le sue pratiche, alla fine, in un modo o nell’altro, andranno in porto. Quando si congeda da noi, mi sembra di leggere sul suo viso la soddisfazione di chi si sente sempre più vicino alla propria tanto agognata meta. Dico allora alla mia collega che nel suo piccolo anche lei è un po’ simile a Sousa Mendes. Lei, donna concreta, pragmatica, infallibile organizzatrice e pessimista cosmica, mi fulmina con uno sguardo di brace, come a volermi dire: “piantala di dire le tue strampalate ingenue idiozie: di tutta questa storia ne avrei fatto volentieri a meno…” Ha ragione – come sempre del resto – ma forse non al cento percento. Guardandola nei suoi occhi che non sanno mentire sento che in fondo al suo grande cuore un po’ è felice anche lei.