«… you had time to make a label for everything in this apartment, including the label maker, but … »

The Big Bang Theory

In quanto appartenenti al genere umano condividiamo tutti l’insana passione per la classificazione e l’etichettatura di ogni aspetto della realtà attorno a noi, sia esso un concetto, un essere vivente o un oggetto. Il nostro è un bisogno malsano ed insopprimibile, una costante che ci accompagna dai primordi della civiltà, spaziando dai primi tentativi del grande Aristotele nel “De Anima”, alle comiche “Etymologiae” di Isidoro di Siviglia, per approdare infine al rigore tassonomico del “Systema Naturae” di Linneo. Queste opere dai titoli tanto ostici non susciteranno grandi trasporti, nondimeno è difficile disconoscerle quali mattoni fondamentali dell’edificio culturale dove, più o meno inconsciamente, viviamo ancora oggi. A dispetto della loro illeggibilità, contribuiscono ancora oggi a tracciare un percorso mentale che segna la vita di ognuno di noi. Per rendersene conto basta richiamare alla memoria molte banali situazioni della vita di tutti i giorni. Un modulo per la dichiarazione dei redditi e la sua acribia. Lo spirito enciclopedico del catalogo prodotti di qualsiasi supermercato. Il rigore del file system di un sistema operativo. Oppure un semplice articolo sportivo, dove un troglodita in maglietta e calzoncini che insegue una palla su un prato all’inglese può essere definito in almeno una dozzina di modi diversi a seconda del suo ruolo. Viviamo in un mondo dove la conoscenza – o per meglio dire l’approssimazione che riteniamo conoscenza – sussiste principalmente grazie al principio di nomenclatura. La conseguenza è spesso un diluvio di definizioni, etichette e gerarchie così pervasivo da risultare a volte arbitrario.

Figuriamoci se argomenti dannatamente seri come le epoche della storia occidentale possono sfuggire a quest’universale ansia di catalogazione. Fin da bambini siamo infatti abituati ad immaginare le vicende della nostra civiltà come tappe distese su di una linea del tempo rigidamente scandita in quattro grandi sezioni. Sono pronto a scommettere che non esista un sussidiario scolastico che non contenga un’infografica di questo tipo. Ma anche una semplice rappresentazione su carta rappresenta più di ciò che appare: è sempre una diretta emanazione di una mappa mentale. Dimoriamo tutti all’ultimo piano dell’imponente edificio dell’età contemporanea. Dal tetto appena sopra di noi sentiamo dei rumori di lavori in corso. Gli operai del futuro stanno forse aggiungendo all’intera costruzione un nuovo piano, ma ce ne curiamo poco. Se usciamo sulla terrazza e spaziamo con la vista, preferiamo indirizzare la nostra attenzione alle nostre spalle, verso il nostro passato. Vediamo così i quartieri dell’età moderna, con la Parigi ribollente di rabbia, pronta ad abbattere la Bastiglia; o il fuoco degli altiforni delle Midlands inglesi durante la Rivoluzione industriale. E poi, a grande distanza, il bagliore dei marmi del mondo classico, con l’Atene dei filosofi e la Roma dei disciplinati cives. Ma tra queste due grandi ripartizioni temporali ce n’è una terza ancora più grande. Copre infatti un lasso di tempo enorme, che si estende almeno lungo una decina di secoli. Senza troppa fantasia, gli storici l’hanno battezzata con un nome neutro che rimanda alla sua posizione mediana all’interno dell’immaginaria linea della storia. È per l’appunto l’Età di Mezzo o, per sgombrare subito il campo da comici equivoci tolkieniani, il Medioevo.

Media aetas, Middle Ages, Moyen Âge, Mittelalter, Middeleeuwen, Edad Media, Idade Média… Sembra che sul nome le principali culture europee siano d’accordo. Anche il passo successivo – quello di attribuire dei confini che segnino l’estensione temporale del Medioevo – si direbbe all’insegna di una certezza condivisa. Attingendo con un piccolo sforzo ai ricordi scolastici possiamo infatti ripescare dalla memoria uno degli ancoraggi cronologici fondamentali inculcati con forza dalla storiografia. Tutti noi sappiamo che l’Alfa e l’Omega del Medioevo sono rispettivamente gli anni domini 476 d.C. e 1492 d.C..
La prima data ci rimanda al tumulto e ai torbidi del Basso Impero Romano. Nel settembre di quell’anno, tra l’indifferenza e il disinteresse degli storici dell’epoca, il generale barbaro Odoacre manda per sempre in pensione l’autorità imperiale d’Occidente. In senso quasi letterale: l’adolescente imperatore Romolo Augustolo viene deposto e confinato in esilio a Napoli nel Castrum Lucullanum con un vitalizio di 6.000 solidi. Pare che a salvarlo da una sorte più truculenta siano state la sua bellezza e la sua giovane età. Sia come sia, si tratta di un trapasso di potere estremamente civile, considerate le vicende di 37 precedenti sovrani bruscamente scalzati dal trono in seguito a complotti, rivolte militari o suicidi più o meno forzati. Le insegne imperiali vere e proprie prendono invece la via di Costantinopoli, la capitale dell’est. Con un gesto di grande potenza simbolica, Odoacre impacchetta diadema, scettro e toga e li spedisce all’imperatore d’Oriente Zenone, il quale – semplicemente – prende atto: si guarda bene dal sanzionare il colpo di stato o dal proporre un nuovo candidato per la sede vacante di un apparato di potere ormai tale solo nel nome. L’impero romano d’Occidente non c’è più già da tempo e quell’episodio simile ad uno sfratto seguito da un repulisti non fa che sancire la fine di una lenta agonia.
Il 1492 abbisogna – forse – di meno spiegazioni circa la sua valenza di turning point storico. Il 12 ottobre tre sgangherate imbarcazioni simili a gusci di noce approdano sulle spiagge dei Caraibi. Sono caravelle, un nuovo tipo di navi che un comandante italiano ha condotto sin laggiù dopo un travagliato viaggio in mare aperto durato 70 giorni. Il pilota è ovviamente Cristoforo Colombo, il quale, nonostante la sua abilità, per tutta la restante parte della propria vita resterà ignaro del fatto di essersi imbattuto in un nuovo continente. In una lettera ai sovrani di Castiglia e Aragona che gli hanno fornito i mezzi per compiere l’impresa descriverà con enfasi esagerata la ricchezza delle nuove terre «…dell’India al di là del Gange.» A dispetto dell’inconsapevolezza che oggi può apparire comica, la sua impresa resta la più famosa di una lunga serie di spedizioni nell’Atlantico inaugurate sin dagli inizi del XIV secolo. E la più carica quanto a conseguenze di lungo periodo. La scoperta dell’America segna davvero l’alba di una nuova era, dominata dalla proiezione dell’influenza europea nel mondo e da un drastico cambiamento di rotta del flusso delle ricchezze e delle merci. L’antico asse del mondo si sposta verso Occidente. E un continente piccolo, tutto sommato povero, e molto litigioso, inizia un processo che lo porterà a imporre sé stesso a tutti gli altri.

Medioevo: 476 – 1492. Tutti d’accordo dunque? Non esattamente. È proprio a questo punto che assistiamo ad un fenomeno curioso. Come avviene per ogni ambito del sapere, più si indaga un argomento e più aumenta la mole di complessità da racchiudere in categorie che si rivelano sempre più grossolane. Superata una certa soglia, il bisogno di semplificazione inizia a fare a pugni con quello di conoscenza. Addentrandosi nella profondità, i contorni netti iniziano a sparire e molti elementi sicuri scivolano via dalle maglie del pensiero. È infatti sufficiente uno studio poco meno che superficiale del periodo di mezzo tra l’età classica e quella moderna per far emergere il carattere convenzionale della tipica scansione cronologica “V – XV secolo” alla quale siamo stati abituati.
In linea generale, piantiamo dei paletti per delimitare una porzione del vasto terreno della storia all’occorrere di una determinata condizione mentale riassumibile dall’emergere di una nuova consapevolezza. Tendiamo ad appuntare un segnalibro storico quando ci accorgiamo che la differenza tra la realtà che precede quel momento e la realtà che lo segue è molto più marcata che nella maggior parte degli altri momenti. Le scansioni storiche, come del resto le fasi della vita di ognuno di noi, potrebbero non essere altro che il riconoscimento a posteriori dei punti critici di una continua dialettica tra elementi di continuità e di rottura. Proiettato sullo sfondo di questa interpretazione – e per tutto quanto ci è dato di apprendere su quel periodo – lo spartiacque del 476 appare del tutto svuotato del suo valore periodizzante. In quell’anno molti tratti del mondo occidentale coincidono ancora con lo stereotipo che abbiamo della romanità. I cittadini girano in toga, parlano latino e tutto – dalle strade, agli acquedotti, alle magistrature tradizionali – sembra funzionare più o meno come sempre. Gli scambi commerciali tra una sponda e l’altra del Mediterraneo proseguono senza particolari contraccolpi. Il sistema fiscale è tutt’altro che al collasso ed è ancora capace di drenare ingenti risorse dai contribuenti, a conferma della verità popolare che vede morte e tasse come le uniche costanti dell’esistenza. L’elemento germanico che monopolizza l’esercito e quello latino che domina la società civile, pur tra mille problematiche, continuano la loro reciproca ricerca di un modus vivendi. Il collante di tutto questo è un’organizzazione ecclesiastica che si rivela un ottimo succedaneo del potere politico, tutte le volte in cui questo registra un arretramento. Eppure, sotto la patina di apparente normalità e di continuità col passato, si agitano forze che da tempo hanno già plasmato una nuova realtà.

In effetti i veri cambiamenti si sono già verificati: come cesura tra Classicità e Medioevo, una valida alternativa potrebbe essere rappresentata da un altro punto di partenza, più prossimo alla loro origine. L’allusione è al sacco di Roma. Mezzo secolo prima del gesto di Odoacre, nell’agosto del 410, i Visigoti di Alarico – penetrati in Italia due anni prima – decidono di prendere d’assalto l’Urbe nel momento in cui vedono esaurirsi ogni spazio di trattativa con l’allora imperatore Onorio. Dopo un assedio alle mura aureliane, gli attaccanti entrano in città dalla Porta Salaria. La caduta della città è un evento epocale che nel suo tragico simbolismo colpisce la sensibilità, l’immaginazione e l’intelletto dei contemporanei. Le onde d’urto si avvertono ovunque. Dal monastero in Terrasanta dove era intento a tradurre la Bibbia in latino San Girolamo scrive: «Ci arriva dall’Occidente una notizia orribile. Roma è invasa. […] È stata conquistata tutta questa città che ha conquistato l’Universo. […] I singhiozzi mi soffocano le parole.» All’altro capo del Mediterraneo, nella sua Ippona, un altro dei padri della Chiesa, Sant’Agostino, trae l’ispirazione per iniziare quello che sarà il suo capolavoro, il “De Civitate Dei”, un’opera che nasce da un istinto consolatorio teso a riempire di un senso lo smarrimento della gente di fronte ad un evento percepito come una catastrofe della storia. Ma la Città di Dio è anche una pietra miliare del pensiero di tutti i tempi. Tentando di scagionare i cristiani di fronte ai seguaci del paganesimo dall’accusa di aver allontanato la protezione accordata dalle antiche divinità, Agostino allarga il campo della storiografia all’escatologia e alla metafisica. Nasce così la filosofia della storia, una via che nemmeno l’audacia intellettuale del pensiero greco aveva ritenuto di dover percorrere. La storia, concepita ora come totalità, possiede uno scopo e una direzione, un ordine che tende ad un termine ultimo trascendente, e l’uomo, essendone parte, è in grado di leggere i principi di tale meccanica negli eventi del mondo. Per Sant’Agostino il motore della storia è la Provvidenza divina. Tuttavia, la fede in un principio regolatore sotteso ai fatti attraverserà i millenni assumendo via via nomi diversi (Ragione, Spirito, Nazione, Classi…) ma senza mutare nella sostanza.
Lo sgretolamento del potere imperiale violato nella sua città d’origine, il trionfo della forza rappresentata dai guerrieri barbari e, soprattutto, l’ascesa della Chiesa e della sua ideologia… l’insieme di questi elementi che esplodono nel 410 suggerirà al grande storico francese Jacques Le Goff di collocare proprio nel sacco di Roma l’inizio del Medioevo. Nel clima di insicurezza prende piede la “commendatio” un termine che designa la richiesta di protezione che i piccoli agricoltori rivolgono ai grandi proprietari terrieri. Dietro il nome latino, si nasconde un istituto che è già tipico del feudalesimo.

Ma se accettiamo il mondo di valori rappresentati dal Cristianesimo come principale fattore connotativo della nuova epoca – ad ogni livello: religioso, ma anche sociale e culturale – non è forse opportuno retrodatare ancora di più l’inizio del Medioevo? Perché infatti non collocarlo al 325 d.C., data del primo concilio ecumenico tenutosi a Nicea? È infatti in quell’occasione che la fede cristiana, dopo secoli di persecuzioni, clandestinità e divisioni interne, assume una fisionomia autenticamente stabile. Nel breve volgere di un decennio il nuovo culto compie l’impressionante salto da “superstitio judaica” e “religio illicita” a “religio licita” con l’editto di Milano del 313, per poi diventare qualcosa di molto simile ad una vera e propria religione di stato. Il tempo delle vecchie divinità e dei pogrom tramonta definitivamente.
A Nicea vengono prima di tutto condannate le posizioni dell’arianesimo, una dottrina che godeva di largo seguito e che per questo minacciava di spaccare l’unità di quello che allora il potere imperiale vedeva non più come un nemico dell’ordine sociale, ma come un elemento di stabilità. E dunque il Padre è dichiarato consustanziale al Figlio, e quest’ultimo è della stessa sostanza del Padre (consubstantialem Patri), negando sia la sua creazione (genitum, non factum) che la sua posteriorità quanto ad esistenza (natum ante omnia sæcula). In altri termini, si tratta del Credo che si recita ancora oggi meccanicamente e senza porre troppa attenzione alle parole in esso contenute, e che, non a caso, si chiama proprio “Symbolum Nicenum”. Ma non solo: con il concilio la religione si fa anche instrumentum regni e inizia ad entrare sempre più in confidenza con i meccanismi del potere. Trono e altare diventano organici: consubstantialem Patri, d’accordo, ma anche consubtantialem imperii. Gli oltre 300 vescovi riunitisi nella città dell’Asia Minore sono infatti lì a spese dello Stato, esplicitamente chiamati e protetti dall’imperatore Costantino il quale, nel presiedere i lavori del concilio, si definisce come “il vescovo di quelli di fuori”. Ovvio il disegno del sovrano: fare della nuova religione uno dei pilastri dello Stato. Quando ad Occidente l’impalcatura istituzionale crollerà, la religione si troverà già pronta a colmare gran parte del vuoto.

Potremmo quindi essere tutti d’accordo sul fatto che una religione universale e l’importanza accordatale dagli uomini in quasi tutti gli aspetti del vivere costituisca il tratto saliente del Medioevo. Ma se così è, allora il 1492 appare fuori tema come data conclusiva. Perché non concentrarsi sul 1517? Il 31 ottobre di quell’anno, sul portone della Schlosskirche di Wittenberg, un monaco agostiniano, professore di teologia, affigge 95 tesi contro le indulgenze. Con tutta probabilità il fatto in sé non è mai avvenuto, almeno nella forma in cui è passato alla storia. Lo storico Heinz Schilling nota giustamente: «L’idea che il professore, molto impegnato e ormai anziano, si aggirasse per Wittemberg da una chiesa all’altra come un moderno addetto alla cartellonistica, è semplicemente surreale.» In quei tempi l’argomento è tuttavia scottante. L’indulgenza è la possibilità garantita al peccatore di cancellare una parte delle proprie colpe attraverso la confessione, e la Chiesa non dimostra particolari scrupoli morali nello sfruttare gli aspetti di profitto legati ad essa. Gli scritti iniziano a circolare. L’autore del gesto – il cui nome è Martin Lutero – sta frantumando per sempre l’unità religiosa del Continente. E la gente, sempre più in grado di leggere, lo ascolta: l’Europa del Cinquecento non è più quella dei Catari o degli Hussiti. Le 95 proposizioni saranno la scintilla che appicca l’incendio. Il fuoco della contestazione si diffonde con incredibile rapidità, portato di città in città per mezzo di una recente invenzione: la stampa a caratteri mobili. I torchi della Germania giocano una parte importante e propagano la Riforma protestante. In breve, gli scritti di Lutero prendono a circolare a Norimberga, Lipsia, Basilea.
Interpretando il pensiero di Sant’Agostino e San Paolo, Lutero posiziona la Grazia al centro del suo austero sistema teologico. Solo attraverso la fede in essa il credente può sperare nella remissione dei suoi peccati e nella salvezza. Le opere, in questo orizzonte, non contano. L’uomo non può salvarsi con le sue sole forze, e Dio non è un ragioniere del bene e del male, che si limita a registrare buone e cattive azioni nel proprio libro mastro. La sua onnipotenza sottintende che nessuna delle sue decisioni possa essere prevista o condizionata dall’agire dell’uomo. Ai credenti, privati dell’illusione del libero arbitrio, non resta che l’abbandono totale alla sua volontà. Eppure, contrariamente a quanto verrebbe da pensare di fronte a posizioni così severe, Lutero avvicina l’uomo a Dio. Negando la mediazione della casta sacerdotale ognuno è chiamato ad essere il sacerdote di sé stesso e a confrontarsi direttamente con la propria responsabilità individuale. Davanti alla Dieta di Worms convocata per giudicarlo, Lutero potrà dire in perfetta coerenza: «Non posso e non voglio ritrattare nulla perché non è giusto né sano andare contro la coscienza. Iddio mi aiuti. Amen.»
Si tratta di un terremoto di potenza inaudita, che genererà onde di sangue in tutta Europa inaugurando una sequela di guerre religiose dove di intrecceranno motivi politici e nazionali. I principi della Germania settentrionale vedono nella Riforma l’occasione ideale per svincolarsi dall’autorità di Roma. L’Inghilterra di Enrico VIII fa la stessa cosa nel 1534 con l’Atto di Supremazia che lo porrà a capo di una chiesa anglicana. Di lì a poco, la Francia va molto vicina a subire la stessa sorte. La Riforma, nella sua intima essenza, è il tentativo di trovare una risposta all’ansia di rinnovamento in campo religioso attraverso il recupero della purezza delle origini. Il quello stesso periodo, un’altra corrente – il Rinascimento – sta tentando di fare lo stesso in campo culturale. Papa Leone X, nella bolla di condanna Exsurge Domine, paragonerà Lutero ad un cinghiale nella vigna del Signore, ma dalla sua azione devastatrice, nasce parte del sentire dell’uomo moderno. Dal tramonto definitivo di uno dei poteri universali del Medioevo sorgerà l’Europa moderna.

Il Medioevo però non è solamente raffinate questioni teologiche. Come tutte le epoche della storia europea è anche un periodo connotato da guerre, eserciti, gerarchie militari, rapporti di forza costruiti attorno al clangore di armi che cozzano sul campo di battaglia. Tutta la pesante concretezza dell’hardpower, per usare un termine moderno. Applicando questo filtro particolare siamo costretti a rivedere i nostri riferimenti una nuova volta.
Nell’agosto del 378, in Tracia, pressappoco dove gli odierni confini di Turchia, Grecia e Bulgaria si incontrano, ha luogo una battaglia decisiva. Protagonisti di questo fatto d’armi sono i Goti, una popolazione germanica che, incalzata dagli Unni, preme per insediarsi nei territori orientali in cerca di protezione. L’impero romano subisce invece una delle sconfitte più grandi della sua storia, una disfatta segnata dalla morte di oltre 15.000 soldati, praticamente i due terzi dell’esercito schierato. Nello scontro perde la vita anche lo stesso imperatore Valente. La carneficina entrerà nei libri di storia come la battaglia di Adrianopoli. Ammiano Marcellino, il maggiore degli storici dell’epoca, chiude mestamente il racconto della battaglia con queste parole: «Una notte senza luna pose fine a un disastro le cui conseguenze pesarono a lungo sui destini dello Stato.» Non si tratta di una facile suggestione letteraria: Adrianopoli schiude davvero la notte dell’impero. Dopo la sconfitta, il sistema romano si trova costretto a rivedere radicalmente la propria politica nei confronti dei popoli al di là del Limes. Le autorità non sono più in grado di opporsi a piacimento ai tentativi di ingresso nei territori imperiali: le politiche di accoglimento e cooptazione rimangono le sole possibili. Trattare con i barbari è ancora possibile, ma certo non più da una posizione di forza. L’esercito stesso deve accettare nei propri ranghi truppe e mercenari germanici. L’ingresso massiccio di questo nuovo elemento in uno dei pilastri dello Stato diviene un fattore di indebolimento: i comandanti barbari assumeranno una posizione sempre più rilevante, e con la loro autorità arriveranno a creare veri e propri eserciti autonomi. Se in Oriente si riuscirà a porre un argine a questa dinamica, in Occidente la tendenza potrà dispiegare i propri effetti senza incontrare ostacoli. L’Odoacre del 476 nasce in fondo da Adrianopoli.
Ma l’importanza di questa battaglia risiede anche in aspetti di natura più propriamente militare. L’esito sul campo viene deciso dallo scontro tra le opposte cavallerie. Nella mischia compaiono per la prima volta i catafratti, cioè cavalieri pesantemente corazzati, i cui destrieri sono anch’essi rivestiti da una maglia di ferro. La penna di Ammiano Marcellino ci offre una descrizione suggestiva: «Venivano in ordine sparso i corazzieri a cavallo, chiamati di solito “clibanari”, i quali erano forniti di visiere e rivestiti di piastre sul torace. Fasce di ferro avvolgevano le loro membra tanto che si sarebbero creduti statue scolpite da Prassitele, non uomini. Erano coperti da sottili lamine di ferro disposte per tutte le membra ed adatte ai movimenti del corpo, di modo che qualsiasi movimento fossero costretti a compiere, la corazzatura si piegasse per effetto delle giunture ben connesse.» Un’immagine che sembra attagliarsi perfettamente ai cavalieri del pieno Medioevo. In epoca tardoimperiale, con Adrianopoli, il ruolo della fanteria, la tradizionale spina dorsale di un esercito romano, se non tramonta, passa comunque in secondo piano.
Un millennio dopo, un’altra battaglia combattuta nella stessa regione, segna una nuova svolta epocale. Questa volta l’epicentro è la stessa Costantinopoli. Nel maggio del 1453 la Nuova Roma cade, e con essa quel poco che rimane dell’Impero d’Oriente. I turchi del sultano Maometto II hanno ragione della doppia cerchia di mura che protegge da sempre con successo la città. Il successo degli invasori si deve in parte anche alle nuove armi rivoluzionarie che hanno portato con loro: una decina di spaventose bombarde che solo per essere spostate richiedono un traino di un centinaio di buoi. Dall’altra parte della barricata, lo storico veneziano Nicolò Barbaro lascia una testimonianza che annuncia una nuova era della guerra, non solo di quella d’assedio: «Per prima cosa vi fu un tremendo ruggito, e la terra tremò per un lunghissimo tratto, e non si era mai udito prima un rumore come quello. Poi, con un boato stupefacente e uno schianto agghiacciante e una fiammata che incendiò tutto quello che si trovava lì intorno, lasciandolo annerito, la canna, animata al proprio interno da un’esplosione di aria calda e secca, mise con violenza in moto la pietra e la sputò fuori.» Nell’assedio di Costantinopoli l’artiglieria gioca un ruolo secondario, tuttavia la sua importanza è destinata ad aumentare. Tra Trecento e Quattrocento le armi da fuoco sono aggeggi rudimentali, scomodi, pericolosi forse più per chi li adopera che per chi ne subisce gli effetti; eppure il loro impatto sull’arte della guerra appare da subito evidente. Dapprima è di natura puramente psicologica, come nel 1405, quando la cittadina scozzese di Berwick-upon-Tweed si arrende al primo colpo di una bombarda inglese. La “difesa verticale” rappresentata da castelli e mura tradizionali, comunque sia, è finita. Niccolò Machiavelli riassume il concetto in poche, efficaci parole: «… l’impeto delle artiglierie è tale che non truova muro ancorché grossissimo che in pochi giorni ei non abbatta…» Sul finire del XV secolo l’artiglieria, diventando più maneggevole, irrompe anche sul campo di battaglia. Tutti gli Stati del tempo iniziano a dotarsi di cannoni, bombarde e di archibugi. Nel 1494, quando il re francese Carlo VIII cala col suo esercito in Italia, lo fa portandosi dietro un impressionante parco d’artiglieria di almeno 40 bocche da fuoco. Per uno storico militare l’arco temporale tra il 378 – 1453 è uno spazio ideale in cui racchiudere il Medioevo in armi.

Quali sono dunque i confini del Medioevo? Giunti a questo punto, risulta ormai chiaro come non esista una risposta definitiva, in grado cioè di racchiudere tutte le innumerevoli sfaccettature di questo lunghissimo periodo della storia occidentale. La tradizionale scansione cronologica è una convenzione formale, così come lo sarebbe ogni altra alternativa che potremmo avanzare. Persino le interpretazioni più estreme di quelle sin qui descritte contengono un sufficiente margine di credibilità. Alcuni vedono il definitivo tramonto del Medioevo nella nuova concezione del potere portata dalla Rivoluzione francese; altri in quella industriale, quando a livello globale cambia il modo di produrre e consumare. C’è del vero in ognuna di queste posizioni. Ma, scavando ancora più a fondo in quest’epoca che si allunga perlomeno su un migliaio di anni, i punti di svolta, sotto forma di invenzioni, conquiste del pensiero o eventi politico-militari, non cessano di colpire la nostra attenzione. Limitiamoci a passare velocemente in rassegna i principali.
Intorno all’anno mille il calamo viene sostituito dalla penna d’oca. Un pennellino che necessitava di essere continuamento intinto nell’inchiostro, e che quindi imponeva una scrittura lenta, lascia il posto ad uno strumento che permette di scrivere dieci volte più velocemente e con un tratto molto più nitido. Inizia il mondo e la cultura del documento scritto, lo stesso in cui viviamo ancora oggi. Dal silenzio dello scriptorium nasce una nuova visione della politica e del potere burocratico. Per mezzo delle scartoffie che producono, le segreterie si trasformano nelle cancellerie, annunciando la nascita di uno degli apparati connotativi dello Stato moderno.
Nel VI secolo San Colombano cita per la prima volta il termine “Europa” in una lettera a Papa Gregorio Magno: «Domino Sancto et in Christo Patri, Romanae pulcherrimo Ecclesiae decori, totius Europae flaccentis augustissimo quasi cuidam flori.» Letteralmente: «… fiore luminosissimo di un’Europa tutta in decadenza…» Continuando, nella stessa lettera il santo ammonisce gli europei ad essere «un corpo solo» e a superare le barriere etniche e culturali che sembrano dividerli. Un continente in decadenza e in cerca di una difficile sintesi tra le sue mille sfaccettature… di sicuro una definizione che pare accordarsi benissimo al sentire comune di noi europei di oggi. È comunque incredibile come un monaco irlandese morto nel 615 fosse già allora pervaso da uno spirito così moderno e così… europeo.
Nel 1202 il matematico pisano Leonardo Fibonacci, tra un viaggio commerciale e l’altro per tutto il Mediterraneo, scrive il “Liber abbaci”. Tra le sue pagine troviamo anche queste parole: «Le nove cifre degli indiani sono queste: 9 8 7 6 5 4 3 2 1. Con tali nove figure, e con il simbolo 0, che gli arabi chiamano zefiro, qualsiasi numero può essere scritto, come sarà dimostrato più avanti…» Lo zero, il più importante dei numeri, è arrivato finalmente in Europa. Basterebbe questo a rendere immortale Fibonacci, ma nel suo libro si trova molto di più: estrazione di radici, calcoli con i binomi, proporzioni con la geometria, questioni di divisibilità, minimo comune multiplo, equazioni algebriche; ma anche – non sorprendentemente visto il mestiere dell’autore – regole di acquisto e di vendita delle merci, cambi monetari, e addirittura un intero capitolo (il decimo) dedicato alle società tra consoci. La matematica vista nei suoi aspetti pragmatici, cosa che anticipa una visione della realtà come insieme di rapporti numerici, campo aperto alla misurabilità, e quindi intelligibile a chi possiede le chiavi del linguaggio in cui è scritto. Un concetto che per coincidenza, o forse no, sarà ripreso più tardi da un altro illustre pisano: Galileo Galilei.
E non sarebbe ancora finita. Come non citare le altre conquiste del genio medievale? I progressi nella navigazione che apriranno gli oceani ai navigatori: il dritto di poppa, la vela latina, un diverso tipo di chiglia. Le innovazioni nel campo dell’agricoltura e della tecnica che aumenteranno la disponibilità di cibo e di conseguenza la crescita demografica: l’aratro pesante, nuovi tipi di gioghi per gli animali da tiro, il ferro di cavallo, i mulini ad acqua. E poi ancora: l’orologio meccanico, le finestre di vetro, gli occhiali, gli attrezzi per la distillazione le candele, la pittura ad olio, le università, i libri rilegati al posto dei rotoli di pergamena…

La lista degli esempi di quanto il Medioevo sia un’epoca di innovazioni sulle quali fissare il perno di una svolta epocale potrebbe davvero protrarsi all’infinito, a seconda che il nostro intento sia di natura culturale, religiosa, politica, artistica, militare, economica, e via dicendo. Forse dovremmo astenerci completamente dal sezionare la storia umana in troppe epoche distinte. Il metodo, in sé e per sé, risulta troppo arbitrario, anche per elementari fini didattici. Così facendo ci priviamo di una verità fondamentale del processo storico, ossia il fatto che tutto è un continuo divenire, una transizione dove gli stacchi netti di nero e bianco non esistono, ma sfumano in un’infinità tonalità di gamme cromatiche diverse. Il senso di un passato sentito nella sua costante attualità era ben chiaro ad un maestro di retorica francese della metà del XI secolo. Bernardo di Chartres ci ha lasciato queste meravigliose parole, che dovrebbero essere preliminari ad ogni studio sul passato come ad ogni passo che ci accingiamo a compiere incamminandoci verso il futuro: «Siamo come nani sulle spalle dei giganti, sì che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non per l’acutezza della nostra vista, ma perché sostenuti e portati in alto dalla statura dei giganti.» Un uomo appartenente ad un’epoca che per lungo tempo è stata considerata l’apice dell’oscurantismo, dell’intolleranza, della superstizione e del privilegio, ci ha consegnato questa visione così moderna della nostra condizione. Le sue parole sono valide ancora oggi. Forse, facciamo così fatica ad individuare i confini del Medioevo perché in realtà non è mai davvero finito.