Ricordati, figliolo, che la giustizia non è di questo mondo; ma dell’altro…
Eh, lo so santità: “Giustizia dell’altro mondo!”
Proprio così, figliolo…

Il Marchese del Grillo – Papa Pio VII

Forse è proprio il caso di dirselo: il lavoro di noi impiegati che le ondate della vita hanno spiaggiato tra le secche di un ufficio comunale è indistinguibile da un supplizio di Sisifo. Personalmente, non passa giorno in cui, andando a sedermi alla scrivania, questo pensiero non mi attraversi la testa. Continuamente, giorno dopo giorno dopo giorno, curvi sotto l’ottuso peso del nostro fardello di scartoffie, ci arrampichiamo su per il ripido pendio che conduce a Monte Burocrazia. Giunti in cima depositiamo il carico ai nostri piedi. Un attimo per riprendere il respiro semimozzo dalla fatica, poi un tic o un riflesso condizionato mascherato da senso del dovere ci fa imprimere alla massa una forza esile ed impercettibile come quella di un timbro o di una firma. Tanto basta per rompere l’equilibrio e far rotolare il carico giù lungo la via percorsa. Senza più l’oggetto che rappresenta la nostra funzione – e dove, per conseguenza, è intrappolata la nostra identità – ridiscendiamo anche a noi a valle, pronti a ricominciare il ciclo infinito.

A volte ci sembra che piccole alterazioni increspino la trama di questa deprimente routine. Non sapremmo definirle con esattezza, ma le sentiamo d’istinto, e le bramiamo con la stessa inconfessabile intensità con cui dalle segrete di un carcere si invoca la miracolosa liberazione. In realtà questi piccoli segnali non sono che un diverso modo di declinare la ripetitività: specie di comete di Halley del procedimento amministrativo, che ciclicamente giungono a farci visita. “Novità”, per noi, non è altro che un diverso ritmo dell’abitudine. Il camaleontico trasfigurare della monotonia in un’altra versione di sé stessa a volte si concretizza nella solita assistenza alle iniziative popolari di raccolta firme per la promozione di referendum (lo so, si dovrebbe dire “referenda”, ma non facciamo troppo i puristi…). Per quanto mi riguarda, la cosa è ormai assurta a livelli di interesse degni di un’indagine sociologica in grado di disvelare gli abissi di ignoranza e inciviltà verso i quali sta scivolando il Paese. Mi sbilancio in maniera così decisa perché, in molteplici anni di disonorata carriera, sono stato più volte testimone di proposte tanto assurde ed indecenti da farmi dubitare in una qualsivoglia visione ottimistica del futuro.

L’ultima genialata che promana dalla pancia dal Paese riguarda la “Giustizia Giusta”. L’iniziativa ha fatto scalpore persino nella nostra sonnolenta cittadina di apatici decerebrati. Pensate: l’oceanica folla costituita da una decina di persone ha voluto apporre la propria augusta firma in favore di argomenti esoterici quali la riforma del CSM, la responsabilità dei magistrati, la separazione delle carriere o la custodia cautelare. Persino alcuni dei miei colleghi si sono lasciati trasportare dall’impeto di contribuire a lasciare la propria piccola impronta sul terreno della storia giuridica della Nazione, come dei Soloni de’ noantri.  Pazienza se il 98% della gente è conscia dei meccanismi dell’apparato giudiziario quanto può esserlo un coniglio: innegabilmente “Giustizia Giusta” è un formidabile richiamo che suona non bene, ma benissimo. Dai, chi non la vorrebbe, anche senza avere la più pallida idea del contenuto con cui riempire la parola? Chi non vorrebbe dare uno sfogo al retropensiero popolarmente diffuso che tutti i magistrati siano una moderna versione del famigerato Roland Freisler? Facciamogliela vedere! Riformiamo la Giustizia!

E quindi tutti in coda a firmare, per raddrizzare le storture della magistratura, per consentire a questa santa Italia composta da irreprensibili cittadini di mettere finalmente in mostra le proprie virtù civiche. “Giustizia Giusta”, dicevamo: che altro aggiungere? Sapete, non credo si possa pensare ad una giustizia giusta più di quanto sia possibile immaginarsi una tigre vegetariana. Innanzitutto, la giustizia, nella sua incarnazione concreta – come tutte le attività umane e in quanto composta da persone – è necessariamente segnata dall’errore. Da un punto di vista ideale, poi, si tratta di un’idea puramente illuministica, una rappresentazione concettuale da empireo platonico, irraggiungibile per sua stessa natura, alla quale si può tendere per approssimazione e gradi di imperfezione, né più né meno come per la libertà, l’uguaglianza, la democrazia, la fratellanza universale, la pace, lo Spirito Santo, i diritti umani, l’onestà, l’amore, l’amicizia, il rispetto, la salute, le ultime cifre del Pi greco, il fair play calcistico, il rapporto qualità/prezzo al supermercato, una connessione internet decente. Di più: siamo poi così sicuri che la funzione precipua della giustizia, intesa come apparato, sia quella di assurgere al ruolo di infallibile dispensatore di equità di giudizio? È davvero necessario che al suo interno i giudici che sbagliano debbano essere puniti? Bisogna limitare l’estensione della sua indipendenza? Sì, ma anche no. Nel senso: non è questo lo scopo della giustizia. La giustizia è prima di tutto un deterrente. Deve fare da monito a coloro al di fuori del suo raggio d’azione. Stop. Il resto è un di più. In questo contesto non è affatto importante che sia giusta, o retta da principi meravigliosi quanto impraticabili. Nel XVII secolo, George Savile, marchese di Halifax, politico e autore del trattato “Of Punishment”, colse alla perfezione questo aspetto, quando affermò: «Gli uomini non vengono impiccati per aver rubato i cavalli, ma affinché i cavalli non siano rubati.» Brutale, ma c’è del vero. Che il ladro abbia effettivamente rubato è secondario. Così come è secondario il ruolo di chi commina la sentenza e le regole che ad esso presiedono. Pensiamo all’iconografia della Giustizia. Statue e dipinti raffigurano spesso una donna con spada, bilancia e benda sugli occhi. Quest’ultimo attributo vorrebbe sottolineare l’imparzialità. In realtà credo che inconsciamente la cecità sia una giustificazione implicita di colpi vibrati a vuoto, tanto su colpevoli quanto su innocenti, perché così è sufficiente che sia.

Impietose statistiche ci dicono che l’Italia è il secondo paese europeo per numero di cause civili pendenti. Peggio di noi fa solo la Bosnia-Erzegovina. Massimo rispetto per i nostri vicini balcanici, ma dai diretti discendenti del popolo che ha praticamente inventato il diritto, sarebbe lecito aspettarsi un qualcosina di più. Difficile però ritenere che la colpa sia unicamente da attribuirsi alle farraginose ruote dell’apparato giudiziario. Qui non vedo bug di programma: è l’intero sistema operativo ad essere fallato alla base. L’innegabile malfunzionamento di Tribunali e corti di giustizia è solo la conseguenza del degrado di un Paese litigioso, corrotto alla radice, feroce ed infantile fin nei suoi più comuni rapporti sociali. È come prendersela con lo specchio perché l’immagine che restituisce non è quella ci saremmo aspettati. Evitiamo dunque di farci trascinare da manie di riforma, dalla tentazione di menare grandi colpi di spugna facendo tabula rasa di una situazione che in realtà ha radici profonde nel malcostume secolare di un intero popolo. Proviamo a cambiare noi stessi (in meglio, si intende…), e in proporzione vedremo la giustizia cambiare con noi, senza bisogno di leggi o correzioni referendarie.

No… aspettate… cosa sto dicendo? Non avverrà mai. Non può. Adesso forse esagero: non siamo in fondo tutti come Josef K. davanti ai giudici? Nessuno di noi è mai davvero innocente. Tutti siamo in realtà senza colpa. Siamo tutti tricksters. Per questo motivo quasi ogni cultura ha elaborato nel corso dei secoli questa figura: Ermes per i greci, gli ʿifrīt per l’islam, Seth per gli egizi, Kitsune per i giapponesi, Loki per i norreni. Come si può pretendere che esista un luogo sulla terra dove degli uomini separino chirurgicamente e salomonicamente il bene dal male, il giusto, dall’ingiusto, elevandosi così vertiginosamente al di sopra dei limiti della loro condizione? Il Tribunale non sarà mai un tempio. Al massimo è, continuerà ad essere, la nostra casa. Un posto tutto nostro, che ci assomiglia. “Es nimmt dich auf, wenn du kommst.” – “Ti accoglie quando vieni.” come scrive Kafka. Un luogo a nostra immagine e somiglianza, degno di ciò che spesso siamo. È difficile riconoscerlo. La firma che apponiamo speranzosi in calce ad un modulo di proposta referendaria è un’ammissione di impotenza, un discarico sulla carta della nostra voglia di cambiare destinata a venir sempre frustrata. E, insieme a ciò – mi sia concesso – un interessante diversivo per un grigio funzionario incaricato di sovrintendere a questo amaro spettacolo.