Quante volte lo abbiamo sentito? “Non lasciare che passi un giorno senza aver appreso almeno una cosa.” Un’ottima regola di vita, certamente. Ma più facile a dirsi che a farsi, come tutti i propositi di un certo valore. Il caotico circo umano in cui ci dibattiamo, l’assillo quotidiano dei problemi della nostra faticosa, pesante esistenza e – non ultima – una certa innata pigrizia mentale sono tutti elementi che intorpidiscono la curiosità e lo spirito d’osservazione. Comprensibilmente. A sera, tornando a casa dopo una battaglia di logoramento nelle trincee del lavoro o dei rapporti personali, è naturale che mettersi a scavare in cerca di tesori nel duro terreno della banalità apparente della vita possa non apparire la più pressante delle aspirazioni. È così per tutti: tante volte non se ne ha voglia, punto e basta. Saggezza è anche fare come i bambini al mare, quando giocano al morto in acqua, lasciandosi cullare dalle onde. Quelle che seguono non sono che cinque spiritose osservazioni, inconsuete deviazioni del pensiero fuori dal suo moto ordinario. Sono scaturite nel corso del mio solito giro settimanale per la città. Bar, negozi, uffici, strada: tappe di una sorta di via crucis del male di vivere dell’uomo moderno. Non credo di aver sollevato il velo di Maya sulla struttura del mondo e dell’essere. Non ho il necessario livello di attenzione mentale, né l’indispensabile cultura enciclopedica. Solo, per un’inspiegabile disposizione d’animo, oggi mi è venuto più semplice prestare maggiore attenzione a ciò che ho visto attorno a me. Forse è merito della noia, un sentimento troppo sottovalutato e ingiustamente aborrito. Siamo soliti reputarlo la peste dei nostri tempi i quali per definizione devono essere riempiti di qualcosa, qualsiasi cosa, purché faccia volume e gonfi la nostra giornata, come la carta da imballaggio dei pacchi. Allora, cominciamo: cosa ho imparato oggi?

Uno: il tè d’asporto è pericoloso

Uno slogan del Sessantotto ammoniva memorabilmente: “Ogni cosa che non sai oggi, è un calcio nel culo che prenderai domani.” Sacrosanto. In quasi ogni aspetto o circostanza della vita, anche la più ordinaria. Prendi ad esempio il conoscere la legge di Fourier. E che mme ‘mporta? – si sarebbe portati a esclamare facendo spallucce con fare da spaccone. Bravo stronzo, invece importa, eccome. Specie in tempi di pandemia, dove il consumo di una bevanda calda al tavolino, in una classica tazza di ceramica con manico (e sottolineo con manico), è vietato per legge. Per rendersene conto basta ordinare un banale tè da asporto: in mancanza di una minima conoscenza scientifica di base è un attimo sottovalutare l’insidia rappresentata dalla conducibilità termica di un bicchiere di cartone. L’ignoranza della termodinamica infatti non tarda a rivelarsi dannatamente dolorosa. Specie se la graziosa barista, con un malizioso sorrisetto come quello di Eva nell’offrire la mela ad Adamo, ti porge nell’ordine: una pinta di magma ribollente e la domanda trabocchetto: “scusi, ci vuole sopra anche un coperchio?” Con somma incoscienza tu rispondi ovviamente di sì. Il mix rende l’oggetto un Vesuvio in miniatura, un ordigno ardente, una malefica trappola portatile… scegliete voi la metafora che vi sembra più pertinente. Alla fine però ciò che conta è che si tratta di un’impresa senza speranza: simile al trasportare una colata di altoforno con guanti da cucina. Mentre paghi alla cassa i due euro per il tuo po’ di acqua colorata, con la coda dell’occhio guardi la fumigante pozione. Già lì inizi a intuire di esserti messo nei guai. Come la gestisci adesso? Lì per lì ti sfiora persino la voglia di uscire con nonchalance fingendo di esserti dimenticato della bevanda. Ma ormai è tardi: millenni di martellante cultura maschilista che esalta il machismo dell’uomo sprezzante del dolore ormai ti impongono la prova di forza di fronte all’esponente del gentil sesso. Indietro non si torna, ne va dell’onore, perdio. Nel passato sono scoppiate persino delle guerre a causa di questo dannato costrutto sociale che sconfina nell’autolesionismo: chi sei tu per sottrarti? Avanti a farsi del male, dunque. Il tempo di uscire dal locale e la situazione è ormai irrimediabilmente indirizzata verso il tragico. Continui a rimpallarti il bicchiere di mano in mano, afferrandolo per il bordo con la punta delle dita. Ma è inutile: la barista lo ha impietosamente riempito fino all’orlo: con un simile continuo ping-pong il rovesciarsi il tè magmatico sulle mani è solo questione di tempo. Tenti allora di trasportarlo tenendolo sul palmo della mano per sfruttare il fondo leggermente rialzato del recipiente. Niente da fare: la soluzione funziona solo per i primi secondi, passati i quali il rischio di stimmate alla Padre Pio diventa una certezza. Nel mentre, la legge di Fourier rimane sospesa come una condanna sul tuo capo e non dà requie. Ma la colpa è solo tua. Esisteva anche prima, e le leggi – si sa – non ammettono ignoranza. Che odiosa saccente: “il calore trasferito nell’unità di tempo è il risultato del prodotto tra la conducibilità termica del materiale, l’area della superficie e la differenza di temperatura, il tutto fratto lo spessore del solido.” Tuttavia, non si può negare che ci si poteva arrivare anche prima: non dico ad un calcolo istantaneo esatto al millesimo, ma almeno all’intuizione che la tua delicata epidermide, in tutto questo scenario, avesse ben poche chances di non uscirne ustionata, questo almeno sì. Purtroppo, anche l’ambiente circostante non aiuta. Ti ritrovi nel mezzo di una via, tra una folla di passanti che sembrano non fare altro che osservarti, pronti a sghignazzare e a segnarti a dito se con un urlo belluino getti il bicchiere ardente con gesto alla Fantozzi nel ristorante giapponese. “Ehi, guarda quell’idiota!” e via a sbertucciarti scattando foto col cellullare da postare sui social. Le leggi non scritte del comportamento e della mentalità umane ti impongono un contegno impassibile e l’evitare gesti o atteggiamenti strani per non dare nell’occhio. Alla fine, l’unica soluzione è affrettare il passo, ignorare il vago odore di carne umana cotta al vapore frammisto all’aroma del tè, scoperchiare la siviera di ghisa fusa sperando che il contatto con l’aria contribuisca a sbollentarla, e infilarsi nel primo vicolo deserto. Pazienza se nel buio di un sordido andito dei bassifondi corri il rischio di imbatterti nella reincarnazione di Jack lo squartatore. Là, dopo aver ignobilmente sacramentato come un turco, potrai finalmente appoggiare il bicchiere su un muretto e attendere che si plachi. Lezione appresa: tè da asporto = probabile ustione. La previsione, quel campanello di allarme che ci spinge a fare o no qualcosa, dipende dalla nostra capacità di comprendere le relazioni di causa ed effetto che legano gli oggetti del mondo. Comunque sia, filosofia a parte, la prossima volta succo di frutta freddo di frigo, anche con trenta gradi sottozero.

Due: i pavimenti sono un libro di geometria

Due minuti nella sala d’attesa di un qualsiasi ufficio bastano a spegnerti ogni gioia di vivere. Specie se ti trovi nella sede di una compagnia d’assicurazioni. Sarà l’ambiente neutro di tutti e di nessuno, dove ognuno sembra di passaggio, come nelle stazioni o negli alberghi. Saranno gli ipocriti manifesti alle pareti, dove l’associazione a delinquere legalizzata che ti succhia il sangue con polizze capestro è dipinta come una congrega di francescani dediti solo alla beneficienza più disinteressata e alla ricerca del tuo bene. Sarà infine che oggi sono lì per pagare la rata dell’assicurazione dell’auto, cosa che le mie limitate facoltà riescono faticosamente a sovrapporre al fatto di non essere mai stato coinvolto in un singolo incidente da quando posso guidare. A parte tutto questo, durante l’attesa, non resta che annoiarsi. Non si può nemmeno chiacchierare col proprio compagno d’attesa, per il semplice fatto che non c’è. La persona più vicina è a due metri di distanza con mascherina e piante dei piedi geometricamente conchiuse nel bollino rosso “aspetta qui”. Mi perdo nel guardare il pavimento. Piastrelle quadrate: quattro lati uguali e disposti in modo che gli angoli siano retti. Improvvisamente mi domando: c’è un modo per disegnare mentalmente un altro quadrato con area doppia rispetto a quello rappresentato da una piastrella sfruttandone gli angoli? Sì che c’è. Un quadrato, poiché possiede altezza e base congruenti, ha un’area calcolabile elevando al quadrato la misura del lato. Ma c’è di meglio: il teorema di Pitagora consente di calcolarla anche elevando al quadrato la diagonale (corrispondente alla radice quadrata di 2) e dividendola per 2. Da ciò discende che la diagonale di un quadrato di area x è il lato di un quadrato con area 2x. Basta immaginare un nuovo quadrato all’interno di altre quattro piastrelle, lungo le diagonali, e il gioco è fatto. Un pavimento equivale spesso al camminare su un libro degli elementi di Euclide. Ad un tratto entra una madre col figlioletto. Il piccolo, evidentemente annoiato, si mette a saltellare sulle piastrelle. Osservandolo scopro che non zompa a caso. Il suo gioco è di atterrare in una piastrella con un piede solo. Dopo i primi tentativi falliti capisce che deve mettere i piedi in obliquo, lungo la diagonale del quadrato che, come abbiamo dimostrato, è più lunga del lato. La mamma, infastidita da tanta intelligenza, ad un certo punto lo rimprovera con astio: “smettila di agitarti, fai il bravo.

Tre: la mente dietro al supermercato è diabolica

Tre semplici ingredienti bastano per una pasta: olio, pomodoro, sale. Eppure sfido chiunque ad entrare in un supermercato e prenderli a colpo sicuro nel più breve tempo possibile. Insieme ad altri elementi “base” come pane, frutta, acqua, uova e zucchero sono tutti distanziati e posizionati ad arte nei posti più sfigati. Spesso vengono persino spostati di scaffale, quel tanto che basta per non dare riferimenti. In pratica riesci a raggiungerli solo dopo aver girovagato in un tragico labirinto tra biscotti, surgelati, libri, cosmetici, prodotti di cartoleria e articoli di giardinaggio. Bastardi. Il giochetto è quello di farti gironzolare tra le corsie facendo in modo che il contatto visivo con il maggior numero possibile di prodotti ti invogli a comprarli, indipendentemente dal bisogno. Non parliamo del sordido inganno perpetrato da alcuni prezzi, tipo 9,99 o 1,99. O del famigerato 3×2. La nostra mente lo associa all’ammiccante concetto: “Che bello! Una cosa gratis!” In realtà la matematica ci dice che il regalo altro non è che uno sconto del 33% sotto mentite spoglie. È triste essere tosati come pecore e non accorgersene nemmeno. Tuttavia, la mente che ha organizzato questa macchina spilla soldi, nella sua diabolica scaltrezza, è degna di ammirazione. Chapeau.

Quattro: la proporzionalità inversa della libreria

Quattro! Il mio voto perpetuo in matematica e i secondi che passano prima di essere sopraffatto dal disgusto entrando in libreria. I libri negli scaffali più in vista sono quanto di più becero sia in grado di produrre la nostra civiltà. E che prezzi. Fatiche letterarie di star del gossip o calciatori che superano abbondantemente i 20 euro. Poi, se si ha pazienza, addentrandosi nei remoti meandri della libreria, tutta impolverata, salta fuori l’opera omnia di Dostoevskij a 5 euro. Costo e visibilità espositiva di un libro non sono variabili necessariamente commisurate al valore intrinseco dell’opera. Purtroppo. O per fortuna.

Cinque: il carattere ha un carattere

Cinque parole: “è vietato calpestare le aiuole.” Vedo cinque bimbi giocare dove un cartello reca questo divieto. I cartelli in Comic non sono credibili. Sono un invito alla ribellione. Vincent Connare, inventore del carattere, è uno dei più grandi rivoluzionari della storia. Più di Marx e Che Guevara messi assieme.