La regione incorniciata dai corsi del Reno e della Mosa non è solamente una delle aree più sviluppate del nostro continente, ma rappresenta il cuore stesso dell’Unione Europea, su un piano sia ideale che pratico. Nelle ricche città di questa terra di scure foreste e ondulate colline, si trova infatti la maggior parte delle sedi e delle istituzioni politiche della fragile casa comune che nazioni divise da una rivalità secolare stanno faticosamente tentando di costruire. L’attuale situazione di pace e cooperazione è tuttavia il risultato di un lungo, tormentato cammino, le cui tappe sono scandite da sanguinosi conflitti. Per secoli il fazzoletto di terra tra il Brabante, la Lorena e il Palatinato è stato infatti attraversato dalla linea di faglia sulla quale sono avvenuti molti dei più violenti terremoti generati dall’urto delle due grandi anime dell’Europa occidentale: l’elemento latino e quello germanico. Per supportare questa considerazione in tutta la sua drammaticità non serve cercare troppo indietro nel tempo, fino al giuramento di Verdun dell’843 o alle guerre del Re Sole. È sufficiente considerare il solo periodo tra il 1870 ed il 1945: nello spazio di appena 75 anni, tedeschi e francesi, i popoli al di qua e al di là del Reno, combattono tre guerre, ognuna più terribile della precedente. Le loro conseguenze non investono solamente gli equilibri politici e militari dell’area, ma hanno ripercussioni sull’assetto dell’intera Europa e del mondo. Spesso però l’attenzione generale si sofferma quasi unicamente sulla Prima e la Seconda guerra mondiale, ossia sugli ultimi due episodi dello scontro tra la Francia e la Germania, e tralascia il primo importante atto della tragedia che probabilmente costituisce il cuore della guerra civile europea. Il riferimento è alla guerra franco-prussiana del 1870-71 e alla sua eredità nascosta.

Nel settembre del 1868 un’agitazione promossa dagli ambienti liberali iberici porta alla destituzione della regina Isabella II. Il problema di trovare un nuovo monarca per il trono di Spagna si protrae per alcuni anni ma cessa di essere una questione di politica interna quando nel maggio del 1870 il cancelliere prussiano Otto von Bismarck propone la candidatura di Leopoldo di Hohenzollern-Sigmaringen. Cattolico, ma soprattutto parente del re di Prussia Guglielmo I, Leopoldo è quello che con l’ipocrita terminologia di oggi verrebbe definito un candidato “divisivo”. La Francia infatti considera un intollerabile affronto l’eventualità che alla propria frontiera meridionale ci sia uno Stato governato da un esponente della stessa dinastia regnante in Prussia. A Parigi si fa un gran parlare di accerchiamento e non si esita a riesumare dal vasto armadio della storia di Francia i tempi lontani della rivalità tra Carlo V e Francesco I. In realtà Napoleone III e il suo ministro degli esteri Gramont non aspettano che l’occasione propizia per un regolamento di conti con la Prussia. Dietro la facciata dei rapporti apparentemente cordiali tra i due Paesi si agitano gli strascichi di tensioni diplomatiche irrisolte. La contesa per il controllo del Lussemburgo; gli effetti della vittoriosa guerra prussiana contro l’Austria che sposta a Berlino il baricentro politico della Germania; il fragile equilibrio degli stati tedeschi meridionali i quali, senza più la protezione degli Asburgo, sentono ora il minaccioso peso dell’influenza della Prussia. Tutti questi eventi avvengono con una rapidità estrema: tra il 1866 e il 1870 Napoleone III è costretto a prendere atto che la situazione geopolitica della Francia è mutata radicalmente in senso sfavorevole. In poco tempo perde il controllo sugli eventi connessi all’unificazione italiana e assiste con impotenza al formarsi della Confederazione del Nord attraverso l’assorbimento degli Stati tedeschi a nord del Meno. Adesso la Francia corre il rischio di vedersi sottrarre anche un’ampia area di influenza al di là dei Pirenei. Il traballante regime di Napoleone III, dopo la fallimentare avventura in Messico, non può permettersi altre perdite di prestigio. La guerra contro il tradizionale nemico prussiano appare dunque l’unica alternativa efficace per puntellare la stabilità interna e nel contempo ristabilire gli equilibri europei in favore della Francia.

Contrariamente a quanto si è sempre pensato né il re Guglielmo I, né Bismarck, vogliono un’altra guerra dopo quelle del 1864 contro la Danimarca e del 1866 contro l’Austria. Quest’ultimo in particolare sembra che ami ripetere a chiunque gli prospetta ulteriori acquisizioni territoriali: «Abbiamo fatto abbastanza per la nostra generazione». Il fatto è che la Francia adesso vuole lo scontro e il pragmatico Bismarck non tarda a capirlo. La famosa questione del dispaccio di Ems, spesso considerata un deliberato calcolo per ottenere la guerra che avrebbe completato l’unità del Reich, va in realtà fortemente ridimensionata. Il Paese che maggiormente spinge al conflitto è la Francia ed il cancelliere di ferro, preso atto delle intenzioni aggressive del suo avversario, si adegua al principio di realtà e fa in modo di affrontare l’inevitabile scontro nelle migliori condizioni possibili. La trascrizione del contenuto del colloquio avvenuto nella stazione termale di Ems tra Guglielmo I e l’ambasciatore francese Vincent Benedetti non contiene in realtà alcuna distorsione e la modalità con la quale viene diffusa serve solo a colorare l’imminente conflitto di sentimenti nazionalistici che nel sentire tedesco affondano le proprie radici nella guerra di liberazione del 1813 e fanno passare dalla parte prussiana Stati tradizionalmente vicini alla Francia come la Baviera, il Baden e il Württemberg. Alla fine anche gli eserciti di questi pacifici principati saranno travolti dall’ondata nazionalista e marceranno cantando “Die Wacht am Rhein”. Da parte di Bismarck si tratta di una mossa di estrema intelligenza politica che mira a generare il clima ideale per forzare i recalcitranti principi tedeschi all’unione federale nel Reich, una volta ottenuta la vittoria militare. Il 19 luglio l’ambasciatore francese consegna la dichiarazione di guerra. A Parigi l’entusiasmo è alle stelle: i reggimenti partono per la frontiera alsaziana al grido di “À Berlin” e riforniti di mappe topografiche della Germania ma non del proprio Paese. Il loro entusiasmo si infrangerà presto contro l’ostacolo del freddo, scientifico professionismo del migliore esercito d’Europa.

L’esercito francese, pretenziosamente ribattezzato Grande Armeé in ricordo dei fasti del Primo Impero, gode di una reputazione e di un prestigio altissimi. Il lontano ricordo dell’epopea di Bonaparte è ancora vivo, così come quello più recente delle vittorie nella guerra di Crimea e a Solferino. L’armamento delle truppe è inoltre eccellente: il fucile di cui è dotata la fanteria, lo Chassepot, è di gran lunga superiore alla controparte prussiana, l’ormai obsoleto Dreyse. In aggiunta i francesi schierano le prime mitragliatrici: montate su ruote e molto ingombranti non si sa ancora bene come utilizzarle, ma sono armi in grado di generare una cadenza di fuoco di 150 proiettili al minuto. Solo l’artiglieria non è all’altezza della qualità delle armi leggere. I prussiani in questo campo godono infatti di un deciso vantaggio, grazie agli ultimi modelli a retrocarica costruiti dalle acciaierie Krupp di Essen. Eppure, nonostante questi indubbi punti di forza, per la Francia inizia tutto nel peggiore dei modi: dopo la timida occupazione di Saarbrücken, l’esercito subisce due sconfitte a Spicheren e Wœrth, a ridosso della frontiera. Queste contenute e non decisive battute di arresto generano però un effetto valanga che travolge l’intero esercito. Nel giro di un mese l’armata francese si ritrova spezzata in due tronconi. Una metà, comandata dall’inetto generale Bazaine, si arrende a Metz dopo mesi di assoluta inerzia. La parte restante, guidata da Mac Mahon, viene accerchiata a Sedan dove più di 100.000 uomini si ritrovano intrappolati senza alcuna speranza di potersi liberare. Tra di essi c’è lo stesso imperatore Napoleone III. Un episodio illustra meglio di tante analisi lo stato d’animo degli assediati. Il generale Auguste-Alexandre Ducrot mentre osserva la disposizione delle artiglierie prussiane intorno alle posizioni francesi esclama di fronte al suo stato maggiore: «Nous sommes dans un pot de chambre, et nous y serons emmerdés». E così avviene. Il 2 settembre 1870 Napoleone III si arrende e si consegna prigioniero. Verrà tradotto in Germania e dopo un breve periodo andrà in esilio in Inghilterra. La prima fase della guerra franco-prussiana si chiude. A Parigi scoppia la rivoluzione e viene proclamata la Repubblica. Il nuovo governo decide di continuare la guerra sperando di riuscire a raddrizzare le sorti della guerra ma non ottiene che il prolungamento di un’inutile agonia. Questa volta non ci sarà un’altra Valmy, come nel 1792. Il 19 settembre 1870 i prussiani assediano Parigi. Tre mesi più tardi, dopo una serie di inconcludenti ed inutili battaglie, il 18 gennaio 1871, nella galleria degli specchi della reggia di Versailles, i principi tedeschi proclamano Guglielmo I imperatore di Germania. Per la Francia è un’umiliazione cocente: dover assistere al trionfo degli odiati nemici che spadroneggiano nella reggia voluta da Luigi XIV, dove su un edificio campeggia ancora oggi l’orgogliosa dedica “À toutes les gloires de la France”, è peggio delle condizioni di pace inflitte dai vincitori. Condizioni che peraltro sono pesantissime: la cessione dell’Alsazia e della Lorena, l’imposizione di un’esorbitante indennità di guerra e l’occupazione del territorio francese a garanzia del pagamento della stessa. Ma perché un esercito così bene equipaggiato, sorretto da un morale altissimo, reduce da una serie di vittorie nel ventennio precedente, viene sconfitto in maniera tanto netta? Cosa è successo?

La prima ragione risiede nella differente gestione della mobilitazione da parte dei due contendenti. Per la Francia non può essere definita che un completo caos, un capolavoro di inettitudine e impreparazione raramente visto nella storia della guerra. Strasburgo è designata come base logistica delle operazioni dell’ala destra dell’esercito, mentre Metz per l’ala sinistra. Purtroppo nessuna delle stazioni ferroviarie di queste città è in grado di gestire il volume di traffico di convogli e rifornimenti necessari per supportare armate di centinaia di migliaia di uomini. Una quantità impressionante di materiale non è nemmeno inventariata e rimane a prendere la polvere nei depositi. Anche lo spostamento delle truppe è un disastro. Il sistema ferroviario francese è infatti strutturato per un uso civile e commerciale, più che per le manovre militari: due settimane dopo la dichiarazione di guerra, dei 385.000 uomini previsti dalle tabelle di mobilitazione, solo 200.000 possono essere portati in combattimento. Il resto delle unità è disperso per il Paese o in attesa di essere equipaggiato. I prussiani invece, pur incontrando difficoltà, riescono a gestire la loro mobilitazione in modo molto più efficiente: in soli 18 giorni più di un milione di uomini vengono incorporati nell’esercito e di essi 462.000 sono subito trasportati alla frontiera. Il comandante in capo, generale Moltke, può fare affidamento su di un’apposita sezione dello Stato Maggiore dedicata ai trasporti e alla logistica. Composta da militari e da tecnici civili garantisce che l’intero dispiegamento di uomini e materiali avvenga senza intoppi e il più rapidamente possibile. Le stesse linee ferroviarie, realizzate con forti investimenti dello Stato, sono orientate in modo da convergere verso le frontiere. In caso di guerra si tratta semplicemente di incanalare e sincronizzare il flusso di reclute su queste vie precostituite. Il secondo fattore decisivo è più astratto e meno legato ad aspetti pratici ma, nel determinare l’esito del conflitto, riveste anch’esso un’importanza altrettanto risolutiva. I prussiani sin dalle prime fasi delle ostilità mettono in campo un’aggressività e una ricerca dell’iniziativa strategica che spiazzano i titubanti generali francesi. Anche in situazioni in cui si trovano in inferiorità numerica, e a dispetto delle perdite subite, i comandanti prussiani perseguono una condotta di guerra votata all’offensiva, all’aggiramento delle posizioni nemiche e all’organizzazione di devastanti attacchi concentrici, anche con ridotti contingenti di uomini. La loro dottrina militare, sin dai tempi di Federico il Grande, enfatizza l’autonomia dei comandanti sul campo, la flessibilità operativa e la guerra di movimento. I francesi al contrario sono ostacolati da una catena di comando estremamente farraginosa e cervellotica, nella quale responsabilità e competenze si sovrappongono creando sabbie mobili di ambiguità e di indecisione. Le continue intromissioni nella sfera militare da parte di Napoleone III e degli ambienti politici contribuiscono a peggiorare ulteriormente la situazione. A livello strategico e pratico il risultato di tutte questi fattori è la paralisi totale dell’esercito. Molti scontri che possono essere vittorie si tramutano per indecisione in pesanti sconfitte e altrettante occasioni di capovolgere le sorti della guerra vengono gettate al vento per lentezza di iniziativa e reazione.

Ad una prima analisi è del tutto legittimo affermare che le conseguenze di questo stato di fatto siano la causa fondamentale della sconfitta francese. Purtroppo, in modo assurdo, l’eredità della guerra del 1870 continuerà a pesare sulla Francia per gli anni a venire. I suoi teorici militari, dopo l’umiliazione, iniziano ad analizzare le criticità emerse dallo scontro contro la formidabile macchina da guerra prussiana. L’estremismo delle conclusioni a cui giungono viene innalzato al rango di un indiscutibile dogma di dottrina militare: nella prossima guerra (e nessuno dubita che essa sia solo una questione di tempo…) l’esercito francese dovrà attaccare sempre e comunque, in ogni situazione, con ogni mezzo e a dispetto delle perdite. Questa visione si concretizza e trova una voce nelle bizzarre e fanatiche teorie del generale de Grandmaison: “Nell’offensiva l’audacia è la migliore sicurezza […] Bisogna arrivare perfino all’esagerazione, e forse neanche allora andremo abbastanza lontani […] Per l’attacco solo due cose sono necessarie: sapere dove è il nemico e decidere il da farsi. Non ha nessuna importanza conoscere che cosa il nemico intende fare…” O peggio ancora: “Dal momento dell’azione ogni soldato deve ardentemente desiderare l’assalto alla baionetta come supremo mezzo per imporre la propria volontà al nemico e ottenere la vittoria…” Il pensiero militare francese individua correttamente le cause della sconfitta ma ne estremizza i rimedi al punto di volgerli in nuovi elementi di debolezza di segno opposto. Quando nel 1914 l’occasione di rivincita tanto attesa dall’establishment militare arriva, le farneticazioni di de Grandmaison conducono la Francia sull’orlo di una nuova disfatta. Nei terrificanti mesi di agosto e settembre del 1914 l’esercito viene portato al fuoco micidiale delle mitragliatrici tedesche in formazioni ad ordine chiuso e vestito con i tradizionali pantaloni rossi e giubba blu. Al suono di bande militari che intonano la Marche Lorraine interi reggimenti vengono inutilmente condotti al macello in ossequio ad un’ottusa dottrina militare. Il terrore di subire una nuova Sedan per inerzia e mancanza di audacia offensiva porta ad un deleterio eccesso di reazione. I primi cinque mesi della Grande Guerra impongono alla Francia un tributo di sangue che nemmeno le carneficine di Verdun e dell’offensiva di Nivelle saranno in grado di eguagliare: più di 300.000 caduti e 600.000 feriti. Ai generali francesi occorrerà ancora molto tempo per capire che nella moderna guerra industriale il morale è impotente contro proiettili, trincee, filo spinato, gas ed artiglieria pesante. Solo dopo aver sperperato un’enorme quantità di vite umane in attacchi scriteriati l’avvertimento lanciato anni prima da un allora sconosciuto colonnello, un certo Philippe Pétain, verrà preso finalmente sul serio: “La potenza del fuoco uccide…”.

Infine, la guerra franco-prussiana deposita un’ultima pericolosa eredità nella mente di politici e militari: la convinzione che la guerra, se gestita con professionalità e capacità tecnica, sia una scommessa degna di essere presa in seria considerazione. La precisione e la celerità della mobilitazione prussiana convincono tutti che in fondo si tratta solo di una questione di organizzazione e velocità. Chi mobilita prima e meglio del nemico ha ottime possibilità di vittoria, anche se il rapporto di forza è in parità o addirittura sfavorevole. Durante la crisi diplomatica del luglio 1914 gli stati maggiori di Germania e Francia riterranno la guerra un accettabile rischio calcolato proprio perché convinti che lo spirito degli eventi del 1870 sia ancora valido e possa essere ripetuto anche su una scala più vasta: si crede ancora in una rapida mobilitazione che porti subito in linea il maggior numero possibile di uomini per assestare un deciso e risolutivo colpo ad un avversario non ancora pronto. La fanatica illusione nella brevità della guerra che tutti i Paesi partecipanti avranno è in parte dovuta ad uno schema mentale valido per i conflitti dell’Ottocento ma non per quelli del Novecento: il secolo della produzione di massa, del gigantismo industriale, della velocità, della guerra totale, della scienza applicata allo sterminio…

 

La guerra franco-prussiana (19 luglio 1870 – 10 maggio 1871)

Prussia e alleati tedeschi

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Francia

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Perdite totali

Herbert Albert Laurens Fisher, Storia d’Europa vol. II, Newton, 1995.

Paul K. Davis, Le 100 battaglie che hanno cambiato la storia, Newton, 2003.

Alistair Horne, Il prezzo della gloria, Rizzoli, 2014.

Alan J.P. Taylor, Bismarck: l’uomo e lo statista, Laterza, 2004.