Du siehst, wohin du siehst, nur Eitelkeit auf Erden.
Was dieser heute baut, reisst jener morgen ein;
Wo jetzund Städte stehn, wird eine Wiese sein,
auf der ein Schäferskind wird spielen mit Herden;

Tu vedi, ovunque guardi, solo vanità sulla terra.
Quello che uno costruisce, è distrutto domani da un altro,
dove ora vivono città, domani vedrai un prato
e un pastorello vi giocherà con la greggia.

Andreas Gryphius

I soprannomi sono molto più che semplici appellativi scherzosi, arguti o malevoli. Non solo racchiudono un fondo di verità, ma sono in grado di definire con estrema sintesi ed immediatezza l’essenza profonda di una persona o di una cosa, gettando un collegamento tra piani di senso altrimenti difficilmente accostabili. Prendete ad esempio la parola giapponese “Gunkanjima”. Significa “Isola della nave da guerra” ed è il nomignolo con il quale per lungo tempo la gente della prefettura di Nagasaki era solita riferirsi all’isola di Hashima. Ogni elemento si fonde alla perfezione in questo termine: il luogo in sé, il mare, e il richiamo alla corazzata, l’oggetto che più di ogni altro, dalla fine dell’Ottocento, ha meglio rappresentato la volontà di potenza del Giappone imperiale. E, per associazione, attraverso l’immagine della moderna nave da battaglia, tutto quello che ne deriva: la rivoluzione industriale alimentata dal carbone, la guerra, l’aggressivo nazionalismo di una società rigidamente gerarchica, i claustrofobici spazi propri non solo dell’ingegneria navale. Se avrete la pazienza di seguirmi lungo la breve storia che tenterò di narrare, tutto vi sarà più chiaro…

Converrà partire col dire cosa e dove è Hashima: un’isoletta al largo di Kyūshū, nel sud-ovest del Giappone. In linea d’aria si trova appena ad una quindicina di chilometri dal centro di Nagasaki. È una della tante che formano l’arcipelago nipponico ed è davvero minuscola: centimetro alla mano misura solo 0,063 km2. Al confronto la Città del Vaticano, con il suo mezzo chilometro quadrato scarso, può dirsi un gigante. Clima e ambiente sono tutto fuorché ospitali: il menù degli elementi naturali offre vento, le rabbiose burrasche del Mar Cinese Orientale e un suolo sterile, bruciato dalla salsedine, dove non crescono che arbusti rinsecchiti. Zero abitanti al 1887. Zero abitanti dal 1974 ad oggi. E nel mezzo di queste due date? La più alta densità abitativa del mondo, rappresentata dall’assurdo picco di 835 persone per ettaro raggiunto nel 1959 quando l’isola era un alveare di 5.259 abitanti. Il perché di questo andamento demografico schizofrenico si riassume in una semplice parola: carbone.

Nel 1810 viene infatti scoperto il primo giacimento, anche se non si inizia a sfruttarlo intensamente che sul finire dell’Ottocento, quando il Giappone, alle soglie della sua rivoluzione industriale, ne diviene un vorace consumatore. Questo combustibile fossile all’epoca è la più importante delle materie prime: muove praticamente tutto, dai macchinari nelle fabbriche ai nuovi mezzi di trasporto assurti a simbolo della modernità occidentale, vale a dire treni e navi. Il carbone rappresenta il nero ossigeno che regola il respiro delle grandi potenze industriali, e Hashima ne è una bombola inesauribile. Nel 1887 viene aperta una prima miniera sull’isola poi, nel giro di una decina d’anni, una seconda ed una terza. I loro cunicoli si estendono ben al di sotto del fondale marino. Nel frattempo, nel modo illuminato dalla luce del sole, alla testa del processo di sviluppo industriale della nazione si installano gli Zaibatsu, ossia i grandi trust industriali e finanziari originati dalle famiglie della classe dei samurai che devono reinventarsi una posizione in nuova società dove è stato abolito il sistema feudale. Smessa l’armatura e appesa la katana al chiodo, questi nuovi esponenti del capitalismo nipponico si trovano a loro agio anche in cilindro e finanziera. Il loro spirito di adattamento unito ad un’iniziativa imprenditoriale favorita dallo stesso governo, mutano il volto del Giappone. Lo dimostra la Mitsubishi, che nel 1890 allunga le mani su Hashima per la somma di 100.000 yen. I nuovi proprietari hanno idee molto chiare, e tutte convergono verso un unico scopo: il profitto attraverso lo sfruttamento indiscriminato delle risorse di quel fazzoletto di terra sferzato da vento ed onde.

Nel 1897 la superficie dell’isola viene ampliata con colate di cemento, strappando letteralmente la terra alle acque. Sarà il primo di cinque successivi ingrandimenti artificiali che termineranno nel 1931. Alla fine del restyling, Hashima finirà col misurare 480 metri di lunghezza per 150 di larghezza, poco più delle dimensioni di una portaerei moderna. Ma soprattutto il suo perimetro raggiungerà così la sua conformazione attuale: squadrata, spigolosa, delineata da alti e grigi muri di cinta. Negli intenti dei costruttori queste barriere avrebbero dovuto proteggere l’isola dai tifoni e dalle frequenti mareggiate; in realtà serviranno soprattutto a farle guadagnare il sinistro soprannome di “isola della nave da guerra”. Da lontano il profilo di Hashima appare infatti sorprendentemente simile alla sagoma della corazzata Tosa, un’unità in fase di costruzione nell’arsenale navale di Nagasaki proprio in quel periodo.

Gli interventi edilizi tuttavia vanno ben oltre quelli appena descritti. Il problema principale diviene quello di trovare una sistemazione per la massa di lavoratori e impiegati la cui attività è connessa con l’estrazione mineraria. La soluzione è quella di edificare per loro imponenti falansteri a più piani destinati a fare da residenza. Scritto oggi, alla luce della nostra sensibilità alla continua ricerca di comfort, accoglienza e bellezza estetica, il termine “residenza” può apparire fuorviante. In questo caso, esso va infatti calato nel contesto squallido e opprimente di un vero e proprio incubo urbano. “Casa” ad Hashima significa in essenza un minuscolo loculo soffocante e sovraffollato. L’isola si ricopre di una schiera di celle accatastate le une sulle altre, compresse in palazzi dove cucine e bagni sono spazi comuni. Se volete avere un’idea del risultato complessivo basta pensare ai “project” di edilizia popolare americana ed elevarli al quadrato o – per meglio dire visto l’argomento – al cubo. Siamo in un territorio che ormai ha ben pochi agganci con materie quali l’architettura e l’urbanistica, ma sconfina direttamente negli incubi di un Lovecraft o nei paradossi allucinati di Escher. Questa realtà carica dell’alienazione del funzionalismo e della razionalizzazione degli spazi porta ad un record: nel 1916, proprio ad Hashima, viene costruito “l’edificio n. 30”, il primo caseggiato di appartamenti in cemento armato del Giappone.

Tra la fine degli anni Trenta e l’inizio degli anni Quaranta la guerra mondiale aggiunge un’ulteriore dimensione all’orrore del luogo. I tanti fronti di guerra aperti dall’eccesso di ambizione del Giappone reclamano un tributo sempre crescente di soldati. Alle priorità economiche vengono quindi ad aggiungersi quelle militari rappresentate dai campi di battaglia della Cina e del Pacifico, che iniziano ad inghiottire decine di migliaia di vite. Ma le miniere di Hashima non possono fermarsi, anzi. Per mantenerle in funzione si sceglie quindi di impiegare i prigionieri di guerra cinesi e coreani. Il trattamento che viene loro riservato è quello che ci si può attendere da un regime autoritario e ipernazionalista, dove il culto della superiorità – anche biologica – nipponica è estremamente radicato in ogni strato della società. Fame, condizioni igieniche orribili, maltrattamenti e turni di lavoro massacranti sono la naturale conseguenza. Forse l’unico modo per accostarsi con il dovuto rispetto alla storia degli sventurati prigionieri di Hashima è di ascoltare direttamente la loro voce. Diamo la parola a Suh Jung-Woo, un coreano deportato sull’isola a soli 14 anni: «Non appena vidi Hashima persi ogni speranza. L’isola era circondata da alti muraglioni di cemento, e c’era un oceano, nient’altro che un oceano tutt’intorno. […] Noi coreani eravamo alloggiati in caseggiati sul bordo dell’isola. Dividevamo una piccola stanzetta in setto o otto: ognuno non disponeva che di pochi centimetri di spazio. […]  Ci dettero uniformi simili a sacchi di riso e ci mandarono a scavare sin dal giorno dopo il nostro arrivo. Eravamo continuamente sorvegliati da guardie giapponesi. Alcune di esse portavano delle spade. Nei tunnel c’erano 37 o 38 gradi nelle miniere. Ero così assetato che a stento potevo sopportare la fatica. […] Ho tentato più volte di saltare in mare, credendo che sarebbe stato meglio morire. […] Quaranta o cinquanta dei miei compagni si erano suicidati o erano annegati provando a scappare a nuoto. Io non sapevo nuotare, ma fui fortunato. Dopo cinque mesi, venni trasferito alla fabbrica della Mitsubishi di Saiwai-Machi, a Nagasaki, e potei lasciare l’isola. Se fossi rimasto, non sarei vivo oggi…» La produzione di carbone di Hashima tocca un record nel 1941, con oltre 410.000 tonnellate di minerale estratte. Ad esse fa da contraltare la triste cifra di 1.300 morti. Infine, gli eventi storici bussano alle porte dell’isola-prigione. Alle undici della mattina del 9 agosto i vetri delle case di Hashima vanno in frantumi. Un boato, poi all’orizzonte, oltre il mare, prigionieri e abitanti vedono alzarsi in cielo un gigantesco fungo di vapore, fumo e fiamme. Non possono ancora saperlo, ma l’intera Nagasaki è appena stata incenerita dalla seconda bomba atomica. “Fat Man” annuncia la fine della Seconda guerra mondiale e l’inizio di una nuova era per il mondo, il Giappone e, con esso, anche Hashima.

La pace tuttavia non spegne la sete di materie prime di un Giappone che, abbandonate le velleità imperiali, concentra tutte le proprie energie nella crescita industriale. Fallita la via delle armi, l’orgoglio nazionale trova una diversa valvola di sfogo nella ricerca della prosperità economica. Anche in questo scenario il carbone di Hashima continua a rimanere un elemento imprescindibile. Superate le burrasche della storia, l’isola attira nuovamente una moltitudine di lavoratori: nel primo dopoguerra la sua popolazione raggiunge il picco. Migliaia di uomini e donne vivono e lavorano compressi in caseggiati e condomini tanto vicini e collegati l’uno all’altro che i residenti scherzando dicono che nei giorni di pioggia è possibile camminare da un capo all’altro di Hashima senza ombrello. Nel solo quartiere abitativo la media si attesta a 1.391 persone per ettaro. E incredibilmente c’è ancora lo spazio per far sorgere ospedali, scuole, palestre, bar e ristoranti, negozi, cinema. La Mitsubishi rimane padrona di tutto. Il benevolo e rigido paternalismo della sua larvata dittatura è la forza che garantisce l’ordine e regola la vita di tutti i giorni. Gli appartamenti, benché ad un occhio distratto sembrino tutti uguali, in realtà sono assegnati dall’azienda e organizzati su criteri rigidamente di casta. Ai semplici lavoratori tocca una stanzetta di pochi metri quadrati, poi, a seconda dell’utilità sociale e della posizione all’interno dell’apparato produttivo, l’abitazione migliora in proporzione diretta, fino ad arrivare al manager della compagnia, al quale spetta un’autentica magione di lusso, visto il contesto: un residence privato piazzato sulla cima della collinetta al centro di Hashima.

Ma niente dura in eterno. Sul finire degli anni Sessanta il petrolio scalza il carbone dalla gerarchia dei combustibili fossili delle moderne società industriali. Per il destino di Hashima sono i rintocchi di una campana a morto. Le miniere iniziano a chiudere in tutto il Giappone. Il 15 gennaio 1974, nel cortile della palestra si tiene una ceremonia di addio. Decine di studenti si dispongono a formare i kanji delle parole: «Sayōnara Hashima». La Mitsubishi ha infatti deciso di cessare l’attività di estrazione perché non più redditizia. Il profitto dà, il profitto toglie. La chiusura è prevista nella primavera dello stesso anno. Dopo 15,7 milioni di tonnellate di carbone estratte, il 20 aprile 1974 è l’ultimo giorno. Per centinaia di persone inizia l’esodo verso la terraferma, alla ricerca di un nuovo lavoro, di un nuovo, incerto futuro. Non a tutte la compagnia ha garantito un’altra occupazione. Moltissimi abbandonano i loro averi sull’isola, ricordi compresi. Tra queste persone sradicate c’è anche chi ad Hashima ci è nato, e non ha mai visto altro che il suo alienante contesto urbano, come Hideo Kaji, il quale racconta: «[…] Hashima era un luogo senza cespugli, senza fiori e dove i bambini crescevano senza conoscere cosa fossero i ciliegi in fiore. Anche le stagioni erano percepite diversamente, si riconoscevano l’una dall’altra soltanto da come soffiava il vento o dal colore del mare.» Con tutta probabilità “Midori Naki Shima”, ossia “l’isola senza verde” avrebbe potuto essere un perfetto sostituto del nomignolo “Gunkanjima”. A piccoli gruppi, con un ombrello ed una valigia, gli ultimi residenti montano su un piroscafo che li riporta a Nagasaki.

Nel 2002 la prefettura di Nagasaki assume la giurisdizione di Hashima direttamente dalla Mitsubishi. Le restrizioni totali all’accesso da parte di curiosi e turisti si allentano. Tre anni più tardi a piccoli gruppi di persone viene consentito di visitare l’isola, ma solo in alcune zone ben determinate. Lo stato decennale di abbandono delle costruzioni rende infatti estremamente pericoloso il soddisfare la propria curiosità. Nel luglio del 2015 l’UNESCO include Hashima nella lista dei siti patrimonio dell’umanità, nonostante le rabbiose proteste di Cina e Corea, per le quali il ricordo dell’occupazione giapponese durante la Seconda guerra mondiale e della dolorosa sorte dei propri connazionali rimane una ferita ancora aperta. Ufficialmente la sua valenza legata all’archeologia industriale del periodo Meiji fa sì che Hashima ora figuri in un elenco che include luminose meraviglie estetiche come il Castello di Himeji o il Monte Fuji. Ma è davvero questo il motivo? Siamo davanti ad una forzatura legata a sotterranee, inconfessabili ragioni politiche? Si tratta di una maldestra gaffe da parte dei proponenti? O forse esistono motivazioni più profonde, legate forse all’inconscio collettivo della specie umana? Difficile dire. Pensando ad Hashima e ragionando per associazione di idee, una delle prime che emergono nella mia mente è quella della prigione. L’isola indubbiamente lo è stata, forse per tutta la sua esistenza. Ma non una prigione qualsiasi. Nei castelli medievali un altro termine che designava le segrete era la parola “Oubliette”. Viene dal francese, e nasce chiaramente dal verbo “oublier”, che significa “dimenticare”. Indica la cella più remota e buia della fortezza, nella quale si veniva gettati da una botola nel terreno. Il gesto sembra evocare la recisione di tutti i contatti con il mondo. La dialettica che lega elementi come il sottosuolo, le tenebre, il regime carcerario e la dimenticanza mi pare si applichi alla perfezione in entrambi i casi. Forse il minimo comune denominatore è qui: nella continua ed irrisolta tensione tra il dimenticare e il suo opposto, vale a dire il serbare ricordo cercando di trarne un senso. Hashima ci affascina in modo sinistro e disturbante, perché ci ammonisce su molte cose che possono rivelarsi utili lungo il nostro cammino come specie. L’impermanenza delle nostre imprese e delle nostre costruzioni che ingenuamente crediamo eterne, i pericoli collaterali di uno sfruttamento selvaggio dell’ambiente nel quale viviamo, e gli inferni che siamo in grado edificare quando ci dimentichiamo di tutto questo. Tra milioni di anni, quando Homo Sapiens sarà ormai estinto, l’intero pianeta sarà forse un’unica, vasta Hashima. Un deserto silenzioso costellato di rovine in disfacimento, vuote ed inutili. Un viaggiatore da un altro mondo, discendendo dalla propria navicella spaziale, potrebbe senza saperlo riscrivere nel diario di bordo, in una lingua impossibile da immaginare, gli ultimi versi di Ozymandias, la mesta poesia di Shelley: «Contemplate le mie opere, voi Potenti, e piangete. | Niente qui resta. Intorno al consumarsi | di questo colossale relitto, sconfinata nuda infinita informe la sabbia si distende | solitaria.»