«Tutto è a posto, tutto è in ordine, tutto è pronto.»

Kliment Voroshilov, Generale sovietico, sulla imminente campagna di Finlandia

 

Dopo la Polonia ed i Paesi Baltici, le scosse del terremoto causato dal patto Molotov–Von Ribbentrop investirono un’altra giovane e fragile nazione dell’Europa nord-orientale: la Finlandia. Alla stessa maniera di polacchi, lituani, lettoni ed estoni, anche i finlandesi condividevano la sfortuna di avere al di là dei propri confini una grande potenza con la quale esistevano antichi attriti mai del tutto sanati. Provincia del regno di Svezia e poi dell’Impero russo dal 1809, la Finlandia ottenne la piena indipendenza solamente nel dicembre del 1917, approfittando del caos della Prima guerra mondiale e della Rivoluzione d’Ottobre. L’aristocratico Carl Gustaf Emil Mannerheim, un ex generale dell’esercito zarista, seppe guidare la nazione nelle tempeste della guerra civile tra bolscevichi e controrivoluzionari. Nel febbraio del 1920 il Trattato di Tartu sancì la definitiva pace tra Finlandia ed U.R.S.S. a condizioni decisamente vantaggiose per il Paese scandinavo, il quale ottenne il porto di Petsamo sul Mar Glaciale Artico ed il controllo della cintura di isolette a guardia del Golfo di Finlandia, tra cui la strategica Hanko. Ma soprattutto, i finlandesi riuscirono a consolidare una forte posizione strategica nell’istmo di Carelia, dove il confine tra i due Stati fu fissato lungo il fiume Sestra, a nemmeno 40 chilometri da Leningrado, l’antica capitale della Russia e uno dei principali centri politici, industriali e militari dell’Unione Sovietica. Lenin, che allora teneva a malapena le redini di uno Stato impegnato nella guerra civile ed in quella russo-polacca, non poteva permettersi troppi fronti aperti e non ebbe altra scelta che riconoscere la situazione. Il compromesso generò tuttavia una ferita destinata a non richiudersi mai del tutto. I rapporti tra i due Stati rimasero infatti ostili per tutti gli anni Venti e Trenta. La paranoica sindrome di accerchiamento dell’élite dirigente sovietica vedeva nella Finlandia uno dei tanti nemici della Rivoluzione; un subdolo Stato nelle mani della borghesia reazionaria che, concedendo ad una flotta il diritto di transito nelle proprie acque, poteva consentire a quest’ultima di strangolare il naviglio sovietico del Baltico di base a Kronštadt. Il semplice buon senso avrebbe dovuto consigliare al governo di Helsinki di mantenere una linea diplomatica all’insegna della prudenza, invece i politici finlandesi non perdevano occasione per gettare benzina sul fuoco. Fieramente nazionalisti, non facevano mistero di voler instaurare una “Grande Finlandia” incorporando le popolazioni ugro-finniche della penisola di Kola; allo stesso tempo intessevano pericolosi rapporti con i vertici militari della Germania nazista. Nessuna meraviglia che l’U.R.S.S. non attendesse altro che una congiuntura internazionale favorevole per far valere il proprio peso militare e diplomatico e regolare i conti con il proprio vicino. L’occasione, come detto, le venne servita con l’accordo dell’agosto 1939, dove la Germania riconobbe l’estensione della sfera di influenza e interesse sovietico agli Stati Baltici e alla Finlandia.

Già nella primavera del 1938 la tensione tra i due stati iniziò impercettibilmente a salire. Si registrarono alcuni contatti tra il ministro degli esteri finlandese Holsti ed il segretario della missione diplomatica sovietica Jarcev. Le conversazioni, che si protrassero per alcuni mesi, risultarono tuttavia inconcludenti. L’U.R.S.S., la quale assisteva preoccupata all’espandersi della Germania nazista in Europa, premeva per ottenere dalla Finlandia la garanzia di neutralità in un’eventuale guerra contro Hitler, ma questo desiderio non venne soddisfatto. Il primo ministro finlandese riteneva che un simile impegno sarebbe stato considerato come una violazione della politica del proprio paese, improntata ad un’equidistanza di facciata tra i due giganti dell’Europa orientale. Il 5 ottobre 1939, con la Polonia in fiamme e l’intero assetto di Versailles in frantumi, i nodi iniziarono a venire al pettine: Molotov richiese un incontro urgente con il ministro degli esteri finlandese Eljas Erkko. Il 12 dello stesso mese, a Mosca, alla presenza di Stalin, l’Unione Sovietica rese note le proprie richieste. Arretramento della frontiera nell’istmo di Carelia e nella parte occidentale della penisola di Rybačij; cessione delle isole di Suursaari, Lavansaari, Tytärsaari e Koivisto nel golfo di Finlandia; affitto della base navale sull’isola di Hanko. A titolo di contropartita i sovietici avrebbero ceduto i distretti di Repola e Porajärvi, nella Carelia orientale. L’U.R.S.S. mostrò se non altro la finezza di mascherare questo autentico diktat con il bisogno di consolidare il sistema difensivo intorno a Leningrado: in realtà quello che veniva imposto ai finlandesi era un tributo pesante, al limite dell’estorsione. Per i finlandesi la perdita di territori oltre il circolo polare artico poteva essere presa in considerazione, ma tutte le restanti proposte rimanevano inaccettabili. Arretrare la frontiera meridionale in Carelia avrebbe significato lasciare indifesa Viipuri, la seconda città del Paese; mentre la perdita delle isole del Golfo di Finlandia, soprattutto Hanko, avrebbe abbattuto i principali bastioni difensivi che garantivano Helsinki da un’invasione navale. Era in sostanza l’equivalente di domandare alla Gran Bretagna la cessione di Gibilterra o dell’isola di Wight. Seguirono altri due incontri tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre; i finlandesi tentarono di protrarre i negoziati per guadagnare tempo, ma appariva ormai evidente quanto le richieste sovietiche fossero al di là di ciò che i finlandesi erano disposti a concedere. Stalin avrebbe prediletto una soluzione politica ma si convinse ben presto che non rimanesse che l’uso della forza.

Il 26 novembre 1939, sette salve di artiglieria si abbatterono sul villaggio di frontiera di Mainila. Rimasero uccisi alcuni militari e civili sovietici. Molotov incolpò i finlandesi e questi ribaltarono l’accusa sui russi. La proposta finnica di istituire una commissione internazionale d’inchiesta fu prontamente lasciata cadere da Mosca, la quale ora disponeva del tanto agognato casus belli per iniziare le ostilità. Il 30 novembre il distretto militare di Leningrado al comando del generale Kirill Mereckov ricevette l’ordine di invadere la Finlandia. Gli venne assegnato circa un quarto dell’intero ordine di battaglia dell’Armata Rossa: 450.000 uomini, 2.000 carri armati e 1.000 velivoli. Una forza imponente, ma Stalin era così sicuro della vittoria che lo stato maggiore dell’esercito venne escluso dalla pianificazione dell’operazione. Va riconosciuto che non fu il solo a cadere in questo grossolano errore di sottovalutazione. Le boriose assicurazioni che ricevette di persona da Andrei Zhdanov e da Kliment Voroshilov, erano condivise dalla maggior parte dei sovietici, i quali si aspettavano una campagna simile alla passeggiata militare compiuta in Polonia qualche mese prima. Molti comandanti e politici credevano persino che i soldati dell’Armata Rossa sarebbero stati accolti come dei liberatori dalla popolazione finlandese. Fin dai primi giorni, la realtà si rivelò invece ben diversa: le uniche grida che udirono le colonne sovietiche furono: «Hakkaa päälle!» Una piccola nazione popolata da soli 3,5 milioni di persone armate con poco più del proprio coraggio, fu aggredita da un colosso di oltre 180 milioni di abitanti, che si estendeva su un sesto della superficie terrestre; eppure lo spirito dei finlandesi era tutto meno che abbattuto. Tra la gente circolava una battuta spiritosa: “Loro sono così tanti e il nostro paese così piccolo… Come faremo a seppellirli tutti?” Per la difesa fu ancora una volta richiamato Carl Gustaf Emil Mannerheim. A 72 anni venne nominato comandante supremo dell’esercito e gli fu nuovamente gettato sulle spalle il compito di salvare la Finlandia. Il vecchio soldato accettò, ma non si faceva troppe illusioni. Sapeva che un finlandese avrebbe potuto tenere testa a dieci russi, ma cosa sarebbe successo all’arrivo dell’undicesimo? Ovviamente l’Unione Sovietica non poteva essere sconfitta: l’unica strategia possibile rimaneva quella di infliggerle un numero di perdite così elevato da ridimensionare le ambizioni di Stalin ad un livello accettabile che lasciasse almeno intatta l’indipendenza del Paese. Purtroppo per i finlandesi il nemico che si trovavano ad affrontare era di tipo particolare: un regime completamente insensibile ai sacrifici che il raggiungimento di un obiettivo potesse comportare. Che si trattasse di costruire il canale Volga-Moscova, erigere una colossale diga sul Dnepr o conquistare una città, Stalin non era certo il tipo che si facesse scrupoli nell’immolare una vita dietro l’altra pur di raggiungere il proprio scopo. Contro un avversario caratterizzato da un simile livello di disprezzo per la vita umana si trattava solamente di vedere quanto a lungo la Finlandia potesse resistere.

Eppure, per tutto novembre e dicembre sembrò che i finlandesi potessero incredibilmente tenere testa al gigante sovietico. Il mondo intero si entusiasmò per il coraggio e le impensabili vittorie riportate da questo piccolo Paese in lotta per la propria sopravvivenza. Chiunque guardasse la carta geografica rimaneva meravigliato chiedendosi come fosse possibile difendere una frontiera che correva su di una linea quasi retta per oltre 2.000 chilometri contro forze soverchianti. Ma a volte persino le mappe mentono. In un’ottica strategica il confine era in realtà molto più breve di quanto non dicesse l’apparenza dei numeri. Le decine di migliaia di laghi e le fitte foreste di conifere del territorio finlandese contribuivano enormemente a restringere il campo di battaglia, creando passaggi obbligati che venivano sfruttati dai difensori per tendere imboscare e organizzare azioni di guerriglia nelle quali il vantaggio del numero era quasi completamente annullato. A tutto ciò dovevano infine aggiungersi le proibitive condizioni meteorologiche di una guerra iniziata nel pieno dell’inverno, in ambienti situati a ridosso del circolo polare artico. Non sarebbe occorso un grande pianificatore militare per immaginarsi che neve, ghiaccio, temperature abbondantemente sotto lo zero, notti infinite e scarsa visibilità, si sarebbero rivelati fattori quasi insormontabili per un attaccante. Specie per un esercito come l’Armata Rossa, decimata dalle grandi purghe degli anni Trenta ed impreparata a livello tanto di direzione militare quanto di mero equipaggiamento. Basti dire che non esistevano divise mimetiche; i carri armati e gli aerei non erano dipinti di bianco; lubrificanti e oli non erano pensati per resistere al freddo, con la conseguenza che qualsiasi dispositivo meccanico, dall’otturatore del fucile ai congegni per il puntamento dell’artiglieria, cessava di funzionare. La tradizionale inefficienza burocratica sovietica faceva il resto, colorando di una vena grottesca la drammatica vicenda umana di masse di fanti mandati vanamente al macello: quando i finlandesi catturarono i primi prigionieri, scoprirono che a molte unità di fanteria sovietiche erano stati consegnati dettagliati manuali di sci, ma non gli sci stessi.

I finlandesi scelsero di raggruppare le loro scarse forze a sud, aggrappandosi con tutte le proprie forze alle fortificazioni della linea Mannerheim, una serie di bunker, casematte e postazioni di artiglieria che dal golfo di Finlandia correva lungo il corso del fiume Vuoski e terminava a Taipale. Fu contro questo baluardo che per mesi andarono ad infrangersi gli ostinati attacchi sovietici. La ristrettezza del territorio e le difficili condizioni ambientali impedivano la guerra di manovra: le grandi formazioni di uomini e mezzi, spesso lanciate all’assalto frontale, diventavano un facile bersaglio, anche per un esercito scarsamente equipaggiato. Mancando quasi completamente di artiglieria anticarro i finlandesi neutralizzavano i giganteschi tank sovietici con bottiglie di benzina alle quali era collegata una miccia: fu il primo impiego di questi rudimentali ordigni che in seguito sarebbero diventati il simbolo di ogni guerriglia, passando alla storia con il nome di “bombe Molotov”. Anche più a nord, dove non esistevano fortificazioni fisse, le operazioni non andarono bene per i sovietici. A Suomussalmi la 163a e la 44a divisione fucilieri vennero completamente sbaragliate. Una continua serie di attacchi a sorpresa frazionò le due grandi e lente unità dell’Armata Rossa in piccoli reparti che rimasero isolati nel gelo della tundra artica, dove vennero distrutti uno alla volta. Questo modo di combattere venne definito dai finlandesi con il termine “motti”, una parola che indica i ciocchi di legna da ardere. Le cifre di questa battaglia sono incerte ma si stima che in oltre due mesi di combattimenti i morti sovietici furono almeno 8.500, a cui si aggiunsero 5.000 dispersi e 32.500 feriti. Alexei Vinogradov, il comandante della 44a divisione, venne fucilato insieme al proprio commissario politico di fronte ad altri ufficiali. “Pour encourager les autres“, avrebbero detto Robespierre e Saint-Just. Ma nemmeno instaurare il terrore si rivelò sufficiente ad imprimere una svolta: sul finire di dicembre, a Tolvajärvi e Aglajärvi, i sovietici subirono nuovi rovesci che costarono altri 2.000 morti e 600 prigionieri.

Di fronte a questa umiliante sequela di insuccessi Stalin azzerò i vertici dell’Armata Rossa. Esautorò l’incompetente Kliment Vorošilov, sostituendolo con il generale Semën Tymošenko. Questi non era certo un Napoleone dei tempi moderni, ma se non altro, adattò la filosofia di combattimento alla realtà, rendendo più efficace l’azione dell’esercito. Si rinunciò alle ambiziose operazioni di manovra e, alla maniera russa, si passò senza troppi complimenti alla brutale guerra di logoramento, condotta però con un minimo di intelligenza. Le truppe vennero sottoposte ad un intenso programma di addestramento per l’assalto a postazioni fisse e il resto lo fece la schiacciante superiorità numerica e materiale. Dal 1° febbraio contro la linea Mannerheim venne lanciato praticamente di tutto: alla fine la 7a e la 13a armata sovietica supportate da terrificanti concentrazioni di carri e artiglieria riuscirono a sfondare il fronte in direzione di Viipuri e del Lago Ladoga. Vennero mobilitate persino le navi della flotta del Baltico: gli incrociatori Comune di Parigi, Marat e Oktyabrskaya Revolutsiya attaccarono con i loro cannoni di grosso calibro i bunker a ridosso della costa, anche se con scarsi risultati. All’inizio di marzo Mannerheim prese atto dell’insostenibilità della lotta e raccomandò al governo di trattare. I sovietici avevano a quel punto perso oltre 126.000 uomini, ma le perdite finlandesi ora superavano i 22.000 morti e 43.000 feriti. Pur essendo di gran lunga inferiori a quelle dei propri nemici, se commisurate ad un Paese di nemmeno 4 milioni di abitanti, erano cifre in realtà spaventose: il dispendio di vite non poteva durare all’infinito. Il 12 marzo 1940 il premier Rysto Ryti firmò a Mosca il trattato che poneva fine alla guerra. La Finlandia ottemperava in sostanza a tutte le richieste sovietiche formulate all’inizio della guerra e anche qualcosa in più: cessione delle isole del proprio Golfo, di Hanko e dell’intero istmo di Carelia, inclusa la città di Viipuri. Le frontiere tra i due paesi tornavano in pratica quelle stabilite dallo Zar Pietro il Grande nel Settecento. Gli abitanti di 40.000 fattorie diedero alle fiamme le proprie abitazioni e migrarono ad ovest, pur di non diventare cittadini sovietici. L’indipendenza del Paese era stata però garantita: la Finlandia non sarebbe divenuta una repubblica sovietica. L’U.R.S.S. avrebbe potuto occuparla militarmente, ma i costi della guerriglia che ne sarebbe derivata si sarebbero presto rivelati insostenibili, persino per Stalin.

Quale importanza riveste questa breve ma sanguinosa guerra seminascosta nelle pieghe di un conflitto immensamente più ampio come la Seconda guerra mondiale? Gli analisti militari occidentali, soprattutto tedeschi, videro in essa la dimostrazione dell’incompetenza e della primitività della dottrina militare sovietica. Un documento dello stato maggiore della Wehrmacht datato 31 dicembre 1939 valutava in questi termini la prova fornita dall’Armata Rossa in Finlandia: “Quantitativamente, è un gigantesco strumento militare […] Organizzazione, equipaggiamento e capacità di comando insoddisfacenti – principi di comando buoni; comando in sé tuttavia troppo giovane e privo di esperienza. Sistema di comunicazioni cattivo, trasporti cattivi, truppe non molto uniformi; non ci sono spiccate personalità. Valore militare delle truppe in un combattimento duro, dubbio. La massa russa non costituisce un avversario serio per un esercito modernamente equipaggiato e con un comando superiore.” Hitler si convinse che per quanto numerose potessero essere, le forze armate di Stalin fossero un colosso con i piedi d’argilla. Nel giugno del 1941 l’esercito tedesco venne lanciato all’assalto dell’U.R.S.S. sulla scorta di questo e altri simili sprezzanti giudizi. In realtà una simile severità era giustificata solo superficialmente. L’Armata Rossa aveva certamente messo in mostra limiti evidenti, il suo prestigio ne era uscito scosso, ma l’arrogante servizio informazioni della Wehrmacht non aveva tenuto in debito conto la sorprendente capacità dei russi di imparare dai propri errori. Dopo il disastro finlandese l’Armata Rossa venne equipaggiata con divise mimetiche e indumenti invernali; furono create unità di sciatori estremamente mobili, in grado di attaccare anche con metri di neve e di spostarsi su terreni densi di foreste. Il sangue versato sulla linea Mannerheim non fu un sacrificio vano. Facendo tesoro di quella esperienza vennero studiate nuove armi e adattate quelle esistenti, in modo da garantirne il funzionamento anche nei climi più rigidi. Il motore di avviamento del nuovo carro T-34 venne ad esempio realizzato ad aria: poteva quindi funzionare anche a decine di gradi sottozero, quando al contrario un panzer congelava diventando un inutile ammasso di ferraglia. Alle porte di Mosca, nel dicembre del 1941 la Wehrmacht avrebbe appreso sulla pelle dei suoi invincibili soldati quanto in guerra possa rivelarsi pericoloso sottovalutare il proprio avversario. Senza gli errori compiuti nella guerra d’inverno, e la conseguente reazione organizzativa, l’Unione Sovietica avrebbe indubbiamente fatto molta più fatica a resistere nella futura lotta per la propria sopravvivenza. Senza quella dura esperienza, forse, combattere nella morsa dell’inverno russo si sarebbe rivelato fatale tanto per i tedeschi quanto per i sovietici.

Torna alla Home della Seconda guerra mondiale