Aeroporto internazionale di Copenaghen. Un elegante, sonnolento, anonimo terminal delle Scandinavian Airlines. Tre uomini pericolosamente vicino alla soglia dei quarant’anni sono comodamente seduti su delle poltroncine azzurre dal design iper-razionalista che tuttavia non riesce a coprire il vago sentore di dozzinale prefabbricato dell’Ikea. Attendono l’aereo che di lì a qualche ora dovrà portarli negli Stati Uniti per una breve vacanza di un paio di giorni. Per far passare il tempo hanno deciso all’unanimità di sfidarsi ad un gioco di calcio. Estraggono dalle rispettive sacche il proprio Nintendo Switch e si mettono a giocare. Intanto passano intere mezz’ore ma loro rimangono sempre lì, con lo sguardo incollato agli schermi. A guardarli pare proprio che si divertano. Ridono, si agitano, si disperano platealmente ad ogni tiro sbagliato e imprecano con finta rabbia ad ogni gol subito. Ma a cosa giocano? Fifa 20? Non esattamente. L’ultimo PES? Neanche per sogno. Sono immersi nel magico mondo di un gioco della loro infanzia: Super Soccer, un titolo uscito per Super NES nel lontano 1992 e riemerso dalle nebbie del tempo grazie al servizio on-line dei vecchi classici di Nintendo. Ma come è possibile questo assurdo anacronismo?

C’è stato un tempo lontano in cui i giochi di calcio erano ingenuo e spensierato intrattenimento, prodotti che, sebbene fossero destinati alla console del salotto di casa, strizzavano ancora l’occhio alla sala giochi, a quel mondo scanzonato e caciarone, tutto incentrato sullo score o sulla semplice abilità meccanica nel premere il pulsante giusto al momento giusto. Bei tempi, lasciate che lo dica. L’arcade non aveva ancora abdicato alla mania della simulazione a tutti i costi: le limitazioni tecniche dell’hardware rendevano impossibile coltivare il miraggio di arrivare un giorno a trasferire all’interno di uno schermo la realtà sportiva nella sua interezza. Esisteva allora tutto un filone di giochi calcistici dal gameplay semplicistico ai limiti dell’approssimazione ma immediato, dannatamente immediato, dove danzavano curiosi sprites che sembravano caricature uscite da un cartone animato giapponese. Non fraintendetemi ora: la mia non è becera nostomania. Nella stragrande maggioranza dei casi, ragionando in termini di qualità assoluta, non si trattava di grandi giochi. Si chiamavano VirtuaStriker, Super Sidekicks, Kick Off, Fever Pitch, Sensible Soccer e – lo ripeto – non erano capolavori, anzi. Effetti sonori da picchiaduro, situazioni scriptate, musica gracchiante e ossessiva che trapanava il cervello, missili da centrocampo che si insaccavano tra feroci bestemmie e dribbling che neanche Maradona contro l’Inghilterra a Messico ’86. Eppure erano divertenti, Dio se lo erano. Ad un certo punto ti sorprendevi a correre per la stanza gridando GOOOOL!, mentre il tuo avversario in preda alla rabbia scagliava il joypad contro la parete e giurava vendetta agitando i pugni verso di te. Ecco, Super Soccer della Human era tutto questo e anche di più. Con gli standard di giudizio estetico attuali, se non fosse per la casuale presenza di due porte e un pallone, si farebbe fatica a definirlo un gioco di calcio. Era più che altro un rutilante, spensierato, ignorante circo che si svolgeva su di un rettangolo verde. Insomma, la quintessenza della cafonaggine sapientemente declinata in un videogame: la difesa significava poco più di una selvaggia caccia alle caviglie dei giocatori avversari, mentre l’attacco si risolveva in un paio di passaggi per posizionarsi nel posto giusto al momento giusto e teleguidare verso la porta proiettili imparabili. Altro che il tiqui-taca del Barcellona. Alcuni giocatori poi erano stati dotati dai programmatori di una abilità di tiro assurda: ricordo ancora con terrore un certo “Jason”, una vera e propria macchina da gol occultata nel roster della squadra americana… Era lentissimo, ma se riusciva a scagliare il suo tiro, l’unica cosa che ti rimaneva da fare era di pregare gli dèi del pallone. Il bilanciamento evidentemente non doveva essere stato in cima alle priorità nella fase di testing del gioco, ammesso che ve ne fosse mai stata una. Ma sapete una cosa? Era bello così. Bastava imparare a prendere il gioco per quello che era. Non che fosse facile, certo. Correvi il serio rischio di soccombere a 12 anni per un’ulcera gastro-duodenale, ma se superavi la crisi di nervi ed eri in grado di fare uno scatto mentale e vedere oltre, anche un gioco così approssimativo poteva regalarti momenti epici, emozioni che la più sofisticata simulazione calcistica oggi non è in grado di darti. La chiave di tutto è forse qui, in queste due semplici parole: “gioco” vs. “simulazione”. Del resto, il primo a non prendersi sul serio era proprio Super Soccer stesso. Bastava guardare i nomi dei giocatori delle squadre nazionali, tutti rigorosamente inventati, ma all’insegna di una sottile presenza di spirito: l’Argentina schierava un certo, fortissimo “Diego” e la Germania uno strano “Lothar”. Se vi ricordate il calcio degli anni ’90 di sicuro questi nomi vi faranno pensare a qualcuno. Ma il caso più comico era il portiere della Colombia: Loco. Parola che in spagnolo significa pazzo. Vi ricordate René Higuita, lo strampalato portiere sudamericano famoso per il colpo dello scorpione? Avanti, anche senza correre su Google, indovinate come era soprannominato…

Ogni settembre, quando sono indeciso se buttare i miei soldi in Fifa o PES, a volte ripenso a Super Soccer e sento un aculeo di nostalgia che mi punge dolcemente il cuore. Quel dannato gioco, o meglio, non lui in quanto tale, ma il suo spirito, mi manca tremendamente. Faccio questa affermazione come se dicessi che mi mancano i dinosauri o le tigri dai denti a sciabola. Perché la verità è che questo genere di giochi, come un animale preistorico, si è ormai estinto del tutto, e sarebbe bello se qualche software house decidesse di recuperare un po’ del suo DNA e innestarlo all’interno di un prodotto dotato dell’attuale grafica in alta definizione. Non credo che l’unica a beneficiarne sarebbe la varietà dell’offerta del mercato dei giochi. Per tanti gamers sarebbe un meraviglioso tuffo nel passato, mentre gli altri, i più giovani, scoprirebbero un nuovo modo, più scanzonato ed immediato, di giocare al calcio su uno schermo. Se mai qualcuno decidesse seriamente di aprire questo Jurassic park del divertimento elettronico avrebbe la mia benedizione e dopo pochi secondi anche i miei euro. Ma qualcosa mi dice che anche i miei altri due compagni di viaggio approverebbero, perché ormai lo avete capito chi era il più imbranato di quel terzetto all’aeroporto, vero?