La vittoria è passeggera.
La sconfitta è per sempre.
Billie Jean King

 

Tutti, dal direttore dell’albergo all’ultimo degli sguatteri, lo chiamavano “Homo Sapiens”. Ricordo un pingue ometto di mezz’età, dall’andatura incerta e caracollante. La sua carnagione, di un’indefinibile tinta ocra con sfumature ramate, sembrava la stessa di tanti pescatori e contadini del Sud, gente senza tempo, che portava su di sé come un marchio il colore e la condanna di una terra aspra e misera, bruciata da un sole senza pietà. Rivedo ancora distintamente il suo viso squadrato, quella maschera teatrale dai tratti grossolanamente sbozzati, grotteschi; e i capelli radi, simili ad una peluria, nerissimi, quasi fossero stati dipinti sulle tempie con del lucido da scarpe. Entrava nel grande salone da pranzo quando noi già mangiavamo da un pezzo, camminava come il Nero Wolfe di Buazzelli tra le nostre chiassose tavolate e si accomodava all’altro capo del locale, ad un tavolino appositamente preparato per lui. I camerieri che lo servivano si rivolgevano a lui con un’untuosa cortesia ed una deferenza che si percepivano a un chilometro di distanza e che sembravano isolarlo dal resto di tutta l’altra gente. Con loro, con questi paria in livrea bianca, comunicava per lo più a rapidi cenni delle mani, sulle cui dita grassocce era riuscito ad incastrare in qualche modo file di massicci anelli cardinalizi con pietre preziose. Indossava larghe camicie a mezze maniche, vistosamente aperte sul petto peloso, e pantaloni così corti che il risvolto quasi gli arrivava alle caviglie. Di sicuro il passare inosservato non doveva essere in cima alle priorità della sua vita.

Noi, ingenui adolescenti di un istituto scolastico del nord, mandati dalle famiglie al mare per un paio di settimane a ritemprarci dalle bronchiti e dall’umidità del nostro inverno lombardo, semplicemente, non capivamo: né chi fosse né, di riflesso, il perché di un simile trattamento di riguardo. Evidentemente Homo Sapiens doveva essere molto ricco, e in quanto tale rappresentare un ottimo cliente per l’albergo, ma sentivamo che doveva esserci dell’altro. La nostra curiosità venne presto esaudita. Dopo qualche giorno, non si sa come, si diffuse tra di noi la notizia che fosse un mago – sì, un mago! – specializzato nel guarire la gente da brutte malattie e nel predire il futuro. A quel punto divenne impossibile resistere alla tentazione. Dapprima lo salutavamo cortesemente all’entrata in sala da pranzo, anche solo con un timido cenno, poi, a mano a mano che aumentava la confidenza reciproca, prendemmo ad orbitare intorno alla sua mole in cerchi concentrici sempre più stretti. Presto iniziammo a parlargli ogni volta che lo incontravamo. Nei corridoi, in spiaggia o nel piazzale di ingresso poco importava: ogni occasione era buona per avvicinarlo ed eventualmente stare a sentire i suoi misteriosi discorsi. Dopo pochi giorni di questi approcci già lo si poteva vedere camminare con uno sciame di ragazzini a fargli da satelliti. Non che ci dicesse granché: scherzava con noi e ci chiedeva generiche notizie della nostra città su al nord, incassata tra i laghi e le montagne. A volte invece decideva di dispensarci qualche perla della sua saggezza. Lasciava cadere qualche misterioso, indecifrabile, proverbio in molisano e ci somministrava bonarie ammonizioni a comportarci da bravi bambini: «Non fate disperare le povere suore che vi accompagnano!» e allungando il passo puntava dritto alla cancellata di ingresso che noi avevamo il tassativo ordine di non valicare. Ora, rivedendolo con gli occhi sfocati della memoria, capisco che quello era il suo altero modo di salutarci, di dirci che per quel giorno ci aveva dedicato già fin troppo tempo e che doveva andare.

Mossi da una curiosità che era molto di più di un semplice sottoprodotto delle lunghe ore di noia di quel soggiorno, iniziammo a raccogliere ulteriori informazioni sul suo conto. La sera, ci assiepavamo sulle gradinate dell’ingresso e attendevamo l’uscita dei camerieri dell’albergo che smontavano dal turno. Questi scanzonati giovanotti sui cui visi aveva appena fatto capolino un accenno di barba, forse non meno ingenui di noi, ci dissero che Homo Sapiens viveva nel paese vicino, a poca distanza dall’albergo, ed era universalmente riconosciuto come un sant’uomo. Pareva fosse in segreto contatto con tutti i potenti della Terra: re, presidenti, e capi di Stato i quali facevano la fila per attingere alla sua infinita saggezza e ai suoi consigli. Ma soprattutto i nostri informatori propagarono la voce popolare che non avesse mai sbagliato una predizione in vita sua, fossero i numeri del lotto o il vincitore di una qualsiasi partita di calcio. All’apprendere dei suoi straordinari poteri, nella mente di tutti noi trillò all’unisono un campanello. Ovviamente. Di lì a qualche giorno la Nazionale avrebbe affrontato il Brasile nella finale dei mondiali di calcio: la nostra inquieta fantasia ci condusse ad un’associazione di idee fin troppo facile. «Homo Sapiens, ci dici chi vincerà?» Chiuse gli occhi. Era nell’angolo-bar della hall, assiso su una poltroncina-trono che palesemente faticava a contenerne la mole da pachiderma. Con il palmo della mano ingioiellata tracciò un ampio circolo in aria ed infine, dopo alcuni interminabili secondi di quella che lì per lì scambiammo per concentrazione, sentenziò: «Vinciamo noi!»

Due giorni dopo, su uno sgangherato televisore che la direzione ci aveva benignamente messo a disposizione, Roberto Baggio gettò oltre la traversa il sogno di essere campioni del mondo per la quarta volta. L’indomani eravamo tutti riluttanti ad avvicinare Homo Sapiens. Lo seguivamo come sempre, ma tenendoci a debita distanza, chiusi nel silenzio imbarazzato di un contegno che nemmeno noi sapevamo spiegare fino in fondo. Forse non esagero se affermo che in una certa misura fossimo tutti costernati: qualcosa nella sua predizione evidentemente non aveva funzionato, ma cosa? Più che il rigore grossolanamente fallito dal nostro fuoriclasse era l’impotenza nel trovare una risposta a questa domanda ciò che ci turbava di più di quella sfortunata finale. Nessuno osava domandargli spiegazioni. Fu lui a toglierci d’impaccio, facendo sfoggio di una coda di paglia dalle dimensioni sesquipedali. Dopo aver pranzato, mentre usciva dalla hall facendo ballare uno stuzzicadenti tra le labbra, disse rivolgendosi a tutti e a nessuno: «Eh, quei mascalzoni dei brasiliani: ci hanno picchiato dall’inizio alla fine…»

Ah, l’Italia del 1994, l’estate dei miei quattordici anni… A quell’età ognuno di noi non è altro che un esploratore alle prime armi e senza mappe, gettato all’improvviso nella misteriosa foresta vergine della vita da forze sconosciute. La meraviglia ed il senso di stupore che proviamo di fronte alla novità dell’esistenza sono forse impossibili da descrivere a parole, e di certo un simile compito si situa oltre le mie capacità. Spero quindi che Gabriel Garcia Marquez mi perdoni se mi aiuto prendendo a prestito un’incantevole frase di “Cent’anni di solitudine”: «Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito.» Anche a noi tutto sembrava così nuovo; eppure, senza saperlo, vivevamo già immersi nella stantia aria da mausoleo della solita, eterna Italia, sempre uguale a sé stessa, nei secoli dei secoli. Un Paese che avremmo presto imparato a conoscere per esperienza diretta, nei pochi pregi quanto nei molti difetti. Un popolo… no cosa dico, un camaleonte di sessanta milioni di persone, in grado di cambiare il colore della pelle quasi a comando, ma non l’essenza della propria anima collettiva. C’erano nuovi partiti politici da poco entrati sulla scena della nostra malferma democrazia grazie al Big Bang di Tangentopoli. Avevano nuovi simboli e nuovi colori, ma molte facce vecchie e note. Quante volte l’Italia, nel corso della sua storia millenaria, è stata percorsa da un puerile senso di aspettativa basato sul voler svoltare pagina senza però compiere gli sforzi necessari? Il più famoso dei nuovi/vecchi leader, un ricco imprenditore di successo, coltivava – non ho mai capito quanto sinceramente – la pia illusione che governare un Paese non fosse in fondo poi tanto dissimile dal gestire un’impresa. Ci era riuscito più di una volta: non poteva farcela di nuovo con l’intera nazione? Ripeto: non so se il buon uomo ci credesse seriamente o no. Ma questo ha poca importanza, perché di sicuro gli credettero gli italiani che ingenuamente accorsero in massa alle urne per lasciarvi cadere una scheda con il suo nome; e forse, ad un certo momento, in regioni inconfessate del loro cuore, anche i molti che al contrario non lo fecero.

Un candore della stessa natura animava similmente tutti gli amanti del calcio che in quell’estate si apprestavano a seguire la vicenda della Nazionale nei campionati del mondo negli Stati Uniti. Ad allenarla venne chiamato a suon di miliardi Arrigo Sacchi, il geniale, visionario demiurgo dello spettacolare Milan degli invincibili. Dai vertici della Federcalcio sino al più becero dei tifosi, tutti si aspettavano inconsciamente che il vate di Fusignano trasformasse una squadra storicamente votata ad un calcio difensivo duro e sgradevole in una sorta di spettacolare schiacciasassi del gioco totale. Ci era riuscito con il Milan: non poteva farcela di nuovo con la Nazionale? Veniva naturale pensarlo. Peccato che per realizzare quel sogno all’uomo forte mancassero gli uomini. E soprattutto peccato che gli facesse difetto una qual certa umiltà di base, che avrebbe dovuto portarlo alla conclusione che nello sport, anteporre il sistema ai giocatori in modo dogmatico, non è quasi mai una buona idea. Non fraintendetemi, quella squadra era molto forte, di talento a disposizione ce n’era tanto, ma principalmente risplendeva dalla metacampo in giù. I nostri fuoriclasse erano Franco Baresi, Paolo Maldini, Alessandro Costacurta, Mauro Tassotti: tutti difensori. I centrocampisti erano bravi, di buona tecnica ma fragilini. Un fenomeno di potenza fisica e classe come Ruud Gullit non lo avevamo. Solo in attacco potevamo esibire il talento e la fantasia incommensurabili di Roberto Baggio, pallone d’oro nel 1993, uno dei calciatori più forti dell’epoca, e forse di sempre. Ma di certo anche il giocatore meno adatto a convivere con le idee ed i duri metodi di Sacchi, come detto più che un allenatore un tecnocrate intransigente, convinto che schemi e tattica venissero prima di tutto, anche prima degli uomini.

Andammo dunque in America come i nostri nonni immigrati laggiù in cerca di fortuna nei tempi passati: carichi di sogni immotivati, sordi a tutti i campanelli di allarme squillati durante le partite di qualificazione, dove mostrammo un gioco non certo entusiasmante. Sarò ingeneroso ma, come popolo, il saper fare i conti con il principio di realtà non è mai stato tra le nostre migliori doti. Il 6 aprile 1994, nel campetto di allenamento di Coverciano, il Pontedera, una formazione di C2 chiamata per fare da sparring partner agli azzurri, sconfisse clamorosamente la Nazionale per 2-1. Ma nemmeno questo bastò a ridimensionare le aspettative, a far capire che qualcosa non quadrava. A conti fatti, nell’arco di un intero mondiale, dalla fase a gironi alla finale, quella Nazionale giocò come nei sogni di tutti solo nel primo tempo della semifinale contro la Bulgaria. Praticamente 40 minuti su 630. Una serie di sfortunate coincidenze – o forse no – fece in modo che tutte le altre partite del torneo fossero sempre maratone di morte e insperata resurrezione, tra difesa disperata, sofferenza agonistica ed estemporanei lampi in attacco. Successe in effetti di tutto. Tonfi clamorosi come nella sconfitta di esordio contro l’Irlanda, nel caldo torrido del Giant Stadium di New York. Vittorie rocambolesche ma pagate a carissimo prezzo, come contro la Norvegia nella seconda partita: infortunio di Baresi, espulsione di Pagliuca e sostituzione di Baggio che, uscendo dal campo e commentando la bizzarra scelta del suo allenatore, si lasciò sfuggire a favore di telecamera un plateale: «Questo è impazzito…», non facendo altro che interpretare il pensiero di milioni di tifosi incollati ai teleschermi. Poi un pareggio scialbo contro il Messico nell’ultimo match del girone, risultato che non ci garantì la certezza della qualificazione. Al fischio finale Sacchi, il sommo sacerdote del calcio scientifico, raccomandò: «Corriamo tutti a pregare…» Altro curioso e ricorrente tratto distintivo del nostro meraviglioso popolo, l’irredimibile tendenza ad affidare la propria salvezza a fattori esterni, quando le cose vanno male. Il nostro biglietto per gli ottavi avrebbero dovuto staccarlo i risultati di altre squadre, impegnate su altri campi. Fummo fortunati, o se preferite qualcuno dall’alto guardò giù verso di noi: un provvidenziale 6-1 della Russia sul Camerun ci fece la grazia, consentendoci di essere ripescati come ultima tra le migliori terze dei gironi.

Boston, Foxboro Stadium, primo turno degli ottavi. Italia – Nigeria. Non una partita facile. I nigeriani erano una formazione ostica, forte fisicamente ma allo stesso tempo dotata di una buona tecnica individuale. Indubbiamente sapevano giocare a calcio: a metà degli anni Novanta le distanze tra le squadre europee e quelle del resto del mondo si erano già sensibilmente accorciate. Dopo una tormentata fase a gironi tutti si attendevano la svolta degli azzurri. Invece la partita diventò presto un autentico calvario: gol di rapina di Amunike al 25’ minuto, al termine di una mischia su calcio d’angolo. Poi un’ora di buio totale, con l’Italia incapace di reagire e i nigeriani a controllare agilmente il ritmo della gara. Gioco inesistente, incapacità di fare più di tre passaggi consecutivi e una costante sensazione di sbandamento imminente, di una squadra depressa e sull’orlo di sfasciarsi. Altro che calcio-spettacolo. Ad un certo punto, sul finire del secondo tempo, i nigeriani iniziarono ad irriderci dandosi al “torello” e ai colpi di tacco. Fino all’88’, all’ultima disperata azione dell’incontro, con la Nazionale ormai in dieci per un’ingiustificata espulsione di Gianfranco Zola. Rimpallo fortunato di Mussi sulla fascia, cross rasoterra al centro per Baggio e gol a fil di palo. Incredibile: 1-1. Ai supplementari un calcio di rigore trasformato sempre da Baggio ci mandò ai quarti, salvandoci da un’umiliante eliminazione. Era il 5 luglio 1994. Il pullman che ci portava al mare, verso l’hotel di Homo Sapiens, a metà strada del suo tragitto, aveva fatto tappa a Faenza. I miei compagni di viaggio ed io guardammo quella partita in una saletta del collegio dei salesiani, lo stesso dove esattamente 100 anni prima, nel 1894, aveva studiato Benito Mussolini, un altro che sul carattere vero degli italiani non ci aveva capito poi molto. Fu la partita della svolta. I successivi turni contro la Spagna e la Bulgaria furono più semplici. Dopo essere letteralmente sopravvissuta per due turni la squadra iniziò a giocare con una convinzione diversa. A tratti si videro persino i tanto decantati schemi di Sacchi. Incredibilmente, l’Italia era in finale.

Il 17 luglio 1994, nel caldo asfissiante del Rose Bowl di Pasadena, in California, trovammo ad attenderci il Brasile. Una strana Seleção, dedita a un calcio solido e senza fronzoli, pragmatico al limite del cinismo. “Italiano”, si sarebbe potuto dire arrischiandosi ad usare un aggettivo che avrebbe fatto storcere il naso a Sacchi. Eppure, a prescindere da contorti discorsi sulla filosofia di gioco, quel Brasile condivideva con l’Italia ben più di una liaison: era infatti una squadra infarcita di quasi-scarti della nostra serie A. Figurine come il capitano Carlos Dunga cacciato dal Pescara; Branco, Mazinho e, a voler proprio essere cattivi, forse anche Aldair e Taffarel, il portiere della Reggiana. Certo, in attacco folleggiavano i fortissimi Romario e Bebeto ma nessuno sano di mente, allora come adesso, li avrebbe messi nella stessa categoria di Pelé o Maradona. Per questi motivi in Italia tutti sognavano la grande impresa. Poveri noi. Ancora una volta la nostra memoria corta ci tradiva, facendoci dimenticare le sofferenze indicibili delle sei partite precedenti. La nostra squadra aveva mostrato una sorprendente resilienza e una ancor più incredibile capacità di lottare e di rialzarsi ad ogni caduta. Ma il gioco era inesistente: nella metacampo offensiva, quando si trattava di buttare in rete un pallone, tutto gravava sulle spalle di Roberto Baggio. Soprattutto eravamo incapaci di vedere quanto la Nazionale fosse una squadra fisicamente a pezzi. Baresi, dopo l’operazione al menisco, rientrò miracolosamente per la finale. Ma chiaramente non poteva essere al massimo. Baggio era messo anche peggio, dopo l’infortunio alla coscia nella semifinale contro la Bulgaria. Giocò comunque, e forse non avrebbe dovuto. La partita fu la finale meno spettacolare della storia dei mondiali: tesa, equilibrata; una lunga battaglia di logoramento fatta di ritmo lento e difesa. Gli organizzatori, per esigenze televisive, imposero che si giocasse alle 12.30: impossibile non pensare che questa scelta non abbia avuto una qualche influenza sulla qualità del gioco. Tra le tante cose fu anche una partita corretta e leale, con buona pace di Homo Sapiens. Dopo novanta minuti, il punteggio era ancora inchiodato sullo 0-0. La maratona si trascinò così ai supplementari, poi ai rigori. Sbagliò per primo Baresi: alto e centrale. Pagliuca rimise a posto le cose parando il tiro di Marcio Santos. Poi, in sequenza segnarono Albertini, Romario, Evani e Branco. Massaro tirò sulle gambe di Taffarel e Dunga dopo di lui portò in vantaggio il Brasile. Venne il turno di Baggio, l’eroe che ci aveva portato sin lì, l’uomo che stringendo i denti aveva dato tutto anche in quella partita. Tirò alto, destando di soprassalto un intero Paese dai propri sogni di gloria.

A volte lo sport sembra possedere l’insondabile magia di partecipare dell’esistenza quotidiana di ognuno di noi, inserendosi nella ragnatela di significati che avviluppa la nostra vita e dando sostanza ai sottili, precari fili dove essa cammina in bilico sugli abissi del non senso. Oggi faccio fatica a separare quella partita dall’immagine che conservo di me adolescente spedito in vacanza insieme a tanti altri miei compagni di classe, da Homo Sapiens e dall’Italia degli anni Novanta. Tutto si è fuso, perché “tout se tient”, in quello strano Paese allora fatto da televendite, santoni, cabine telefoniche a gettoni e squadrate Fiat dai nomi improbabili. Quel meraviglioso, assurdo Paese che eravamo e che in fondo continuiamo ad essere: traboccante di tragicomici cialtroni; nella politica, nello sport, nella vita di tutti i giorni…