«Per lo scatenamento di questa guerra il cancelliere Bethmann può alla fine richiamarsi alla risposta che gli diede Moltke all’inizio di luglio: disse che sì, ce l’avremmo fatta.»

Kurt Riezler

Come ogni tanto avviene nella storia, anche in quel caso, prima della grande catastrofe, non erano mancati i profeti. Il generale Alfred von Schlieffen, il capo di stato maggiore dell’esercito imperiale tedesco e ideatore del piano d’attacco col quale il Kaiserreich entrò in guerra nel 1914, si era lanciato in una fosca previsione riguardo ai tratti che avrebbe assunto il conflitto del futuro prossimo: «A tempo debito caleremo i ponti levatoi. Si spalancheranno le porte ed eserciti di milioni di uomini si lanceranno saccheggiando e distruggendo oltre i Vosgi, la Mosa, il Bug, il Tirolo e l’Isonzo…» Questa Apocalisse in armi fu esattamente quanto avvenne tra l’agosto e il settembre del 1914, durante la sanguinosa ouverture della Prima guerra mondiale. Dopo l’attentato di Sarajevo in cui un giovane nazionalista bosniaco, in circostanze a dir poco rocambolesche, era riuscito ad uccidere l’erede al trono austro-ungarico, l’Europa si ritrovò sull’orlo della prima conflagrazione generale dai tempi delle guerre napoleoniche. Nel breve volgere di un mese, sul finire di luglio, appariva ormai chiaro che le cancellerie non erano più in grado di gestire la crisi da loro stesse provocata. Nel giro di pochi giorni i diplomatici in tuba e redingote vennero esautorati dagli apparati militari. Austria-Ungheria, Serbia, Russia, Germania, Francia e da ultima la Gran Bretagna si precipitarono in un gioco contro il tempo, nel quale la velocità di una nazione nel mobilitare e schierare le proprie forze avrebbe verosimilmente deciso dell’esito della guerra. Nessuno dubitava che lo scontro che si approssimava all’orizzonte sarebbe stato una faccenda cruenta ma nello stesso tempo anche breve. Il Kaiser Guglielmo, salutando un reggimento in partenza per il fronte, ebbe la sconsideratezza di abbandonarsi al più classico dei “Wishful thinking” promettendo ai suoi soldati: «Sarete a casa prima che cadano le foglie dagli alberi!»

Come nel 1870, e come poi sarebbe risuccesso nel 1939, l’epicentro degli eventi militari continuava ad essere la Germania. L’impero tedesco non era più il sofisticato mosaico al centro dalla rete diplomatica di sicurezza intessuta dal machiavellico genio di Bismarck. Al suo posto, dal fuoco delle acciaierie e dal vapore dei cantieri navali era sorto un inquieto gigante industriale, smanioso di una politica di potenza su scala mondiale alimentata dalle nevrosi dell’incostante Kaiser Guglielmo II. L’ottenimento di una posizione politica e di influenza consona al peso effettivo della Germania sembrava però passare dall’impiego della forza. Ad inizio del Novecento, con Berlino in piena sindrome da accerchiamento diplomatico, appariva ormai evidente la necessità di dover combattere un’ipotetica guerra su due fronti, contro la Francia a ovest e la Russia ad est. Le due nazioni, quanto a sistema politico e sviluppo sociale non potevano dirsi nemmeno lontane parenti, ma erano però accumunate dall’ostilità nei confronti della Germania, circostanza che le aveva spinte ad unirsi in alleanza sin dal 1894. Per fronteggiare la situazione gli strateghi dell’iper-professionale stato maggiore tedesco avevano quindi elaborato un piano particolareggiato sin nei minimi dettagli. Basandosi sull’evidenza che la mobilitazione russa, a causa della vastità dell’impero dello zar e la sua carente organizzazione militare, sarebbe stata più macchinosa di quella francese, i generali tedeschi avevano previsto di investire la Francia con la potenza dei 7/8 del loro esercito, metterla fuori combattimento nel giro di sei settimane con una vasta manovra aggirante attraverso il Belgio e, successivamente, rivolgersi ad oriente per fronteggiare i russi. La vittoria si trovava insomma a portata, poco oltre una finestra temporale: per coglierla bisognava agire in modo risoluto prima che lo spiraglio si chiudesse, senza esitare, per evitare di trovarsi invischiati in una guerra d’usura e di materiali. Certo, i rapporti di forza non giocavano a favore della Germania ma quando mai era stato così? Gli stati tedeschi si erano costantemente trovati circondati da nemici più grandi, più ricchi, più popolosi, e spesso uniti in vaste in coalizioni. Eppure tutto questo non aveva impedito le sfolgoranti vittorie di Fehrbellin, Roßbach, Leuthen, Sadowa, Sedan… La storia militare della Prussia era lì a dimostrare come organizzazione, disciplina, audacia e una salda leadership potessero prevalere sulla forza bruta del numero. Tradizionalmente noto come “Die Macht in der Mitte“, ossia “la potenza nel mezzo”, lo stato-caserma degli Hohenzollern aveva dimostrato sin dai tempi del Grande Elettore e poi di Federico II come il Dio della guerra non stesse sempre dalla parte dei grandi eserciti. Alfred von Schlieffen, in quanto erede diretto di questa originale tradizione militare, aveva quindi dato forma ad una visione strategica ambiziosa, che nello spirito ricalcava su una scala immensamente più grande la famosa battaglia di annientamento con la quale Annibale aveva spazzato via l’imponente massa delle legioni romane nella piana di Canne duemila anni prima.

Il 2 agosto (per ironia lo stesso giorno della vittoria del cartaginese) 7 armate dell’esercito imperiale, per un totale di 1.600.000 uomini, si lanciarono attraverso il Lussemburgo e il Belgio con l’intento di calare sull’intero esercito francese e avvolgerlo in una sacca. Schierata all’estrema destra, la punta di diamante dell’avanzata sarebbe stata la poderosa prima armata di Alexander von Kluck. Quando le dichiarazioni di guerra vennero consegnate, le astrazioni strategiche furono controbilanciate dalla concretezza della logistica e dell’organizzazione. Ora non si trattava più di spostare bandierine su di una mappa durante i Kriegsspiele, ma di muovere in maniera coordinata sul campo, rifornire ed equipaggiare quasi un centinaio di divisioni composte da migliaia di uomini in carne ed ossa. La mente di Schlieffen aveva delineato la condotta globale, ma fu su abili tecnocrati quali il quartiermastro generale dell’esercito, il generale Wilhelm Groener, che ricadde il compito di occuparsi degli aspetti concreti trasportando il Deutsches Heer in battaglia nella maniera più tempestiva possibile. La sezione ferroviaria dell’esercito, con uno sforzo che ancora oggi lascia senza fiato, pianificò e attuò il trasporto di un’immane massa umana mettendo in movimento 11.000 treni. Sul ponte Hohenzollern di Colonia, dal 2 al 18 agosto, transitarono 2.150 convogli di 54 vagoni. I francesi, nel frattempo, facevano lo stesso a parti invertite, anche se con minore efficacia. La guerra ad orario, con il suo rigido timing e la sua pianificazione quasi scientifica, era iniziata. Il mondo della Belle Époque marciava a tutta velocità e nella più totale inconsapevolezza lungo rotaie dirette verso l’abisso della propria distruzione. Il morale era infatti alto in entrambi gli schieramenti. Senza un’esperienza diretta delle conseguenze di una guerra moderna, le nuove generazioni ne avevano un’idea romantica ed ingenua. Il pittore Fernand Léger raccontò: «L’entusiasmo è generale. Ho visto tutta l’artiglieria pesante partire da Versailles. I cannoni erano coperti di fiori, i ragazzi avevano mazzi di fiori, un puntatore, tenore di professione, in piedi su un cassone cantava la Marsigliese, con voce ammirevole. Bisognava vedere tutto questo. Parigi, del resto, è stata splendida durante la mobilitazione.» Le armate del Kaiser non mostrarono minore partecipazione: sciamarono verso il nord della Francia cantando “Die Wacht am Rhein”, “Heil dir im Siegerkranz” e con gli ulani in avanguardia, come ai tempi di Blücher. Sebbene si fosse in pieno Novecento, la pratica bellica tardava a liberarsi di anacronistiche consuetudini del secolo precedente. La fanteria, malgrado l’adozione del feldgrau – ossia la divisa mimetica – faceva ancora sfoggio del pickelhaube, l’iconico elmo a chiodo simbolo della Prussia. I francesi e il piccolo corpo di spedizione britannico avevano previsto di dettare il ritmo della guerra con una condotta smaccatamente offensiva ma la pressione dei nemici li costrinse ben presto a ripiegare sulla difensiva di fronte al Juggernaut germanico. Avevano creduto ad una precedente assicurazione di Guglielmo II, il quale aveva garantito che in una guerra futura la Germania non avrebbe mandato padri di famiglia in prima linea. Confortato dai suoi servizi di intelligence, il generale Foch, il comandante supremo dell’Armée, riteneva di avere di fronte 18, massimo 20 corpi d’armata. In realtà doveva fronteggiarne oltre 36 dato che i tedeschi, sin dal primo istante, avevano richiamato e portato in prima linea anche le riserve, non solo la fascia di popolazione tra i 20 e 30 anni. Il primo urto avvenne sulle frontiere di Francia: in Lorena, in Alsazia, sulle alture del Grand Couronné di Nancy, dove le masse dei due eserciti si scontrarono con una violenza spaventosa. Nei torridi giorni di metà agosto andò in scena un’infernale carneficina al di là di ogni capacità di racconto. Il 20 agosto la seconda armata francese di Castelnau venne gettata di peso nella battaglia di Morhange. I difensori tedeschi videro avanzare verso di loro su un terreno aperto e privo di ostacoli, nel sole del mattino che sorgeva sui campi di stoppie, due intere divisioni, in ordine chiuso e con le bande militari in testa che intonavano la Marche Lorraine e Sambre-et-Meuse. Ufficiali in guanti bianchi brandivano sciabole incitando la truppa. I soldati di Francia furono portati al combattimento contro armi automatiche e artiglieria moderna sfoggiando i tradizionali pantaloni rossi e la giubba blu. «Sembrano usciti da un libro illustrato…» scrisse a casa un incredulo soldato tedesco. Dopo anni di preparazione, i generali usciti da Saint-Cyr avevano finalmente la loro guerra per sfogare il desiderio di revanche, ma da un punto di vista mentale arrivarono al tanto atteso appuntamento con la storia grottescamente impreparati, obnubilati da un acritico ossequio alla gloria della loro antica tradizione militare. Le idee di Napoleone – come sempre una fonte inesauribile di spunti sull’arte militare – furono elette a dogma, soprattutto la sua famosa massima secondo la quale: “il morale sta al materiale come tre sta a uno”. Il nuovo vangelo bellico, propagato da personaggi come il fanatico colonnello De Grandmaison, risultò predicato per intero attorno al concetto di “cran”, ossia di “fegato”. La scelta non costituì esattamente il modo migliore per stare al passo del cambiamento imposto dalla modernità. Le conseguenze di questa sconsiderata baldanza guerriera furono quelle facilmente immaginabili. In poche ore, in un crescendo di orrore, una tempesta di fuoco generata dalle mitragliatrici e dagli obici da 150 mm tedeschi spazzò via di colpo oltre 20.000 uomini. Contemporaneamente, poco più a nord, anche la terza e la quarta armata avevano ricevuto l’ordine di avanzare alla cieca verso le foreste delle Ardenne. Sfortunatamente per loro incapparono in una battaglia d’incontro con altre due armate tedesche in pieno movimento. Il terreno accidentato e la superiorità numerica tedesca portarono ad una nuova sanguinosa disfatta che raggiunse l’apice nelle battaglie di Virton e Semois. La terza divisione coloniale francese ne uscì annientata, perdendo 11.000 uomini sui 17.000 che componevano il suo organico. La débâcle della terza e della quarta, rese precaria la posizione della quinta armata di Lanrezac. Quel giorno, sull’altare della sua delirante dottrina militare che esaltava l’élan e l’offensive à outrance, la Francia sacrificò più soldati che in ogni singolo scontro di Verdun. Non senza motivo, rievocando quei tragici momenti, lo storico Alistair Horne scrisse: «In quella sublime eroica follia del 1914 c’era qualcosa che ricordava la cieca corsa verso il massacro di mandrie di animali presi da pazzia collettiva.»

Nel frattempo l’avanzata tedesca proseguiva, anche se con sempre maggiore difficoltà. L’inesorabile rullo, che sembrava travolgere ogni ostacolo di fronte a sé, iniziava a dare segni di cedimento. Mano a mano che i giorni passavano, il logoramento subito dagli invasori imponeva un tributo sempre più pesante. Le linee di rifornimento si allungavano, con le conseguenti difficoltà di approvvigionamento. Le perdite, anche da parte tedesca, iniziarono a farsi via via più insostenibili. Gli uomini erano allo stremo: marciavano anche per 40 chilometri al giorno ed erano costretti a dormire sul ciglio della strada. Le 7 armate imperiali iniziarono a sfilacciarsi, a uscire dai propri assi di marcia e a perdere la coesione dell’intero schieramento. L’OHL, l’alto comando germanico diretto da Moltke, invece che rinforzarle, le aveva addirittura spogliate di due corpi che erano stati ritirati dal fronte occidentale e spediti in tutta fretta a tamponare una maldestra offensiva russa in Prussia orientale. La prima armata di Kluck, il perno strategico del dispositivo tedesco, iniziò ad allontanarsi dalla sua armata sorella, la seconda di von Bülow. Tra le due unità si aprì un varco tenuto solo da qualche divisione di cavalleria e da alcuni battaglioni di fucilieri. Da un punto di vista strategico, il gap poteva essere sfruttato da una formazione francese per disarticolare una sezione della massa di manovra tedesca. Ai primi di settembre, nel tentativo di agganciare la quinta armata francese e costringerla alla battaglia, von Kluck si trovava ad una cinquantina di chilometri ad est di Parigi. Una pericolosa posizione, per chiunque fosse in grado di leggere una mappa: in altri termini, i suoi fianchi erano esposti e si prestava ad essere contrattaccato lateralmente. Gallieni, il governatore militare della capitale, non tardò a rendersi conto dell’opportunità che le sorti della guerra regalavano alla Francia. I francesi sembravano alle corde, avevano subito perdite umane terrificanti, ma, pur barcollanti, non potevano ancora dirsi battuti. Radunarono in extremis una nuova armata nella regione di Parigi, la sesta di Maunoury, e la lanciarono contro la destra di Kluck. L’intento era di incidere le sue linee di rifornimento e tagliarla fuori dal resto dell’esercito tedesco. Nel frattempo il grosso dello schieramento di Joffre faceva fronte ancorandosi sulla Marna. Tra il 5 e il 10 settembre l’avanzata tedesca fu arrestata dalla disperata volontà di resistere dei francesi e dai loro superbi cannoni da 75 mm a tiro rapido. L’intera ala destra di Moltke dovette ripiegare sull’Aisne, dove iniziò a trincerarsi. Quella ritirata cambiò la storia d’Europa. La scommessa della Germania di riuscire a mettere fuori combattimento la Francia in poche settimane con un unico, possente colpo di maglio fallì in quei frangenti. La battaglia della Marna impedì che si realizzasse l’ambizioso disegno strategico degli attaccanti – il solo che avrebbe potuto garantire loro la vittoria – e consentì alla guerra di continuare, dilatandosi ed evolvendosi in un estenuante conflitto d’attrito che la Germania non poteva sperare di vincere a causa del suo minore potenziale economico e materiale. Gli eserciti moderni, nati dalla coscrizione di massa, erano organismi semplicemente troppo grandi per essere sbaragliati in un’unica risolutiva battaglia di annientamento. La Grande Guerra come la conosciamo nacque e diventò tale grazie a quella battaglia, se così si può dire.

I cannoni d’agosto di Barbara Tuchman ci trasporta di peso in quel clima concitato, nel pieno di quella drammatica corsa contro il tempo dell’agosto 1914, in cui le nazioni più potenti e civili del mondo cercarono di sopraffarsi a vicenda gettando nello scontro l’intero peso dei loro apparati tecnici e militari. L’opera, nel suo insieme lunga quasi 500 pagine, è sorretta dall’inizio alla fine da un ritmo vivace, a tratti persino incalzante, come nel capitolo che segue la fuga dell’incrociatore Goeben verso i Dardanelli. La narrazione risulta estremamente ricca di dettagli e per questo capace di far rivivere al lettore quegli attimi come se fosse direttamente presente sui campi di battaglia o nelle riunioni ai tavoli ingombri di carte degli stati maggiori. Si tratta di un modo di raccontare gli eventi del passato a cui noi italiani non siamo mai stati abituati. Dalle nostre parti il freddo e rigido accademismo ha dominato a lungo la nostra storiografia contribuendo ad allontanarla dall’interesse della gente. Confrontiamo ad esempio il grigiore di molte opere nostrane con la frase che apre il primo capitolo del libro. Non si tratta di un incipit ma del sollevarsi di un sipario, un effetto simile alle prime note della Rapsodia in Blu di George Gershwin: «Quella mattina di maggio del 1910, lo spettacolo di nove re che cavalcavano nel corteo funebre di Edoardo VII d’Inghilterra era così fastoso che la folla – la quale osservava silenziosa, vestita a lutto e piena di reverenza – non poté reprimere un ‘Ah’ di ammirazione.» Un capolavoro di stile letterario, di capacità di ammaliare, di avvincere con le parole e le immagini che solo l’alta scrittura è in grado di evocare. In poche righe è già racchiuso uno degli intenti dell’opera: quello di stimolare la passione per l’argomento rendendolo materiale pulsante di vita. Lo storico Max Hastings, chiudendo la prefazione del suo Catastrofe 1914 ammette il suo debito ideale nei confronti di quest’opera: «Gli studiosi della mia generazione hanno divorato il best seller di Barbara Tuchman, I cannoni d’agosto, pubblicato nel 1962. Fu uno shock, alcuni anni dopo, sentire uno storico accademico respingere quel libro come “irrimediabilmente poco erudito”. Resta comunque uno splendido saggio di storia narrativa […]» Piaccia o no ai cattedratici Barbara Tuchman ha influenzato generazioni di lettori, generando un impatto culturale che è impossibile sminuire. Oggi, se guardiamo al fare storia con onestà intellettuale potremmo essere più volte sfiorati dal dubbio che questa attività sia sufficientemente indistinguibile dal comporre un grande romanzo corale. Barbara Tuchman è quindi una storica nel senso più vivo del termine, ma le sue doti non si limitano al coinvolgimento di un vasto pubblico: a questa capacità unisce rigore, chiarezza espositiva e un rarissimo senso di rispetto nei confronti dei personaggi a cui sceglie, di volta in volta, di dare la parola. Nel suo minuzioso racconto non trovano spazio giudizi tranchant, ardite prese di posizione o la tentazione di sormontare gli eventi per tracciare grandi sistemi di filosofia della storia. Questo compito è volutamente lasciato al lettore, ammesso che se ne voglia sobbarcare l’onere. L’autrice credeva che il suo dovere fosse solo di accompagnare il proprio uditorio, limitandosi, per usare le sue stesse parole, a fargli: «scoprire cosa veramente è successo nella storia.» La miriade di protagonisti del vasto dramma raffigurato, da Joffre a Moltke, da Sir John French a von Kluck è vista da un’angolatura imparziale; le loro scelte, a volte stupide, irrazionali o semplicemente dettate dalle circostanze, sono messe in evidenza con un implicito senso di rispetto, derivante forse dalla comprensione che, come i loro stessi uomini, questi personaggi si trovarono alle prese con sfide e prove troppo più grandi di loro, alle quali non potevano essere preparati. Solo in rare occasioni l’autrice sembra sbilanciarsi in giudizi personali, ma sempre temperando le proprie parole con deliziosa ironia tutta anglosassone: «Niente conforta la mente militare come la massima di un grande generale morto.» Oppure: «Le battaglie morte, proprio come i generali morti, avviluppano le menti militari in un abbraccio mortale, e i tedeschi, non meno di ogni altro popolo, si preparavano per la guerra precedente.» Ne I cannoni d’agosto lo spropositato, tragico destino che incombeva sull’umanità stempera le piccolezze e la goffaggine dei singoli. È come se l’immane peso della tragedia umana delle battute iniziali della Grande Guerra, e gli eventi successivi, assorbissero le singole vicende degli attori principali in una dimensione superiore e autenticamente collettiva. In chiusura sembra quasi di sentire un lontano eco di Tolstoj, avvertibile nel presentimento che ad un certo punto afferra il lettore un attimo prima che Barbara Tuchman gli lasci la mano, proprio alle soglie della battaglia della Marna; cioè quello che vittorie e sconfitte avvengano nonostante – e non a causa – di piani militari o di una leadership militare appesantita dal sussiego. Compito dello storico è tentare comprendere più che giudicare, oppure, qualora la prima azione non sia possibile, limitarsi a rendere testimonianza dell’inesplicabile, ben sapendo che anche in questo caso, nell’estrarre un evento dalle sabbie del tempo, la sua vera essenza è poco più di un miraggio.

Purtroppo I cannoni d’agosto non è così facile da trovare. Il libro non è più in ristampa da diversi anni, nonostante conservi una certa fama, anche tra i non appassionati della materia. Sembra quasi che sia precipitato in una sorta di ingiustificato limbo storiografico. Io stesso ho dovuto recuperarlo, ad un prezzo sanguinoso come una carica alla baionetta contro il filo spinato, presso una disordinata e dimessa libreria della mia città, specializzata in testi – passatemi il termine – démodés. In questo senso l’opera condivide il destino di un’altra pietra miliare ormai relegata nel dimenticatoio: Assalto al potere mondiale di Fritz Fischer. È un peccato, specie se si considera quanto ormai le librerie trabocchino di paccottiglia di bassa lega. Nonostante come studio storico-scientifico sia ormai in larga parte superato, I cannoni di agosto rimane un testo fondamentale sulla Grande Guerra, e non solo. Uscito negli Stati Uniti nel gennaio del 1962, fu un immediato successo nel campo della saggistica storica. Vinse il premio Pulitzer, nonostante i saggi di storia non americana non fossero un genere incluso tra quelli contemplati dall’onorificenza. Rimase nella classifica del New York Times dei libri più venduti per 42 settimane consecutive. Colpì persino il presidente Kennedy, e in maniera così profonda che questi decise di regalarne una copia al primo ministro inglese Harold Macmillan. Robert McNamara, il segretario della difesa degli Stati Uniti, nel suo libro In Retrospect ricorda poi che il presidente americano raccomandò a tutti gli ufficiali del suo entourage e ai membri del Consiglio Nazionale di Difesa di leggere I cannoni di agosto, dicendo loro: «We are not going to bungle into war.» Tradotto: «Non combineremo un casino scatenando una guerra.» Secondo Kennedy gli uomini di stato della sua epoca avrebbero dovuto trarre ispirazione dall’opera di Barbara Tuchman per evitare di commettere gli stessi errori che nel 1914 avevano portato l’Europa in guerra. Dì lì a qualche mese, nell’ottobre del 1962, le convinzioni di Kennedy furono messe direttamente alla prova, quando egli stesso si trovò catapultato nel mezzo della più pericolosa crisi del Novecento. I sovietici avevano deciso di installare rampe missilistiche sull’isola caraibica di Cuba. Per due settimane il mondo parve sul punto di precipitare nel baratro di una nuova guerra mondiale. Alla fine Stati Uniti e Unione Sovietica trovarono un compromesso. Non lo sapremo mai, ma sarebbe bello, per non dire confortante in relazione alla capacità dell’uomo di apprendere dai propri sbagli, che durante quei giorni di estrema tensione, un po’ del buonsenso che portò ad evitare lo scontro nucleare, fosse stato instillato nella condotta dei protagonisti della crisi dalla lettura di un libro di storia che narrava gli eventi del suicidio collettivo di un continente. Per usare le stesse parole di Barbara Tuchman i libri in fondo rimangono: « […] portatori di civiltà. Senza libri, la storia è silenziosa, la letteratura è muta, la scienza è inetta, il pensiero e la speculazione sono ad un punto morto. I libri sono i motori del cambiamento, le finestre sul mondo, i fari eretti nel mare del tempo.» In due parole: sono Vita e Salvezza. Per tutti.

Max Hastings, Catastrofe 1914 – L’Europa in guerra, Neri Pozza Editore, Vicenza, 2014.

Basil H. Liddell Hart, La Prima Guerra Mondiale 1914-1918, Biblioteca Universale Rizzoli, Milano 2006.

Gian Enrico Rusconi, 1914: attacco a occidente, Il Mulino, Bologna, 2014.

Emilio Gentile, Due colpi di pistola, dieci milioni di morti, la fine di un mondo, Laterza, Roma-Bari, 2014.

William Mulligan, Le origini della Prima Guerra Mondiale, Salerno Editrice, Roma, 2010.

Niall Ferguson, La verità taciuta, Corbaccio, Milano, 2002.

Peter Simkins, – Geoffrey Jukes – Michael Hickey, The First World War – The war to end all wars, Osprey Publishing, 2003.

Ian Kershaw, All’inferno e ritorno – Europa 1914-1949, Laterza, Roma-Bari, 2016.