Quando imparerò che uscire dal proprio ufficio è poco saggio, oltre che pericoloso? Equivale spesso all’avventurarsi in un territorio dove le insidie attendono in agguato. Perché rischiare di incappare in grane che, se ti fossi limitato a restare accucciato alla tua scrivania, avresti potuto comodamente evitare? Non lo so, ma è evidente che oggi dalle parti dell’anagrafe-segreteria tira una brutta aria. Sopra la testa della mia collega pare sia sospesa una nera nuvola da impiegati dalla quale scendono pioggia e fulmini: «Ehi, cos’è successo? Perché quell’aria così afflitta?»
Senza degnarmi di uno sguardo la mia compagna di sventura solleva la mano dal mouse e col palmo aperto verso l’alto indica sconsolata lo schermo: «Leggi questa delibera. È pura follia… Questi sono tutti pazzi… Non si possono scrivere simili cazzate! E io dovrei persino pubblicarla? No, io mi rifiuto di fare una cosa del genere!»
Mi basta scorrere poche righe del dispositivo per capire quanto abbia ragione: un simile obbrobrio sconfina molto oltre i limiti, non solo dell’illegittimità, ma della semplice decenza.
Faccio una smorfia, poi, trascinato dal disgusto, quasi senza accorgermene rincaro la dose: «Incompetenza, eccesso di potere, illogicità, contraddittorietà, disparità di trattamento… E da ultimo non sembra nemmeno scritto in italiano. Non c’è che dire, le ha proprio tutte… Ti ricordi quando da precari studiavamo l’illegittimità dell’atto amministrativo per il concorso? Chi ti ha mandato questa roba è riuscito a fondere tutte le casistiche possibili ed immaginabili in un unico testo. Lo avessimo avuto allora come esempio ci saremmo risparmiati la fatica di scrivere appunti…»
La battuta non contribuisce a risollevarle il morale, anzi: «Già, bravo, proprio così…»
«Ma tu glielo hai fatto presente?»
«E come no! Ma secondo te mi ascoltano? E dire che persino un cretino dovrebbe arrivarci!»
Allargo le braccia: «Capisco…» Lì per lì, di fronte a tanta idiozia, l’unica cosa vagamente consolatoria che riesco a dirle è: «Vieni, beviamo un tè…» Una bevanda calda aiuta in molte situazioni, ma non risolve certo tutti i problemi. La mia collega non si lascia distrarre: continua a fissare il contenuto della tazza, come ipnotizzata dai cerchi concentrici che si disegnano in essa ogni volta che picchietta sul bordo con l’indice. Sembra chiedere un responso a una fonte magica che tuttavia rimane silenziosa come per dispetto.
«E adesso cosa faccio?» mi chiede con la più retorica delle domande, quella di chi sa che in ogni caso non otterrà una risposta soddisfacente.
Esasperato faccio spallucce: «Ascolta: la firma è la tua? No. Hai avvertito chi di dovere dei rischi? Sì. Ti hanno fatto capire di farti gli affari tuoi e di ubbidire? Sì. Allora partorisci questa maledetta delibera-mostro e basta. Ognuno convive con la responsabilità dei propri atti: non farti scrupoli per conto terzi. Il 27 del mese lo stipendio ti arriverà lo stesso…» Ma mentre sciorino i cardini della filosofia del menefreghismo e del disimpegno amministrativo qualcosa mi si agita dentro, lasciandomi una vaga sensazione di disagio.

Torno alla mia scrivania pensando che sfoghi simili risuonano con allarmante frequenza nei nostri uffici. La reazione ad una telefonata o ad una e-mail che annunciano l’ennesima idea bislacca da parte dei nostri “capi” spesso sfocia in sbotti di indignazione, lagnanze e piagnistei neanche troppo metaforici. Mi convinco che sotto la crosta ribolle qualcosa di più complesso della dialettica schiavo/padrone. Riflettendoci un po’ su, giungo in primis alla conclusione che la cosa nel suo complesso sia naturale e che verosimilmente rappresenti la normalità in molti altri uffici. In un certo senso rientra nell’ordine delle cose ovunque un apparato tecnico e un’autorità direttiva politica siano costretti a convivere. Si tratta di due entità intrinsecamente portate a scontrarsi. Il primo è il sacro tempio della prassi e della ripetizione meccanica: una specie di catena di montaggio del procedimento amministrativo, dove tutto quanto viene macinato e sputato dagli ingranaggi della burocrazia deve essere già stato fatto in precedenza o incasellato nei dettami di una norma scritta. Meglio se entrambe le cose. La seconda invece è un rutilante branco di sprovveduti a briglia sciolta, cialtroni che la sovranità popolare ha investito con colpevole noncuranza della facoltà di combinare danni sesquipedali a nome suo e del pubblico interesse. E impunemente, per giunta. Velleitario attivismo fuso con la totale inconsapevolezza del proprio infimo valore assoluto: una combinazione insidiosa in condizioni normali, figuriamoci se si pensa che, almeno nominalmente, il primo mondo è sottoposto alla direzione e al controllo del secondo. Per questo motivo l’incontro tra i due avviene all’insegna dell’antitesi, su una linea che ben presto si tramuta in un vero e proprio fronte di guerra.

Ho detto “fronte di guerra”? Forse la chiave di volta è qui. L’espressione non è casuale. Oltre all’ambito della pubblica amministrazione, difficilmente ne esiste un altro dove l’attrito che ho appena descritto emerga in maniera più evidente. Un episodio poco noto della Seconda guerra mondiale può gettare un raggio di luce su alcune dinamiche e costanti che presiedono ad una decisione collegiale alla quale concorre l’azione di più apparati di diversa natura.
Sul finire del maggio 1944 a Mosca si svolse un’importante conferenza presieduta da Stalin. Dopo gli esordi catastrofici nel 1941, superate le prove di Stalingrado e Kursk, le sorti della guerra per l’Unione Sovietica parevano ormai indirizzate verso la vittoria. I tedeschi erano ovunque costretti a difendersi e ora si trattava di decidere dove si sarebbe abbattuto il colpo di maglio della prossima grande offensiva sovietica, e con quali modalità operative. Quello che era certo era che un successo avrebbe spalancato all’Armata Rossa le porte dell’Europa orientale, con le ovvie conseguenze militari e politiche. All’incontro erano presenti tutti i vertici politici e militari dell’URSS. Da una parte il GKO (Comitato di Difesa dello Stato) al gran completo, composto da personaggi quali Molotov e Berija, in pratica dei dilettanti assoluti in materia di strategia, tattica, comando e logistica. Dall’altra parte i membri dello STAVKA, il Comando Generale delle Forze Armate, un organismo che le sanguinose lezioni apprese nel titanico scontro con la Wehrmacht avevano ormai trasformato in uno strumento altamente professionale, capace di orchestrare complesse operazioni pluriarma che coinvolgevano interi gruppi di armate su fronti di migliaia di chilometri. Tra i suoi componenti spiccavano le figure di grandi comandanti e pianificatori come Žukov, Vasilevskij e Antonov. Le cartine srotolate sui tavoli indussero tutti alle medesime conclusioni, a prescindere che a guardarle fossero gli occhi dei politici o dei militari. Dopo la serie di offensive invernali che avevano portato alla liberazione dell’Ucraina e di Leningrado, risultava chiaro che l’Armata Rossa avrebbe dovuto puntare alla liberazione dell’ampio saliente intorno alle città di Minsk, Orša e Mogilëv, vale a dire l’ultima grande porzione di territorio sovietico rimasto nelle mani dei nazisti. Colloquialmente noto come il “balcone bielorusso” si trattava di una vasta zona nel cuore stesso della Russia, presidiata dall’Armeegruppe Mitte, in altri termini la spina dorsale dell’esercito tedesco dai tempi dell’operazione Barbarossa. I sovietici avevano tentato invano di distruggerlo nel 1942 e nel 1943, ma ora sembrava proprio la volta buona.

Fin da subito l’offensiva fu pensata per risultare di proporzioni titaniche. Per l’occasione – che idealmente doveva apparire come un contraltare sovietico all’imminente sbarco in Normandia – si scelse di coinvolgere ben quattro fronti, secondo la terminologia con la quale i russi designavano i gruppi d’armate. La forza da portare in prima linea sarebbe stata mostruosa: 118 divisioni di fucilieri, 6 di cavalleria e 43 corazzate, appoggiate da oltre 5.000 velivoli e dal fuoco di 24.000 cannoni. Ma soprattutto, per la prima volta nella guerra, l’Armata Rossa era quasi interamente motorizzata, grazie agli oltre 70.000 autocarri Studebaker forniti dagli americani. In altri termini, la sua potenza d’urto avrebbe potuto propagarsi molto oltre le fasi iniziali dello sfondamento e causare ripercussioni sul dispositivo di difesa tedesco lungo una profondità di centinaia di chilometri. Stalin manovrava ora le leve di uno strumento bellico micidiale. Ma come doveva essere organizzata l’offensiva? Nel punto nevralgico il Vožd e i suoi servili yesmen volevano un’unica grande spinta lungo una sola direttrice, un mortale pugno corazzato scagliato contro un fianco delle linee della Wehrmacht: insomma, uno sfoggio di forza bruta senza troppi fronzoli o tatticismi.
Il comandante del primo fronte bielorusso, il cui raggruppamento strategico costituiva il fulcro delle operazioni, non era però d’accordo. E nella sala successe una cosa che non accadeva spesso alle riunioni di Stalin: si levò una voce di aperto dissenso, quella di Konstantin Rokossovskij, una delle più brillanti menti militari a disposizione dell’Armata Rossa, di un livello superiore persino a quella di Žukov. Aveva subito capito che la proposta di Stalin, se fosse stata tramutata in ordini operativi, avrebbe comportato grandi rischi e costosi sacrifici per le truppe. La Wehrmacht era malconcia, ma rimaneva pur sempre un avversario temibile, da non prendere sottogamba. E l’Armata Rossa, dopo tre anni di guerra totale, non poteva più permettersi di subire carneficine. Rokossovskij iniziò a esporre il proprio piano, che prevedeva un attacco in due settori distinti del fronte, non uno solo. Stalin lo interruppe: «La difesa deve essere sfondata in un solo punto.» Il generale replicò dicendo che un’offensiva a due direttrici avrebbe confuso il nemico, togliendogli inoltre la possibilità di trasferire truppe da una zona all’altra. Un solo attacco poteva essere arrestato – o rallentato – col rischio di esporre l’aggressore ad una controffensiva sui fianchi. La dottrina militare tedesca annoverava parecchi esempi di quella manovra che i generali chiamavano “Schlag aus der Nachhand”, ossia “manrovescio”. A Char’kov, esattamente due anni prima, era andata proprio così: due intere armate sovietiche lanciate incautamente in un assalto frontale erano state annientate in modo spaventoso. Dei 700.000 uomini partiti dalle loro posizioni, solo 20.000 erano riusciti a salvarsi dalla controffensiva tedesca. Stalin tuttavia non volle sentire ragioni e invitò Rokossovskij ad accomodarsi in una stanza adiacente per rivedere il suo punto di vista. Il generale si ritrovò solo nel silenzio di un piccolo, squallido ufficio del Cremlino. Un orologio segnava le 10 e 20 di sera. Ma più rifletteva, più si convinceva che la ragione era dalla sua parte. Quando la porta si aprì e Rokossovskij venne riammesso alla riunione, tutti si aspettavano che ritrattasse.
«Ci avete pensato su, generale?»
«Sì compagno Stalin.»
«Significa che sferreremo un solo attacco?»
«Compagno Stalin, sarebbe più opportuno fare due attacchi…»
Hitler, di fronte al dissenso dei suoi generali, esplodeva in teatrali attacchi di collera che contenevano raffiche di minacce. Stalin invece era solito rimanere impassibile. In ogni occasione riusciva a mantenere sempre una calma glaciale. Il terrore che incuteva nasceva non dal sapere di cosa fosse capace, ma dal fatto che non ci fosse modo di saperlo. Spesso non pronunciava che poche, taglienti parole. Era esattamente questo atteggiamento che atterriva i suoi interlocutori. Il despota, senza alzare gli occhi dalla mappa dispiegata davanti a lui, con un’esortazione lapidaria rispedì Rokossovskij a riflettere: «Uscite e ripensateci ancora una volta, compagno generale. Non siate ostinato.»
Rokossovskij si trovò di nuovo solo nella solita stanzetta. Ad un certo punto entrarono Malenkov e Molotov. Il primo era un importante membro del Politburo, il secondo il commissario per gli affari esteri, ma parlarono come avrebbero fatto due tirapiedi di un capo della malavita: «Non dimenticate dove siete e con chi state parlando. State dissentendo dal compagno Stalin.» Lo ammonì Malenkov. «Dovete acconsentire. È l’unica cosa da fare.» Aggiunse Molotov.
Rokossovskij era l’ultima persona alla quale occorreva rammentare le possibili conseguenze alle quali si stava esponendo. Nell’agosto del 1937 era stato tratto in arresto dall’NVKD con l’accusa – del tutto infondata – di essere una spia al soldo dell’intelligence polacca e giapponese. La moglie e la figlia furono immediatamente mandate in esilio. Rokossovskij invece venne rinchiuso nella prigione di Kresty, vicino a Leningrado, e lì torturato. Per ben due volte inscenarono una finta fucilazione prelevandolo al mattino dalla sua cella. Poi gli aguzzini della polizia segreta gli strapparono le unghie e infierirono a martellate sulle estremità delle dita. Conclusero il trattamento fracassandogli nove denti. Nonostante tutto, il generale fu tra i fortunati che sopravvissero alla “purga dei militari”: venne rilasciato nel maggio del 1940, senza nessuna spiegazione. Dopo lo smacco subito nella guerra contro la Finlandia nell’inverno del 1939-40, l’Armata Rossa aveva un disperato bisogno di ufficiali validi, e l’abilità di Rokossovskij adesso faceva comodo. Per tutto il resto della vita Rokossovskij portò con sé una pistola. Il motivo, come confessò in una lettera alla figlia Ariadne, era semplice: fosse caduto di nuovo in disgrazia, non lo avrebbero preso vivo.
Davanti a Stalin per la seconda volta, Rokossovskij si sentì rivolgere la stessa domanda:
«Allora, cosa è meglio: due attacchi deboli o un solo attacco forte?»
«Due grandi attacchi! – Oba udara glavnye!»
A questo punto nella sala riunioni calò di nuovo il silenzio. Stalin si avvicinò al suo generale e gli appoggiò una mano sulla spallina. Molti immaginarono che gliela avrebbe strappata. Invece il Vožd, impressionato dalla determinazione di Rokossovskij, decise di fidarsi cambiando la propria idea. Concludendo con le parole dello storico inglese Chris Bellamy nella ricostruzione di questo episodio è proprio il caso di affermare: “I prepotenti rispettano il coraggio”.

L’offensiva sovietica, ribattezzata “Bagration” fu un successo clamoroso. Rimane una delle più gigantesche e importanti battaglie della storia e insieme una delle meno note, almeno in proporzione alla sua scala. In termini di forze impiegate, unità nemiche distrutte e conseguenze politiche, fece sembrare la quasi contemporanea “Overlord”, lo sbarco in Normandia, un’operazione secondaria. Oltrepassando la Beresina in due punti, l’assalto a più direttrici di Rokossovskij fu determinante nel far crollare come un castello di carte l’intero fronte orientale. La Nona armata tedesca, nel tentativo di contenere l’ala destra del primo fronte bielorusso, si sciolse nel fuoco e nell’orrore della battaglia. La Quarta riuscì in qualche modo a divincolarsi dalla presa dell’Armata Rossa e a ripiegare verso occidente pur pagando un prezzo spaventoso tra morti e feriti: lasciò infatti sul campo l’80% dei suoi effettivi. La Terza panzer schierata a difesa di Vitebsk morì semplicemente sul posto, schiacciata da quattro armate sovietiche che la colpirono a entrambi i fianchi causando l’annientamento totale di due dei tre corpi di cui era composta. Nemmeno a Stalingrado così tante unità della Wehrmacht avevano subito un crollo così repentino ed una sorte così atroce. In soli due mesi le perdite tedesche toccarono la spaventosa cifra di 450.000 tra morti, feriti e prigionieri. L’ecatombe coinvolse persino i vertici: dieci generali furono uccisi e altri 21 catturati. Il 17 luglio oltre 50.000 prigionieri, o per meglio dire sopravvissuti, laceri e ancora sotto shock, furono fatti sfilare per le vie di Mosca, tra ali di folla che lanciavano sputi e insulti, in una grottesca celebrazione che sembrava uscita dalla fantasia di un sovrano del tardo impero romano. In breve, Bagration fu la più grande disfatta nella lunga storia dell’esercito tedesco. Come conseguenza, in capo a pochi mesi, i russi fecero un balzo di 600 chilometri arrivando alle porte di Varsavia e instaurando una dominazione sull’Europa orientale che cessò di esistere solamente 50 anni più tardi, con la caduta definitiva dell’URSS. I fatti dimostrarono che Rokossovskij non si sbagliava: due assalti erano meglio di uno.

Continuo a chiedermi cosa spinse Rokossovskij ad opporsi ad un ordine palesemente sbagliato, proveniente da un’autorità dispotica, poco meno che dilettantesca dal punto di vista della professionalità militare, e che esercitava un potere basato sulla forza della paura, non sul prestigio e l’autorevolezza. Perché tanta testardaggine? Difficile dire. Una simile fermezza potrebbe in primo luogo essere fondata su di un radicato orgoglio di casta e di mestiere. La Rivoluzione, abolendo i gradi e i privilegi degli ufficiali, aveva in origine tentato di estirparlo, salvo poi ritornare sui suoi passi e ripristinare le vecchie gerarchie di fronte alle difficoltà della guerra civile prima e dell’invasione nazista poi. Anche nel pericoloso contesto dell’URSS di Stalin, l’esperienza, il senso critico e le competenze del coraggioso Rokossovskij continuavano a suggerirgli che un unico assalto frontale sarebbe potuto fallire: era esattamente quanto i tedeschi si aspettavano, mentre un doppio aggiramento, sebbene più rischioso, avrebbe portato a maggiori probabilità di successo. Si comportò quindi da professionista, facendo ciò che fanno i veri professionisti: quello che è giusto secondo i canoni dell’arte che padroneggiano, e pazienza se la cosa non compiace ai desideri di un capo. Questa coerenza, se accoppiata ad una certa forza d’animo, conferisce alle loro azioni una tempra ideale che difficilmente si piega di fronte alle convenienze personali o alla supina acquiescenza dettata dalla paura di eventuali spiacevoli conseguenze. Accanto a questo aspetto non deve essere stata secondaria nemmeno una convinzione di semplice buon senso: quanto più Bragation avesse avuto successo, tanto meglio sarebbe stato per tutti, Rokossovskij compreso. Se l’attacco singolo di Stalin avesse incontrato difficoltà, molto difficilmente il dittatore se ne sarebbe assunto la responsabilità, che invece sarebbe ricaduta sui sottoposti. Legata a questa ipotesi come conseguenza diretta vi è poi un’ultima considerazione. Non è da escludere l’intento da parte del generale di risparmiare le vite dei propri soldati, anche se questo cozza contro il cliché del comandante sovietico della Seconda guerra mondiale. Rokossovskij era un uomo estremamente intelligente e pragmatico: sapeva che per l’Armata Rossa, dissanguata da mille battaglie, il tempo delle vittorie a tutti i costi era finito. Le risorse umane della Russia erano enormi ma non infinite. Dopo aver perso e sacrificato – spesso inutilmente – milioni di uomini, ora bisognava risparmiare questo capitale in via di esaurimento, altrimenti la guerra sarebbe presto finita per mancanza di reclute da vestire con una divisa. Soprattutto, Rokossovskij non possedeva la spietata brutalità di Žukov, famoso per aver candidamente confessato una volta ad Eisenhower che: «Quando le nostre truppe si imbattono in un campo minato avanzano come se non esistesse. Le perdite le consideriamo come effetti del fuoco nemico.»

Cosa ci può suggerire la storia di Rokossovskij? All’apparenza ben poco, in realtà parecchio. Certo, non siamo che umili impiegati di un derelitto comunello di infime dimensioni: le decisioni che prendiamo o, meglio, l’azione politica che siamo chiamati a tradurre in realtà conformandola alle norme amministrative è molto lontana dal lasciare un’impronta sui destini del mondo. Non comandiamo alcuna armata campale né portiamo sulle nostre spalle il destino di migliaia di vite altrui. Siamo meno di una nota a margine nel grande libro della Storia. Eppure, anche la nostra vicenda umana e professionale condivide una tenue affinità con quella di Rokossovskij. Esattamente come lui, anche noi siamo spesso soli nel silenzio di un ufficio, senza alcun aiuto o voce in grado di fornirci un valido supporto o un termine di paragone vagamente attendibile. E oltre i muri delle pareti, là nella grande sala riunioni, attorniato da uno stuolo di perfetti, inutili buffoni, scalpita un capo che imperterrito continua a martellarci chiedendoci: “Un grande attacco!”, mentre noi sappiamo che l’agire corretto è “due attacchi”. Spesso avvertiamo quanto sia difficile rispondere: “Oba udara glavnye!”, come sarebbe giusto fare. È in queste occasioni che ci sentiamo risucchiati in un turbine di forze contrapposte alle quali dobbiamo opporre la fatica di confrontarci. L’ergersi brandendo il coraggio delle proprie idee o il flettere la schiena per compiacere il potente di turno; l’incerto senso di ciò che è giusto o sbagliato; l’istinto di obbedienza di chi non desidera che tirare a campare o l’autoaffermazione del titano che nasce da quel poco (o tanto) di individualismo insito in tutti noi. Come muoversi dunque? In che modo posizionarsi nei confronti di chi, di volta in volta, ci costringe ad una reazione? Si tratta di una domanda importante. Ne va del nostro essere, perché questa continua, sfibrante, lotta definisce i confini ed il valore non solo della nostra professionalità ma di buona parte del nostro io. Non so quanto sia giusto, ma credo sia la realtà. Le regole non scritte del nostro mondo del lavoro presuppongono la presenza di un docile esercito di automi alienati che operano esclusivamente per realizzare gli scopi e il profitto dell’apparato di appartenenza. Per questo motivo, sempre più spesso, fuggiamo da noi stessi come dal nostro peggior nemico: la nostra identità viene a coincidere unicamente con il nostro ruolo, e questo non è un bene. Dovessi giudicare da quello che vedo attorno a me, le persone comuni che realizzano sé stesse per mezzo del lavoro sono estremamente poche, non perché non ne abbiano la capacità, ma perché la possibilità che ciò avvenga è negata alla base dalla struttura nella quale sono incasellati. È il sistema che lo impone. Non ci sono Mario, Luigi, Luca o Giovanni. Ma l’impiegato di questo o quell’ufficio, il ragioniere, l’avvocato, il geometra o l’operaio di questo o quel reparto. Quante volte al telefono non mi presento con il mio nome ma anteponendo la carica che ricopro all’interno del Comune? E all’inverso, quanti altri fanno lo stesso con me porgendomi un biglietto da visita? Mettiamoci pure il cuore in pace: non ci saranno rivoluzioni, né miracolosi ribaltamenti di sensibilità. Il mondo del lavoro continuerà ad essere brutale, privo di senso e spersonalizzante come è adesso. Anzi, potremo dirci fortunati se non continuerà a peggiorare. Tuttavia, anche in questo cimitero dei sentimenti possiamo trovare una piccola nicchia di dignità resistendo al confine estremo dei nostri ruoli: colorando di responsabilità, decoro professionale e intelligenza i “sì” e i “no” che le circostanze o la coscienza ci impongono di pronunciare di fronte ai prepotenti e a chi crede che tutto sia consentito. In generale ai tanti che credono che il potere necessiti solamente della volontà di essere esercitato.