«Se riesci a far innamorare i bambini di un libro, o due, o tre, cominceranno a pensare che leggere è un divertimento. Così, forse, da grandi diventeranno dei lettori. E leggere è uno dei piaceri e uno degli strumenti più grandi della nostra vita.»

Roald Dahl

 

L’idea circolava nella vulcanica mente di Roald Dahl già molto prima del 1982, anno in cui l’editore Jonathan Cape di Londra diede alle stampe quella che insieme a “La fabbrica di cioccolato” rimane la sua storia più amata e famosa. A rivelarcelo sono alcune parole contenute nei suoi “Ideas Books”, una serie di quaderni dove l’autore annotava pensieri e appunti che successivamente ampliava, trasformandoli in veri e propri racconti compiuti:
The man who captured and kept |in bottles| – ideas from the brain | – pieces of knowledge | – jokes | (BFG) | I saw them thrashing around furiously | in their jars. | But when do you get your patients [?] | – People like you |- oh dear. | I was let out again in the end, but as you can see he took most of my knowledge, thoughts etc. … | as you can see I’m quite dotty. | (Big Friendly Giant)
“So”, he said, “from the dreams and the wishes of children, The Big Friendly Giant makes his secret magic powders. And when the powders are ready, he stores them in small wooden barrels at the back of the cave. Each barrel has with a label on it giving the name of the powder.”
È proprio qui che per la prima volta compare la figura abbozzata di un Grande Gigante Gentile capace di catturare i sogni e conservarli in barattoli di vetro per poi soffiarli di notte nelle camere dei bambini. Più tardi Dahl iniziò a raccontare la storia alle proprie figlie. Arrivò persino ad immedesimarsi completamente nel personaggio partorito dalla sua fantasia: di sera era solito appoggiare una scala al muro esterno di casa e arrampicarsi fino al davanzale della camera dei suoi piccoli. Davanti ai loro occhi stupefatti estraeva allora una lunga canna di bambù e faceva finta di soffiare i buoni sogni dalla finestra. Il prossimo passo venne naturale: mettere la storia del GGG sulla carta…

È notte fonda. Nel dormitorio dell’orfanotrofio la piccola Sofia non riesce a chiudere occhio. Nell’edificio regna un silenzio assoluto. È l’Ora delle Ombre, quando tutti gli umani giacciono addormentati, e gli esseri oscuri tengono il mondo in loro possesso. Mossa dalla curiosità, Sofia si alza, si avvicina alla finestra e getta un’occhiata all’esterno. Nel chiarore argenteo della luna ogni cosa appare spettrale. Improvvisamente il suo sguardo si imbatte in una sagoma scura ed enorme che avanza a scatti lungo la via, nascondendosi nelle rientranze tra le case. È un gigantesco individuo avvolto in un lungo mantello nero. In una mano porta una valigia, nell’altra regge una tromba lunga e sottile. Per un istante i due si fissano negli occhi. Sofia è stata scoperta! Impaurita corre a rintanarsi tra le coperte ma ormai è tardi: il gigante la rapisce dal lettino e la porta nella sua caverna nel desolato Paese dei Giganti. «Pre… prego, non mi mangi…» balbetta la piccola, una volta deposta sulla tavola. «Solo perché io è un gigante, tu pensa che io è un buongustoso canniballo?» No certo, le apparenze a volte ingannano. E Sofia è stata fortunata: il GGG – il Grande Gigante Gentile – parlerà pure in modo stravagante, ma è vegetariano, a differenza degli altri nove giganti suoi simili, come il Ciuccia-budella, il Trita-bimbo o il più terrificante di tutti: l’Inghiotticicciaviva. Tutte le notti questi mostri carnivori galoppano nel mondo degli uomini per ingozzarsi di dozzine di quelli che loro chiamano “popolli”.

Sofia è indignata da tanta crudele malvagità: in qualche modo bisogna fermare questi esseri. È allora che il GGG con la sua bizzarra parlata apre uno spiraglio sugli aspetti più ambigui e sfumati di ciò che crediamo sia il male. La sua essenza non potrebbe ridursi ad una semplice questione di prospettiva?
«Tu non dimentica» l’interruppe il GGG «che tra i popolli c’è tanta gente che scompare di continuo, anche senza che i giganti se li ciuccia. I popollani si fa fuori l’un l’altro molto più spesso di quanto i giganti li divora».
«Ma gli uomini non si mangiano reciprocamente» disse Sofia.
«Anche i giganti non si mangia tra loro» disse il GGG. «E loro nemmeno si uccide! I giganti non sarà educati, ma non si uccide tra loro E neanche i cocodrindilli si uccide l’un l’altro, e i gattini non uccide gli altri gattini».
«Però i topi sì».
«Sì, ma lascia stare i loro concugini. I popolli della terra è i soli animali che uccide i suoi concugini».
«E i serpenti velenosi non si uccidono tra loro?» chiese Sofia. Cercava disperatamente di trovare qualche altro essere che si comportasse male quanto l’uomo.
«I serpenti verminosi non si uccide tra loro» disse il GGG. «E neanche gli animali più feroci, come le tigri e i rinocerotti. Nessuno di loro uccide il suo concugino. Ha tu mai pensato in questo?»
Sofia non rispose.
[…]
«Ma i popollani si imbudella tutto il tempo tra loro, si sparacchia coi fucili e va sugli aeropalmi per tirarsi bombe sulla testa ogni settimana. I popollani uccide per tutto il tempo gli altri popollani».
Aveva ragione. Era evidente che aveva ragione, e Sofia lo sapeva. Stava cominciando a chiedersi se davvero gli uomini fossero migliori dei giganti.
[…]
«Gli uomini non hanno mai fatto loro nulla di male».
«E’ quello che dice ogni giorno anche il porcellino Dice: “Io non ha fatto mai nulla di male agli uomini e allora, perché loro mi mangia?»
«In effetti…»
«I popolli inventa regole che gli va bene, ma sue regole non va bene al porcellino. Chiaro o scuro?»
«Chiaro» ammise Sofia.
«Anche i giganti inventa regole, e le sue regole non va bene ai popolli. Ognuno fa regole che va bene solo a sé stesso».
L’ultima parola però è di Sofia:
«Ma lei non è d’accordo che quei bruti di giganti mangino ogni notte gli esseri umani, vero?»
«No» rispose decisamente il GGG. «Un chiaro non basta per due scuri…»

L’indignazione morale alla fine vince sul senso comune e spinge i giusti alla rivolta. Non esiste un sistema di pensiero in grado di rendere accettabile la sofferenza inflitta gratuitamente agli inermi. Già, ma come fare ad opporsi alla brutale forza di nove giganti alti più di venti metri e in grado di correre alla velocità della luce? Sofia non è che un’orfanella di otto anni e lo stesso GGG è il più piccolo tra i suoi “colleghi”: «Io è un nano, un povero rachitico. Sette metri e venti, al Paese dei Giganti è uno sputo!». Ma se ai buoni possono fare difetto i muscoli, non è certo così per altre qualità decisamente più importanti. Sofia è una ragazzina intelligente e piena di fantasia: non casualmente il suo nome in greco significa “sapienza, sapere, saggezza”. Il GGG invece è un abile cacciatore e artigiano dei sogni. Conosce la strada per il Paese dove vivono e, grazie alle sue grandi orecchie, è capace di sentirli, di catturarli con il suo infallibile retino, e addirittura di combinarli tra loro a piacimento. Perché non unire le forze? Sofia escogita quindi un piano. Sfruttando la smisurata collezione di sogni conservata nella caverna del GGG, e la sua maestria nel manipolarli, i due fabbricheranno un “troglogoblo”, uno spaventoso incubo che soffieranno direttamente nella stanza della regina d’Inghilterra. Nel sogno dovranno esserci i mostri mangia-uomini, un gigante gentile desideroso di fermarli e alla fine una piccola bambina seduta sul davanzale della camera reale. Al risveglio, la regina troverà Sofia seduta tra le tende di fronte a sé, proprio come nel sogno. Si convincerà che tutto è reale e metterà a disposizione il suo esercito per catturare i giganti. Sulle prime il GGG appare pavido ma l’entusiasmo della sua piccola amica finisce presto con il contagiarlo. Il piano verrà messo in atto e riuscirà fortunosamente, grazie alla prontezza di spirito del GGG e di Sofia, i quali saranno determinanti nell’ingannare lo stupido Inghiotticicciaviva quando le cose saranno sul punto di prendere una brutta piega. I nove bruti alla fine saranno legati alla pancia di nove elicotteri, trasportati in Inghilterra e imprigionati in una fossa profonda dove, invece dei “popolli”, si ciberanno per sempre dei disgustosi “cetrionzoli”, l’unico repellente vegetale che cresce nel Paese dei Giganti.

La storia appare come un piccolo, grazioso miracolo di essenzialità, semplicità e naturalezza. Eppure, dietro alla sua apparente linearità, riesce incredibilmente ad essere molte cose allo stesso tempo: tenera, truculenta, ironica, poetica, avventurosa, comica, leggera e portatrice di significati profondi. Il suo sviluppo corre su un equilibrio perfetto, come per tutte le grandi fiabe. Corre… sì, è proprio questo il termine esatto. L’impressione è che gli occhi scivolino sulla pagina e che il libro, una volta iniziato, finisca troppo in fretta. Si viene trascinati verso l’inevitabile conclusione da un ritmo narrativo impetuoso, senza respiro, ma tuttavia misurato, trattenuto, e perfettamente naturale. Il GGG di Roald Dahl è come un grande fiume, con la sua corrente placida solo in apparenza, lanciato verso il suo destino – il mare – visibile ed ineluttabile sin dal principio. L’effetto credo possa essere uno solo: una volta giunti all’ultima pagina non si può evitare di avvertire la puntura di spillo della delusione che tutto sia finito tanto in fretta. È esattamente quanto provai da piccolo, la prima volta che lessi il libro. Mano a mano che si assottigliava il patrimonio di pagine da leggere, sentivo aumentare il mio rammarico per l’imminente conclusione. Solo i grandi libri gettano su di noi questo terribile incantesimo, simile a quello nel quale ci avvolgono certi amori: quello di catturarci completamente per poi lasciarci subito dopo, da soli e con un vago senso di tradimento.

Quanto sono insulse le classificazioni con le quali frammentiamo l’universo che siamo soliti racchiudere nel termine “letteratura”. Potreste entrare in un milione di librerie di ogni parte del mondo e in un ognuna di esse, sareste certi di trovare il GGG di Roald Dahl nel reparto dedicato ai bambini. È il modo migliore per sminuire il valore assoluto di questo libro. In realtà, tendendo bene l’orecchio, in questa piccola gemma è possibile avvertire lo stesso spirito e gli stessi echi della più alta letteratura inglese, e forse mondiale. Non mi riferisco al paragone più immediato e spontaneo che verrebbe in mente, quello nei confronti di Charles Dickens e delle sue storie aventi per protagonisti bambini innocenti e poveri, attorniati da pessimi adulti. Certo, questa componente è presente in Dahl, spesso come situazione di partenza. In questo caso l’autore stesso sembra giocarci, quando ad un certo punto nel libro ci regala un attimo di suprema ironia: il GGG confessa a Sofia di aver imparato a leggere e a scrivere da autodidatta, grazie ad un volume sottratto dalla camera di un bambino: il “Nicholas Nickleby” di un certo “Dahl Chickens”. Il legame con i classici, con le vette dello scrivere e dell’immaginazione, è invece altrove: risiede nel sonno e nei sogni. Tutto il libro fluttua in questa dimensione onirica. Il deus ex machina della storia sembra Sofia, ed in un certo senso è giusto affermare che lo sia, ma ad uno sguardo più attento il vero motore sono proprio i sogni. L’autore ci dà un indizio della loro importanza sin dal principio. Un’opera letteraria è spesso come una serie di scatole cinesi, e le sue prime pagine assomigliano ad un frattale narrativo. In pratica sono un libro nel libro: in esse l’autore definisce tematiche e toni su cui lavorerà sviluppando tutto il resto. È così anche per il GGG. Rileggiamone l’incantevole incipit percorso da una sottile inquietudine:
“Sofia non riusciva a prendere sonno.
Un raggio di luna che filtrava tra le tende andava a cadere obliquamente proprio sul suo cuscino.
Nel dormitorio gli altri bambini sognavano già da tempo. Sofia chiuse gli occhi e rimase immobile tentando con tutte le sue forze di addormentarsi. Ma niente da fare.”

Sin dai suoi primordi nell’ottavo secolo la letteratura inglese mostra una sorprendente affinità con i sogni. Pensate alla “Historia ecclesiastica gentis Anglorum” di Beda il Venerabile, quando si racconta la storia del poeta Cædmon. Pensate soprattutto ai molti capolavori di Shakespeare che ruotano attorno alla dialettica sonno/sogno/vita/morte: il Sogno di una notte di mezz’estate, Riccardo III, Misura per misura, Romeo e Giulietta, e naturalmente il Macbeth e l’Amleto. Inevitabile citare il celeberrimo monologo del principe di Danimarca:
«To die, to sleep–
To sleep–perchance to dream: ay, there’s the rub,
For in that sleep of death what dreams may come
When we have shuffled off this mortal coil»
Oppure La Tempesta, dove Prospero pronuncia forse le più belle parole del teatro di tutti i tempi:
«We are such staff as dreams are made on
And our little life is rounded with a sleep.»
E infine Macbeth:
«Sleep that knits up the ravelled slave of care, the death of each day’s life….»

E ora sentite le assonanze del GGG, e la serietà delle sue argomentazioni abilmente dissimulate sotto il bislacco gobblefunk che parla:
«Le genticchie va matte per dormire. Tu ha mai pensato che un uomo perde in camicia a dormire, se ha cinquant’anni, circa venti anni della sua vita?»
«In effetti non mi era mai passato per la mente» ammise Sofia.
«Sarà il caso che ti passa» consigliò il GGG.
«Pensa un po’: quell’uomo in camicia che dice che ha cinquant’anni, ne ha passati venti a dormire senza capire niente, senza fare niente, senza pensare a niente!»
[…]
«E io?» chiese Sofia. «Io ne ho otto…»
«Tu non ha otto» disse il GGG, «I babà e i babbini degli uomini passa la metà della loro vita a dormire, così tu ha solo quattro».
«No, no ho otto!» protestò Sofia
«Tu pensa che ne ha otto» disse il GGG, «ma tu ha passato solo quattro anni della tua vita con gli occhietti aperti. E allora non ha che quattro anni e non contracariarmi…»

Ma le relazioni con il resto della letteratura anglosassone non finiscono qui: è possibile spingersi oltre e citare il Circolo Pickwick di Dickens nella figura di Joe, il “fat boy” che si addormenta di continuo e all’improvviso. O le Confessioni di un mangiatore d’oppio di De Quincey. O i racconti di Poe. O Alice nel Paese delle Meraviglie di Carroll. O il Finnegans Wake di Joyce. E l’elenco contiene solo i riferimenti diretti, quelli in cui è il testo ad avere per oggetto i sogni. L’incredibile è che nella letteratura l’equazione può essere ribaltata: capita a volte che siano i sogni ad essere i creatori del testo. Il poemetto Kubla Khan di Coleridge, pur essendo un brevissimo frammento, ne è un esempio perfetto. I suoi 52 versi sono quanto rimane della trascrizione di un sogno dell’autore. Simile discorso per il Dottor Jekyll e il Signor Hyde di Stevenson, la cui cellula originaria è una visione onirica sperimentata dall’autore in uno stato febbrile. Il GGG di Roald Dahl, non solo per il tema in sé, ma anche per semplice affinità delle circostanze, appartiene di diritto a questa prestigiosa categoria. Vi ricordate dell’autore stesso arrampicato al davanzale della camera delle figlie, con una canna di bambù soffia-sogni in mano?

Giunti sin qui, potremmo persino spingerci oltre nel discorso, e allargare lo sguardo al campo dell’intera letteratura occidentale. Gli antichi accordavano un’importanza decisiva ai sogni e al mistero che li circondava. Credevano che traessero origine dagli dèi, dai demoni o dai defunti. In virtù della loro presunta provenienza da una realtà esterna e superiore alla dimensione terrena dell’esistenza i sogni assumevano la valenza di veri e propri messaggi in grado di influenzare le azioni dei viventi o di disvelare il futuro. Questa visione mitica si riversa nella letteratura e attraversa i poemi omerici emergendo con potenza nel sogno ingannatore che Zeus invia ad Agamennone o nella previsione di Penelope nel XIX canto dell’Odissea. Ma pur in mancanza di basi scientifiche e culturali in grado di spiegare il sonno e i sogni da un punto di vista fisiologico o psicologico, la sensibilità classica non tardò ad elaborare spiegazioni alternative, o più affini al pensiero moderno, come saremmo tentati di dire. Il medico Ippocrate credeva che durante il sonno la mente continuasse la sua attività e così facendo fosse la causa involontaria dei sogni. Più tardi, il filosofo Platone fu un convinto sostenitore della natura interiore dei sogni, se nel Timeo sostenne con una buona dose di poesia che: «Il sogno è l’azione dell’immaginazione nel sonno.» E lo storico Erodoto, muovendosi sulla stessa linea, ipotizzò che i sogni fossero sfocati riflessi dei pensieri che l’uomo sperimenta durante la veglia, in pratica niente di più che specchi appannati della realtà. La via verso Hoffmann, Thomas Mann, Strindberg, Kafka – per tacere di Freud, con il principio che il sogno sia l’appagamento allucinatorio di un desiderio represso – venne tracciata allora. Da fenomeno sovrannaturale l’attività onirica venne ricondotta alla sfera dell’umano, diventando una torcia per scandagliare gli aspetti più profondi dell’identità personale. Il GGG tuttavia sembra strizzare l’occhio alla prima interpretazione. Nella fiaba di Roald Dahl i sogni sussistono al di fuori dell’animo umano; sono entità a sé stanti, simili a sfuggenti animali rari che solo il Grande Gigante Gentile è in grado di catturare per farne dono ogni notte ai bambini. Questa finzione narrativa avvicina il GGG al mito medievale di Sandman, il personaggio del folklore nordico che porta i sogni soffiando polvere magica sugli occhi dei dormienti. Non mi addentrerò oltre, sovraccaricando il libro di significati che forse non ha e nemmeno pretende di avere. Mi basta aver dimostrato che il GGG è a pieno diritto inserito all’interno delle tematiche di una tradizione letteraria millenaria che è patrimonio comune di tutti noi.

Il GGG di Roald Dahl in essenza resta una storia magica e ammaliante. L’affermazione è evidente di per sé stessa, e in quanto tale sussiste al di fuori di ogni tentativo di spiegazione. La sua grandezza risiede proprio nella palese inutilità di ogni tentativo esterno di dimostrarne il valore. Ha senso affannarsi a provare la bellezza del sole o del mare? No. Possiamo solo goderne i benefici effetti. Lo stesso per il GGG. E per convincervi vorrei ora raccontarvi cosa ha significato per me questo libro. Tornate all’inizio e rileggete la citazione in esergo. Fatto? Bene, ora abbiate la pazienza di ascoltarmi…

Ci sono quasi tremila libri intorno a me, mentre scrivo queste parole nella mia camera. Alcuni sono così grandi e pesanti che per leggerli devo sfilarli lentamente dal loro scaffale e appoggiarli sulla scrivania con entrambe le mani. Altri invece sono minuscoli volumetti tascabili che quasi stanno sul palmo di una mano. La maggior parte però ha dimensioni normali. Tutti godono di ottima salute, anche quelli più vecchi. Certo, qualcuno è malconcio, ma la colpa non è dovuta alla mia incuria: si tratta di libri che in origine non appartenevano a me. Tuttavia, da quando me ne sono appropriato con avidità, le loro condizioni non sono peggiorate, il che non è poco. Eh sì, li tratto proprio tutti bene, non c’è che dire: niente pagine spiegazzate, né copertine rabberciate alla bell’e meglio col nastro adesivo. Le sottolineature – quando ci sono – sono fatte a matita. Discrete, rispettose, chirurgiche. E rigorosamente tracciate con una “H” da disegno tecnico. Fine e quasi invisibile: in altre parole perfetta! Per il libro immagino sia come un delicato solletico. L’evidenziatore è strumento degno di Attila e Genserico, non trovate?

Se ora foste qui con me, ve li presenterei volentieri, i miei piccoli. A prescindere dai vostri gusti personali penso che ne trovereste più d’uno col quale stringere amicizia. Ce ne sono infatti per tutti i gusti: storia, poesia, arte, filosofia, sport, fumetti, gialli, videogiochi, romanzi, antologie di racconti, manuali, e molto altro ancora… Possiedo persino un libro che in realtà non è un libro, ma un salvadanaio a forma di libro! Mi piace pensare che questi oggetti di carta non siano solamente i mattoni che formano la mia libreria, ma elementi che costituiscono la mia casa tanto quanto i mattoni veri e propri, quelli che formano i muri. Un momento: ho detto “mia libreria”? Uhm, forse la definizione è un po’ imprecisa. E soprattutto egoistica.

In tutta onestà devo ammettere che una parte del mio patrimonio è ereditata: si tratta dei volumi comprati da mio nonno e dai miei genitori. Autentici cimeli che, di trasloco in trasloco, hanno finalmente trovato riposo sulle mie mensole. Moltissimi non li ho nemmeno letti. Come dire… non ho mai intrattenuto rapporti con loro, né d’altra parte intendo farlo. Li ospito (buttare un libro è un crimine orrendo) ci convivo, li tollero, ma non ci parlo. Un po’ come si fa con un vicino di casa antipatico. Eppure sono importanti. Sin da piccolo li ho sempre avuti accanto: senza di loro difficilmente mi sarei avvicinato alla lettura. Accanto ad essi – e sono la maggior parte – ci sono i volumi che ho comprato di persona negli ultimi vent’anni. Per loro ho un debole. Sono quelli che ho letto con più passione e che continuo a rileggere per interesse, piacere personale o per scrivere a mia volta. Pennac ha ragione: il quinto diritto del lettore è quello “de relire”. Scrivere di un argomento equivale sempre a salire sulle spalle dei grandi che ne hanno trattato prima di noi, per tentare di vedere un po’ più in là. Lettura e scrittura sono un circolo che si autoalimenta, sapete?

Infine – ed è qui che volevo arrivare – disseminati qua e là negli angolini della mia camera, ci sono i libri che mi sono stati regalati quando ero bambino. Non sono tantissimi, ma formano la più antica parte del mio regno, quella alla quale sono più visceralmente legato: tra di essi ci sono i grandi patriarchi della primigenia foresta di carta e inchiostro dove amo vivere. Se tutta la mia libreria è una gigantesca cattedrale, caratterizzata da una caotica commistione di stili, esistono delle chiavi di volta attorno alle quali si è sviluppato tutto l’edificio? Esiste una piccola aliquota di libri attorno alla quale ho affastellato – idealmente, si intende, ma nemmeno troppo… – tutti gli altri? Ci sono mattoni originari posti a fondamenta? Secondo me sì, e di uno in particolare sono in grado di dirvi anche il nome. Si tratta di un libro meraviglioso regalatomi nell’infanzia; esperienza che spero sia capitata anche a tutti voi. Non c’è bisogno che vi dica di più, se non il titolo. Di lui avete appena letto tutto quello che ho da dire. È il GGG, di Roald Dahl…