Girando per le librerie capita a volte di scorgerlo. Bisogna sforzarsi un poco, perché non è uno di quei volumoni scenografici che catturano immediatamente l’attenzione con le loro dimensioni. Di solito lo si trova semi-nascosto nella sezione dedicata alla filosofia, dove le sue trecento pagine scarse lo fanno sembrare un semplice separatore tra la mole del “Leviatano” di Hobbes e quella del “Saggio sull’intelletto umano” di Locke. Perdipiù, le copertine delle varie edizioni sono sempre piuttosto neutre; quando va bene c’è il ritratto dell’autore a tutta pagina: un distinto signore vestito alla moda del Settecento con parrucca e redingote, cosa che non fa altro che renderlo ancora più anonimo. Eppure, questo libro all’apparenza così dimesso, contiene alcune delle idee più pericolose che il pensiero della civiltà occidentale abbia mai prodotto. Sto parlando del “Contratto sociale” di Jean-Jacques Rousseau.

Per giustificare un’affermazione così decisa, occorre prima di tutto spendere qualche parola sui contenuti dell’opera. La base di partenza è il tentativo di delineare a livello politico-sociale i tratti costitutivi di uno Stato democratico e le dinamiche della società civile, toccando argomenti cardine della sensibilità illuminista come la proprietà, il diritto, la rappresentanza e la partecipazione. Quello di Rousseau non è ovviamente il primo intelletto a cimentarsi in questa prova. Nel 1762, anno della pubblicazione dell’opera, il filosofo ginevrino è già in buona compagnia: Grozio, Hobbes, Locke, Montesquieu sono solo alcuni dei grandi pensatori che si sono dedicati a questo tema. Come i suoi predecessori anche Rousseau muove dalla convinzione della natura contrattualistica della società. L’essenza e l’origine del vivere civile risiedono nella stipula di un patto tra governati e governanti. Questo patto però è poco meno che un atto di forza (“leonino”, secondo la definizione di Rousseau) in quanto fondato sulla legge del più forte e non sul diritto. Per Rousseau diviene quindi necessario introdurre un secondo contratto sociale (di qui il titolo dell’opera), più sofisticato, stipulato sulla base della legittimazione e del diritto. L’ingresso in questa nuova fase non è un atto puramente formale e senza conseguenze: il cittadino deve rinunciare a tutto e metterlo in comune con tutti. Solo facendo in questo modo potrà mettersi nella condizione di riacquistare successivamente quanto ceduto. “Enfin chacun se donnant à tous ne se donne à personne, et comme il n’y a pas un associé sur lequel on n’acquière le même droit qu’on lui cède sur soi, on gagne l’équivalent de tout ce qu’on perd, et plus de force pour conserver ce qu’on a.” Rousseau è quindi convinto che la reciprocità leale ed assoluta tra i contraenti del patto costituisca la garanzia migliore per salvaguardare i diritti di ognuno. All’interno di questo recinto ideale, l’uomo assume quindi il ruolo che Rousseau definisce di “sujet”, ossia “soggetto”, termine volutamente ambivalente che contiene in sé un’accezione attiva (soggetto in quanto creatore stesso della società) e passiva (soggetto in quanto sottoposto alle leggi che egli stesso ha creato). A questo punto, creata una nuova forma di società, il motore di tutto diviene la “volontà generale”. Con questo termine Rousseau non intende, come verrebbe da pensare, un orientamento collettivo sorto a seguito dell’espressione di una maggioranza, inteso cioè in un’accezione puramente quantitativa. Al contrario, la volontà generale nasce dalla sintesi delle singole volontà particolari di coloro che concorrono a formarla. Il suo valore trascende la semplice somma dei propri elementi costitutivi e, soprattutto, è orientato al bene comune. Il carattere olistico di questa visione è evidente: il tutto risulta superiore alla mera somma delle parti che lo compongono. Alla formazione della volontà generale Rousseau sottende un aspetto fondamentale, ossia il rifiuto di ammettere l’esistenza di partiti o di associazioni, poiché gli appartenenti ad un ipotetico schieramento sarebbero portati a votare secondo delle direttive imposte da un leader e non in piena coscienza. E chi non è d’accordo? Nel caso di una simile eventualità Rousseau è categorico. Il dissenso non è ammesso, in quanto il portatore di una visione non in linea con la volontà generale sarebbe per definizione una pericolosa minaccia per l’intero corpo sociale. Non vi può essere alcuna tolleranza: chi si oppone deve essere corretto e ricondotto nell’ambito dell’assemblea.

Schema della società immaginata nel "Contratto sociale"

Il Contratto sociale è ovviamente un trattato molto complesso, tuttavia i suoi elementi costitutivi sono quelli che ho appena abbozzato. A questo punto però, anche solo con questo piccolo bagaglio di conoscenza, perfino il lettore più innocente dovrebbe avere ormai intravisto i lati oscuri celati tra le pieghe di una simile visione delle dinamiche socio-politiche. Il mondo come lo vorrebbe Rousseau poggia su fondamenta astratte, ottimistiche al limite dell’ingenuità e, soprattutto, non ospita al proprio interno il benché minimo spazio per il dissenso, anche il più ragionevole e moderato. Libertà e diritto vi giocano un ruolo fondamentale, ma al di sopra di essi pare sempre di scorgere il severo ed inquietante fantasma della virtù. La volontà generale stessa, in ultima analisi, va intesa come virtù in azione.
Fissare un astratto valore filosofico-politico del Contratto è un compito assurdo e tutto sommato fine a sé stesso. È invece molto più interessante tentare di inquadrare la portata concreta dell’influenza di questa opera e vedere come uomini in carne ed ossa abbiano declinato nella pratica le tesi in essa contenute. Ed è qui che si spalancano le porte dell’inferno. In primo luogo, bisogna ammettere che la risonanza delle idee di Rousseau fu enorme. È sufficiente leggere alcuni articoli della dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino dell’agosto 1789:

  • Art. 6 – La Legge è l’espressione della volontà generale. Tutti i cittadini hanno diritto di concorrere, personalmente o mediante i loro rappresentanti, alla sua formazione. Essa deve essere uguale per tutti, sia che protegga, sia che punisca.
  • Art. 10 – Nessuno deve essere molestato per le sue opinioni, anche religiose, purché la manifestazione di esse non turbi l’ordine pubblico stabilito dalla Legge.
  • Art. 17 – La proprietà essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previo un giusto e preventivo indennizzo.

A soli 27 anni dalla pubblicazione del contratto sociale e con la Rivoluzione francese appena agli inizi, appare già evidente che i componenti dell’Assemblea nazionale, nel formulare molti dei principi della loro dichiarazione, avessero in mente soprattutto Rousseau.  Nel luglio del 1793, con l’ascesa dei giacobini, si passò velocemente dalle formulazioni astratte alla pratica. Robespierre, il più influente membro del Comitato di salute pubblica, il quale non faceva mistero di ammirare il filosofo ginevrino, fece precipitare la Francia nel cosiddetto periodo del “Terrore”. Chiunque, a torto o a ragione, fosse sospettato di essere una minaccia per lo Stato, una volta al cospetto del Tribunale rivoluzionario, non poteva aspettarsi la minima clemenza. Al culmine del regime si arrivò addirittura ad abolire la figura degli avvocati difensori e l’obbligo di fornire prove documentali o testimoniali. In meno di un anno vennero giustiziati – solo per citare i personaggi più famosi – Maria Antonietta, il duca d’Orléans, Brissot, i leader dei foglianti Jean Sylvain Bailly, astronomo e primo sindaco di Parigi, Antoine Barnave, Duport-Dutertre e Lavoisier, il fondatore della chimica moderna. Il 28 luglio 1794, quando lo stesso direttore di questa sanguinaria danse macabre, fu costretto a salire i gradini del patibolo, la contabilità dell’orrore aveva già oltrepassato la spaventosa cifra di 35.000 morti. La previsione del liberale inglese Edmund Burke, formulata già nel 1790, si era avverata con incredibile precisione: la radicale demolizione delle istituzioni tradizionali compiuta in nome di criteri tanto astratti sarebbe necessariamente sfociata in un’oligarchia e in ultimo nella dittatura militare di un generale.

L’intransigente incapacità (filosofica, prima che politica) di tollerare il dissenso, l’identificazione dell’avversario (o presunto tale) con una mortale minaccia da annientare senza pietà saldata alla pretesa, da parte di chi detiene il potere, di sapere con certezza cosa fosse giusto per la collettività, non rimasero confinati nella storia della Rivoluzione francese. Quasi ogni altra rivoluzione successiva, fino ai totalitarismi del XX secolo, riproporrà in qualche modo gli stessi tratti. La famosa espressione di Pierre Victurnien Vergniaud, girondino ghigliottinato nel 1793: «La Rivoluzione è come Saturno: divora i suoi figli», è più di un’intelligente osservazione, ma una terribile costante della storia che, almeno fino ad oggi, ha trovato ben poche smentite.
Ovviamente sarebbe sciocco attribuire colpe dirette a Rousseau. Molto difficilmente avrebbe potuto immaginare ciò che sarebbe successo e men che meno prevedere la mutazione che le proprie idee avrebbero subito nel lungo periodo. Schiere di politologi, filosofi e storici si sono dilaniate, e in parte continuano ancora oggi a farlo, in infiniti dibattiti sull’influenza delle teorie esposte nel Contratto sociale durante il periodo del Terrore. Ognuno adduce buone ragioni e con la propria ricerca illumina di volta in volta una parte della verità, senza però dare l’impressione di inglobarla nell’interezza di un’analisi imparziale. Credo che Hegel e più recentemente Hanna Arendt e Jacob Talmon siano coloro che più di tutti abbiano compreso le radici profonde del totalitarismo democratico. I loro oppositori hanno spesso affermato che il Terrore fosse giustificato dallo stato di necessità in cui si trovava la Francia in quel periodo, minacciata da nemici esterni ed interni. C’è indubbiamente del vero in questa affermazione, ma la ferocia e le dimensioni del massacro orchestrato al suono della truculenta Marsigliese sono tali da lasciare ammutolito chiunque ancora oggi getti il proprio sguardo su quel periodo. Il nodo molto probabilmente è destinato a non essere mai del tutto sciolto. Alla fine di ogni discussione, ciò che di sicuro rimane è lo sgomento del constatare gli effetti della spaventosa, tremenda forza distruttiva contenuta nelle idee e negli oggetti dove sono racchiuse: i libri.

Niall Ferguson, Occidente. Ascesa e crisi di una civiltà, Mondadori, 2011.

Jean-Jacques Rousseau, Il contratto sociale.

Edmund Burke, Riflessioni sulla Rivoluzione in Francia.