Il guaio del nostro tempo è che il futuro non è più quello di una volta…

Paul Valéry

Difficile che nel mettere piede in una libreria non abbia già le idee ben chiare. Il desiderio scolpisce l’obiettivo nella mia mente giorni prima, anche se lì per lì all’apparenza non sembrerebbe. Mi aggiro per gli scaffali con l’aria fintamente spaesata, contemplo copertine (alcune sono autentiche opere d’arte e di design commerciale), guardo i dorsi dei volumi inclinando la testa di tre quarti, a scatti, come un pappagallo sul trespolo. Nel frattempo individuo il mio acquisto. Lo sfilo dalla mensola, lo soppeso, lo ripongo dov’era e passo oltre soddisfatto, facendo finta di niente. Al termine del mio rito, mi avvicino alla cassa, nella zona dove orbitano i commessi. «Scusi, cerco “……” di “……” Non è che lo avreste?» A volte mi sento in colpa per questa pantomima ma, quando si tratta di libri, adoro essere servito. Adoro soprattutto crogiolarmi al bancone in un’attesa che so destinata a venir premiata con l’oggetto dei miei desideri, che vedrò portato dal malcapitato che ho subdolamente mandato in missione. La gioia che ne ricavo è un po’ infantile – lo concedo – ma sono fatto così.

Un paio di settimane fa, tuttavia, il mio cerimoniale nel tempio della sapienza e della curiosità intellettuale si è interrotto. Mi sono precipitato nella sezione filosofia e ho cercato nervosamente tra la “H” di Hegel e la “N” di Nietzsche. Pochi attimi e… eccolo! Il mio infallibile scanner visivo funzionava ancora alla grande. Un libretto di un centinaio scarso di pagine, in brossura, delle edizioni economiche Laterza. Sei euro e mezzo per un oggettino dal potenziale dirompente come quello di una testata nucleare. Ed era mio. Ora non mi restava che uscire dalla libreria cercando di mantenere la calma. Sono sgattaiolato alla cassa come un delinquente. Ho appoggiato il libro sotto la fessura alla base della lastra di plexiglas che le contorsioni della psiche umana hanno eretto a difesa dall’assalto del coronavirus. Nel mentre pensavo all’inutilità di tutte le grandi barriere della storia, dal Vallo di Adriano alla Maginot. Persino la Grande Muraglia non ha mai fermato nessuno. «Contanti o carta di credito? Ha la tessera?» Il commesso non ha battuto ciglio, di questo sono sicuro. Mentre registrava il pagamento i suoi muscoli facciali non hanno tradito un sussulto, né un moto di sorpresa di fronte all’inaspettato. Pericolo scampato. Chissà che mi credevo: che sarebbero scattati gli allarmi e che una luce rossa calata dall’alto mi avrebbe isolato dagli altri clienti? Paranoie mie, di uno che vede il mondo senza ironia di oggi con le proprie lenti deformanti. Ormai siamo nel 2021: certi libri te li scodellano con nonchalance, come l’ultima paccottiglia di autori che non cito per non incorrere in denunce. Come cambiano i tempi. Anni fa comprare il Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich Engels, equivaleva al farsi fare una radiografia politica di fronte a chi te lo vendeva. Oggi non è più così, ed è in fondo un bene. Segno che è tempo di (ri)leggere questo libro con altri occhi, scoprendone la sorprendente valenza letteraria e allo stesso tempo traendo insegnamenti dalla storia che ne è all’origine e che ha generato.

Il primo ad accorgersi che il Manifesto, al di là di essere il vangelo di una rivoluzionaria visione storica, politica e sociale, fosse anche un testo scritto dannatamente bene fu un certo Ludovico Silva. Questo sconosciuto poeta-filosofo venezuelano nel 1971 condensò in un saggio intitolato “Lo stile letterario di Marx” la sua ammirazione per le indiscutibili qualità formali del Manifesto. In tempi più recenti un arguto articolo di Umberto Eco apparso sull’Espresso dell’8 gennaio 1998 riprese l’analisi del teso marxiano sotto un profilo simile. Noi, molto più modestamente, vedremo di tratteggiare un contesto attorno ad esso. Innanzitutto, le basi: ognuno sa come inizia il Manifesto. Si tratta di uno degli incipit più famosi di tutti i tempi: «Uno spettro si aggira per l’Europa – lo spettro del comunismo. Tutte le potenze della vecchia Europa, il papa e lo zar, Metternich e Guizot, i radicali francesi e i poliziotti tedeschi, si sono unite in una crociata e in una caccia spietata contro questo spettro.» A spectre is haunting Europe! È il febbraio del 1848 e siamo a Londra. I fantasmi sono una componente viva nell’immaginario della gente, specie nei paesi anglosassoni, e molto più di quanto non avvenga oggi. Pensate: il romanzo gotico è nel suo pieno sviluppo; in America Edgar Allan Poe è ancora vivo; Charles Dickens solo qualche anno prima, nel 1843, ha pubblicato il suo celeberrimo “Canto di Natale” e di lì a poco, darà alle stampe anche “The Haunted Man”, in italiano “Il patto col fantasma”. Indipendentemente dall’argomento, iniziare così è un colpo di genio. Non solo Marx fa subito breccia nella fantasia del lettore, ma lo fa giocando sul filo di un tono apocalittico e allo stesso tempo ironico. Tutto il Manifesto è percorso da questi espedienti narrativi: l’autore sbozza un’immagine a cui segue un’esposizione argomentata e soprattutto chiara, lineare, rigorosa, tendente all’essenziale. Dopo aver impressionato, si espone un concetto con il minore numero di parole possibili mirando nel contempo alla facilità di comprensione. Marx, da grande giornalista e saggista quale era, si rivela un maestro nell’impiego di questa tecnica cinematografica applicata alla scrittura.

Il primo capitolo, intitolandosi “Borghesi e proletari”, ci getta già di peso nel cuore del pensiero di Marx. Anch’esso inizia con una frase scolpita nel marmo, forse altrettanto icastica di quella della sezione introduttiva: «La storia di ogni società umana sinora esistita è la storia delle lotte di classe.» Secondo Marx la dinamica che presiede al divenire storico è un manicheismo caratterizzato sin dall’origine da una perpetua, spietata lotta tra le diverse classi sociali di una società per il possesso dei mezzi di produzione e l’accumulo di capitale. «Libero e schiavo, patrizio e plebeo, barone e servo della gleba, mastro artigiano e garzone, in breve oppressori e oppressi…» Il prevalere di un corpo sociale in un determinato frangente implica l’asservimento dell’altro. L’attualità del 1848 non è differente, anzi. La conflittualità è addirittura esplosa, a causa dell’ascesa di una nuova classe che per dinamismo, sete di dominio e spregiudicatezza si è rivelata in grado di portare questo meccanismo di sfruttamento a livelli senza precedenti. Questo nuovo attore è la borghesia. Con un’abile mossa retorica Marx si mette quindi ad elencare gli effetti della sua azione rivoluzionaria. La borghesia cerca nuovi sbocchi per i propri prodotti e nel farlo scardina le società che tenta di asservire al proprio dominio economico. Dove giunge la sua azione tutto muta. Le sue armi? Merci, ferrovie, progresso tecnico, scientifico, pressione politica e culturale, persino attraverso una nuova letteratura mondiale. È questa «l’artiglieria pesante con cui essa abbatte tutte le muraglie cinesi…» ci dice Marx tra l’ammirato e lo spaventato. L’elogio riecheggia il seducente discorso di Lucifero nel Paradiso Perduto di Milton. Sappiamo che a parlare è una forza del male, ma le sue parole sono così ispirate da conquistarci. Non c’è forza maggiore al mondo di un’argomentazione convincente. Ma è a questo punto, quando tutto sembra perduto e il lettore sul punto di rassegnarsi, che Marx ribalta la situazione e ci rassicura: «Le armi con cui la borghesia ha abbattuto il feudalesimo si rivolgono ora contro la stessa borghesia. Ma la borghesia non ha soltanto forgiato le armi che le arrecheranno la morte, ha anche generato gli uomini che impugneranno quelle armi – gli operai moderni, i proletari.» È questa nuova forza, immensa, priva di ogni ricchezza eccetto la propria prole, che Marx investe col compito di cambiare il corso della storia mandando in frantumi una volta per tutte il circolo vizioso dello sfruttamento di classe. Generata nel seno stesso della società capitalistica, questa sterminata massa d’urto, inizialmente tenuta divisa dai borghesi per essere impiegata in vista dei loro fini, acquisirà consapevolezza della propria forza e spezzerà le proprie catene. Marx chiude il capitolo con un’altra immagine lugubre ma tremendamente efficace: «[la borghesia] produce anzitutto i propri becchini. Il suo tramonto e la vittoria del proletariato sono egualmente inevitabili.»

Il secondo capitolo, come è facile supporre, è per intero dedicato a proletari e comunisti, ad una loro definizione e ai rapporti reciproci. Anche in questa parte il Marx letterato sale in cattedra e con un altro colpo da maestro inizia sì a descrivere i comunisti, ma dal punto di vista dei loro nemici. Sembra quasi di vederlo indossare la tonaca da avvocato e mettersi a difendere il suo assistito al tribunale della rispettabilità borghese. Volete davvero abolire la proprietà privata? – grida l’accusa. Non dite assurdità! – risponde la difesa. La proprietà è un istituto in continua trasformazione, al punto che tale processo è la norma storica. E poi, scusate, voi cosa avete fatto durante la Rivoluzione francese? Non avete forse abolito a vostro favore la proprietà e i rapporti feudali? E ancora, provate a riflettere meglio sul termine: «[…] nella vostra società la proprietà privata è soppressa per nove decimi dei suoi membri; anzi; essa esiste proprio per il fatto che per i nove decimi non esiste. Voi ci rimproverate dunque di voler abolire una proprietà che ha per condizione necessaria la mancanza di proprietà per la stragrande maggioranza della società. In una parola, voi ci rimproverate dunque di voler abolire la vostra proprietà. È vero: è quello che vogliamo.» E le donne? Voi comunisti volete mettere in comune anche quelle? Assolutamente no! Lo state già facendo voi borghesi! Sfruttate le vostre mogli e, non contenti, anche quelle degli operai nelle fabbriche! Quello che vogliamo noi è «[…] abolire la posizione delle donne come semplici strumenti di produzione.» E come la mettiamo con la Patria? Non potete negare che vogliate la sua distruzione! Accusa alla quale Marx replica: «Gli operai non hanno patria. Non si può togliere loro ciò che non hanno. Ma poiché il proletariato deve conquistarsi prima il potere politico, elevarsi a classe nazionale, costituirsi come nazione, è anch’esso nazionale, benché certo non nel senso della borghesia.»

I due brevi capitoli che chiudono il Manifesto sono un po’ più pesanti e ostici alla lettura. Qui il Marx politologo non può fare a meno di emergere in tutta la sua levatura dottrinale quando si mette ad analizzare – o per meglio dire fare a pezzi – i precedenti socialismi “non scientifici”, in particolare quello reazionario, quello conservatore o borghese di Proudhon e quello critico-utopistico di Saint-Simon, Fourier e Owen. È il punto del Manifesto dove maggiormente si percepisce il fuoco dell’acredine polemica, in maniera forse altrettanto forte che nella critica alla società borghese. Come tutte le religioni si scagliano più contro gli eretici che contro gli infedeli, anche il marxismo, in quanto religione politica, riserva un odio particolarmente feroce nei confronti dei propri deviazionisti. Del resto, senza divisioni interne la sinistra non potrebbe essere la sinistra. Sia come sia, il Manifesto si chiude come è iniziato: memorabilmente con uno slogan roboante che è insieme un anatema per i suoi nemici e una speranza sulla certezza dell’avvento del riscatto degli oppressi: «Tremino pure le classi dominanti davanti ad una rivoluzione comunista. I proletari non hanno nulla da perdervi fuorché le loro catene. E hanno un mondo da guadagnare. Proletari di tutti i paesi, unitevi!»

Il Quarto Stato

Un grande scrittore. Un profeta visionario in grado di parlare alle masse. Un eccelso, ancorché feroce polemista. Prima ancora di essere un grande pensatore Marx è tutto questo. Eppure gli inizi del giovane Marx non sono certo incoraggianti. Figlio di un facoltoso avvocato di Treviri, Karl è quella che oggi definiremmo una testa calda. Durante gli anni universitari a Bonn, tra una lezione e l’altra dei fratelli Schlegel, viene risucchiato nella goliardia e nel velleitario spirito di rivolta delle Burschenschaften, trovando persino il modo di finire in prigione per ebbrezza e schiamazzi notturni. Un’altra volta rischia di perdere l’occhio sinistro in un duello fra studenti. Compra una pistola ed è oggetto di un’inchiesta della polizia per detenzione illegale di armi. Anche con la penna e l’inchiostro non è un granché. In quel periodo, imbevuto di cultura romantica, scrive alcune delle più orrende poesie mai uscite da una mente umana, almeno a detta degli sfortunati ai quali ha la sfrontatezza di propinarle. Sarebbe rimasto un oscuro smandrappato; la svolta, rappresentata dall’incontro con la filosofia di Hegel, ne fa invece un famoso smandrappato. Marx se ne innamora, come testimonia una lettera al padre dell’autunno del 1837. Il motto “Ciò che è razionale è reale, ciò che è reale è razionale” e il processo dialettico illuminano la mente del futuro profeta del comunismo. Hegel rappresenta ancora oggi uno dei giganti assoluti del pensiero occidentale. Basta il solo nome ad ispirare un sacro timore reverenziale in chi gli si accosta. Senza conoscerlo – stavo per scrivere “capirlo” ma è cosa impossibile – non è possibile nemmeno conoscere Marx.

Per Hegel il reale coincide con la razionalità e tutto ciò che di concreto accade nel mondo lo fa perché deve necessariamente accadere. L’essere è, perché deve essere. E la meccanica con la quale si manifesta dinamicamente è dialettica, ossia un incessante dipanarsi su un ritmo tripartito formato da una tesi, una antitesi e una sintesi che in qualche modo comprende in sé le sue premesse. A sua volta, la sintesi diventerà tesi di una nuova antitesi, che darà origine ad una nuova sintesi, e così via all’infinito. In tutto questo processo la filosofia assurge al ruolo di massima espressione della razionalità e del pensiero umano, in quanto comprende e colloca la realtà esattamente nel punto in cui è e, necessariamente, deve essere. La sua è però una funzione giustificatrice alla quale Hegel non attribuisce la possibilità di trasformare o di modificare la realtà. L’hegelismo è conservatorismo e giustificazionismo, due prodotti in fondo tipici della mentalità tedesca. Ma più di ogni altra cosa, l’opera di Hegel è l’ultimo grande tentativo da parte della filosofia occidentale di incasellare in maniera definitiva l’intera realtà nelle maglie di un sistema onnicomprensivo, in grado di spiegare e giustificare ogni cosa. Hegel stesso – non certo un modello di umiltà – era convinto di essere venuto per chiudere la storia della filosofia iniziata con Platone: dopo di lui non sarebbe rimasto più nulla da scoprire o modificare nel campo del pensiero umano. Marx rimane affascinato da tanta potenza intellettuale, e nello stesso tempo vi vede il grimaldello per scardinare l’opposizione di reale e ideale su cui si fondavano le cattedrali filosofiche innalzate da Kant e da Fichte. Scrive il giovane Karl: «bisogna cercare l’idea nella realtà stessa. […] Se prima gli dèi avevano abitato sopra la terra, ora sono diventati il suo centro.» Tradotto in termini pratici: non basta più lo studio della filosofia; il pensiero va abbinato alla storia e all’economia politica. La dialettica hegeliana viene dunque fatta propria dal marxismo, che se ne serve come piedistallo per la costruzione di un sistema in cui l’evoluzione della realtà non avviene secondo schemi meccanicisti. Il passato periodo feudale, l’attuale capitalismo borghese e la futura società comunista diventano rispettivamente la tesi, l’antitesi e la sintesi della dialettica storica. Hegel viene mantenuto nell’impostazione, ma rovesciato e depurato delle sue componenti ideali come i concetti di Spirito e di Assoluto: i soggetti del divenire diventano così fattori materiali come l’economia e le forze produttive. Il materialismo storico-dialettico è il tentativo operato da Marx di superare il proprio maestro, affermando che cambiare il mondo col pensiero si può e si deve. Sarà esattamente quanto gli succederà, anche se non nei tempi e nei modi che gli sarebbero piaciuti.

Mosso da questo intento messianico, Marx inizia a girovagare per l’Europa. Nel 1843, quando è ancora in Germania, ma già in procinto di spiccare il salto, sposa la bellissima Jenny von Westphalen. Le farà fare sette figli e una vita infernale. Allora come oggi, le donne paiono irrimediabilmente attratte da tipi molto poco raccomandabili. Nel 1844 Marx e consorte sono a Parigi, dove incontrano Friedrich Engels, che diventerà il grande amico della loro vita. Un anno dopo, espulso dal governo francese su istigazione di quello prussiano, Marx è costretto a fare le valige e rifugiarsi a Bruxelles, dove scrive “L’ideologia tedesca”, un altro testo sacro della sua dottrina che nel frattempo sta prendendo una forma sempre più definita. In esso storia, economia e analisi della società si saldano in una visione all’insegna del materialismo. Sempre in questo periodo scrive le “Tesi su Feuerbach”, undici brevi proposizioni che rappresentano l’atto di nascita della filosofia della prassi, cioè il superamento della teoria attraverso l’impegno alla trasformazione rivoluzionaria. L’undicesima tesi, quella conclusiva, vale per tutte: «I filosofi hanno finora solo interpretato diversamente il mondo; ma si tratta di trasformarlo.» Più chiaro di così… Sono i clamorosi rivolgimenti che scuotono il mondo stesso a offrigli l’occasione di provare le sue teorie. Nel 1848, un anno prima del suo trasferimento a Londra, nella capitale del mondo capitalistico esce il Manifesto. Ma soprattutto l’Europa è scossa dalla più grande ondata di rivoluzioni dai tempi del crollo dell’Ancien Régime. Contro i governi reazionari instaurati una trentina d’anni prima dal Congresso di Vienna, si ribellano in sequenza la Sicilia, Napoli, Milano, Parigi, Berlino, la Polonia, l’Ungheria. È la primavera dei popoli e, proprio come la primavera, durerà uno spazio di tempo ristretto ed effimero. Nel 1849 sarà già tutto finito. L’Italia si ritroverà uguale a sé stessa, solo con uno Statuto Albertino in più, ma comunque frazionata e asservita all’Austria. Poco dopo, nel 1852 la Francia – che in quegli anni continua ad essere il laboratorio politico del continente – vedrà addirittura la proclamazione di un secondo impero, dopo il colpo di stato di Luigi Napoleone Bonaparte, il nipote del grande generale, che Victor Hugo non manca di soprannominare sprezzantemente “Napoleone il piccolo”. La grande rivoluzione proletaria non arriva, ma Marx non dispera. Dalla sua parte sente di avere la storia, intesa come un processo che non avrebbe potuto avere altro sbocco che il socialismo. Nella sua casa in Dean Street a Soho continua a scrivere, studiare, raccogliere dati in attesa del grande evento. Nel 1864 viene fondata la prima Associazione Internazionale degli Operai. Nell’indirizzo inaugurale Marx scrive: «Le classi operaie devono capire i misteri della politica internazionale, vigilare sugli atti diplomatici dei loro rispettivi governi, opporsi ad essi all’occorrenza con tutti i mezzi in loro potere, e, se non possono fermarli, coalizzarsi per denunciare tali attività e rivendicare le semplici leggi della morale e del diritto che dovrebbero regolare i rapporti superiori fra le nazioni come i rapporti degli individui.» Nel 1867 esce il primo libro del Capitale. Un monolite in quattro volumi, che nella sua forma intera vedrà la luce solo postumo. Un’analisi scientifica, circostanziata, rigorosa della società capitalistica, e – sia detto in nota – totalmente illeggibile. In questo manuale il messianesimo del Manifesto lascia il posto ad una fredda disamina a tutto campo dei mali del capitalismo. Nel frattempo, le condizioni economiche della famiglia si fanno sempre più precarie. I Marx per tirare a campare sono costretti a dipendere dagli articoli che Karl invia al New York Daily Tribune e dalla generosità di Engels. La storia, nel frattempo, continua a divertirsi in complicate giravolte e spargimenti di sangue degli uomini in battaglia e sulle barricate. Gli anni Sessanta sono occupati dalla Guerra civile americana che vede Marx schierarsi a favore di Lincoln e contro gli insorti del Sud. Nel 1871 l’esperimento rivoluzionario della Comune di Parigi viene soffocato in un terrificante bagno di sangue dalle truppe governative di Thiers e di Mac-Mahon. Marx ne è così sconvolto che di getto scrive “La guerra civile in Francia”, un libro che anticiperà tematiche in seguito sviluppate in “Stato e Rivoluzione” da Lenin. Dall’altra parte della Manica, in Inghilterra, il sistema parlamentare è più saldo che mai. Tra il 1848 e il 1913 il salario giornaliero dei lavoratori raddoppia, in spregio alle ferree leggi del Capitale. Il paese dove secondo Marx le contraddizioni del capitalismo sono più forti e, in quanto tali, destinate ad esplodere con violenza, si incammina lungo la via opposta: quella di un socialismo moderato, realizzato pragmaticamente per gradi e, soprattutto, rispettoso dell’ordine borghese. La Fabian Society, nella quale confluiranno personaggi come George Bernard Shaw, i coniugi Woolf, Herbert George Wells, Bertrand Russell, sarà la massima espressione di questa tendenza che porterà alla fondazione del partito laburista britannico. Il dogma marxista sullo scoppio della rivoluzione nei paesi dove il capitalismo è più radicato sembra non funzionare. Gli inglesi sembrano anticipare la battuta che pronuncerà più tardi il grande economista John Maynard Keynes: «Il capitalismo non è intelligente, non è bello, non è giusto, non è virtuoso e non mantiene le promesse. In breve, non ci piace e stiamo cominciando a disprezzarlo. Ma quando ci chiediamo cosa mettere al suo posto, restiamo estremamente perplessi.» Il 14 marzo 1883, alle due e quarantacinque del pomeriggio, quando Marx si addormenta sulla sua poltrona per non svegliarsi mai più, la rivoluzione del proletariato non è ancora arrivata. Bisognerà attendere altri 34 anni per vederla finalmente scoppiare nel paese più lontano ed impensato del mondo. Quel paese è la Russia appena liberatasi dal giogo dell’autocrazia zarista. Alla prova dei fatti, il nuovo sistema non tarderà ad essere tutto fuorché il paradiso dei lavoratori in terra. Questa drammatica sfasatura tra intenti dichiarati e realtà effettiva sarà una costante. Il comunismo, ovunque si incarnerà concretamente, lo farà sotto forma di regimi autoritari e oppressivi che segneranno l’apice della violenza dello Stato sull’uomo, portando sulle loro spalle il fardello della responsabilità di decine di milioni di morti. Nondimeno, la sua carica ideologica e la sua visione politica saranno una delle forze decisive che modelleranno il volto del XX secolo a livello mondiale.

Che cosa dunque non ha funzionato? Perché un ideale di emancipazione e fraternità universale si è manifestato nel suo esatto opposto? Il sistema era valido ma è stato tradotto in pratica malamente? O la dottrina era viziata all’origine e per anni gli attuatori si sono incaponiti a tradurre in realtà un qualcosa che la logica delle forze economiche – e forse la stessa natura umana – indicavano come palesemente irrealizzabile? Difficile rispondere, ma leggendo il Manifesto è comunque possibile tentare di arrivare ad una spiegazione generale. In primo luogo la società duale, addirittura binaria, in esso tratteggiata è una stilizzazione troppo semplicistica: sia in relazione al tutto rappresentato da una società ottocentesca nella sua interezza, sia rispetto alla ripartizione stessa. I corpi sociali di allora non si risolvevano unicamente in una borghesia e in un proletariato messi necessariamente in rotta di collisione da immanenti forze storiche. Le strutture di uno Stato erano molto più complesse e dai confini più sfumati. Pensando in questi termini, Marx esclude importanti componenti quali il mondo delle professioni tecniche ed intellettuali, gli apparati burocratici in continua espansione e le infinite gradazioni presenti all’interno del mondo del commercio e dell’artigianato. Secondariamente, è altrettanto fallace ritenere che borghesia e proletariato siano entità monolitiche, sorrette da interazioni interne che sembrano sussistere quasi naturalmente, al di fuori cioè del tempo e delle strutture sociali. La coesione di un gruppo non è un qualcosa di innato ma una sovrastruttura artificiale che si genera faticosamente da processi sociali e dall’organizzazione, la quale a sua volta spinge all’azione politica a seconda della sua natura. In questo contesto, aumentando gli ingrandimenti del microscopio ideale col quale è possibile osservare una determinata classe, si nota come in essa le differenze costituiscano la norma e l’uniformità l’eccezione. Le linee di faglia che vediamo innervarsi passano su territori come quelli della nazionalità, delle confessioni religiose, delle dottrine politiche. I concitati giorni che precedono lo scoppio della Prima guerra mondiale, con il loro esaltato clima di “Union sacrée” e “Burgfrieden”, dimostrano quanto il proletariato fosse più sensibile al richiamo del nazionalismo che a quello dell’internazionalismo socialista. Per questi motivi falliscono in sequenza la Prima Internazionale, la Seconda e la Terza. Gli interessi di classe cedono il passo di fronte alle rivalità nazionali; i sentimenti patriottici e il localismo si dimostrano più forti della devozione ideale ad un gruppo sociale ed economico. Ma all’elenco di tutti fattori divisivi manca forse il principale: l’uomo è soggetto al meccanismo della concorrenza, intendendo il termine nella sua accezione più ampia. È questa forza a rendere la totale cooperazione di classe praticamente impossibile. L’esempio più calzante riguarda le proteste dei primi operai uomini agli albori della Rivoluzione industriale quando videro entrare nelle fabbriche donne e bambini. Ai loro occhi questa nuova immissione di forza lavoro rappresentava un pericolo e una minaccia poiché i nuovi arrivati, essendo pagati di meno, minacciavano la loro posizione di lavoro, per quanto precaria. In ultimo non è da sottovalutare nemmeno la pretesa di scientismo assoluto insita nel marxismo. Secondo Tzvetan Todorov, in essa è ravvisabile la cellula originaria del totalitarismo comunista. Di sicuro spiega alla perfezione la rigidità di un sistema sclerotizzato, incapace di riformarsi nel tempo. La pretesa di razionalità, e quindi di giustezza, delle teorie di Marx escludeva alla radice la possibilità di critica, di dissenso e quindi di progresso. Isaiah Berlin, uno dei maggiori pensatori liberali del XX secolo, in una cerimonia all’ambasciata britannica di Mosca, ricorda di aver udito una segretaria dire: «Noi siamo una società governata scientificamente. E se non c’è posto per il libero pensiero in fisica – chi mette in dubbio le leggi del moto può essere solo un ignorante o un pazzo – perché mai dovremmo, noi marxisti, noi che abbiamo scoperto le leggi della storia e della società, permettere il libero pensiero nella sfera sociale?» Su una parete di uno dei palazzi governativi di Habarovsk era scritta questa frase di Lenin: «Senza libri non c’è conoscenza. Senza conoscenza non c’è comunismo.» Il problema con tutta evidenza non stava solo nella conoscenza, ma anche nella natura di tale sapere. Anche da un punto di vista economico il marxismo sembra infatti aver imboccato sin dal principio una strada perdente. Nel primo capitolo del Manifesto possiamo leggere questa frase: «I costi che l’operaio comporta si limitano perciò quasi esclusivamente ai mezzi di sussistenza necessari per il suo mantenimento e per la riproduzione della sua specie.» Il sottinteso è che la situazione sia destinata a rimanere immutata. Si tratta di una bestialità assoluta. Storicamente, ricchezza e capitale rimasero concentrati nelle mani di una ristretta élite della società ma nel lungo periodo questo fatto non implicò necessariamente la stasi delle retribuzioni. Anzi i salari reali, anche se lentamente, presero ad andare di pari passo con l’accumulazione, generando così una restrizione del divario economico. La motivazione è piuttosto semplice e appare strano che le menti acute di Marx e di Engels non siano state in grado di coglierla. I biechi capitalisti, ad un certo punto, arrivarono alla conclusione che i lavoratori erano anche i principali consumatori delle merci che venivano sfornate dai loro opifici. Tenere i salari ancorati al minimo livello di sussistenza era semplicemente controproducente. I proletari erano dunque parte integrante di un sistema estremamente complesso e dinamico che, se da un lato generava sfruttamento, dall’altro mostrava anche una sorprendente capacità di autocorreggersi in vista della propria conservazione. Nel farlo, però, operava per il bene collettivo. La massa impoverita e oppressa immaginata da Marx esistette – se esistette – solo nei primi sfrenati anni della Rivoluzione industriale. Il proletariato iniziò presto a diversificarsi a seconda delle capacità tecniche e professionali che acquisiva nell’ambito dei processi produttivi. Il Lumpenproletariat immaginato da Marx era un’aliquota esigua della massa che giorno dopo giorno varcava i cancelli di una fabbrica, di un cantiere o di una miniera.

Dunque, con tutta evidenza, leggere oggi il Manifesto è ancora possibile, e addirittura utile, a patto di farlo su un piano unicamente letterario, assaporando l’opera di Marx alla stregua di un testo artistico e retorico, tipo le Catilinarie o i discorsi di Churchill ai Comuni. Tuttavia l’utilità e il significato del Manifesto potrebbero essere molto più vasti di quanto appaia ad un primo impatto: col trascorrere del tempo e col mutare della sensibilità ad esso connaturata, il valore di un’opera si sposta su altri piani, perdendo le tinte dell’ideologia e assumendo una forma in un certo senso più pura, genuina e duratura. Una delle caratteristiche che in fondo chiediamo all’arte in quanto tale è proprio la capacità di durare, continuando a genere significati e spunti di riflessione. La precedente digressione storica, sovrapposta in controluce alle condizioni in cui versa il nostro presente, ci pone di fronte al drammatico vuoto di un’assenza. Più di ogni altra cosa ci dice che oggi la nostra società è afflitta da una sconcertante crisi di pensiero. Le aspirazioni ad una maggiore giustizia sociale, ad una più equa distribuzione della ricchezza, ad un’attenuazione dello smodato potere del denaro e della finanza, ad una società meno conflittuale, ad un lavoro meno alienante e insicuro, sono più vive che mai ma, a differenza del passato, non trovano più un supporto di ideale in grado di tradurle in pratica. Il marxismo, pur nei suoi innegabili limiti, ha rappresentato l’ultimo tentativo di creare una struttura di pensiero diretta al rinnovamento sociale. Alla fine, forse più per errori propri che per merito delle ideologie avversarie, è stato inghiottito dai flutti della storia, ma il suo valore in senso astratto permane. È stata una dottrina che – forse ingenuamente – nasceva dall’anelito a modificare in meglio la realtà, qui e adesso, impegnandosi attivamente in tal senso. La matrice hegeliana in essa contenuta, ravvisabile nell’ambizione di offrire una spiegazione globale del tutto, era superata nel suo giustificazionismo dal coraggioso impulso a lottare per un bene comune. Ovviamente l’auspicata dittatura del proletariato basata sull’abolizione delle classi sociali, dello Stato e della proprietà privata non era desiderabile, almeno sulla scorta dei dati storici e oggettivi in nostro possesso, ma introduceva un fattore identitario, tanto nei seguaci che in chi si opponeva al disegno. Le idee si aggregano in ideologie, che lentamente portano all’azione. L’uomo in tutto questo ricava il senso di essere protagonista della storia. Sfido chiunque ad affermare che l’avere una qualche voce in capitolo sui fatti che viviamo sia una caratteristica dei tempi attuali. Il marxismo non è stato solamente una teoria economica inserita a forza nella macchina del divertire storico. In termini emozionali ha espresso un bisogno profondo e umanissimo: quello di sentire di avere un posto nel cuore del mondo, da cui nessuno ci potrà emarginare. La fine dell’era ideologica rappresentata dalla caduta del muro di Berlino ha portato via con sé il senso di una connessione con i grandi eventi che ci permetta di esercitare un influsso personale su di essi. Inutile rimpiangere il passato: oggi questo meccanismo si è rotto e mi sembra difficile che possa ritornare, anche sotto altre forme. Fatevi del male e provate a leggere il programma di un partito politico qualsiasi, indipendentemente dai vostri gusti. Credo che uscirete dall’esperienza con una strisciante sensazione di “copia-incolla”, e senza aver trattenuto nulla nel vostro patrimonio emotivo e razionale dal profluvio di altisonanti e vuote parole. Come aver messo le mani sotto un rubinetto da cui scorre della sabbia. Un partito senza ideologia non è nemmeno un partito ma solo un’aggregazione di sbandati senza direzione, scopo e strumenti per orientarsi. Se foste ciechi e doveste attraversare un campo minato, vi affidereste alla mano di un altro cieco che oltretutto non conosce nemmeno la zona? Quanto avremmo bisogno di un nuovo lessico, nuove categorie di pensiero, nuovi modi per interpretare la realtà che circonda e che ci porta ad un domani ricolmo di sfide che non siamo in grado di affrontare da un punto di vista mentale. Il rischio più immediato e probabile è che altri le gestiscano in nostra vece; quello a più lunga scadenza, ma forse più terribile, è di finire tutti travolti da contraddizioni irrisolte. Il Manifesto di Marx ed Engels più di cento anni fa, ha provato a dare la propria risposta a tutto questo. A dare alla gente che non aveva voce nuove categorie di pensiero politico, immaginando un sistema che come ci ricorda una frase di Gandhi fosse capace di includere “…tutti i fatti della nostra vita”.