«Un colpo da parte dell’esercito tedesco e un altro da parte di quello sovietico hanno posto fine a questo osceno parto di Versailles.»

Vyacheslav Molotov, dichiarazione a seguito della caduta della Polonia

 

Essere circondati da vicini agguerriti e potenti è una delle peggiori sfortune che possano capitare ad una nazione. Se poi le frontiere di questa non si coniugano con la geografia ancorandosi ad ostacoli naturali quali catene montuose o distese d’acqua, allora il destino, nel corso della storia, può accanirsi più e più volte riproponendo lo stesso tragico leitmotiv. Forse non esiste al mondo un popolo che ha avvertito il senso di questa verità in maniera più dolorosa dei polacchi. Il nome stesso del loro stato deriva da “pole” un’antica parola slava che significa “campo aperto”: in questa semplice radice etimologica si nasconde la ragione di molti dei drammatici eventi che hanno colpito questo Paese durante la sua travagliata esistenza. La Polonia è per gran parte un’immensa pianura, solcata da lunghi, placidi fiumi facilmente guadabili che, in quanto tali, non costituiscono un serio ostacolo per un invasore. Il termine “confine” nel caso della Polonia non ha mai evocato nella mente di chi si proponeva di violarlo nulla di più di una linea immaginaria tracciata su di una mappa. Solo a sud, verso la Slovacchia, si elevano i contrafforti dei Carpazi ad offrire un qualche riparo da eventuali minacce esterne. Il resto del Paese è un lungo corridoio aperto a chiunque intenda percorrerlo. In questo contesto, se ad oriente si trova la tana dell’orso russo e ad occidente il nido dell’aquila tedesca, per chi si trova nel mezzo, stabilità e sicurezza territoriale divengono ben presto delle precarie chimere.
Eppure, a dispetto di questa posizione geografica non invidiabile, fino al XVI secolo il Commonwealth polacco-lituano fu un imponente impero che si estendeva su di una superficie di più di un milione di chilometri quadrati, dalle fredde rive del Baltico agli assolati campi dell’Ucraina. Era ad ogni effetto una delle grandi potenze europee dell’epoca, con un prestigio ed un’importanza pari a quelle della Francia o dell’Austria. Il suo esercito vantava la migliore cavalleria d’Europa e, guidato dal re Giovanni III Sobieski, nel 1683 svolse un ruolo decisivo nel liberare Vienna dall’assedio dei turchi. Ma una potente e riottosa casta nobiliare, la szlachta, gelosa dei propri privilegi, provocò l’indebolimento dell’autorità regia, e con essa di tutta la Polonia, in un tempo in cui regni e imperi andavano sempre più centralizzandosi sotto il comando di potenti sovrani assoluti. Il Paese, impedito da un’impalcatura istituzionale non più al passo coi tempi, dovette così subire continue amputazioni territoriali da parte dei propri voraci vicini: Prussia, Russia e Austria si spartirono intere regioni del territorio polacco nel 1772, 1793 e 1795. Prima della fine del Settecento la Polonia era stata completamente cancellata dalla carta geografica. Riapparve brevemente come stato semi-autonomo per volere di Napoleone, ma al crollo di quest’ultimo ne seguì il destino e divenne una provincia del gigantesco impero multietnico degli zar. A nulla valsero le ribellioni ed i continui tentativi di guadagnare un minimo di indipendenza. Dovettero passare 123 anni perché un autonomo stato polacco risorgesse dalle nebbie della storia su iniziativa dei vincitori della Prima guerra mondiale. Ma né la Russia né la Germania considerarono mai questo mutamento politico imposto dall’odiato trattato di Versailles come un qualcosa di definitivo. Ai loro occhi la Polonia non costituiva niente di più di un’espressione geografica priva di una qualsiasi legittimità: un’aberrazione da eliminare il prima possibile con ogni mezzo.
Non sorprende quindi che i rapporti tra i tre stati fossero tesi sin dall’inizio. Le zone orientali dell’ex impero del Kaiser Guglielmo passate alla Polonia furono il teatro di un’endemica, brutale guerriglia a sfondo etnico-nazionalistico, che si protrasse dal novembre 1918 fino al 1920. Regioni come la Slesia, la Posnania e la fascia costiera del Baltico divennero il macabro teatro delle scorrerie dei Freikorps, bande paramilitari di reduci che si opponevano tanto alla cessione di tali territori da parte della Germania, quanto al pericolo di un’avanzata verso occidente della rivoluzione bolscevica. In questo contesto sarebbe però fuorviante dipingere la neonata repubblica polacca come un’inerme vittima. Autoritarismo, nazionalismo e volontà di potenza non erano estranei al nuovo stato, incarnato non a caso nella figura carismatica del generale Józef Piłsudski. Nel febbraio del 1919 le forze polacche invasero la Lituania, la Bielorussia e l’Ucraina, con il palese intento di restaurare una Grande Polonia a spese della Russia sovietica che si dibatteva nel caos della guerra civile. Dopo una fase di iniziali vittorie durante la quale i polacchi giunsero ad occupare persino Kiev, l’Armata Rossa, guidata dal maresciallo Michajl Tuchačevskij, passò al contrattacco e respinse gli invasori sino alle porte di Varsavia, dove nell’agosto del 1920 ebbe luogo una delle battaglie più importanti e meno conosciute del Novecento. Fu una vittoria della Polonia, che salvaguardò il proprio diritto ad esistere e, soprattutto, impedì il dilagare della rivoluzione bolscevica nelle pianure dell’Europa centrale. Il miracolo della Vistola, come venne definito, diventò il mito fondante dello stato polacco. I comandanti russi, tra i quali figuravano nomi come quelli di Stalin, Budyonny, Šapošnikov e Žukov, non dimenticarono mai lo smacco subito alle porte di Varsavia. L’odio viscerale nei confronti della Polonia che consumava la quasi totalità della classe dirigente bolscevica si originò in quel lontano episodio. Ma nazisti e sovietici non dovettero attendere a lungo: nemmeno venti anni dopo era finalmente giunto il momento propizio per regolare i conti in sospeso con il loro vicino.

Alle 4 del mattino del 1° settembre 1939 i cannoni della nave da battaglia tedesca Schleswig-Holstein, ancorata nel porto di Danzica, aprirono il fuoco contro la stazione navale polacca sulla penisola della Westerplatte. Secondo la storiografia furono questi i primi colpi della Seconda guerra mondiale. Pochi minuti dopo, verso le 5, lungo un fronte di oltre 2.800 chilometri, 53 divisioni della Wehrmacht, supportate da una Luftwaffe che disponeva del totale dominio dell’aria, diedero inizio all’invasione. L’obiettivo principale era di riportare Danzica “heim ins Reich”, recuperando così l’ultimo lembo di terra tedesca perso a Versailles. In teoria la lotta avrebbe potuto rivelarsi meno impari di quello che in effetti risultò essere. L’esercito polacco del 1939 era di sicuro inferiore a quello tedesco, ma non in modo macroscopico, come spesso si è ritenuto mal interpretando la breve durata complessiva della campagna. In puri termini di consistenza numerica la differenza non era marcata: l’armata polacca era il quarto esercito d’Europa: 1.300.000 uomini per 37 divisioni organizzate su di una struttura a tre brigate. In fatto di armamento leggero la fanteria era indubbiamente ben equipaggiata: la carabina Mauser Kar98 era lo stesso modello adottato dai tedeschi e le mitragliatrici leggere RKM costituivano una sufficiente dotazione di combattimento. Le forze corazzate, sebbene inferiori alle panzerdivisionen in termini di organizzazione e dottrina di impiego, erano pur sempre in numero maggiore rispetto a quelle americane dello stesso periodo, solo per citare un paragone poco noto. Sfortunatamente per i polacchi il loro esercito aveva però un forte punto debole nella scarsa potenza dell’artiglieria campale. Una divisione polacca disponeva infatti di una potenza di fuoco che era pari solamente alla metà di una tedesca. Oltre ad un numero inferiore di pezzi (68 contro 48) la direzione del tiro non faceva affidamento sul coordinamento radio, risultando così legata alle obsolete tecniche della Prima guerra mondiale. Per quanto riguarda l’aviazione il confronto non era nemmeno proponibile. La Luftwaffe poteva schierare 3.368 aerei da combattimento: di questi, 340 erano bombardieri in picchiata Ju-87 (i temibili Stuka) e 500 caccia Messerschmitt Bf-109. L’aviazione polacca non disponeva di alcun velivolo lontanamente paragonabile. Dei 1.900 aerei a sua disposizione oltre 650 erano da addestramento ed i restanti modelli obsoleti al punto da non poter quasi essere impiegati in missione. Un pilota polacco, Witold Urbanowicz, dopo essere atterrato da una sortita, notò dei fori sulle ali del suo aereo. Quando meravigliato chiese ad un collega cosa potesse averli causati si sentì rispondere: «Sei stato attaccato da un Messerschmitt, Witold. E sei ancora vivo. Dovresti accendere un cero in chiesa… » La disparità tecnica nei cieli era talmente ampia che un pilota poteva tranquillamente essere attaccato da un caccia tedesco e rischiare di morire senza nemmeno accorgersene.
Allo stesso modo di francesi e britannici, i polacchi avevano costruito le loro forze armate aspettandosi di dover affrontare una guerra sulla falsariga di quella del 1914-18, vale a dire un lungo scontro di logoramento ancora dominato dall’urto delle masse di fanteria. Si trovarono invece a fronteggiare l’esatto opposto: un esercito che operava seguendo una rivoluzionaria dottrina basata sulla mobilità tattica e sulla stretta cooperazione tra carri armati e aviazione. Raggruppando le proprie forze corazzate in unità autonome quando tutti i loro nemici si muovevano nella direzione opposta, diluendo e frazionando i carri tra le divisioni di fanteria, la Wehrmacht si rivelò un rebus irrisolvibile per chiunque sin dai primi giorni di guerra. Per dare un’idea della terrificante potenza di questo nuovo modo di combattere, il 5 settembre, a soli 4 giorni dall’inizio della campagna, le armate polacche di Lodz, Cracovia, Prusy e Poznan, erano già sul punto di essere accerchiate e distrutte. Il comandante in capo, generale Rydz-Smigly, impartì loro l’ordine di ritirarsi al di là della Vistola ma era evidente a chiunque che l’intero dispositivo difensivo polacco fosse già stato irreparabilmente scardinato. Il 7 settembre la 1a e la 4a divisione panzer avevano già occupato Ochota e Wola, nei sobborghi di Varsavia, a più di 220 chilometri dalle loro posizioni di partenza. Il 15 settembre sopraggiunse dalla Prussia il gruppo d’armate nord di Bock, il quale era riuscito a sopraffare rapidamente l’armata Modlin e a guadare il Narew già dal 5 settembre con i panzer della divisione “Kempf”. Cominciò così l’agonia di Varsavia, allora soprannominata la Parigi dell’Europa orientale per via dei suoi teatri. La Luftwaffe martellava la città priva di difese aeree, mentre un migliaio di pezzi di artiglieria riversavano su edifici, piazze e strade più di 30.000 proiettili al giorno. Mancavano persino gas, luce e acqua per spegnere gli incendi. La radio reagiva a questo orrore trasmettendo i notturni e la Polonaise “militare” di Chopin. Per risollevare il morale della popolazione il sindaco Starzynski esortò i cittadini a difendere la città ma la situazione appariva ormai senza speranza. Qualche giorno prima un disperato contrattacco lanciato da tre divisioni polacche contro il fianco destro dell’8a armata tedesca era fallito dopo un iniziale successo. Sir Adrian Carton de Wiart, l’allora capo della missione militare inglese in Polonia, un rude veterano della Grande guerra scampato ai massacri di Ypres e della Somme, poco incline al sentimentalismo, scrisse queste impressionanti parole: «Ho visto l’autentico volto del cambiamento della guerra spogliato della sua gloria; non più il soldato avviato alla battaglia, ma le donne e i bambini sepolti sotto di esso

Come se tutto questo non fosse sufficiente, il 17 settembre l’Armata Rossa iniziò ad invadere la Polonia da oriente, con il pretesto di “proteggere i fratelli bielorussi e ucraini”, come l’ambasciatore polacco a Mosca si sentì ipocritamente annunciare da Molotov. Fu un colpo alle spalle nei confronti del quale i polacchi non avevano alcun modo di difendersi, dato che la quasi totalità delle loro forze era impiegata ad ovest contro la Germania. Per la parte del Paese che cadde sotto il dominio sovietico iniziò allora un’occupazione non meno brutale di quella che i tedeschi imposero nella loro zona. Pochi mesi dopo l’invasione, Lavrentij Berija, il capo del NKVD, la polizia segreta dell’Unione Sovietica, inviò a Stalin un documento nel quale proponeva l’esecuzione di oltre 25.000 tra ufficiali ed intellettuali polacchi, considerati “nemici inveterati del potere sovietico”. Ne seguì un’orrenda serie di esecuzioni sommarie spesso sbrigativamente eseguite dai carnefici con un colpo di pistola alla nuca. I corpi dei giustiziati vennero sepolti in tutta fretta nella foresta di Katyn, vicino a Smolensk, dove nel 1943 furono scoperti dalle truppe naziste che occupavano la Bielorussia. Un prigioniero polacco, mentre veniva scortato oltre confine dalle guardie dell’Armata rossa, disse ad un suo compagno: «Ci stanno portando in Russia. Non torneremo mai più.» Il 22 settembre tedeschi e sovietici si incontrarono nelle vicinanze di Brest-Litovsk. Secondo gli accordi la città e la sua fortezza ricadevano ora nella sfera di influenza sovietica e vennero pertanto consegnate a Stalin; il fiume Bug avrebbe fatto da nuova linea di demarcazione. Per la prima volta dalla fine della Grande guerra, Berlino e Mosca tornavano ad avere una frontiera comune. Venne organizzata una parata, ci furono solenni scambi di bandiere e, come da tradizione russa, molti brindisi a base di vodka. Il generale Semën Krivošein ad un certo punto, festeggiando con il suo pari grado Heinz Guderian, esclamò: «Ich trinke auf ewige Feindschaft!». Accorgendosi immediatamente della gaffe si affrettò a correggersi: «Ewige Freundschaft unserer Völker!» Sul momento la cosa sembrò buffa e tutti si misero a ridere. Nessuno allora immaginava la precisione con la quale, per un istante, un semplice lapsus aveva svelato i futuri sviluppi dell’assurda, innaturale alleanza tra le due più letali macchine di morte del XX secolo.

Il 6 ottobre le ultime resistenze polacche cessarono quando l’unità del generale Franciszek Kleeberg si arrese nei pressi di Kock. Gran Bretagna e Francia, che il 3 settembre avevano dichiarato guerra alla Germania, in tutto questo lasso di tempo, rimasero sostanzialmente inerti a contemplare il rapido annientamento della Polonia. Il 7 settembre 10 divisioni francesi avanzarono con cautela per qualche chilometro all’interno del Saarland, guardandosi bene dall’assaltare i primi ostacoli della linea Sigfrido, peraltro ancora in allestimento. Fu la massima dimostrazione tangibile dell’aiuto promesso dalle democrazie occidentali ai loro sfortunati ed ingenui alleati. Il generalissimo francese Maurice Gamelin si cullava nell’illusione che i polacchi fossero in grado di arginare gli attacchi tedeschi resistendo almeno fino a quando il programma di riarmo francese non fosse stato completato. Di tutti gli elementi che facevano difetto all’esercito francese il tempo era quello più importante e decisivo. A Varsavia lo stato d’animo fu per breve tempo caratterizzato da una grottesca simmetria dell’autoinganno. Folle esultanti di cittadini raccolte dinnanzi alle ambasciate britannica e francese cantarono “God Save the King” e la “Marsigliese”, sperando che gli alleati attaccassero immediatamente la Germania sul fronte del Reno. Tutti i manifestanti, e con essi molta altra gente comune, si dicevano che la Polonia ora aveva amici potenti, gli stessi che nella Prima guerra mondiale avevano sconfitto l’orgoglioso Reich guglielmino: sarebbe stata una lotta difficile, ma alla fine come potevano perdere? Un giovane aviatore pensava: «Come la maggior parte di noi, credevo nel lieto fine. Volevamo combattere. Non credevamo che potesse capitare qualcosa di brutto.» Le illusioni lasciarono ben presto spazio ad un incubo che si sarebbe protratto ben oltre la fine della guerra. Il martirio della Polonia era appena iniziato.

Torna alla Home della Seconda guerra mondiale