«Ah! È morto dunque! E proprio andato!» esclamò don Abbondio. «Vedete, figliuoli, se la Provvidenza arriva alla fine certa gente. Sapete che l’è una gran cosa! Un gran respiro per questo povero paese! Ché non ci si poteva vivere con colui. È stata un gran flagello questa peste; ma è anche stata una scopa; ha spazzato via certi soggetti, che, figliuoli mei, non ce ne liberavamo più: verdi, freschi, prosperosi: bisognava dire che chi era destinato a far loro l’esequie, era ancora in seminario, a fare i latinucci. E in un batter d’occhio, sono spariti, a cento per volta. Non lo vedremo più andare in giro con quegli sgherri dietro, con quell’albagia, con quell’aria, con quel palo in corpo, con quel guardar la gente, che pareva che si stesse tutti al mondo per sua degnazione. Intanto, lui non c’è più, e noi ci siamo. Non manderà più quell’imbasciate ai galantuomini. Ci ha dato un gran fastidio a tutti, vedete: ché adesso lo possiamo dire.»
I Promessi Sposi, capitolo XXXVIII

 

 

Ci si sposta tra i paesini allineati lungo le sponde del lago di Como percorrendo una strada stretta e tortuosa, che sembra legarli insieme come le perle di una collana o i grani di un rosario. Nel tragitto dall’uno all’altro, può capitare di venir presi dalla sensazione di muoversi come all’interno di una strana dimensione sospesa tra il paesaggio da cartolina e il luogo comune fattosi realtà. Il verde di montagne e valli che strapiombano nell’azzurro vivo dell’acqua; i borghi in pietra di pescatori e montanari, tutti con il loro campanile, alla cui ombra ancora vive gente tranquilla, schiva, di indole forse un po’ gretta, ma in fondo buona, desiderosa solo di lavorare, guadagnare e non avere noie. In un simile scenario, l’immagine preconcetta che molti hanno di questa parte della Lombardia sembra acquistare una sua base di credibilità. Così come il corollario di questa visione oleografica, ossia l’idea che da queste parti non succeda mai niente e che la vita prosegua come sempre uguale a sé stessa, ordinata e monotona, senza particolari avvenimenti. Eppure, negli ultimi giorni dell’aprile di 75 anni fa, a Dongo, uno dei paesini della sponda comasca del lago, la Storia – quella con la “S” maiuscola – è passata letteralmente di qui, lasciando un segno indelebile i cui strascichi continuano a riverberarsi nel nostro presente di cittadini italiani. Ed è proprio là, in quel paese dell’alto Lario, che oggi mi sto recando alla ricerca di quell’eco lontana. Ma prima, facciamo un passo indietro…

Nel pomeriggio del 25 aprile 1945, Mussolini fugge da una Milano ormai pronta ad insorgere. I comitati di fabbrica della periferia sono già in armi. Più a sud, gli eserciti degli Alleati hanno definitivamente travolto le difese tedesche nella pianura emiliana: due giorni prima la Quinta Armata americana è entrata a Parma e le sue avanguardie corrono già verso Piacenza con l’obiettivo di oltrepassare di slancio il Po. È solo questione di tempo prima che entrino in Lombardia. La Wehrmacht, la stampella su cui si regge l’esistenza della Repubblica sociale, non è in grado di sbarrare la strada agli attaccanti. Come forza combattente ha cessato di esistere: la sua non è più nemmeno una ritirata, ma una rotta disordinata. Mussolini vede da tempo il fascismo disgregarsi sotto i suoi occhi e sa bene che ormai ha le ore contate. Qualche giorno prima, in una lettera alla sua amante, confessa: «Sento che qualche cosa di grosso si agita all’orizzonte e ho un senso di vuoto nell’animo, ho l’impressione netta dell’inutilità della mia esistenza». Dopo un fallito tentativo di mediazione con una delegazione del CLN avvenuto presso l’arcivescovado, decide di allontanarsi da Milano, ormai troppo pericolosa, e di spostarsi verso nord, in direzione di Como, seguito da un grottesco codazzo di gerarchi ed esponenti del governo della RSI. Assieme a questi tragicomici fantasmi di un regime morente si trova Fritz Birzer, un tenente delle SS a cui il generale Karl Wolff ha affidato il compito di sorvegliare Mussolini ovunque vada. Lo scopo del duce – ammesso che lo si possa ancora chiamare così – non è ben chiaro. Nella confusione del momento, è verosimile che non ci sia una strategia coerente. Mussolini è ormai un uomo in balia degli eventi: forse vuole radunare gli ultimi fascisti nel capoluogo lariano e tentare un’estrema resistenza che gli consenta di consegnarsi agli Alleati o, in alternativa, fuggire nella vicina Svizzera. Comunque, diviene ben presto evidente che entrambe le opzioni sono fantasie del tutto irrealizzabili. Nello sfacelo ormai totale del regime, Como è indifendibile. Celio, il prefetto della città, fornisce ai gerarchi in fuga un quadro senza speranza: l’insurrezione generale è imminente e le brigate dei partigiani stanno già convergendo sulla città. Delle migliaia di camice nere che si spera rispondano alla chiamata, a conti fatti non ne arrivano che una decina. Per un movimento che sin dalle origini si è fondato su un’ipocrita retorica della “bella morte” si tratta di un epilogo significativo. Dopo aver disperso in Africa e in Russia decine di migliaia di italiani, e avergli imposto una sorte atroce sui campi di battaglia, il fascismo non dimostrerà la dignità di seguire lo stesso destino uscendo di scena con le armi in pugno. Non resta che il semplice fuggire, ma anche quest’azione si rivela più difficile del previsto. I valichi di frontiera con la Svizzera sono tutti presidiati dalle forze partigiane e, al di là degli sbarramenti, le stesse autorità elvetiche rifiutano di assumersi il fardello di dare ospitalità ad un dittatore politicamente ormai morto. Mussolini viene quindi sospinto ancora più a nord, verso la Valtellina.

Il 26 aprile, con il suo seguito, Mussolini prosegue dunque lungo la via che costeggia la sponda occidentale del lago di Como. Si ferma a Managgio, dove consuma un’intera giornata in piani e propositi inconcludenti. Là viene raggiunto anche dalla sua amante, Clara Petacci. Nel frattempo, apprende che Milano è ormai libera e che il CNL ha emesso un proclama in cui assume tutti i poteri di amministrazione e di governo, e secondo il quale: «Tutti i fascisti devono fare atto di resa alle Autorità del Comitato di Liberazione Nazionale e consegnare le armi. Coloro che resisteranno saranno trattati come nemici della Patria e come tali saranno sterminati.» Il cerchio si stringe sempre di più. Nella notte entra in città una colonna dell’antiaerea tedesca, composta da 38 autocarri e da 200 soldati. Comandati dal tenente Fallmeyer, sono diretti in Valtellina, verso il passo dello Stelvio, da dove intendono raggiungere Merano e poi l’Austria. Ma la zona e le valli circostanti sono ormai nelle mani dei partigiani della 52a brigata Garibaldi. Appena fuori dal paesino di Musso, ad un posto di blocco, nasce una sparatoria con un piccolo reparto di partigiani. Lo scontro si conclude presto con una trattativa. I tedeschi, sebbene in forte superiorità numerica, non hanno voglia di rischiare la vita e aprirsi la strada combattendo per una causa ormai palesemente persa. Decidono quindi di parlamentare. L’accordo raggiunto garantisce ai soldati della Wehrmacht la facoltà di proseguire nella marcia verso i valichi alpini ma a condizione che consentano un’ispezione sui loro veicoli. I partigiani ancora non sospettano della presenza di Mussolini, ma sanno del farsesco fuggi fuggi generale in cui si sta dissolvendo la Rsi e vogliono evitare che eventuali gerarchi fascisti presenti nel convoglio si sottraggano alla cattura. A questo punto, al capo del fascismo, l’orgoglioso duce fondatore di un impero, non rimane che un’ultima degradante possibilità di salvezza. Il tenente Birzer fa indossare a Mussolini un cappotto militare, gli calca sul capo un elmetto tedesco, gli affibbia un’arma e lo fa nascondere sul fondo del pianale di un autocarro della colonna. Quando il partigiano Giuseppe Negri sale a bordo del veicolo per ispezionarlo nota una figura intabarrata e rannicchiata con un mitra tra le braccia. La banda nera dei pantaloni, simile a quella di un alto ufficiale, e una borsa di pelle attirano la sua attenzione. I tedeschi, intuendo la piega degli eventi, gli dicono: «Camerata ubriaco!» La cosa gli appare strana: non può trattarsi di un soldato ubriaco. Insospettito, decide così di chiamare il proprio superiore. Ma il patetico inganno fallisce. La storia a volte pare divertirsi facendo pratica con il contrappasso. Dalla fuga di Luigi XVI a Varennes in poi, i tiranni non sembrano godere di particolare fortuna quando tentano di sfuggire ai popoli che hanno oppresso. La verità è che non riconoscere Mussolini è praticamente impossibile. A tradirlo è proprio il suo aspetto fisico, quello stesso corpo che gli italiani hanno visto, rivisto e infine idolatrato in migliaia di immagini e filmati durante il ventennio della dittatura. La fisionomia del duce è stata veicolata in maniera così insistente e capillare dalla propaganda che, non solo è diventata un pilastro dell’iconografia di regime, ma persino un qualcosa di familiare nell’immaginario comune di un’intera generazione. E ora, da principale mezzo del culto della personalità, il corpo del duce si muta nell’elemento che decide della sua sorte. Mussolini sarà catturato sulla piazza di Dongo e, al termine di una catena di eventi ancora oggi non del tutto chiarita, giustiziato il 28 aprile 1945 insieme all’amante, a Giulino di Mezzegra.

Oggi a Dongo, al piano terra di Palazzo Manzi, c’è un interessante luogo che rievoca la lotta di Resistenza e gli eventi occorsi nei giorni finali dell’aprile del 1945: la fuga di Mussolini, la sua cattura, l’epilogo drammatico del regime fascista e della guerra da esso provocata. Si chiama “Museo della Fine della Guerra”: una definizione forse un po’ vaga e neutra, ma di sicuro connotata dall’indubbio pregio di includere in un’esperienza divulgativa tutti questi avvenimenti così inestricabilmente connessi tra loro. In sette piccole sale, con il supporto di materiali video e audio e soprattutto di guide dalla straordinaria competenza, il visitatore può gettare uno sguardo d’insieme su una delle vicende più complesse, tragiche e dense di significato della storia recente del nostro Paese. Passando di locale in locale si viene colpiti dal rigore storico dei pannelli esplicativi e dalla misurata esposizione degli eventi. La prima caratteristica forse include necessariamente parte della seconda, ma non saprei però dire dove inizi il genuino rispetto dovuto a tutti gli uomini coinvolti in quei tempi difficili – indipendentemente dal colore della loro casacca – e la circospetta accortezza nel non prendere posizioni troppo nette o “divisive”, per usare un orrendo ma efficace termine moderno. Non sto affermando, o anche solo alludendo, che nei locali del museo aleggi un larvato senso di reticenza, ma l’intera esperienza è indiscutibilmente all’insegna di una certa cautela. Il biglietto stesso del museo sembra strizzare l’occhio a questa equidistanza programmatica, con il suo logo tagliato in diagonale da una linea che separa delle scritte equamente divise tra rosso e nero, e sormontate da una stella a cinque punte anch’essa di due colori. Tutto questo mi appare comprensibile e, in quanto tale, in parte giustificabile. La storia è spesso materiale pericoloso, che va maneggiato con estrema cura. Il tema della lotta partigiana e della guerra civile è indubbiamente scottante e sentito, anche a distanza di 75 anni, anche nell’Italia moralmente e politicamente cloroformizzata dei nostri giorni. Forse è proprio qui che, come cittadini, ci scontriamo con uno dei limiti invalicabili del nostro imperfetto vivere civile, andando a cozzare contro l’evidente quanto dolorosa verità di vivere in un Paese ancora troppo immaturo per fare seriamente i conti con alcuni episodi dalla sua storia. Non si spiegherebbero altrimenti né le catacombali risse verbali che puntualmente si scatenano tutti i XXV Aprile di ogni anno, né le bislacche trovate del politico di turno per tentare di ricomporre a meri fini elettorali una presunta “lacerazione” che arbitrariamente scorge nel tessuto sociale del Paese. Tuttavia l’Italia, nel suo complesso, temo sappia o ricordi ben poco di quegli anni e ancor meno avverta il bisogno di colmare questo vuoto di conoscenza. Per molti giovani di oggi la Resistenza può apparire come un qualcosa di lontano, un fatto storico con un significato asettico quanto quello delle guerre puniche; paradossalmente proprio per via del gran parlare che ancora occasionalmente se ne fa, e dell’apparente retorica di cui appaiono ammantate le sue commemorazioni. Soprattutto mi accorgo di quanto risulti sempre più difficile contestualizzarla da un punto di vista interpretativo, separandone il grano dal loglio, il bene dal male. Sulla Resistenza, come su tanti altri fatti storici alla base della nostra identità collettiva, sta scendendo una cappa di relativismo che rischia di stravolgerne completamente il valore, appiattendolo in interpretazioni sorrette nel migliore dei casi da una malferma approssimazione di pensiero. Forse viviamo davvero in un mondo ormai incapace di assumersi la responsabilità morale e la fatica intellettuale di interpretare correttamente il passato.

Eppure, quando parliamo della Resistenza, ci riferiamo al principale evento fondativo del nostro Stato e della nostra società. L’Italia attuale, se da un punto di vista materiale è sorta districandosi dalle guerre e dai giochi di potere risorgimentali, da un punto di vista valoriale è in larga parte definita dal significato ideale della lotta partigiana. Per avere un’idea del patrimonio di virtù civili in gioco non dobbiamo fare altro che rivolgere a noi stessi una semplice domanda: “come sarebbe il nostro Paese, senza la Resistenza?” Di sicuro, per prima cosa, saremmo ancora costretti nella camicia di forza rappresentata dalla forma istituzionale di una monarchia sotto la tutela dalla dinastia dei Savoia. Una costrizione – è onesto rilevarlo – la quale verosimilmente sarebbe più di forma che di sostanza, ma che a livello inconscio rimarrebbe pur sempre un vincolo in forma latente. Le libertà civili e democratiche sarebbero di sicuro garantite, ma a livello ideale tutti noi correremmo il rischio di scoprirci dei cittadini meno maturi e consapevoli. Il decreto-legge luogotenenziale n. 151/1944 emanato da Umberto II su imposizione dei partiti antifascisti stabiliva che dopo la liberazione del territorio nazionale le nuove forme istituzionali sarebbero state “scelte dal popolo italiano, che a tale fine” avrebbe eletto “a suffragio universale, diretto e segreto, un’Assemblea Costituente per deliberare la nuova costituzione dello Stato”. È innegabile come questa concessione – di certo non volontaria ma strappata dalle forze democratiche ad una monarchia screditata dai precedenti legami con il regime fascista – al di là delle contingenze storiche che l’hanno resa possibile, implichi un’assunzione di responsabilità da parte di un intero popolo. Il 2 giugno 1946, in occasione del referendum istituzionale, le forze della Resistenza spostano l’ago della bilancia dalla monarchia alla repubblica. Senza la vittoria di quest’ultima oggi non saremmo nella condizione di dimostrare, forse a noi stessi più che al mondo, che nel bene e nel male gli italiani sono in grado di “fare da soli”, governandosi pienamente in autonomia e in assenza della benevola vigilanza di un monarca regnante per “volontà di Dio e della Nazione”. La prima e più diretta conseguenza di questo scenario alternativo sarebbe il permanere dello Statuto Albertino, o perlomeno di una sua variante leggermente ammodernata. Ciò escluderebbe il privilegio di godere dell’attuale Costituzione della Repubblica, vale a dire della fonte principale del nostro diritto e con tutta probabilità uno dei testi giuridici più avanzati del mondo. La connessione di questo documento con la Resistenza è talmente naturale e diretta che può apparire superfluo rimarcarla, ma credo sia comunque significativo invocare le parole pronunciate da Piero Calamandrei il 26 gennaio 1955 in un discorso tenuto a Milano: «Se voi volete andare in pellegrinaggio nel luogo dove è nata la nostra Costituzione, andate nelle montagne dove caddero i partigiani, nelle carceri dove furono imprigionati, nei campi dove furono impiccati. Dovunque è morto un italiano per riscattare la libertà e la dignità, andate lì, o giovani, col pensiero, perché lì è nata la nostra Costituzione.» L’obiezione più immediata potrebbe essere costituita dall’affermazione, peraltro difficilmente contestabile, che all’atto pratico i valori e le garanzie della carta costituzionale seguitino a restare in massima parte confinati là dove sono stati scritti, e che dal dopoguerra ad oggi non abbiano mai trovato una vera applicazione pratica. Questo è innegabile; tuttavia, credo che il valore della Costituzione non debba risolversi in una funzione diretta della sua apparente percentuale di attuazione nella realtà. Né che esso sia un qualcosa di facilmente quantificabile in termini materiali. La nostra è forse una Costituzione ancora in cerca di un popolo dotato della maturità per attuarla, ma questo non pregiudica certo il suo valore intrinseco. Mi piace pensare che senza di essa non avremmo la testimonianza del riscatto morale della nazione, né un continuo metro di paragone che ci spinga a mettere attivamente in atto un sempre più compiuto tentativo di realizzare una società civile ed equa. Le austere, essenziali parole della nostra Costituzione, così antiretoriche specie nei principi fondamentali, sono tutto ciò che nei difficili anni del dopoguerra ha impedito all’Italia di scivolare in una nuova forma di autoritarismo o in tentazioni isolazioniste. È stata la carta costituzionale a garantire la sopravvivenza e la legittimità di dinamiche democratiche che, per quanto confuse, spesso torbide e non sempre segnate da un esclusivo interesse volto al bene pubblico, hanno comunque impedito all’Italia di regredire ad un più basso livello di civiltà politica. Più in astratto, senza la Resistenza e la Costituzione che da essa promana, l’Italia sarebbe un Paese senza un’anima. Vorrei a questo proposito riportare le parole di un grande giornalista, Giorgio Bocca, che non a caso ebbe una parte attiva nella lotta al nazifascismo. Eccole: «…la democrazia non ci è stata regalata, la libertà neppure. Questo riscatto che da una minoranza si trasmette alle grandi masse operaie e contadine del Nord e del Centro, che suscita un fascio di ideali, è un bene non trascurabile: certo riempie il vuoto che per anni farà degli altri paesi ex fascisti, privi di Resistenza, come la Germania e il Giappone, delle società senza anima, come sospese in un limbo produttivistico.» Difficile non trovarsi d’accordo. Sono disposto ad ammettere che come Paese, agli occhi di un osservatore, potremmo anche apparire come un caotico, violento coacervo di genti che amano disperdere le proprie forze in vane e laceranti divisioni, ma di sicuro non siamo una “terra di morti”, come ci descriveva Lamartine nel Settecento, né un popolo senza identità.

Ammetto di aver voluto visitare il “Museo della Fine della Guerra” per misurarmi con una sorta di malinconico disagio che a volte mi prende quando penso alla situazione attuale dell’Italia. Un sentimento su cui non tarda a sovrapporsi un vago, sotterraneo e difficilmente spiegabile senso di colpa. La citazione manzoniana in esergo è lì per quello. È stata scritta quasi duecento anni fa, ma seguita a parlare di noi, esponendo alla nostra attenzione alcuni tratti deteriori e persistenti degli italiani: la viltà, il servilismo di comodo e l’ambigua ricerca del proprio tornaconto, vizi che ci portano ad essere – nel medesimo tempo – il popolo dell’Osanna e del Crucifige. Nella storia che sto provando a raccontare tutto questo si concretizza nella consapevolezza di come il diaframma che separa Palazzo Venezia da Piazzale Loreto sia più sottile di quanto si creda. La folla assiepata sotto il balcone ad ascoltare la voce tonante dell’ “uomo forte” sembra la stessa che poi infierisce sul corpo del tiranno ormai inoffensivo, appendendolo per i piedi al traliccio del distributore di benzina. La vicenda storica del fascismo partecipa grandemente di questo spirito carico di ambiguità e si innesta sui discutibili costumi degli italiani. La resistenza, in ultima analisi, potrebbe non essere vista altrimenti che come l’ultimo e più serio tentativo di rigenerazione morale contro il malcostume secolare di un intero popolo.

Sono andato a Dongo e sono entrato nelle sale del museo, alla ricerca delle foto dei giovani che tra il 1943 e il 1945, per le circostanze più disparate, hanno sentito di dover impegnare la propria vita per il riscatto e la costruzione di un’Italia libera, pacifica e più giusta. In un’espressione, per un luogo migliore in cui vivere. So bene che accostandosi a loro bisogna guardarsi dalla tentazione di rivestire la loro vicenda con un eccessivo idealismo romantico. Il partigiano Kim, uno dei personaggi de “Il sentiero dei nidi di ragno”, il romanzo di Italo Calvino dedicato alla Resistenza, ad un certo punto afferma: «Basta un nulla, un passo falso, un impennamento dell’anima, e ci si ritrova dall’altra parte.» Il caso è una forza molto potente e spesso decide dell’esito e del senso di una vita, indipendentemente dalla volontà o dalla consapevolezza del soggetto su cui esercita il suo influsso. In larga parte, e in alcune epoche più che in altre, la nostra vita è sospinta dal flusso della storia e degli eventi, e noi al massimo possiamo solo governare alla bell’e meglio la barca sulla quale viaggiamo. Eppure, mi hanno sempre colpito quei volti decisi, animati da un’energia che sembra investire lo spettatore con la stessa forza di una scomoda domanda, quei corpi magri che nelle foto sembrano faticare a riempire abiti improvvisati e borghesi, di sicuro ben poco marziali. In loro vedo un umanesimo dei tempi moderni, un moto di speranza sorretto dalla fiducia di poter giocare un ruolo più attivo contro le forze brute dell’esistenza. Nella terza sala del museo mi sono perso a contemplare un grande pannello che raffigura proprio un gruppo di partigiani. Ammetto di non aver degnato il testo descrittivo nemmeno di uno sguardo. Desideravo solo immergermi nelle immagini, nello sgranato bianconero di quegli sguardi, nelle espressioni del viso e del portamento delle donne e degli uomini raffigurati. Ero solo con la mia guida, una giovane dottoranda in storia: in quella mattinata di luglio nessuno oltre a me si era preso la briga di spendere mezz’ora del proprio tempo per visitare quelle sale. Ad un certo punto, non ho resistito alla tentazione e ho condiviso un pensiero con la mia accompagnatrice, con l’aria un po’ ingenua di chi chiede aiuto e conforto di fronte ad un problema che non sa risolvere: «Ogni volta che vedo foto simili a queste ho l’impressione di aver perso qualcosa nella lunga staffetta che le generazioni sono chiamate a correre nella storia. Cosa mai rimane nella nostra società della forza, dello spirito di sacrificio, dell’austero e generoso idealismo di quei giovani? E noi? Abbiamo una parte di responsabilità in tutto questo?» Lo sguardo di entrambi si sofferma di nuovo sulle immagini, poi, dopo un attimo di silenzio, mi sento rispondere: «Non so davvero cosa dirle. La gente che accompagno per le sale del museo è spesso indecifrabile: alcuni sembrano capitati qui per caso, altri invece mostrano un interesse genuino, anche se piuttosto superficiale. Tutti hanno motivazioni e reazioni così variegate che è difficile dire dove stia andando la nostra società nel suo complesso. So solo che noi due ora siamo qui, e ci stiamo interrogando sul senso reciproco del passato e del presente con la massima onestà intellettuale che ci è consentita. Sa…, non credo sia poco.» Resto colpito da questo pensiero, così affine al mio, dove sembrano convivere ottimismo e sconforto: nel mondo di oggi, soffocato da una continua valanga di informazioni inconsistenti, avere un punto fermo o uno scopo, per quanto irrealizzabile, è già di per sé un traguardo notevole. Sentiamo entrambi di esserci avvicinati ad un importante aspetto della Resistenza e della sua eredità. Quasi all’unisono la guida ed io ci scambiamo il giudizio lasciato da Norberto Bobbio su di essa: non esaurita o tradita, ma semplicemente incompiuta. «… Purché si intenda la incompiutezza propria di un ideale che non si realizza mai interamente, ma ciononostante continua ad alimentare speranze e a suscitare ansie ed energie di rinnovamento.» Esco dal museo e mi accoglie il sole di luglio, e la delicata brezza che gioca con le onde del lago. In testa ho però l’immagine di una persona che porta un lumicino tremolante nel buio di una tempesta, facendogli schermo con le mani per impedire che il vento lo spenga per sempre. Se ciò avvenisse, forse non ci sarebbe più modo di riaccenderlo. Vivere in un Paese così bello, dove la vita scorre così dolce e lenta, a volte può essere svantaggioso. Di sicuro non sarà la mia generazione a realizzare nella società le aspirazioni di giustizia, libertà e uguaglianza che i nostri nonni avevano intravisto e sperato di portare a compimento nell’aprile terribile ed insanguinato di 75 anni fa. Oggi il nostro compito è molto più modesto, ma dobbiamo comunque adoperarci per svolgerlo al meglio. Se siamo un anello della catena dell’esistenza non possiamo permetterci di cedere. Le nostre forze ci consentono solamente di tenere viva la memoria di quel passato e di quegli uomini? Bene, lo faremo, fino a quando giungerà il tempo del nostro tramonto; per poi affidare l’incarico di raggiungere più alti traguardi del vivere civile a chi verrà dopo di noi. Ma non prima di aver avuto l’umiltà di pronunciare – con un senso di vergogna – doverose parole di scusa ai posteri: “perdonateci, siamo stati troppo deboli, o peggio troppo distratti da altre cose meno importanti. Nel nostro egoismo non abbiamo saputo fare di più; ora provateci voi… il tempo è dalla vostra parte, ma il nostro fallimento vi serva da monito.”