«Ci si domanda quando gli inglesi comincino a capire che hanno a che fare col più attrezzato esercito coloniale del mondo…»

Rodolfo Graziani, telegramma a Mussolini, dopo l'avanzata su Sidi Barrani

 

La guerra voluta da Mussolini avrebbe dovuto portare l’impero coloniale italiano all’apice della propria espansione; in realtà ne segnò l’inizio della fine. Il miraggio di una “Grande Italia”, uno spazio geopolitico comprendente le coste dalmate e greche, la Corsica e l’intera fascia costiera dalla Tunisia al delta del Nilo, che nel giugno 1940 appariva a portata di mano, a metà del 1943, con gli Alleati in procinto di sbarcare in Sicilia, si era già dissolto. In soli due anni, la presenza italiana in Africa, che datava dal 1882, venne spazzata via. Le ragioni di questo tragico fallimento furono molteplici, ma per individuare il punto di partenza di una spiegazione, non esiste scelta migliore e più oggettiva che affidarsi alla geografia. Basta prendere una qualsiasi mappa del mondo: che sia quella di un atlante, di Google Maps o anche solo quella di una semplice agenda, poco importa, perché quasi certamente si tratterà di un planisfero basato sulla proiezione di Mercatore. Il metodo elaborato dal grande cartografo fiammingo del Cinquecento è infatti ancora oggi il più usato per rappresentare la superficie del globo terrestre in due dimensioni. Purtroppo, questa proiezione comporta dei problemi sotto forma di una rilevante distorsione delle dimensioni reali di molte aree. In particolare, le terre allineate lungo l’equatore appaiono molto più piccole di quelle intorno ai poli. Il Brasile, per esempio, sembra grande quanto l’Alaska, mentre la sua superficie è in realtà cinque volte maggiore. La più grande bugia raccontata dalla proiezione di Mercatore riguarda però l’Africa: non dice infatti che la sua estensione è semplicemente immensa. Da ovest ad est, dalle coste del Marocco a quelle dell’Egitto, potrebbero trovare comodamente posto gli interi Stati Uniti d’America. Considerando invece l’asse nord-sud, lo spazio dall’Egitto al Kenya potrebbe contenere un altro gigante come la Cina in tutta la sua larghezza. Queste erano le dimensioni dello scenario in cui dovevano muoversi le ambizioni di conquista italiane. Stabilita la reale entità dei confini del campo di gioco possiamo introdurvi tutte le componenti che vogliamo: diplomatiche, logistiche, economiche e militari. Sullo sfondo di questa consapevolezza, ognuna di queste variabili sembra ridimensionarsi, come se anch’esse venissero liberate dalla distorsione di una misteriosa “proiezione” ideale, conferendo l’idea di quanto, da qualsiasi punto li si consideri, i sogni di gloria del fascismo fossero inattuabili sin dal principio perché appuntati su di una scala strategica sproporzionata rispetto alle effettive capacità di tradurli in realtà. Trasportare, muovere, rifornire eserciti e flotte su distanze intercontinentali era un compito che si situava molto oltre le possibilità dell’Italia di allora, un Paese ancora semi industrializzato, stretto fra le maglie di una società civile arretrata e di un’esile economia, fortemente condizionata dalla carenza assoluta di materie prime. Anche nell’irrealistico caso di un totale collasso degli imperi coloniali francese e britannico, l’Italia si sarebbe trovata nell’impossibilità effettiva di occupare e gestirne i territori da un punto di vita sia logistico che amministrativo. A questo ordine di fattori va poi sovrapposta la totale mancanza di una visione culturale a sostegno della forza da impiegare nei territori che si prevedeva di assoggettare. La politica filo-araba sbandierata dal regime come grimaldello per scardinare il dominio inglese nel Medio oriente era un’ipocrita maschera dietro alla quale c’era il nulla assoluto. Il regime di occupazione coloniale italiano toccò vette di brutalità con pochi eguali persino nella già cupa storia coloniale europea. Mussolini poteva brandire in pubblico tutte le “spade dell’islam” che voleva, ma il vero volto del colonialismo italiano rimaneva quello incarnato dalle crudeli repressioni in Libia e in Abissinia. Nel maggio 1936, con l’annessione dell’immensa Etiopia, il Duce poté annunciare il “ritorno dell’impero sui colli fatali di Roma”, ma non si trattò che di un roboante proclama. La realtà effettiva era ben altra: la guerriglia negli aspri e brulli territori conquistati era endemica e vaste zone in mano ai locali signori tribali. Ancora nel 1940 l’Italia faticava a gestire i propri possedimenti, figuriamoci quelli altrui. Nei fatti la dilettantesca macchina amministrativa italiana non sarebbe stata in grado di tenere a lungo territori con realtà culturali e sociali estremamente complesse ed eterogenee come quelle dell’Egitto, della Tunisia o della Palestina. Un compito simile era molto al di là dell’orizzonte di pensiero dei mediocri uomini del regime e dello Stato, più che delle loro effettive possibilità.

Non sorprende quindi che non esistesse alcun serio piano strategico per il Mediterraneo e l’Africa orientale. La guerra in autonomia e parallela a quella tedesca auspicata da Mussolini era un’utopia destinata a rimanere confinata sulla carta dove era stata scritta. La sola inconfessabile strategia su cui tutti, consapevolmente o meno, facessero affidamento – ammesso che si possa usare tale termine – era la speranza di poter campare a tempo indefinito sui successi mietuti dalla Germania, arraffando nel contempo quanto possibile. Da principio, in attesa degli eventi, le forze italiane furono poste sulla difensiva ovunque: sulle Alpi, in Libia, in Etiopia e nell’Egeo. Poi, sul finire del giugno 1940, il crollo della Francia eliminò di colpo dallo scacchiere un pericoloso nemico e la sua flotta, mettendo il regime di fronte alle proprie responsabilità e costringendolo ad una condotta più offensiva. Nel cosiddetto “Mare nostrum” restavano solamente gli inglesi, i quali però non mostravano il minimo segno di cedimento. Nella prima notte di guerra, tra l’11 e il 12 giugno, uno stormo di Whitley bombardò Torino e Genova: non si registrarono gravi danni ma l’incursione dette un chiaro segnale della determinazione britannica. Il regime fascista si trovò così invischiato in uno scenario inaspettato, in cui una guerra impopolare e dichiarata in modo avventato adesso andava fatta sul serio. Mussolini venne presto a scontrarsi con un problema che non aveva voluto o saputo prevedere, ossia quello del superamento della contraddizione tra il disperato bisogno di successi militari, e del conseguente prestigio, e il non poterli ottenere per ragioni oggettive.

Scongiurato il rischio di un attacco francese dalla Tunisia, il fronte naturale della guerra italiana non poteva divenire che la Cirenaica. Gli obiettivi finali erano Alessandria, importantissima base della Mediterranean Fleet, ed il canale di Suez, nell’Egitto controllato dai britannici. La drammatica situazione sul campo però non consentiva simili mire di napoleonica ambizione. La Libia, governata da Italo Balbo, una delle figure più popolari del regime, mancava delle infrastrutture necessarie ad una guerra moderna ed alla conduzione di operazioni su vasta scala. I suoi porti erano largamente insufficienti e, specie in Tripolitania, praticamente indifesi. Le vie di comunicazione tra il fronte e le retrovie appoggiavano per intero sulla sola strada litoranea: incredibilmente, in 30 anni di dominio coloniale, nessuno aveva mai avvertito l’esigenza di creare collegamenti ferroviari, che avrebbero grandemente facilitato il trasporto ed il rifornimento delle truppe. Ai confini dell’Egitto si trovava schierata la 10a armata formata da unità di fanteria, camicie nere e divisioni coloniali libiche. Una mastodontica unità di quasi 200.000 uomini che si spostavano e combattevano a piedi, come nel ’15-’18, in quanto privi di carri pesanti e di un sufficiente parco di trasporti motorizzati. Già il 12 e 13 giugno, alcuni presidi di confine, furono assaliti da piccoli gruppi di autoblindo e tank inglesi che gettarono nel panico i difensori. A pochi giorni dallo scoppio della guerra i fatti stavano già dimostrando l’inconsistenza del puro e semplice fattore numerico nel conflitto che l’esercito italiano si preparava ad affrontare: nel mare di sabbia del deserto i fattori determinanti di uno scontro erano la mobilità, la potenza di fuoco ed il supporto logistico.

Mussolini nel frattempo, attraverso Badoglio, faceva pressione su Balbo perché iniziasse l’offensiva. Questi, da sempre contrario alla partecipazione italiana nel conflitto, tergiversava perché sapeva perfettamente in quali precarie condizioni versasse la Libia e l’esercito che la difendeva. Tuttavia, non ebbe mai l’occasione di dimostrare le proprie doti di comando: il 28 giugno 1940 mentre pilotava il suo trimotore S.M.79 alla volta di Tobruch, Balbo fu abbattuto dalla contraerea dell’incrociatore San Giorgio ancorato in rada per supportare le difese della piazzaforte. Con tutta probabilità si trattò di un errore, ma i dubbi sull’incidente non furono mai completamente chiariti. Sulle spalle del suo successore, l’inetto generale Rodolfo Graziani, cadde la responsabilità di iniziare l’offensiva contro l’Egitto. Se Balbo mostrava prudenza nell’attaccare, Graziani era dominato da un timore che sconfinava nella pavidità. A metà agosto l’esercito era ancora inattivo e l’impazienza di Mussolini aveva ormai raggiunto il limite. Il 18 il Duce telegrafò seccamente al proprio comandante in Libia:

«L’invasione della Gran Bretagna è decisa, è in corso di ultimazione ed avverrà. Circa l’epoca può essere tra una settimana o tra un mese. Ebbene il giorno in cui il primo plotone di soldati germanici toccherà il suolo inglese, voi simultaneamente attaccherete. Ancora una volta vi ripeto che non vi fisso obiettivi territoriali, non si tratta di puntare su Alessandria e neppure su Sollum. Vi chiedo soltanto di attaccare le forze inglesi che avete di fronte. Mi assumo la piena responsabilità personale di questa mia decisione.»

Mussolini a questo punto si accontentava di una qualsiasi azione militare che potesse anche solo vagamente contribuire ad alleviare le magre figure fin lì accumulate dal regime. Fu solo il 13 settembre che venne accontentato, quando le prime avanguardie italiane si decisero finalmente a varcare il confine ed entrare in territorio egiziano. Tre giorni più tardi, il 16, cinque divisioni conquistarono, si fa per dire, il porto di Sidi Barrani e lì si fermarono, un centinaio di chilometri al di là del confine egiziano. Non incontrarono praticamente resistenza perché la piccola Western Desert Force di Sir Archibald Wavell scelse di non combattere. Gli inglesi sapevano bene che il tempo e le distanze giocavano a loro favore. L’intera operazione costò 91 morti e 270 feriti, il che la dice lunga sull’intensità degli scontri. Mussolini però aveva un piccolo successo da sbandierare. Il messaggio inviato a Roma dal maresciallo Graziani fu talmente comico nell’ingigantire questa scampagnata militare che merita di essere riportato per intero: “Nemico dopo fatta tutta resistenza possibile, contrastando palmo a palmo il terreno est infine stato travolto dalla manovra che lo attanagliava… Si può calcolare che abbia perduto più della metà dei suoi mezzi corazzati tra quelli colpiti dall’aviazione e quelli sperdutisi nel deserto a seguito del disordinato ripiegamento. Aviazione prodigatasi instancabilmente in azioni di bombardamento avversario… Ci si domanda quando gli inglesi comincino a capire che hanno a che fare col più attrezzato esercito coloniale del mondo e quando finalmente impareranno a conoscere il valore del soldato italiano. Lo apprenderanno quanto prima.” Sembrò troppo persino per la grottesca macchina della propaganda di guerra italiana, notoriamente priva di senso della misura: Mussolini nel passare alla stampa il bollettino di Graziani ebbe se non altro la decenza di tagliare l’ultima frase. Il “nemico travolto dalla manovra” in realtà non aveva riportato che 40 morti e la risibile perdita di 11 autoblindo e 10 carri leggeri.

Seguirono mesi di totale inattività, in cui Graziani perse non solo l’occasione di avanzare, ma anche di organizzare una difesa efficace in caso di attacco. Poi, l’8 dicembre 1940, Wavell diede il via all’operazione “Compass”. I piani inglesi, che prevedevano al massimo la riconquista di Sidi Barrani, vennero presto sconvolti. Non dalla contro-reazione italiana, ma dalle dimensioni ciclopiche del totale e repentino collasso del dispositivo militare che sulla carta avrebbe dovuto conquistare l’Egitto. La 7a divisione corazzata britannica, dotata di soli 50 carri pesanti ma contro i quali gli italiani non disponevano di armi efficaci, fece crollare il fronte come un castello di carte. La divisione Catanzaro venne sorpresa e catturata mentre era in marcia in campo aperto e praticamente senza combattimento. In pochi giorni i britannici annientarono quattro divisioni di fanteria e un raggruppamento corazzato, oltre a numerosi reparti minori. La massa dei prigionieri fu sbalorditiva: 38.000 uomini tra cui 4 generali. Con il passare del tempo vennero travolte Bardia, Tobruch, Derna e Bengasi. L’offensiva inglese si arrestò solo a febbraio, nei pressi di El Agheila, al confine con la Tripolitania, a oltre 700 chilometri dalle posizioni di partenza. L’armata di Wavell non poteva più avanzare oltre a causa dell’inaspettato successo: le distanze erano troppo ampie e la catena logistica che supportava le truppe troppo estesa. Una piccola armata inglese di 36.000 uomini e 275 carri armati aveva inaspettatamente catturato 130.000 soldati italiani e conquistato l’intera Ciranaica causando il crollo totale dello schieramento nemico. In quello stesso mese di febbraio i primi contingenti tedeschi dell’Afrika Korps di Rommel iniziarono a sbarcare in Libia: per ristabilire la situazione Mussolini era stato costretto ad accettare l’aiuto di Hitler. Per l’Italia fu la fine definitiva dei sogni di una guerra autonoma e dell’ampliamento di un tanto sospirato impero coloniale che non comprendesse solo sabbia e sassi.

 

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