Qualcuno doveva aver calunniato Josef K., perché, senza che avesse fatto niente di male, una mattina fu arrestato.
[…]
Ma sulla gola di K. si posarono le mani di uno dei due signori, mentre l’altro gli spingeva il coltello in fondo al cuore e ve lo rigirava due volte. Con gli occhi che si spegnevano K. vide ancora come, davanti al suo viso, appoggiati guancia a guancia, i signori scrutavano il momento risolutivo. «Come un cane!», disse, fu come se la vergogna gli dovesse sopravvivere.

 

Questi due brevi passi rappresentano l’inizio e la fine del Processo di Franz Kafka, forse il romanzo più sfuggente, paradossale e angosciante dello scrittore boemo. Entro il perimetro segnato da questi estremi, attraverso una decina di capitoli alcuni dei quali incompiuti, si svolge la tragica vicenda del funzionario di banca Josef K. Come molte delle opere di Kafka – ad esempio La metamorfosi – anche questa si apre con un’inspiegabile rottura nello scorrere abituale della vita quotidiana: una mattina, il giorno del suo trentesimo compleanno, il protagonista viene arrestato. O meglio, due bizzarri individui vestiti di nero e simili a dei fattorini comunicano a K. che egli è imputato in un processo, senza però porlo in stato di detenzione. Il Tribunale che lo accusa non ha bisogno di incarceralo, né tantomeno di notificargli il capo di imputazione. «Il Tribunale non vuole niente da te. Ti accetta quando vieni, ti lascia andare quando vai.» Dapprima sicuro di sé, al punto di essere convinto che si tratti di un grottesco errore, Josef K. si scopre sempre di più un uomo libero e prigioniero allo stesso tempo, un simbolo vivente della condizione dell’uomo moderno che sembra vivere in una sconfinata prigione senza sbarre. Ma soprattutto K. viene di colpo scaraventato all’interno di un misterioso, incommensurabile meccanismo nel quale, nonostante i suoi continui sforzi, verrà alla fine stritolato: sino all’ultimo momento la sua colpa gli rimarrà infatti sconosciuta.

Il romanzo, una volta aperto, non si lascia più chiudere. Le interpretazioni di volta in volta gettate dai critici su questo sfuggente testo, scritto con uno stile disadorno, essenziale, senza uno scarto né un’accelerazione del ritmo narrativo, sembrano scivolare come le gocce di pioggia sul vetro di una finestra. La radicale insondabilità del Processo è destinata a rimanere per sempre insuperabile: di volta in volta interpretato in chiave esistenzialistica, mistico-religiosa, politica, psicanalitica, esso resta inevitabilmente aperto ad una pluralità di significati. Il libro è stato volutamente concepito da Kafka all’insegna della più ermetica allusività, ma se la grandezza di un’opera d’arte nasce dal suo essere irriducibile alle interpretazioni, se un capolavoro è tale perché non esiste spiegazione in grado di esaurirne o racchiuderne l’interezza del significato, allora il Processo è forse uno dei più grandi libri mai scritti. Nel leggerlo – e soprattutto nel rileggerlo – sembra addirittura di raggiungere una sorta di mistico contatto con il protagonista ed il suo autore: portati dalle esili, nere ali della sua allucinata fantasia, ad un certo punto pare di riuscire ad intravedere per un attimo l’infinita estensione della tragicità del vivere che Kafka stesso avvertiva e riversava nelle sue creazioni letterarie. Ad un certo punto ci si sorprende all’inevitabile ricerca di un senso di quello che si sta leggendo, ben sapendo che un simile compito è del tutto vano e senza speranza. Eppure, carichi di aspettativa, ci si imbarca ugualmente in questa impresa destinata a non raggiungere mai la propria meta. Cosa possiamo dunque affermare sull’essenza del Processo? Possiamo provare a gettare un raggio di luce sull’inafferrabile nitore dei simboli e delle immagini che popolano questo labirintico romanzo? Forse no, ma proviamoci comunque. L’intimo significato dell’aggettivo “kafkiano” è per l’appunto questo: il sentirsi gettati in un’ineludibile prova più grande di noi che non può che concludersi con il fallimento…

Il Processo sembra parlarci in prima battuta della colpa e della punizione, dell’attesa e dell’impazienza, ma questo, pur non secondario, non è che un primo livello di lettura dell’opera. Al di sotto di esso risiedono i temi della trascendenza, dell’assoluto, della Legge, di Dio o forse degli dèi, e della loro assenza o – peggio ancora – della loro incommensurabile lontananza che nasce dal reciproco disinteresse. «Il cielo è muto e fa da eco a chi è muto», si legge in un aforisma di Kafka, perché l’uomo non cerca la Verità, ed essa, dal canto suo, evita di rivelarsi. Anzi, pare addirittura che questa si diverta a disseminare il mondo di segni capovolti, ambigui e paradossali, al solo scopo di sviare chi sente l’assillo della sua ricerca. Ancora Kafka, con una splendida sentenza negli “Otto quaderni in ottavo” ci conferma: «la vera via passa su una corda, che non è tesa in alto, ma rasoterra. Sembra fatta più per inciampare che per essere percorsa.» È questo forse il senso della parabola che il sacerdote racconta a K. nel nono capitolo del libro: l’incapacità da parte dell’uomo di decifrare i segnali che giungono da un mondo irraggiungibile non perché lontano, ma perché così vicino e presente da non essere visto. Davanti alla Legge monta la guardia un custode. Un uomo di campagna un giorno giunge a lui e lo prega di farlo entrare. Il custode però dice che per il momento non lo può permettere e l’uomo decide di attendere. Per anni rimane seduto in attesa davanti alla porta. Quando ormai, vecchio e stanco, con la vista che sta per spegnersi, decide di chiedere al custode come mai in tutto quel tempo nessuno oltre a lui si sia mai presentato chiedendo di entrare nella Legge, si sente rispondere: «Qui non poteva entrare nessun altro, perché questo ingresso era destinato solo a te. Adesso vado a chiuderlo.» Nel penultimo capitolo del libro il senso della vicenda di Josef K. sembra ribaltarsi in modo assurdo: la colpa senza nome si trasfigura in un’elezione, la magica affinità del Tribunale che ricerca solo i colpevoli è in realtà l’invito di Dio ad entrare nella sua luce che attende tutti gli uomini. Gli uomini senza peccato, come ancora crede di essere K. impegnato in una controproducente difesa di sé stesso, non esistono agli occhi della Legge. Ma ormai è tardi: K. non comprende il senso del richiamo della Legge. Come l’uomo di campagna non sa decifrarne i segni.

Eppure, il Processo è soprattutto un libro sulla speranza, la quale percorre in maniera sotterranea quasi ogni singola pagina di quest’opera. Il paragrafo prima di quello finale, quello in cui il protagonista viene giustiziato, è tutto incentrato su di un’ultima possibilità di riscatto:

Il suo sguardo cadde sull’ultimo piano della casa attigua alla cava. Come una luce che si accenda improvvisa, si spalancarono le imposte di una finestra, un uomo, debole e sottile per la distanza e l’altezza, si sporse d’un tratto e tese le braccia ancora più in fuori. Chi era? Un amico? Una persona buona? Uno che partecipava? Uno che voleva aiutare? Era uno solo? Erano tutti? C’era ancora aiuto? C’erano obiezioni che erano state dimenticate? Ce n’erano di certo. La logica è, sì, incrollabile, ma non resiste a un uomo che vuole vivere. Dov’era il giudice che lui non aveva mai visto? Dov’era l’alto tribunale al quale non era mai giunto? Levò le mani e allargò le dita.

 

L’universo immaginato da Franz Kafka è fondato intorno alla continua, evidente presenza della speranza. A rendere così spietato e doloroso l’abitarci non è, come verrebbe da credere, la sua assenza. Un mondo affogato nella rassegnazione sarebbe forse un posto più tollerabile. No, Kafka ci dice esattamente il contrario: anche ad un attimo dalla fine c’è sempre speranza, ma non per noi. La tragedia della condizione umana risiede nel fatto di essere continuamente investiti, anche nei momenti più cupi, da una sottile luce di salvezza mandata per noi e che illumina solo noi, come quella che promana dalla porta della Legge custodita dal guardiano. L’orrore del meccanismo che avvolge il continuo rinnovarsi della speranza risiede unicamente nell’incapacità dell’uomo di rompere questo circolo, a causa della propria stoltezza. La colpa per la quale uno sconosciuto Tribunale ci condanna potrebbe non essere altro che questa.