In cosa consiste la bellezza del mondo e – soprattutto – come riconoscerla? Temo che non ci sia una risposta definitiva, ossia una formulazione basata su parametri oggettivi e quindi, in quanto tali, universalmente validi per l’intero genere umano. Ognuno di noi, a seconda della propria sensibilità, così come della cultura e del tempo di appartenenza, potrebbe infatti dare una propria personalissima (e del tutto legittima) definizione del concetto di bellezza. Per quanto mi riguarda ammetto di sapere molto poco sull’argomento, se con l’espressione alludiamo ad una conoscenza strutturata e approfondita. In parte per una scelta deliberata. Sull’argomento, i pochi filosofi che conosco, non mi hanno mai pienamente convinto; al punto che oggi comprerei un libro sulla fenomenologia dell’esperienza estetica solamente per impiegarlo come zeppa per un tavolino instabile nel soggiorno di casa. Ciò però non toglie che la domanda iniziale rimanga dannatamente intrigante. Per questo motivo, dall’alto del mio Speakers’ Corner virtuale, vorrei comunque provare ad assumermi il rischio di espormi ad una memorabile figuraccia fornendo – sebbene non richiesto – un mio punto di vista. Sono armato solamente dell’esperienza maturata in quaranta inutili anni di permanenza nel caos semi organizzato della Terra, accoppiata ad una lunga e meticolosa osservazione di me e dei miei simili. Ammetto infine che in me alberga più di un atomo di arroganza, senza la quale non potrei spendere le sommesse parole in libertà e senza troppi sofismi che, purtroppo per voi, state leggendo…

Allora, la bellezza. Pur non sapendo come definirla, sono sempre più convinto che essa sia ovunque, e che circondi ogni lato della nostra vita. E che il riconoscerla risulti tanto più facile quanti più collegamenti e relazioni di senso siamo in grado di scorgere in una persona, in un’esperienza o in un oggetto. Credo inoltre che il Grande Architetto del Mondo – sempre che esista, cosa di cui dagli indizi in mio possesso dubito fortemente – si sia divertito, con sublime ironia, a nasconderla in esseri, luoghi e cose inaspettate, le quali a loro volta tendono sinistramente a coincidere con gli esseri, i luoghi o le cose più comuni, come quelle che abbiamo sotto i nostri occhi tutti i giorni e che, proprio a causa di questa assuefazione, ci appaiono null’altro che banali. Come dire: con i nostri occhi siamo in grado di vedere, ma quasi mai di osservare. Per quest’ultima azione infatti non basta la vista, ma siamo chiamati a coinvolgere anche cuore e cervello, e non tutti gli esemplari di homo sapiens, vuoi per scarso allenamento all’utilizzo di queste due componenti, vuoi per una certa grettezza di base, sono in grado di andare oltre l’apparenza e di inoltrarsi nell’oceano infinito della poesia delle cose. In fondo la bellezza, indipendentemente da oggetto e circostanze, potrebbe non essere altro che un accorgersi della profondità delle radici del Tutto, e il piacere solamente il conseguente riconoscimento razionale ed emotivo della complessità nascosta dietro la semplicità.

Infine, come sosterrebbe il più superficiale degli esteti, non nego che il genere umano possieda una misteriosa inclinazione che lo attira verso l’equilibrio delle proporzioni e le sue variegate manifestazioni. Non è sempre vero che la bellezza non abbia parametri né regole e che risieda unicamente nell’animo di chi osserva. Una fuga di Bach, una riga di codice informatico o la sublime regolarità delle foglie di un albero, pur nella loro apparente diversità, sembrano tutte suggerirci che anche l’ordine ed il rigore formale possiedono un fascino del tutto evidente e in grado di sommuovere ben più di una timida onda nel quieto lago del cuore di un ipotetico spettatore. A solo titolo di esempio, due minuti di superficiale lettura della pagina di Wikipedia sulla sezione aurea e le sue mirabolanti declinazioni in natura potrebbero bastare a suffragare la tesi. Ed è proprio a questo proposito che oggi scrivo queste parole sul fascino che possiede persino il comunissimo foglio A4, il più banale oggetto da ufficio.

Lavorando in un ufficio sono in continuo contatto con questo mattone fondamentale del labirintico palazzo della burocrazia. Avessi un centesimo per tutte le occasioni in cui ne ho maneggiato o stampato uno, probabilmente oggi potrei dare del pezzente a Bill Gates. E mai una volta che mi sia soffermato a notarne l’intrinseca bellezza. Infatti, la folgorazione sulla via di Damasco all’origine di queste righe, non mi è giunta alla scrivania, tra pile di fogli e documenti, bensì una domenica mattina, nella quiete di casa, mentre riordinavo i libri della mia stanza alla disperata ricerca di un rimedio alla noia da lockdown per covid-19. Ad un certo punto mi è capitato tra le mani il mio vecchio dizionario di tedesco e, spolverando quel tomo possente e squadrato come un panzer, la mia vista è caduta per caso sulla pagina contenente l’espressione “DIN A4”. Non l’avevo mai sentita, eppure in qualche misteriosa maniera mi suonava familiare… La curiosità mi ha così condotto alla scoperta che nella lingua di Goethe e Schiller questa sequenza di lettere è divenuta così proverbiale e comune da essersi ormai meritata una menzione d’onore nei dizionari. “DIN A4” è l’acronimo di “Deutschen Instituts für Normung A4” e indica un particolare standard relativo al formato dei documenti amministrativi. Venne introdotto in Germania nel 1922, nel clima rivoluzionario della prima Repubblica di Weimar, con l’intento di rimettere ordine nella confusione della grande moltitudine di modelli preesistenti. In realtà però, come spesso accade per la quasi totalità delle vicende umane, l’idea era già nell’aria da parecchio tempo: per l’esattezza dal lontano 1786, quando il fisico Georg Christoph Lichtenberg aveva intuito i vantaggi che sarebbero derivati dall’adottare un formato di carta basato su un rapporto d’aspetto espresso dalla radice quadrata di 2. Quasi un secolo e mezzo dopo, un altro tedesco, l’ingegnere Walter Porstmann, riesumò l’idea di Lichtenberg dal cassetto dalle astrazioni della storia, facendone il fondamento di un sistema per i formati della carta. In capo a vent’anni lo standard era già in uso in altri nove Paesi: Belgio, Paesi Bassi, Norvegia, Finlandia, Svizzera, Svezia, Unione Sovietica, Ungheria e per ultima, nel 1939, anche l’Italia. I nomi dell’elenco non sono casuali: basta una cartina e un poco di conoscenza della storia per scorgervi un’evidente vicinanza all’area geografica, politica ed economica della Germania. Incredibilmente, o forse no, nemmeno il secondo conflitto mondiale ebbe l’effetto di frenare l’avanzata del DIN A4. A guerra finita, nel 1975, una ricerca dimostrò che gli Stati che avevano deciso di adottarlo erano già 88 su 148. Insomma, come diremmo oggi, un ennesimo successone del “made in Germany”.

Ma veniamo ai dettagli. L’idea alla base del formato è piuttosto semplice. La serie è definita dal suo capostipite, il foglio detto A0, un gigantesco lenzuolo cartaceo con un’area di un metro quadrato esatto. Ogni salto successivo verso formati via via più piccoli implica una riduzione della superficie pari alla metà: le dimensioni dell’A1 sono pertanto equivalenti alla metà esatta dell’A0, quelle dell’A2 a 1/4, quelle dell’A3 a 1/8, quelle dell’A4 a 1/16, e così via fino all’A10, un minuscolo francobollo di 26 x 37 mm per lillipuziani. Ma la vera caratteristica interessante della serie è un’altra: il rapporto tra il lato lungo e il lato corto di ogni gradino della scala dei fogli A è espresso da un numero irrazionale che, per approssimazione, si avvicina moltissimo alla radice quadrata di 2, ossia: 1, 41421. Tipo questa figura:

Scegliendo di operare il dimezzamento del lato lungo di un rettangolo la cui base e altezza siano reciprocamente legate dall’elegante formula b/a= √2 , la nuova figura manterrà le stesse proporzioni: anche i nuovi lati ottenuti avranno pertanto lo stesso identico rapporto dell’originale dal quale sono ricavati. Più in concreto, il nuovo lato lungo avrà la stessa lunghezza del lato corto del modello precedente. Per calcolare l’area del foglio in metri quadrati sarà sufficiente seguire l’altrettanto regale formula: 2-n Un A4 avrà quindi un’area di 0,0625 m2, data dal risultato di 2-4 ossia, in parole, un sedicesimo di metro quadrato. Tutto questo ci porta alla definizione astratta delle dimensioni dei fogli A, la cui superficie può essere pertanto pensata come l’esponente negativo da assegnare alla base 2 o, se preferite, quello positivo da assegnare alla base 0,5. Riassumendo con una tabella…

Formato Superficie Oppure…
A0 1 m2 0,50 m2
A1 1/2 m2 0,51 m2
A2 1/4 m2 0,52 m2
A3 1/8 m2 0,53 m2
A4 1/16 m2 0,54 m2


Anche la grammatura della carta da fotocopie standard (80 grammi per metro quadro) non è certo casuale, in quanto è pensata per fare in modo che un foglio A4 pesi esattamente 5 grammi. A voi il non impossibile calcolo di quanto pesino i formati superiori e inferiori. Io sono troppo pigro e non ho voglia di prendere gomma e matita, ma qualcosa mi dice che i risultati saranno comunque legati da una qualche forma di proporzionalità…

Tutto questo intreccio di rimandi geometrici e concettuali nascosti sotto la superficie di un oggetto all’apparenza banale come un comune foglio mi hanno letteralmente fatto impazzire. Ad un certo punto ho persino ceduto alla follia di andare a rispolverare le proprietà delle potenze, per assaporare meglio i vari passaggi di scala. Domani il mio cervello su cui già si allunga l’inquietante ombra dell’Alzheimer se ne sarà sicuramente dimenticato, ma lasciate che esclami: “Dannazione! Se solo le avessi studiate meglio alle superiori…” Credo di aver comunque avuto la misura tangibile di quanto distrattamente ci avventuriamo lungo il cammino che siamo soliti chiamare “esistenza”. E su quanti tesori alla nostra portata ignoriamo strada facendo. Per ritornare al tema iniziale, parlando della bellezza e dei giudizi estetici, non conta tanto il modo con cui si mettono a fuoco idee generali, ma il modo particolare con il quale esse si legano ad un’esperienza particolare. Ma se questo stato di fatto, da un lato, è rassicurante, dall’altro implica anche la necessità di uno sforzo e di una difficoltà di individuazione continuo. In parte, forse, è anche giusto che sia così. Conoscenza ed ignoranza sono due lati della stessa medaglia, una dipende dall’altra, ed entrambe, abbracciandosi nel loro equilibrio, definiscono il proprio senso reciproco. Se conoscessimo ogni cosa, se in ogni momento fossimo sempre consapevoli di ciò che stiamo vivendo ed osservando, probabilmente impazziremmo, o saremmo gli esseri più infelici dell’universo. Di sicuro il mondo, così com’è, nella sua apparente contraddittorietà ed ambiguità, non è un posto poi così brutto in cui vivere. Persino un semplice foglio A4 sembra rispecchiare un’innata tendenza dell’uomo al bello e alla perfezione, e rievocare attraverso di essa le immortali parole del grande Jorge Luis Borges: «La terra è un paradiso. L’inferno è non accorgersene.»