[…] la possibilità è la più pesante di tutte le categorie…

Søren Kierkegaard

Mattino, prime luci dell’alba. Ci stiracchiamo, scostiamo le coperte e solleviamo il capo dal cuscino. In un’infinita sequela di sbadigli scendiamo dal letto e quasi alla cieca, di pura memoria muscolare, infiliamo le ciabatte ai piedi. La nostra giornata inizia.
Tarda sera, uno smartwatch o la fine dei programmi in tv ci dicono che è ora di andare a dormire. Obbedienti, ci avviciniamo al letto, sfiliamo le ciabatte, ci stiracchiamo avvolgendoci sotto una morbida trapunta e sistemiamo il capo sul cuscino. In un’infinita sequela di sbadigli, la nostra giornata finisce.

Potreste pensare che entro lo spazio marcato da questi due momenti comuni alla vita di ognuno di noi trovi posto una moltitudine di eventi di cui siamo stati protagonisti o testimoni. In effetti è così. Ma se provassimo a ridurre ad un minimo comune denominatore il multiforme contenuto della nostra giornata, potremmo accorgerci che alla fine essa non si riduce che ad un singolo elemento ripetuto ad abundantiam: la decisione. Tutto intorno a noi è un costante, ineludibile richiamo all’esercizio di una scelta. Che abiti indosso per uscire di casa? Cosa mangio per colazione? Saluto o no la vicina di pianerottolo che parcheggia sempre negli spazi comuni del condominio? Che strada prendo per andare al lavoro? Giunto alla scrivania, al posto di combattimento, che priorità assegno alle decine di scadenze che mi assalgono non appena accendo il computer? Nel frattempo, rispondo o no all’amico che mi manda un meme su WhatsApp? Che cibo trangugio nei pochi minuti della pausa pranzo? Che contegno mantengo con lo scocciatore che, all’altro capo del filo del telefono, mi tormenta con richieste inverosimili? E, una volta timbrato il cartellino e rincasato, che faccio nella quiete del mio rifugio domestico? Leggo? Ma cosa? Guardo la tv? E quale programma? Oppure esco con gli amici? Ma dove? Non sono che esempi banali, ma dimostrano come la trama della nostra quotidianità sia sufficientemente indistinguibile da un cammino disseminato di infinite biforcazioni che di volta in volta siamo chiamati a prendere in maniera spesso del tutto forzata.

Studi recenti hanno aperto intriganti spiragli di comprensione su alcuni meccanismi invisibili che presiedono a questo infinito labirinto di scelte. La scoperta forse più affascinante credo riguardi le funzioni esecutive del nostro cervello. Dietro la definizione si nasconde l’insieme dei moduli di controllo, pianificazione e coordinazione che la mente applica per stabilire gerarchie di importanza, obiettivi ed elaborare strategie da seguire in vista di un loro raggiungimento. Ebbene, tutto questo lavorio sotto la crosta del decision-making e del problem-solving comporta un dispendio rilevante e, pertanto, genera un effetto fatica. Fin qui niente di particolarmente strano: la cosa sembra del tutto sensata ed intuitiva anche per una persona non dotata di una laurea in neuroscienze. Il dettaglio inquietante è però il fatto che non esiste alcuna proporzione diretta tra l’importanza che assegniamo al processo decisionale e il suo costo in energia. Le decisioni sciocche e banali sono dispendiose tanto quanto quelle importanti. Il tutto alla fine si riduce a qualcosa di simile al funzionamento di un muscolo: non importa se stiamo sollevando pesi in palestra per noia o se, aggrappati al ciglio di un burrone con i piedi che si agitano nel vuoto, stiamo tentando di sollevarci sulle braccia. Il prezzo da pagare è sempre lo stesso.

Uno studio americano ha dimostrato la teoria con un curioso esperimento. C’è un test di matematica e, ovviamente, dei partecipanti. Tutti, prima della prova, vengono invitati a pranzare alla mensa della struttura che li ospita. Ad alcuni viene portato un menù straricco di opzioni, ad altri uno decisamente più “povero”. Incredibilmente, al termine dell’esame, questi ultimi riportano punteggi più alti. Morale? La scelta relativamente ininfluente su cosa mangiare per pranzo comporta un pedaggio in termini di energie mentali. Pubblicitari e venditori, avendo a che fare con quello straordinario luogo di sperimentazione sociale che è il supermercato, sono giunti alle stesse conclusioni già da tempo. Il banco degli assaggi di prova organizzato per invogliare i clienti all’acquisto ha molte più chance di piazzare un prodotto quanti meno sono i campioni che espone. Per ironia, troppe scelte finiscono col gettare nella paralisi un compratore a causa della moltitudine di costosi processi di valutazione e calcolo che innescano. Anche i creatori di videogames sono consapevoli di questo processo. Pensate ad un qualsiasi titolo di strategia. Il gioco, in essenza, si basa quasi unicamente sul numero, sul bilanciamento tra le decisioni che il giocatore è chiamato a prendere, e sui loro effetti. Ricerco la polvere da sparo o la navigazione oceanica? Attacco il mio confinante o stringo un’alleanza? Fondo delle città o costruisco più unità militari per conquistare quelle nemiche? E via dicendo. Un game designer sa però molto bene che esiste un limite da non oltrepassare: sommergere un giocatore sotto un fuoco di fila di decisioni inutili si rivela alla lunga dannoso, proprio perché, in virtù del loro costo, generano stanchezza e perdita di interesse nel gioco. Se ci pensate bene, tutti i giochi e gli sport di maggior successo, sono basati su un insieme abbastanza limitato di regole, obiettivi e quindi di scelte da compiere. In fondo, chi non ha mai giocato a carte? O a dama? O a calcio?

Torniamo però all’esempio del supermercato e al banchetto dei campioni di prova. Da chiarire c’è ancora un dettaglio, che forse tanto dettaglio non è. Abbiamo visto che meno prodotti vengono esposti e più la gente compra con facilità. Quasi tutti gli acquirenti dichiarano però di preferire un vasto assortimento di opzioni di acquisto, anche se i dati dimostrano che la loro soddisfazione è inversamente proporzionale alle scelte possibili. I clienti tendono infatti a radunarsi agli stand più ricchi, sebbene in conclusione finiscano col non comprare nulla. La contraddizione, con tutto il suo carico di autolesionismo, non è facilmente giustificabile. Una spiegazione chiama in causa l’innata curiosità che caratterizza ogni essere umano, la quale, prendendo il sopravvento, fa sì che in ognuno di noi si instauri il sottinteso che “più è meglio”. Maggiori interventi decisionali – per quanto inconsistenti siano gli esiti – contribuiscono a rafforzare il nostro illusorio senso di protagonismo e di controllo sulla realtà.

Ad inquietare, resta però l’entità del dispendio energetico che comporta un continuo flusso di inutili “sì”, di “no” o al limite di “non so”. È quantificabile? Siamo giunti al termine della nostra giornata tipo e, come sempre più spesso ci capita, vi siamo arrivati stanchi. Perché? Quanto della fatica mentale che accusiamo è dovuta a motivi realmente importanti? Quante decisioni che abbiamo preso potevano essere tralasciate perché prive di un reale impatto sui nostri equilibri esistenziali? Abbiamo ricavato un reale senso di appagamento dall’averle assunte? E quale è stato il loro costo?

Sid Meier, l’autore di alcuni dei più geniali videogame di strategia, ha affermato che, nell’accingersi a crearne uno, la sua principale preoccupazione è sempre quella di trasformare il giocatore nel protagonista di una serie di “interesting decisions”. Il fascino magnetico di pietre miliari del divertimento elettronico come “Civilization”, “Pirates” o “Railroad Tycoon” risiede nella perfetta realizzazione di questa dichiarazione di intenti, che coglie una verità alla base non solo del giocare, ma del vivere stesso. Non c’è dubbio che la nostra società tenda sempre di più ad essere connotata da un indiscriminato overload di decisioni in ogni campo, dalla sfera personale a quella pubblica, includendo nell’insieme mondo del lavoro, mercato dei beni di consumo e meccanismi della rappresentanza politica. Il Grande Programmatore della nostra esistenza – o forse meglio, noi stessi, nel caso non crediate che ce ne sia uno – avrebbe bisogno di qualche lezione di game design.