Lo dico subito? Lo dico subito: Gabriele D’Annunzio mi sta abbondantemente sulle scatole. Anzi, di più: non esiste un personaggio che, per mezzo delle proprie parole come delle proprie azioni, sia capace di suscitare in me un disprezzo più profondo. E questo pressappoco da quando sono in grado di leggere qualsiasi testo leggermente più complesso di Topolino. Ok, probabilmente lo si poteva già intuire dal titolo, ma credo sia stato meglio mettere subito le cose in chiaro: questo non sarà un post all’insegna dell’equilibrio di giudizio. Prenderò una posizione netta, brandirò la clava e – come si suole dire – ci andrò giù pesante: con critiche circostanziate, motivate, ma senza mezze misure. Del resto la natura stessa del personaggio sembra imporre un simile approccio. D’Annunzio o lo si ama, o lo si odia. Ed io appartengo decisamente a quest’ultimo schieramento. Per cui vi avviso: se siete dei fan dell’immaginifico Vate, siete ancora in tempo a cambiare sito o, se ritenete di poter resistere alla demolizione del mito, continuate a leggere. Alla fine valuterete voi se denunciarmi all’Accademia della Crusca, inviare al mio indirizzo una busta contenente polvere di antrace, oppure, come spero, rivalutare in una luce negativa alcuni aspetti della complessa figura di Gabriele D’Annunzio. Iniziamo?

Il letterato – All’inizio del Novecento, con la morte di Giuseppe Verdi, non c’era ombra di dubbio che l’italiano più famoso al mondo fosse Gabriele D’Annunzio. Nato a Pescara il 12 marzo 1863, rivelò sin dall’adolescenza uno straordinario talento naturale per cogliere le qualità musicali e seducenti della lingua. A soli 16 anni, grazie all’aiuto finanziario dal padre, aveva già pubblicato una raccolta di versi dall’altisonante titolo latino “Primo vere”. Fu un discreto successo, anche se più di critica che di pubblico. In seguito, per incrementare le vendite del volumetto, D’Annunzio fece diffondere la falsa notizia della propria morte avvenuta cadendo da cavallo. Ai tempi l’espediente non era inconsueto, ma il fatto getta di per sé una luce piuttosto sinistra sulla piega spregiudicata che il carattere del giovane autore avrebbe assunto. E infatti a 30 anni D’Annunzio era già diventato l’epitome del dandy: elegante, raffinato, colto, incostante, narcisistico, imprevedibile. Abitava in sontuose ville attorniato da una pletora di servitori, vantava innumerevoli storie d’amore e, non ultima, una lista di debiti da far impallidire un giocatore d’azzardo patologico. In Italia la Chiesa cattolica non lo aveva in gran simpatia, per usare un eufemismo: i suoi sensuali romanzi e componimenti poetici erano stati posti all’indice dei libri proibiti senza troppi complimenti con la lapidaria motivazione: “Opera fidei et morum offensiva.” Nel 1939, quando venne stampata la sua ultima opera “Solus ad solam”, nella quale veniva narrata la storia d’amore tra l’autore e una nobildonna sposata, la messa al bando fu immediata. Piccolo dettaglio: D’Annunzio era morto l’anno prima; l’opera era quindi postuma! Eppure, i grandi letterati di tutta Europa, specie i più giovani, nutrivano nei suoi riguardi una stima sincera ed appassionata. James Joyce, Henry James, Marcel Proust e Paul Valéry, solo per fare alcuni nomi, erano tutti suoi ferventi ammiratori. Oggi è francamente impossibile comprendere il senso di una simile considerazione, dal momento che per un lettore del XXI secolo, le opere di D’Annunzio sono semplicemente illeggibili. Intrise di melensa retorica, prolisse, ridondanti, e soprattutto poggiate su una trama insulsa che serve unicamente a fare da quinta all’ego ipertrofico dei protagonisti: tutti dei dandy decadenti nei quali non è necessario l’acume di Freud per riconoscervi una narcisistica proiezione dell’autore medesimo. Se da un lato forma ed eleganza lessicale erano ai massimi livelli della sontuosità, dall’altro, la complessità intellettuale e spirituale delle sue opere si fermava ad un livello puramente superficiale. Se i libri di Dostoevskij e Joyce possedevano una profondità di pensiero degna di un oceano, quelli di D’Annunzio non sorpassavano il livello di un bicchiere d’acqua. Ad un certo punto si dedicò al teatro, ma anche in questo caso la sua produzione, quanto a qualità letteraria, non si discostava molto dalle altre opere: se i suoi drammi non furono tutti dei solenni fiaschi fu solo a causa della notorietà dell’autore e delle attrici che interpretavano le parti delle protagoniste. Oggi che la fama di queste opere è svanita nel tempo, rimane la sostanza, vale a dire ben poco: un intreccio artefatto, unito all’insostenibile pesantezza dei monologhi che consentono a D’Annunzio di dimorare ancora oggi nell’Olimpo dei peggiori drammaturghi di ogni tempo. Nemmeno Alfieri e Manzoni fecero peggio in questo campo. Sono convinto che retorica e vuota magniloquenza siano ancora oggi uno dei principali mali che inquinano molti aspetti della vita quotidiana dell’Italia del duemila. Pensate alla politica, alla letteratura, alla burocrazia, ai giornali… chiunque possieda un qualsivoglia ruolo o evidenza pubblica, nel momento in cui decide di prendere in mano una penna, dovrebbe avvertire l’urgenza di perseguire un fine di sobrietà e serietà. La costruzione di una società civile passa anche e soprattutto per l’esercizio quotidiano di una scrittura onesta. Ogni parola che non viene scritta con questo spirito è un passo che ci spinge lontano dalla verità, verso un mondo di vuota apparenza.

Il politico – Nel 1897 D’Annunzio decise di tentare l’esperienza politica, molto probabilmente per il solo motivo di dimostrare a sé stesso di esserne capace. In una lettera all’editore triestino Emilio Treves scrisse con entusiasmo: « […] un intrico di circostanze mi ha fatto prigioniero e schiavo, inaspettatamente. Sono candidato!!! E, se potrò vincere i primi disgusti che solleva in me la Bestia Elettiva, condurrò a termine l’impresa felicemente.» Bestia Elettiva? Non male in quanto a fiducia nel sistema parlamentare. Venne eletto nel collegio di Ortona a Mare, in provincia di Chieti, dove si presentò come un uomo della Destra. Entrò dunque al Parlamento, nella XX legislatura del Regno d’Italia. Inutile dire quanto le severe aule della Camera fossero l’esatto contrario del suo ambiente ideale, ammesso che ne sia mai esistito uno. In un luogo che imponeva serietà, concretezza e professionalità nell’affrontare i problemi, il contributo di un demagogo, che non aveva altro scopo che attirare l’attenzione su di sé, poteva essere solamente all’insegna delle spacconate e dei gesti eclatanti privi di utilità. Come quando, nel bel mezzo di un infuocato dibattito, lasciò il proprio scranno tra le file della Destra e si accomodò platealmente a Sinistra, tra i socialisti. Commentò memorabilmente: «Porto le mie congratulazioni all’Estrema Sinistra per il fervore e per la tenacia con cui difende la sua idea. Dopo lo spettacolo di oggi, io so che da una parte vi sono uomini morti che urlano e dall’altra pochi uomini vivi ed eloquenti. Come uomo d’intelletto, vado verso la vita.» A dispetto del voltafaccia decise di ricandidarsi per la successiva legislatura. Ebbe se non altro la decenza di cambiare collegio, optando per quello di Firenze. Ma fu solennemente sconfitto. A nulla valsero le ruffianate su Michelangelo, Dante e Leonardo con le quali tentò pateticamente di ingraziarsi i socialisti fiorentini, i quali chiedevano concrete misure di equità fiscale, non vaniloqui sui Grandi della Toscana. Finì così la carriera parlamentare di D’Annunzio, ma non quella politica. A cambiare la natura del suo impegno fu lo scoppio della Grande guerra. Nel maggio 1915 rientrò in Italia dalla Francia, dove si era rifugiato per sottrarsi ai propri creditori. Il suo scopo era quello di amplificare la voce del piccolo ma agguerrito movimento interventista grazie alla propria fama. Il 5 maggio a Quarto, all’inaugurazione del monumento ai Mille, tenne un volgare discorso grondante di retorica patriottarda che, nella sua parte finale, riecheggiava in modo grottesco il Discorso della montagna di Gesù:

«[…] Tutto ciò che siete, tutto ciò che avete, e voi datelo alla fiammeggiante Italia!.
O beati quelli che più hanno, perché più potranno dare, più potranno ardere.
Beati quelli che hanno venti anni, una mente casta, un corpo temprato, una madre animosa.
Beati quelli che, aspettando e confidando, non dissiparono la loro forza, ma la custodirono nella disciplina del guerriero.
Beati quelli che disdegnarono gli amori sterili per essere vergini a questo primo e ultimo amore.
Beati quelli che, avendo nel petto un odio radicato, se lo strapperanno con le lor proprie mani; e poi offriranno la loro offerta.
Beati quelli che, avendo ieri gridato contro l’evento, accetteranno in silenzio l’alta necessità e non più vorranno essere gli ultimi ma i primi.
Beati i giovani che sono affamati e assetati di gloria, perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi, perché avranno da tergere un sangue splendente, da bendare un raggiante dolore.
Beati i puri di cuore, beati i ritornanti con le vittorie, perché vedranno il viso novello di Roma, la fronte ricoronata di Dante, la bellezza trionfale d’Italia.»

Il senso era chiaro: trovate il coraggio di morire per la patria. Benedetto Croce, che detestava D’Annunzio, definì il discorso una buffonata. Il Vate partì poi alla volta di Roma dove tenne un’altra serie di infuocati comizi alle folle. Il 13 maggio 1915, superò persino le visionarie vette toccate a Quarto: «[…] Ogni eccesso della forza è lecito, se vale ad impedire che la Patria si perda. Voi dovete impedire che un pugno di ruffiani e di frodatori riesca ad imbrattare e a perdere l’Italia. Tutte le azioni necessarie assolve le legge di Roma. Ascoltatemi: Intendetemi. Il tradimento è oggi manifesto. Non ne respiriamo soltanto l’orribile odore, ma ne sentiamo già tutto il peso obbrobrioso. Il tradimento si compie in Roma, nella città dell’anima, nella città di vita! … Udite! Noi siamo sul punto d’esser venduti come una greggia infetta. Su la nostra dignità umana, su la dignità di ognuno, su la fronte di ognuno, su la mia, su la vostra, su quella dei vostri figli, su quella dei non nati, sta la minaccia d’un marchio servile. Chiamarsi italiano sarà nome di rossore, nome da nascondere, nome da averne bruciate le labbra …. Imponiamo il fato, imponiamo la legge! Le nostre sorti non si misurano con la spanna del merciaio, ma con la spada lunga. Però con bastone e col ceffone, con la pedata e col pugno si misurano i manutengoli e i mezzani, i leccapiatti e i leccazampe dell’ex-cancelliere tedesco […]» Questa esortazione alla formazione di pattuglie contro gli oppositori liberali non è altro che la cellula originaria di quella che di lì a pochi anni prenderà forma nella violenza fascista. Lo pseudo dialogo con la folla, il culto della personalità, l’incoraggiamento allo squadrismo e alla repressione degli oppositori o presunti tali: inutile girarci attorno, c’è già tutto, e anni prima della formazione dei fasci di combattimento, avvenuta nel marzo del 1919.
Il 24 maggio 1915 finalmente venne la guerra. Il giorno seguente D’Annunzio celebrò l’inizio delle ostilità con la solita tronfia oratoria: «La nostra vigilia è finita. La nostra ebbrezza incomincia […] Il confine è valicato. Il cannone tuona. La terra fuma. L’Adriatico è grigio, in quest’ora, come la torpediniera che lo taglia. […] Compagni, è vero? Incredibile sembra l’evento, dopo tanta ambascia. Si combatte con armi, si guerreggia la nostra guerra, il sangue sgorga dalle vene d’Italia! […] L’uccisione comincia, la distruzione comincia. Uno della nostra gente è morto sul mare, uno della nostra gente è morto sul suolo. Tutto quel popolo, che ieri tumultuava nelle vie e nelle piazze, che ieri a gran voce domandava la guerra, è pieno di vene, è pieno di sangue. […] Ma anche noi non abbiamo ormai altro valore se non quello del nostro sangue da versare.»
Questa patologica, delirante visione di sangue, morte e distruzione assunse ben presto i drammatici contorni della realtà, e su una scala che nemmeno la fervida immaginazione di D’Annunzio avrebbe potuto ritenere possibile. Una dopo l’altra, ondate di fanti-contadini vennero mandate ad infrangersi contro un’impenetrabile barriera di filo spinato battuto dal piombo micidiale delle mitragliatrici austriache. Intere brigate vennero distrutte sulle pietraie del Carso, lungo il corso dell’Isonzo o in disperati assalti al Podgora, al Sabotino, al massiccio dell’Ermada… solo per essere ricostituite nelle retrovie con nuova carne da cannone e rimandate all’assalto degli stessi nomi e degli stessi obiettivi dopo qualche mese. Alla fine del 1915, terminate le prime quattro inconcludenti battaglie dell’Isonzo, sommando morti e feriti, le vene d’Italia avevano già versato un oceano di sangue per conquistare pochi chilometri quadrati di territorio austriaco: in nemmeno sei mesi il Paese aveva perso l’impronunciabile cifra di 161.500 uomini. D’Annunzio aveva indubbiamente di che rallegrarsi ma che un simile olocausto avesse nobilitato l’Italia rendendola migliore era una tesi tutta da dimostrare. All’appello nelle città e nelle campagne mancavano migliaia di contadini, operai, studenti, artigiani, dottori, e, anche se non entrava nelle statistiche, tutta la gente che da loro non sarebbe mai nata. Per questo motivo non sarà mai possibile costruire un’idea esatta della mole di dolore inflitta da un governo alla propria gente. La carneficina comunque era solo agli inizi: la guerra sarebbe durata altri tre interminabili anni. Nell’instaurare questo inferno le responsabilità di D’Annunzio furono pesantissime. Raramente nella storia d’Italia un uomo giocò una parte più decisiva e funesta nel contribuire a creare il clima culturale adatto affinché si potesse mandare un’intera generazione al macello. Nelle sue parole sembra sempre di scorgere un perverso compiacimento della morte e dello spargimento di sangue fine a se stesso, un qualcosa assente persino nel peggiore Mussolini. Basterebbe forse questa constatazione per far togliere il nome di D’Annunzio da luoghi di vita come le scuole, i teatri, le piazze e le strade delle città italiane. Ma senza rendermene conto sono già entrato nella terza parte del mio articolo, quella che tratta del D’Annunzio alla fronte, oops al fronte, come si dice da quando il Vate decise che la linea del fuoco dovesse essere un sostantivo maschile e non femminile…

Il soldato – Quest’ultima parte tratta del D’Annunzio soldato. Non vi troverete tuttavia il racconto del volo su Vienna, della beffa di Buccari o dell’impresa di Fiume. Mancano spazio e tempo e, soprattutto, si tratta di avvenimenti così noti sui quali tutti, chi più chi meno, sanno qualcosa, anche solo per averne sentito parlare in qualche libro o trasmissione. Parlerò invece di un tragico episodio poco noto, forse perché volutamente dimenticato, nel quale la figura di D’Annunzio emerge in tutta la sua dissolutezza. Alla fine del maggio 1915 il poeta ricevette la promozione a ufficiale nei Lancieri di Novara e venne assegnato come ufficiale di collegamento presso la 3a Armata comandata dal Duca d’Aosta, non casualmente un suo grande ammiratore. In realtà gli era stata concessa la più ampia libertà di spostamento, la sua attività si svolgeva principalmente nel campo della propaganda. A suo piacimento poteva tenere discorsi o partecipare ad azioni di guerra che gli servivano a puntellare il proprio mito di combattente amante del pericolo. I comandanti, intendendo con questo temine i pochi seri ufficiali di cui disponeva l’esercito italiano, lo odiavano segretamente. Vederselo assegnare al proprio reparto preannunciava infatti il sicuro concretizzarsi di una qualche sciocca azione spericolata che immancabilmente si sarebbe conclusa con la morte di molti degli uomini obbligati a metterla in atto. Fu esattamente quanto avvenne durante la decima battaglia dell’Isonzo allorché alle foci del Timavo, un gelido fiume carsico connesso alla leggenda di Diomede e degli Argonauti, venne ad esaurirsi la spinta offensiva della brigata Toscana. Era il punto più meridionale raggiunto dal regio esercito: Trieste distava solamente una ventina di chilometri ed il celebre castello di Duino solamente due. In uno scenario simile la fantasia di D’Annunzio non tardò a mettersi in moto provocando i soliti nefasti effetti. Il Vate concepì un piano bislacco: un distaccamento avrebbe dovuto raggiungere il castello e issare sugli spalti un gigantesco tricolore che avrebbe risollevato il morale degli italiani di Trieste. Peccato che da quella distanza la bandiera sarebbe risultata praticamente invisibile. Oltretutto, un piccolo rilievo, Quota 28, dominava la strada di accesso al castello, la quale si snodava tra brulle paludi senza l’ombra di un albero che potesse offrire una qualche copertura dal fuoco difensivo austriaco. D’Annunzio era aiutante del comandante del battaglione “Lupi di toscana”, un certo maggiore Giovanni Randaccio. Gli italiani iniziarono a predisporsi per l’attacco, ma riuscirono a gettare sul Timavo solo una delle passerelle previste. Molti osservatori avevano inoltre rilevato la presenza di una moltitudine di trappole e reticolati che avrebbero reso l’attacco un suicidio. Quando le voci di un possibile rinvio dell’operazione giunsero alle orecchie di D’Annunzio, questi si precipitò al comando del Duca d’Aosta per ottenere a tutti i costi l’autorizzazione all’assalto. Riuscì nel proprio intento: nella notte del 28 maggio gli italiani attaccarono. Un reparto attraversò il fiume e riuscì addirittura a raggiungere Quota 28, ma non ad impadronirsene. Quando sul campo arrivarono i rinforzi austriaci il tutto si mutò in una terrificante mattanza. Colpendo nascosti dai fianchi della collina, i nemici isolarono gli attaccanti e li decimarono con un micidiale fuoco d’infilata. Lo stesso comandante Randaccio venne ferito gravemente. I superstiti, senza più nessuna speranza, iniziarono ad arrendersi. Dall’altra sponda del Timavo D’Annunzio si convinse che l’obiettivo sarebbe stato raggiunto, se solo si fosse affidato il compito a dei veri uomini. A quanto si dice, in preda alla rabbia, ordinò alla batteria italiana più vicina di aprire il fuoco su quei traditori che non avevano avuto la decenza di morire da eroi, ma che avevano semplicemente scelto l’alternativa più umana e sensata in un contesto nel quale non era più possibile alcuna opzione militare. Bollettini ufficiali e biografi del Vate non menzionano questo episodio. Non sappiamo quindi se effettivamente D’Annunzio abbia impartito quell’ordine scellerato o anche solo tentato di fare in modo che venisse eseguito. Possiamo però ragionevolmente affermare che sarebbe stato un gesto perfettamente in linea con il brutale spirito coercitivo che manteneva l’esercito di Cadorna al fronte e che di sicuro D’Annunzio possedeva il grado e la depravazione morale necessari ad impartire quell’ordine. Sia come sia, il 77° fanteria si aggiunse all’infinita lista di unità massacrate in scriteriate operazioni d’attacco. Molti soldati rimasero uccisi, e ancora di più vennero fatti prigionieri in un’azione che non aveva la minima chance di riuscita. È onesto rilevare che la molla dell’attacco non fu puramente dimostrativa: Quota 28, a dispetto della modesta elevazione, era un caposaldo importante, che consentiva una buona osservazione del dispositivo di difesa austriaco dinnanzi a Trieste. Da lì si potevano tenere sotto controllo i concentramenti di truppe intorno al massiccio dell’Ermada da dove i pezzi da 420 del 4° Festungsartillerie-Regiment “Graf Colloredo-Mels und Wallsee” compivano un’autentica strage. Certamente, la vicinanza al simbolico castello di Duino parve al poeta lo scenario ideale per una delle sue “dannunzianate”. E gli alti comandi furono ben felici di assecondarlo. La criminale irresponsabilità di aver sacrificato così tante vite forse pesa più su di loro, che non sul poeta. Ma il giudizio che se ne deve trarre non dovrebbe essere quello asettico di un tribunale militare. Oltre alla sostanza procedurale conta anche il senso simbolico di gesti ed atteggiamenti. Le parole di Ernest Hemingway che a fine guerra rievocarono la figura di D’Annunzio valgono più di un trattato, e di sicuro colgono alla perfezione la sua assoluta mancanza di pietà verso il dolore umano: «Mezzo milione di mangiaspaghetti morti, e che gusto ci ha provato quel figlio di puttana.»

Per (non) finire – Molto probabilmente è un luogo comune ritenere che i popoli, che poi altro non sono che la somma di una moltitudine di individui tutti differenti tra loro, sfoggino dei tratti peculiari che si mantengono costanti nel tempo. Ma se differenti culture ad un certo punto hanno sentito il bisogno di coniare termini come Hispanidad, Deutschtum, Englishness o Italianità, forse alla base un qualcosa di vero ci deve essere. Se è così, allora D’Annunzio sembra incarnare in sé tutti i tratti deteriori della nostra cultura: l’individualismo sfrenato ed irresponsabile, il culto dell’uomo forte e dell’autoritarismo, il disprezzo per una sobria razionalità e l’uso smodato di una disonesta eloquenza in ogni ambito della vita pubblica. Se questo vacuo demagogo oggi può ancora insegnarci qualcosa è forse unicamente per via negativa, come un esempio da non imitare. Credo che D’Annunzio, e con il nome intendo parole e azioni, che nel suo caso del resto sono un tutt’uno, rappresenti tutto quello che noi italiani ancora siamo e che non dovremmo essere. In conclusione, vorrei ritornare a dove siamo partiti: alle parole. Sulle sue magniloquenti orazioni, poesie e romanzi ora si è posata la polvere; ma a ben vedere tutta questa storia non è che la rappresentazione di un cortocircuito delle parole: roboanti e velleitari proclami che si fanno gesto ed azione, alimentando a loro volta altre vuote parole in un infinito circolo vizioso che continua ancora oggi. Forse D’Annunzio non è stato altro che il più perfetto esponente di un male che seguita ad annidarsi nel nostro dna. Purtroppo non disponiamo ancora di una cura e la macchina della retorica continua a correre imperterrita, alimentata da questo inesauribile carburante; e le sue ruote di ferro macinano e straziano la vita di un’infinità di persone, oggi come allora.
Negli Ossi di Seppia, Eugenio Montale – lui sì un autentico gigante della nostra letteratura – sentì il bisogno di scrivere questa sommessa poesia:

Non chiederci la parola che squadri da ogni lato
l’animo nostro informe, e a lettere di fuoco
lo dichiari e risplenda come un croco
Perduto in mezzo a un polveroso prato.

Ah l’uomo che se ne va sicuro,
agli altri ed a se stesso amico,
e l’ombra sua non cura che la canicola
stampa sopra uno scalcinato muro!

Non domandarci la formula che mondi possa aprirti
sì qualche storta sillaba e secca come un ramo.
Codesto solo oggi possiamo dirti,
ciò che non siamo, ciò che non vogliamo.

Il senso di queste poche parole raggiunge il cuore di tutti, anche senza troppe dotte esegesi. Si tratta di una definizione di come dovrebbe essere la poesia; ma anche di come dovrebbe essere la vita ed il nostro rapporto con la parola. Montale scrisse questi versi negli anni Venti del Novecento, in reazione ad un imperante clima di falsa e vuota retorica dove D’Annunzio ed i suoi emuli, non ultimo un certo Benito Mussolini, avevano vinto. Come vorrei che ogni italiano continuasse a sentire lo stesso bisogno…