Mi è parso di udire una voce gridare: “Non dormire più!”
“Macbeth assassina il Sonno – il Sonno innocente,
il Sonno che ravvia la matassa scompigliata dell’affanno,
morte della vita d’ogni giorno,
bagno della dura fatica,
balsamo delle anime ferite,
seconda portata della grande Natura,
primo nutrimento nel banchetto della vita.”

Che vuoi dire?

Macbeth (2.2. 46-51)

“Risveglio”. Diradiamo dal termine la vasta coltre delle nebbie metaforiche che vi aleggiano attorno. Anche ridotta alla sua nudità oggettiva, la parola rimane una delle più misteriose, inafferrabili – e per questo poetiche – tra quelle racchiuse nel dizionario di ogni lingua. A certificarne il valore basterebbe la sua innegabile universalità. Tutti noi compiamo una quotidiana esperienza di questo momento di transizione tra due stati opposti. Ad un certo punto della nostra giornata qualcosa ci fa riaffiorare dall’abisso del sonno e tornare alla veglia, all’attività del pensiero e dei sensi, sotto la luce incerta della coscienza e dell’azione volontaria. Forse esagero, ma credo in questo: ogni evento affine al varcare una soglia di qualsivoglia natura è già di per sé un momento fondamentale nella vita di un uomo.

Una cortina si solleva; spesso lentamente, altre volte di soprassalto. Palpebre cucite dal sonno – forse dai sogni – si slegano. Poi i colori, i suoni, gli odori. Intanto altri lacci si allentano: il torpore di membra pesanti e dimenticate, al punto da sembrare quelle di un altro si dirada. Una trasformazione, una resurrezione, una rinascita, un riavvio… insomma, scegliete voi la parola che preferite, ma che sottintenda pur sempre un qualcosa in divenire. Lo spazio di pochi secondi, poi la memoria arresta tutto, abbatte l’incanto, spegne ogni possibilità. Il risveglio è memoria, è il ritorno della memoria con tutta la sua prepotenza. Le ultime catene del sonno si sono sciolte, giacciono spezzate a terra, a fianco dei nostri piedi nudi, eppure è l’attimo in cui ci scopriamo prigionieri. Il vago confine tra sonno e veglia è l’unico momento di autentica libertà della vita, prima che la memoria ritorni a colpirci in piena faccia con le sue evidenze: che abbiamo una famiglia a cui badare, un lavoro da sopportare, battaglie da vincere e soprattutto da perdere, possibilmente con dignitosa accettazione, e speranze da tener vive. Pochi secondi per gustare la libertà da noi stessi.

Se dopo esservi vestiti, aver fatto colazione, preparato le vostre cose per la giornata, vi avanzano ancora dei minuti sulla tabella di marcia accuratamente preparata la sera prima, allungate la mano verso la vostra libreria. Là, vorrei vi attendesse “L’altro, lo stesso”, una raccolta di poesie di Jorge Luis Borges che vi prego di acquistare e di tenere a portata per un momento simile. Aprendola, vi troverete “El despertar” un sonetto dedicato all’intima essenza del risveglio. Tra le sue strofe vedrete la trasposizione in versi degli implacabili ingranaggi della macchina di tortura della memoria, un meccanismo alimentato da un costante accumulo, goccia dopo goccia. Vedrete la più grande maledizione toccata in sorte all’uomo. Vi verrà la tentazione di distogliere lo sguardo. Sarà allora che vi ritroverete a contemplare l’abisso dell’oblio, ma forse senza più il terrore col quale eravate soliti considerarlo da lontano, prima di aver letto “Il risveglio”. Fisserete con nuovi occhi, forse persino sulla parete del corridoio, il nulla eterno, con il suo cupo, splendente fascino, e la sua certezza come meta ultima della nostra vita. Ci sarà un che di consolatorio. «Desidero dimenticare, ed essere dimenticato.» – aveva confessato un giorno Borges. Come i suoi maestri (Spinoza, Berkeley, Schopenhauer, Browning, Poe, Unamuno) aveva compreso la mostruosa assurdità del tempo e della storia, il suo sottoprodotto.

Entra la luz y asciendo torpemente
de los sueños al sueño compartido
y las cosas recobran su debido
y esperado lugar y en el presente
converge abrumador y vasto el vago
ayer: las seculares migraciones
del pájaro y del hombre, las legiones
que el hierro destruyó: Roma y Cartago.
Vuelve también mi cotidiana historia:
mi voz, mi rostro, mi temor, mi suerte.
¡Ah, si aquel otro despertar la muerte
me deparara un tiempo sin memoria
de mi nombre y de todo lo que he sido!
¡Ah, si en esa mañana hubiera olvido!

Entra la luce e salgo goffamente
dai sogni fino al sogno condiviso
e le cose riprendono il dovuto
e atteso loro posto, e nel presente
converge soverchiante e vasto il vago
ieri: le secolari migrazioni
dell’uccello e dell’uomo, le legioni
che il ferro dilaniò, Roma e Cartagine.
Ritorna anche la quotidiana storia:
la mia angoscia, il mio viso, la mia sorte.
Ah se quell’altro risveglio, la morte,
mi riservasse un tempo senza memoria
del mio nome e di ciò che sono stato!
Se in quel mattino ci fosse anche oblio!

Il risveglio. Un evento ancorato al ripetersi di una banale, goffa routine, ma che può brevemente sospingerci verso la promessa di una rivelazione, se visto con un frammento di sensibilità. Così, per un istante, coltiviamo la speranza di afferrare il senso autentico di una realtà che ci è solamente dato di intravedere. Tutto questo grazie alla lucida razionalità della poesia di Borges e di un sonetto dove sono condensate molte delle ossessioni del poeta argentino: il sogno e la realtà come sogno collettivo; l’illusione menzognera del molteplice; il tempo che scorre controcorrente, dal futuro al passato; l’oblio come salvezza dalla dannazione portata da un’eterna memoria. Le cose, tuttavia, non giungono al punto di tradire il loro ultimo segreto. Sotto la cappa della memoria stesa sul nostro cervello possiamo forse solo ricavare una piccola nicchia, in cui conservare questa meravigliosa poesia. Lo strumento che ci condanna può anche regalarci brevi momenti di liberazione. È paradossale; e quindi molto borgesiano.