«[…] un libro dev’essere un’ascia per il mare ghiacciato dentro di noi.»

Franz Kafka

 

Una biblioteca, una grande libreria, o il sito di un bookstore. Ognuno di questi ambienti può darci l’impressione di uno sconfinato universo in continua espansione. Le invenzioni del linguaggio e dell’alfabeto sono il suo “Ti con zero”: rappresentano l’istante del Big Bang, l’inizio dell’irreversibile inflazione cosmica delle parole. Il loro aggregarsi in forme complesse prosegue ancora oggi, grazie ai mezzi tecnologici che aumentano le possibilità di conservare le informazioni e tutto quanto di scritto produce la nostra civiltà. Mentre vaghiamo tra scaffali sovraccarichi di libri, o nel mare dei titoli di un database online, la vastità della letteratura può apparirci un processo iniziato nella notte dei tempi. La percezione che ci avvolge è quella di un lento, metodico accumulo che prosegue da millenni. La mole stessa dello sterminato patrimonio a disposizione sulla carta o sui nostri schermi può indurci a ritenere che nulla possa andare smarrito lungo il cammino del sapere e dell’arte. Niente di più fuorviante. Nulla di ciò che facciamo è necessariamente destinato a sopravvivere. Non lo è nemmeno il nostro mondo, se come afferma la scienza tra cinque miliardi di anni la Terra sarà incenerita nell’espansione degli strati superficiali del sole. Se in quel momento ci saranno ancora uomini, forse a qualcuno verranno in mente le parole di un libro, la Bibbia: il cielo si ritrarrà come un volume che si arrotola… La condizione umana è segnata dal senso della fine e dall’eterno avanzare del nulla. Dalla morte, per usare una parola dal suono sinistro. Come potrebbe essere diverso per la letteratura? Ad ogni grande libro che ci osserva dalla sua mensola ne corrisponde un altro altrettanto importante che non è mai giunto sino a noi.

Il catalogo delle opere smarritesi nelle pieghe del tempo e degli eventi umani è terrificante: più di ogni altra cosa ci dice della nostra fragilità, di come la perdita non sia una singolarità, ma la norma. Non c’è bisogno di sforzarsi troppo per fare degli esempi. Di Eschilo conosciamo solo sette tragedie della novantina che scrisse. Stesso destino per Sofocle: sui trentatré volumi della sua produzione non ne sopravvivono che una manciata. Per il semi sconosciuto Agatone la sorte è stata persino peggiore. Di quest’altro drammaturgo, amico di Euripide e Platone, non rimane più nulla, se non una caustica menzione nelle Tesmoforiazuse di Aristofane. I nove libri di poesie di Saffo sono irrimediabilmente perduti, ad eccezione di qualche frammento. Il trattato sulla poetica di Aristotele, la prima analisi organica dell’arte e delle sue forme, esiste solo a metà: il primo libro non è che una trascrizione degli appunti presi dagli studenti del grande filosofo, mentre del secondo non se ne sa letteralmente nulla. La sua scomparsa ha colpito così fortemente il nostro immaginario che Umberto Eco inserì il fantasma di quest’opera perduta nella trama de “Il nome della rosa”.

L’erosione dell’oblio sulla letteratura è una costante dei tempi. Nel 642 d.C. gli arabi travolsero l’Egitto ed entrarono ad Alessandria. Il generale che prese la città, su ordine del califfo Omar, distrusse la più grande biblioteca del mondo, colpevole di contenere opere eretiche che non si confacevano alla visione del Corano. I libri e i rotoli furono impiegati per alimentare i fuochi delle caldaie che riscaldavano i bagni dei soldati: erano talmente tanti che – si dice – il combustibile bastò per sei mesi. Più tardi, in pieno rinascimento, il poeta scozzese William Dunbar compose satire ed elegie su molti personaggi dell’epoca. In una commemorazione dei suoi colleghi letterati defunti stilò un elenco composto da ventidue nomi. Purtroppo, di dieci di essi non sappiamo assolutamente nulla. Quante e quali opere potrebbero aver scritto questi autori scivolati fuori dal recinto della memoria? Ci sarà stato almeno un capolavoro tra di esse? E così via sino alle soglie della modernità e oltre. Gogol bruciò il seguito delle “Anime morte” in un impeto di fanatismo religioso. La morte di Charles Dickens privò il mondo di un ennesimo capolavoro: “Il mistero di Edwin Drood”. Quella di Robert Louis Stevenson fece altrettanto con il “Weir di Hermiston”, lasciandolo incompiuto. Non vide mai la luce nemmeno “La Spirale”, l’ambizioso progetto di Flaubert di scrivere un romanzo caratterizzato dall’indissolubile abbraccio di realtà e sogno.

La violenza ideologica del Novecento causò altrettanti danni che la sfortuna e l’intolleranza religiosa. Quando la polizia politica sovietica arrestò arbitrariamente il drammaturgo russo Isaak Babel confiscò e bruciò tutti i suoi manoscritti. Intanto, nel cuore dell’Europa, le SS spazzarono via dalla storia del pensiero morale la “Disquisizione sull’etica” del grande teologo luterano Dietrich Bonhoeffer, non dopo averlo impiccarlo nel campo di concentramento di Flossenbürg a pochi giorni dalla fine della guerra. Altre volte invece la brutalità fu semplicemente fine a sé stessa. In un villaggio nel profondo della campagna polacca, un abietto gauleiter nazista assassinò il visionario scrittore Bruno Schulz per ripicca nei confronti di un altro funzionario di partito. Con lui perirono i suoi racconti giovanili e l’abbozzo di quello che forse sarebbe stato il suo capolavoro, il “Messia”, un grande romanzo sui miti della tradizione ebraica. La storia della letteratura è in larga misura anche la storia del rammarico che avvolge i libri perduti.

E poi c’è il caso di Franz Kafka. La vicenda umana di questo tormentato gigante della letteratura di ogni tempo è intrecciata in modo indissolubile a quella delle sue opere. Vita e letteratura per lui furono un tutt’uno. Scrivere costituiva un mezzo di sopravvivenza, al punto che spesso era costretto a prendere periodi di ferie dal lavoro per trascorrerli alla scrivania a riempire pagine su pagine con la sua tremolante grafia. Non sorprende che la fragilità del suo mondo interiore si riverberi nell’incompiutezza di molte delle sue opere e nel loro precario destino. Se tutto fosse andato secondo i desideri di Kafka, di lui non dovremmo conoscere che pochi scritti: “Il fochista”, “La metamorfosi”, “Nella colonia penale”, “Un medico di campagna” e il racconto breve “Un digiunatore”. Queste opere erano le sole che lo scrittore boemo ritenesse degne di essere pubblicate. Una volta morto, per suo stesso desiderio, l’amico Max Brod avrebbe dovuto bruciare tutto il resto. In un appunto scritto a matita leggiamo:
«[…] Ma tutti gli altri testi che ho scritto, senza eccezione, per quanto si possa recuperare o chiedere ai destinatari… tutto ciò, senza eccezione e preferibilmente senza essere letto (sebbene non m’importi che tu lo legga, anche se preferirei di gran lunga che non lo facessi, e in ogni caso nessun altro è autorizzato a farlo)… tutto ciò, senza eccezione, va bruciato, e ti prego di provvedere il prima possibile.»

Brod non ebbe il coraggio di esaudire le ultime volontà di Kafka. Lo dobbiamo a lui se oggi il mondo può leggere “Il Processo”, “Il Castello”, “America”, “La costruzione della muraglia cinese”, “Gli otto quaderni in ottavo”, i diari e le “Lettere a Milena”. Tuttavia, se molto è stato salvato, altrettanto è andato perduto. Sappiamo con certezza che l’autore e Dora Dyamant, la sua ultima compagna, un anno prima che questi morisse, gettarono alle fiamme una grande quantità di materiale: il fuoco si portò via per sempre lettere, abbozzi di opere, le ultime pagine de “La Tana” e forse molti racconti, tra cui anche un dramma. Con l’ascesa del regime nazista, la Gestapo sequestrò altre carte e le distrusse. Ma di tutto quanto è scomparso dell’opera di Franz Kafka, niente è più singolare di una serie di lettere scritte attorno ad un episodio della sua vita…

È l’estate del 1923. Kafka si è trasferito da poco a Berlino, nel quartiere di Steglitz. Vive con la sua compagna in un malandato appartamento sulla Miquelstrasse. I due non se la passano bene: non c’è luce elettrica, porte e finestre sono malferme, e la misera pensione di 1.044 corone cecoslovacche che gli passa l’istituto assicurativo di Praga non basta a coprire tutte le spese. Ma per la prima volta nella sua vita Franz si sente libero e indipendente. Intravede la normalità alla quale ha sempre aspirato; l’angoscia e il senso di estraniazione che da sempre lo dilaniano sembrano cedere il passo di fronte alla vita attiva e alle sue difficoltà. Intanto tutto intorno a lui precipita nel caos. La Germania è una fragile repubblica in lotta contro problemi troppo più grandi di lei. Nel gennaio i francesi occupano la Ruhr per ritorsione contro i mancati pagamenti delle riparazioni di guerra. A luglio un dollaro vale 5 milioni di marchi, a settembre 200 milioni, a novembre il cambio schizza a 4.200 miliardi. Nello stesso mese a Monaco uno sconosciuto agitatore politico di nome Adolf Hitler tenta un colpo di stato per rovesciare il governo federale bavarese. Kafka rimane ai margini di questo contesto di lotte politiche, inflazione e miseria. Le ali del suo lucido, disperato intelletto lo fanno volare troppo in alto per restare ancorato alle meschine vicende della storia. Come sempre scrive, quando le forze glielo permettono. La sua malattia ai polmoni si fa giorno dopo giorno più minacciosa. Ogni tanto lo assale una cupa stanchezza. Il 12 giugno confessa nel suo diario: «I terribili ultimi tempi non enumerabili, quasi ininterrotti. Bergman, Dobrichswitz, M., P, Passeggiate, notti, giorni, inetto a tutto tratte che ai dolori. […] Sempre più pavido nello scrivere. Ogni parola rigirata nella mano degli spiriti – questo slancio della mano è il loro movimento caratteristico – diventa una lancia rivolta contro chi parla. In modo particolare un’osservazione come questa. E così all’infinito. L’unica consolazione sarebbe: accade, tu voglia o non voglia. E ciò che vuoi è di aiuto appena percettibile. Più che consolazione è: anche tu possiedi armi.»
Trascorre lunghe ore camminando per le vie, leggendo i giornali alle edicole di fronte al municipio. Spesso si gode il sole sulle panchine del parco di Steglitz. È proprio lì che un giorno incontra una bimba in lacrime. Tra i singhiozzi la piccola gli dice di aver perso la sua bambola. Kafka non ha mai visto nessuno piangere in quel modo. L’intensità della disperazione della bambina lo impressiona. Com’è possibile che una creatura così piccola provi un dolore tanto vasto e puro? Kafka decide di aiutarla. Le si avvicina e tenta di consolarla:
«La tua bambola è in viaggio. Mi ha appena scritto una lettera.»
«Ce l’hai con te?»
«No, ma domani te la porterò. Sai, sono il postino delle bambole.»

Kafka corre a casa e inizia a comporre il testo. Dora lo osserva stupefatta domandandosi cosa gli sia accaduto: era da molto che non scriveva più con un simile senso di urgenza. Il giorno dopo Kafka torna nel parco, dove ad attenderlo trova la sua piccola amica ansiosa di avere notizie della sua bambola. Kafka inizia a leggere. La bambola è dovuta partire: voleva molto bene alla sua padrona ma il desiderio di viaggiare e vedere il mondo era troppo forte. Inizia così un gioco che prosegue per settimane. Ogni sera Kafka scrive una lettera raccontando di avventure in paesi lontani e sempre diversi. Avviene il miracolo: la bimba dimentica la sua perdita e viene trasportata nel magico mondo della finzione narrativa. Immaginate questa piccola che al proprio servizio ha uno dei più grandi narratori di ogni tempo. Kafka ad un certo punto si accorge di essere in seria difficoltà. Come farà a porre fine al gioco? Dopo averci pensato un po’ trova la soluzione insieme a Dora: farà sposare la bambola e le farà pronunciare le seguenti parole: «Tu capirai – Dobbiamo rinunciare a vederci in futuro…»

Kafka morì nel giugno dell’anno seguente nel sanatorio di Kierling, vicino a Vienna. La sua fama crebbe di anno in anno, fino a consacrarlo come uno degli scrittori più importanti e significativi dell’intero Novecento. Le persone che gli furono accanto in vita, resesi conto di aver conosciuto un gigante della letteratura, fecero emergere sempre più particolari della sua travagliata esistenza. L’episodio della bambola fu raccontato da Dora Dyamant. Klaus Wegenbach, uno dei massimi esperti dell’opera di Kafka, si mise alla ricerca della bambina del parco di Steglitz. Nonostante tutti gli sforzi compiuti non si riuscì a risalire a lei, né alle lettere che Kafka scrisse fingendosi la sua bambola. Ormai è trascorso abbastanza tempo per affermare che le abbiamo perdute per sempre. Possiamo solo immaginare quali avventure contenessero, la loro delicatezza e la loro poesia. Kafka è ricordato come il profeta dell’angoscia dell’uomo moderno, del senso di colpa e dei poteri, fuori e dentro di lui, che lo soffocano. Tuttavia la sua penna era anche in grado di portare sul foglio la fantasia ed il calore di Dickens, come sa chiunque abbia letto “America”. Kafka era un uomo puro, incapace di compromessi, e per questo senza ripari dal male che devasta il mondo. Credeva nelle parole, nel potere curativo della letteratura, il solo mezzo capace di riportarvi ordine e speranza. Milena Jesenska dirà di lui: «Non c’è un uomo in tutto il mondo che abbia la sua forza enorme, questo impulso assoluto e inflessibile per la perfezione, la purezza e la verità.» Per un breve tratto della nostra vita, fintantoché restiamo bambini, forse anche noi siamo così; poi inizia quel processo di corruzione che siamo soliti chiamare crescita. Non c’è pertanto da stupirsi se una bambina, con la sincerità del suo pianto, abbia saputo scuotere così profondamente il tormentato animo di Kafka. Le lettere che scrisse per lei potrebbero essere state un semplice gioco senza valore, oppure una delle più alte opere della letteratura mondiale.

Un piccolo libro di Jordi Sierra i Fabra si propone non di colmare la perdita, ma di tenerne vivo il senso. Potrebbe sembrare un coraggioso tentativo di operare un restauro integrale sulle ali della fantasia, ma l’anima del racconto risiede altrove. Tra le righe, il libro dello scrittore spagnolo continua a suggerirci che la perdita è una costante della nostra condizione. Ma nel contempo aggiunge all’assunto una piccola postilla di speranza: il senso e il significato di qualcuno o di qualcosa non vengono cancellati per intero dalla morte. Anche le persone e le cose dimenticate continuano in qualche modo a vivere e a costituire un fragile ma ostinato argine nella nostra quotidiana e faticosa lotta contro il nulla che circonda la nostra vita. Stiamo ingaggiando una battaglia che non possiamo vincere? Quasi certamente. Ma è nel provarci che scopriamo la parte migliore di noi stessi. La disperazione che ogni tanto ci afferra non è che la difficoltà nello scorgere la vittoria nel buio della sconfitta apparente.