«Mai, nel campo dei conflitti umani, così tanti dovettero così tanto a così pochi.»

Winston Churchill

 

A metà degli anni Venti Hitler diede alle stampe “Mein Kampf”, il libro in cui esponeva i dogmi del credo politico nazionalsocialista. Una delle convinzioni principali era il ruolo che il futuro Führer attribuiva alla Gran Bretagna nel nuovo assetto mondiale. L’impero britannico veniva considerato come un importante fattore di stabilità con interessi complementari a quelli tedeschi. Gli inglesi costituivano degli alleati naturali della Germania: erano pur sempre uno dei rami della grande famiglia dei popoli germanici e, alla luce della semplice evidenza dei fatti, quello che nella storia aveva riportato i maggiori successi. Dalle parole di Hitler emergeva in controluce un malcelato rispetto per gli ex nemici della Grande guerra: gli inglesi erano dei cinici imperialisti, ma di successo, e sotto molti punti di vista rappresentavano un modello che la Germania non avrebbe dovuto ignorare. Quando entrò nella Cancelleria del Reich da padrone, Hitler portò con sé un’agenda diplomatica che conteneva molti punti, ma non certo la visione di un mondo senza l’Impero britannico. Anche dopo lo scoppio della guerra, la Germania mantenne la sincera intenzione di non minacciarne in nessun modo l’esistenza. Sul finire del giugno 1940 quando, a seguito della clamorosa sconfitta della Francia, buona parte degli obiettivi militari del Terzo Reich potevano dirsi raggiunti, ad Hitler parve pertanto assurdo che la Gran Bretagna insistesse nel continuare una lotta che a suo avviso appariva irragionevole, oltre che senza speranza. Il corpo di spedizione britannico era stato messo in rotta: sulle spiagge di Dunkerque si era salvato dalla distruzione ma al prezzo dell’abbandono di tutte le armi e l’equipaggiamento. La Francia, l’unico alleato sul quale gli inglesi potessero contare, era stato completamente abbattuto. E ora Hitler – dal suo punto di vista, ovviamente – offriva alla Gran Bretagna una pace onorevole che le avrebbe consentito di mantenere intatto il proprio impero, pur riconoscendo la supremazia tedesca sull’Europa continentale. I testardi rifiuti di Churchill ad accettare anche la più vaga idea di compromesso, uniti alla distorta visione della strategia geopolitica britannica che molti esponenti nazisti si erano formati dalla lettura del Mein Kampf, lasciarono quindi l’élite politica e militare tedesca in un senso di indecisione. Semplicemente non si sapeva cosa fare. Nessuno, politico o militare che fosse, si era preso la briga di formulare un piano nel caso in cui la Gran Bretagna avesse scelto di non deporre le armi.

Tutto questo ordine di fattori contribuisce ad inquadrare su di una scala più ampia la scarsa convinzione e l’evidente mancanza di organicità con le quali la Germania iniziò a preparare l’operazione “Leone Marino”, ossia il piano per l’invasione delle isole britanniche. Il 16 luglio Hitler emanò la direttiva per la condotta di guerra n. 16, un documento che indicava gli obiettivi delle iniziative belliche tedesche dei mesi successivi: “Poiché l’Inghilterra, a dispetto della sua situazione militare senza speranza, non mostra segni di voler concludere un accordo, ho deciso di preparare un’operazione di sbarco contro di essa e, se necessario, portarla a compimento. Lo scopo di tale operazione è quello di eliminare il territorio inglese come base per la prosecuzione della guerra contro la Germania e, se necessario, occuparlo completamente. […] la forza aerea inglese deve essere ridotta in condizioni morali e fisiche tali da non consentirle di portare alcun significativo attacco allo sbarco tedesco […]” L’importanza di queste parole risiede nel riconoscimento esplicito dell’impossibilità di uno sbarco senza prima aver riportato una vittoria decisiva sull’aviazione britannica. Dopo le pesanti perdite subite nella campagna di Norvegia, non era possibile contare sul supporto della marina tedesca. Già prima della guerra l’ammiraglio Raeder aveva ammesso che l’unico contributo che la Kriegsmarine avrebbe potuto apportare in caso di conflitto sarebbe stato il “morire con dignità”. Figuriamoci ora che un incrociatore pesante, due leggeri, dieci cacciatorpediniere, quattro sommergibili e 21 navi da trasporto riposavano sul fondo del Mare del Nord. La Luftwaffe rimaneva dunque la sola forza in grado di tener lontana la Royal Navy dal canale della Manica e consentire così ai trasporti che si stavano preparando nei porti francesi di attraversare il mare in relativa sicurezza. Una volta ottenuto il dominio dell’aria, la prima ondata di invasione, costituita da dieci divisioni, sarebbe dovuta sbarcare tra Dover e Portsmouth. Successivamente, consolidate le teste di ponte, sarebbero entrate in scena 6 divisioni corazzate e 3 motorizzate che avrebbero liquidato quello che restava del malandato esercito inglese. Ma prima che si giungesse all’urto degli eserciti era necessario attraversare il mare e per farlo, come detto, la “conditio sine qua non” era di annientare la Royal Air Force.

Il compito della Luftwaffe non si prospettava agevole. L’aviazione tedesca disponeva di un significativo vantaggio nel numero dei caccia e dei bombardieri, e nel complesso i suoi piloti, reduci dalle campagne di Polonia, Norvegia e Francia, possedevano una maggiore esperienza di volo rispetto a quelli britannici. La spina dorsale di questa imponente armata aerea era formata da oltre 2.000 fra bombardieri Heinkel He 111, Ju 87 Stuka e Messerschmitt Bf 109. Quest’ultimo era uno dei migliori aerei da caccia al mondo ma il suo diretto avversario, lo Spitfire, non gli era certo da meno. Il velivolo di punta del Fighter Command era meno armato e leggermente più lento, ma il suo minore carico alare gli consentiva una virata più stretta e quindi una maggiore agilità, caratteristica che negli innumerevoli combattimenti ravvicinati poteva fare la differenza. Oltretutto, il Messerschmitt possedeva un’autonomia limitata: una volta decollato dalle basi nel Belgio e nella Francia settentrionale aveva carburante per rimanere sui cieli inglesi solamente per 15 minuti. Trascorso questo margine di tempo, i lenti bombardieri perdevano la propria scorta e si trovavano alla mercé dei caccia nemici. Il fattore decisivo nel determinare l’esito della battaglia a favore della difesa inglese fu però un altro, ossia l’articolata ed efficiente struttura di avvistamento, comando e intercettazione basata su decine di torri radar disseminate lungo il perimetro delle coste della Gran Bretagna. Nota come “Sistema di Dowding” traeva il proprio nome dal comandante in capo del Comando Caccia della R.A.F., il maresciallo dell’aria Sir Hugh Dowding. Si trattava in sostanza di un insieme di procedure difensive che fondeva tecnologia, organizzazione e prontezza decisionale. Le postazioni radar, dette Chain Home, fornivano i primi rilevamenti degli incursori alla Sala Filtro del Fighter Command che a sua volta affidava un’ulteriore ricognizione all’Observer Corp, una rete di postazioni disseminate nella campagna inglese e dotate di binocoli. Le informazioni di quest’ultime ritornavano alla Sala Filtro, venivano incrociate con quelle della Chain Home e, dopo una prima analisi, passate alla Sala Operativa, la quale decideva la strategia e inviava i relativi ordini di intercettazione alle sedi dei comandi di gruppo. Gli squadroni di Spitfire e Hurricane che decollavano possedevano dunque un quadro ragionevolmente dettagliato della battaglia alla quale andavano incontro: sapevano quando e dove colpire, oltre che una stima della consistenza della formazione nemica. I dati sull’intera situazione e sull’andamento della battaglia confluivano su giganteschi tavoli a mappa nelle sedi operative, sui quali venivano aggiornati in tempo reale posizioni e movimenti delle unità.

Nonostante questo raffinato sistema di controllo, la R.A.F. attraversò momenti di profonda difficoltà. Dopo una prima fase in cui concentrarono i loro attacchi sul naviglio e sui porti della Manica, i tedeschi spostarono il fulcro della battaglia sugli aeroporti dell’Inghilterra meridionale. Lo scopo era quello di “stanare” i caccia inglesi e costringerli a combattere in ampie formazioni, in modo da far valere la forza dei numeri. Da metà agosto a metà settembre la Luftwaffe subì perdite ingenti ma i continui attacchi sottoponevano i difensori ad una tensione ed un logoramento ai limiti della sostenibilità. La perdita di esperti piloti era la sola che gli inglesi non potessero sostenere. Le loro fabbriche producevano un numero di aerei maggiore rispetto alla Germania, ma la formazione e l’addestramento degli equipaggi era un processo che richiedeva tempo, proprio il fattore di cui la Gran Bretagna non disponeva. I duelli aerei si risolvevano immancabilmente con una vittoria britannica, ma a lungo andare la R.A.F. correva il rischio concreto di morire di vittorie. A partire dal mese di settembre, a causa dell’alto tasso di perdite, il periodo di addestramento dei piloti fu ridotto da sei mesi a quindici giorni e si dovette ricorrere all’arruolamento di piloti provenienti dai Dominions e dai rifugiati militari di nazioni occupate dalla Germania. L’esempio più noto resta quello della squadriglia polacca la quale, spinta dall’odio nei confronti dei nazisti, compì imprese eroiche. Ma la situazione era ormai di assoluta emergenza: molti piloti erano così inesperti che il loro primo volo spesso coincideva con l’ultimo. Poi nella strategia tedesca intervenne un mutamento imprevisto, che contribuì in maniera forse decisiva a salvare il Fighter Command dall’annientamento. Sul finire di agosto la Luftwaffe bombardò per errore Londra. Nella notte fra il 25 e il 26 agosto la R.A.F. rispose effettuando un attacco di rappresaglia su Berlino. Hitler andò su tutte le furie e ordinò di colpire la capitale britannica in modo sistematico. Dal 7 settembre l’aviazione tedesca inaugurò una campagna di bombardamenti terroristici che, se da un lato inflisse enormi sofferenze alla popolazione civile, dall’altro diede respiro ad un esausto Comando Caccia ormai sul punto di crollare. Dowding poté riorganizzare le squadriglie e addestrare nuovi piloti: lasciare che la Lufwaffe si accanisse sulle città inglesi era doloroso, ma senza la difesa aerea l’esistenza stessa della Gran Bretagna era in pericolo. Contrariamente a quanto sperava Hitler, i bombardamenti non fiaccarono il morale degli inglesi, che al contrario reagirono con uno stoicismo ammirevole, condito da una punta di humor tipicamente anglosassone. Dopo un attacco i negozi esponevano il cartello “aperto come al solito” e se uno di essi veniva colpito e sventrato capitava che sulle rovine il proprietario affiggesse l’avviso “più aperto del solito”.

Il 17 settembre Hitler si vide costretto a rimandare “Leone Marino” a tempo indeterminato. Il Comando Caccia non era stato distrutto e durante le sortite la Luftwaffe rilevava addirittura un continuo aumento del numero e della determinazione dei propri nemici. Le perdite tedesche stavano rapidamente oltrepassando il limite della sostenibilità e appariva con tutta evidenza come gli attacchi su obiettivi civili rafforzassero la determinazione degli inglesi, invece di indebolirla. I raid sarebbero continuati con intensità alterna sino al maggio del 1941, quando gli aerei tedeschi furono trasferiti in massa sul fronte orientale in preparazione all’attacco conto l’Unione Sovietica. La Luftwaffe e Hermann Göring, il suo arrogante comandante, dovettero però riconoscere di aver perso la prima battaglia della guerra e subito uno scacco strategico di ampia portata. Le forze aeree tedesche erano state concepite per il supporto operativo diretto alle unità dell’esercito sul campo di battaglia e non per una prolungata campagna di bombardamenti e duelli aerei. I famosi bombardieri in picchiata Stuka subirono perdite così terrificanti che dovettero essere ritirati dalla battaglia dopo pochi giorni perché il solo incontrare un caccia britannico significava una morte sicura. Pretendere che l’aviazione facesse da apripista per l’invasione assumendosi un compito per il quale non era stata concepita fu un errore di portata immensa. Le stime delle perdite del resto non lasciano spazio a dubbi: furono abbattuti 1.773 aerei tedeschi contro 915 britannici. La determinazione e l’organizzazione degli inglesi vennero premiate. Dowding ed i suoi piloti salvarono la Gran Bretagna e con essa forse le sorti dell’intero mondo democratico. Ci fu anche della fortuna. Churchill poteva proclamare che gli inglesi avrebbero combattuto “sulle spiagge, sui luoghi di sbarco, nei campi, nelle strade e nelle montagne” ma nel 1940 non esisteva un comandante britannico che al pensiero di dover affrontare la Wehrmacht a viso aperto non fosse preso da una sorta di mistico timore. Un simile atteggiamento di sudditanza sarebbe durato sino alla fine della guerra. Due mesi dopo essere rimasto traumatizzato a Dunkerque, il lento e metodico esercito di Sua Maestà difficilmente avrebbe potuto sopravvivere ad un nuovo confronto diretto con le dinamiche forze di terra tedesche. Il solo scudo che si opponeva alla conquista della Gran Bretagna da parte di Hitler era l’aviazione e fortunatamente, marina a parte, era la sola branca delle Forze Armate britanniche che nel 1940 fosse in condizione di giocarsela ad armi pari con lo strapotere della macchina da guerra nazista. Molti storici hanno sottolineato che dopo il crollo della Francia, se Hitler avesse evitato di cercare di sconfiggere la R.A.F. imbarcandosi in un’impresa che aveva poche speranze di vincere, Churchill avrebbe avuto grosse difficoltà a cementare il morale e la volontà di resistere degli inglesi. Il clima di apatia e di rassegnazione subentrato dopo la ritirata di Dunkerque si sarebbe esteso a settori più ampi settori della società e dell’establishment britannico e avrebbe rafforzato le posizioni di chi era favorevole ad una trattativa con la Germania. L’evidente vittoria riportata dalla Gran Bretagna nei cieli e lo sdegno per i bombardamenti terroristici sulle città furono un pungolo che spinse l’opinione pubblica ad accettare la continuazione del conflitto. Con la battaglia d’Inghilterra ancora in pieno svolgimento, Hitler compì un’altra decisione strategica che avrebbe avuto enormi ripercussioni sul futuro. Il 21 luglio 1940 informò il generale Franz Halder, comandante in capo dell’esercito, della propria intenzione di attaccare l’Unione Sovietica nella primavera dell’anno successivo. Già in guerra contro la più grande potenza navale del mondo, il Führer aveva l’intenzione di ampliare la lista dei nemici della Germania includendo anche la più grande potenza militare terrestre. La Gran Bretagna avrebbe ben presto avuto un nuovo, improbabile ma potente alleato: l’ora più buia della lunga storia inglese stava volgendo al termine. Eppure, tornando al Mein Kampf, Hitler vi aveva scritto che il più grande errore compiuto dalla Germania nella Prima guerra mondiale fosse stato l’aver accettato di combattere una guerra su due fronti: forse nel luglio del 1940 si era dimenticato di quanto aveva correttamente affermato venti anni prima…

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