«Certo voi Veneziani havete gran torto havendo ‘l più bel stato d’Italia, a no vi contentar e turbar la pase e ‘l stato d’altri. Se sapeste la mala volontà che tutti universalmente hanno contro de voi, vi se rizzeriano i capelli…»

GianGaleazzo SforzaGiangaleazzo Sforza, all’ambasciatore veneziano Giovanni Gonella

L’Italia in bilico sul crinale tra tardo Medioevo ed Età Moderna rappresenta il punto più alto toccato dalla plurimillenaria parabola della nostra storia nazionale. Rivolgendoci a quei tempi con gli occhi della memoria, in un misto di ammirazione e di rincrescimento per lo stato attuale delle nostre vicende, siamo spinti a riconoscere che mai gli italiani sono stati più grandi che nel periodo tra Duecento e Quattrocento. Quali elementi ci consentono un’affermazione così impegnativa? In primo luogo il diffondersi dell’Umanesimo e la successiva esplosione del Rinascimento: autentiche rivoluzioni culturali che modellano una nuova visione del mondo e dell’uomo. La prosperità dei liberi Comuni, il dinamismo delle Repubbliche mercantili, lo sfarzo delle Signorie. E infine una mentalità autenticamente capitalistica che è insieme causa ed effetto dell’indiscussa egemonia commerciale e finanziaria a livello continentale. Tutto questo ha luogo in un Paese politicamente frammentato ma traboccante di pulsioni vitali, un crogiuolo dal quale vengono generati ad un ritmo incessante intraprendenti affaristi, artisti geniali, influenti uomini di stato. E uno stuolo di audaci condottieri. In un simile empireo non dovrebbero trovare posto figure marziali. Il fatto è che, abbagliati dagli splendori dei secoli d’oro, tendiamo a dimenticarci che in controluce tra le ombre della sfarzosa facciata del Rinascimento italiano graffia e ringhia l’inquieto mastino della guerra. Non a caso lo storico Marco Scardigli, con una calzante definizione, ha definito questo periodo: “il tappeto di battaglie”, intendendo evocare col termine il ribollio di un’infinita serie scontri, spesso locali, a volte regionali, ma ostinati e tutti generalmente connotati da una bassa intensità di violenza. Battaglie, saccheggi, giochi di alleanze e clamorosi tradimenti diventano endemici su tutto il territorio della Penisola. Tra il 1314 e il 1447 è possibile contare non meno di 48 grandi battaglie. Queste aggressive manifestazioni dell’energia rinascimentale non sembrano tuttavia costituire una minaccia strutturale alla prosperità italiana nel suo insieme, almeno nel breve periodo. I principali attori politici di questo spietato Risiko senza esclusione di colpi prosperano, vengono abbattuti quando sono sul punto di acquisire una certa supremazia sui rivali, salvo tornare a risorgere dalle proprie ceneri, tante sono le opportunità offerte dalla prosperità e dall’instabilità del contesto. Fino alla discesa di Carlo VIII, le grandi potenze europee non esercitano alcuna influenza sulla scena italiana, per il semplice fatto che ancora non esistono, o comunque non dispongono dei mezzi per proiettare la propria influenza all’estero: Francia e Spagna sono ancora indaffarate a forgiare la propria unificazione nazionale. I giocatori della partita sono pertanto entità locali: Milano, Firenze, la Roma dei papi, Napoli, Genova, Pisa, i piccoli potentati della Romagna e dell’Umbria. E poi, naturalmente, la città più ricca e potente di tutte: Venezia.

Pittore anonimo - La città Ideale

È proprio Venezia che sembra trarre i maggiori vantaggi da questo clima di rivalità e lotte perenni. Dopo essersi garantita il dominio assoluto dell’Adriatico e dell’Egeo, anche l’ascesa al di là della laguna si annuncia irrefrenabile. Nel 1339 Treviso si dà spontaneamente alla Serenissima Repubblica di San Marco. La sottomissione costituisce l’embrione dello “Stato da Tera”, vale a dire il dominio dei dogi sull’entroterra veneto. Assicurata la prima testa di ponte in terraferma, dagli albori del Quattrocento l’espansione prosegue a ritmi serrati lungo le direttrici ovest e nord-est: una dopo l’altra, in un vertiginoso processo d’accumulo, vengono annesse Vicenza (1404), Verona e Padova (1405), Rovereto (1418), Cividale (1419), Udine e Aquileia (1420), Bergamo e Brescia (1428). Il 9 aprile 1454, quando la Pace di Lodi congela per quarant’anni lo status quo dell’Italia del nord, i confini di Venezia inglobano l’intero Veneto e porzioni del Friuli, della Lombardia e della Romagna. E questa spettacolare esplosione geopolitica non tiene ovviamente conto dei possedimenti al di là dell’Adriatico – il cosiddetto “Stato da Màr” – che includono l’Istria, la Dalmazia, i porti albanesi, Corfù, e innumerevoli isole nell’Egeo, tra le quali Creta e Negroponte. Venezia è insomma diventata lo stato più potente della Penisola e di sicuro tra i più influenti al mondo. La nuova sistemazione implica tuttavia il fatto che ogni ulteriore perturbazione dell’equilibrio raggiunto, per quanto minima, verrà difficilmente tollerata. I governi della Serenissima sembrano non rendersi conto delle nubi che si addensano alle loro frontiere e continuano a sfruttare ogni occasione per accrescere la potenza e l’estensione dello stato. La guerra di Romagna, che tra 1451 e 1467 frutta Ravenna, Cervia e con esse il lucroso commercio del sale, viene pagata dai dogi con l’aperta ostilità dello Stato Pontificio, che considera quelle terre parte del patrimonio inalienabile di San Pietro. Con il trattato di Blois dell’aprile 1499, nel quadro dei tentativi francesi di installarsi nel milanese, Venezia si inserisce nel gioco tra i sovrani di Valois-Orléans, i cantoni elvetici e gli Sforza per annettersi Cremona e la Ghiara d’Adda, vale a dire la ricca striscia di territorio tra l’Adda e l’Oglio. Una mossa spregiudicata, che segna un punto di potenziale attrito con la Francia, la quale non tarderà ad aggiungersi alla lista dei potenziali nemici. La conquista dei porti pugliesi di Gallipoli, Trani, Brindisi e Otranto significa poi l’ostilità degli aragonesi. Infine, nel 1508, le umiliazioni militari inflitte al sacro romano imperatore di Germania Massimiliano I, le quali comportano la conquista di Gorizia e Trieste, completano un quadro dove i rapporti diplomatici tra Venezia e il resto d’Europa appaiono ormai incrinati in modo irreparabile. La Repubblica ha ormai pestato i piedi a troppi stati potenti e fomentato troppo allarme e risentimento intorno a sé. Nell’inverno del 1508 si avverano le lungimiranti parole rivolte da Giangaleazzo Sforza all’inviato veneziano Giovanni Gonella nel lontano 1467: «Certo voi veneziani havete gran torto havendo ‘l più bel stato d’Italia, a no vi contentar e turbar la pase e ‘l stato d’altri. Se sapeste la mala volontà che tutti universalmente hanno contro de voi, vi se rizzeriano i capelli… Credete che queste potenzie d’Italia ligate insieme sieno amiche fra loro? Certo no; ma la necessità i ha conduti a ligarse insieme; e se hanno stretto per paura che hanno de voi e della vostra potenzia. Ogn’un farà tutto ‘l suo poder per mozzarvi le ale… Lassate, lassate viver ognun… Voi siete in libertà d’haver pace e guerra. Se vorete pace, l’haverete; se vorete guerra, haverete la più pericolosa che habbiate avuto ai vostri dì. Siete soli et havete tutto ‘l mondo contra, non solamente in Italia, ma anche al dilà da i monti. Siate certi che i vostri nemici non dormono. Consigliatevi bene, che per Dio! ne avete bisogno.» L’energico papa Giulio II, un pontefice di certo più a suo agio nell’indossare l’armatura da battaglia che il talare, si fa promotore di una coalizione internazionale per ridimensionare Venezia. Il suo intento è di riottenere i possedimenti di Romagna: «In questo proposito di recuperare le nostre terre noi siamo stati fin da principio tenacissimi, e lo siamo ancora, e lo saremo sempre… Non dobbiamo né dissimulare, né trascurare una così gran offesa a Dio e tanta sfida lanciata alla nostra dignità… Nessuna intimidazione, nessuna pattuizione, nessuna condizione può rimuoverci dal fermo proposito di ricuperare queste città e fortezze. Lo reclamano Iddio e il Salvatore nostro Gesù Cristo che ci affidò il governo della Chiesa.» Con un accordo segreto stipulato il 10 dicembre 1508 nasce quindi la lega di Cambrai, e vi prendono parte la Francia, lo Stato Pontificio, l’Aragona, il Sacro Romano Impero, l’Ungheria e i piccoli stati di Ferrara, Savoia e Mantova. Tutti sono accomunati dal vantare un qualche tipo di credito nei confronti di Venezia. Il preambolo del trattato non è certamente all’insegna dell’ambiguità diplomatica. Vi si legge infatti: «(…) per far cessare le perdite, le ingiurie, le rapine, i danni che i Veneziani hanno arrecato non solo alla santa sede apostolica, ma al santo romano imperio, alla casa d’Austria, ai duchi di Milano, ai re di Napoli e a molti altri principi occupando e tirannicamente usurpando i loro beni, i loro possedimenti, le loro città e castella, come se cospirato avessero per il male di tutti (…). Laonde abbiamo trovato non solo utile ed onorevole, ma ancora necessario di chiamar tutti ad una giusta vendetta per ispegnere, come un incendio comune, la insaziabile cupidigia dei Veneziani e la loro sete di dominio.» Per passare alle vie di fatto bisogno solo aspettare la primavera, il tempo in cui le condizioni climatiche consentono agli uomini di riprendere in mano le armi. Il 17 aprile 1509 i tempi sono ormai maturi: l’ambasciatore francese si reca di fronte al Collegio dei Savi e getta ai piedi del doge Leonardo Loredan il guanto di sfida. Dieci giorni più tardi Giulio II lancia la scomunica e l’interdetto contro Venezia. Il potere degli eserciti e quello di Dio convergono ormai contro la Repubblica. La guerra totale in chiave cinquecentesca è iniziata.

Ma cosa significa in concreto la parola “guerra” nei primi anni del Cinquecento? Se avessimo chiesto agli uomini del tempo, avremmo potuto ricevere molteplici risposte. Tutte però avrebbero insistito su di un unico aspetto: la sensazione che la guerra si fosse mutata in un’esperienza radicalmente diversa dal passato. Un nuovo indirizzo nell’arte militare è in atto, e tutti ne stanno assumendo coscienza. In campo bellico, il periodo tra Quattrocento e i primi decenni del Cinquecento è infatti una fase di eclatanti innovazioni, sperimentazioni e sconvolgimenti, tanto da aver indotto numerosi storici a parlare di una “Rivoluzione militare”. Il cambiamento più evidente nella pratica bellica riguarda la cavalleria pesante e in particolare il suo inatteso tramonto. Formata principalmente da guerrieri in armatura, dopo aver dominato i campi di battaglia per tutto l’Alto Medioevo, questa componente che per secoli è stata la principale risorsa di ogni esercito, si vede esautorata dal suo ruolo. La sua forza d’urto, così come il suo impatto psicologico sul nemico, vengono infatti meno. I fattori che portano a questa perdita di importanza non ripercuotono i propri effetti solamente su di un piano tattico, ma investono anche l’ambito sociale e culturale, in quanto paiono incrinare l’intero apparato che legittima il ruolo predominante del cavaliere e della classe nobiliare di cui è diretta emanazione. In un certo senso, come la società civile vede l’ascesa di nuove figure quali quelle del borghese e del mercante, allo stesso modo il campo di battaglia subisce lo stesso processo di rimescolamento degli equilibri. Dopo quasi un millennio di marginalità, la fanteria ritorna ad essere la regina della guerra, e lo fa grazie a due armi, una vecchia e un’altra invece frutto della tecnica più recente della modernità: la picca e l’archibugio. Un’asta all’apparenza smisurata, lunga anche 6 metri come la sarissa delle antiche falangi macedoni, scomoda da maneggiare, viene recuperata dalla soffitta della storia per divenire un’arma esiziale. Impiegata da fanti radunati in formazioni dense e serrate, che avanzano compattamente spalla a spalla in robusti quadrati, la picca riesce a ribaltare gli equilibri della battaglia. Contro masse di uomini addestrati a combattere in questo modo la cavalleria è pressoché impotente. Gli stessi destrieri non osano attaccare il muro di minacciose punte di ferro delle picche e delle alabarde. Gli eserciti medievali si dissolvono quando si vedono investire da questo autentico rullo compressore o – per sfruttare una similitudine abusata ma calzante – un istrice irto di mortali aculei. Una prima avvisaglia del futuro si ha già nel lontano 1176 quando le milizie comunali della Lega Lombarda impartiscono una cocente sconfitta al Barbarossa resistendo agli attacchi dei suoi cavalieri. Passa solo un secolo e le fanterie dei cantoni elvetici si incaricano di fugare ogni dubbio. Nel Trecento questi duri montanari infliggono ripetute umiliazioni alle truppe imperiali, come a Morgarten e Sempach. Poi, nel Quattrocento, a Grandson, Morat e Nancy, accade l’impensabile. Gli svizzeri calpestano senza pietà l’altero esercito di Carlo il Temerario, contribuendo a cancellare il ducato di Borgogna dalla mappa d’Europa. A quel punto sovrani e condottieri iniziano a prendere coscienza della svolta in atto e corrono ai ripari. Verso la fine del XV secolo, ogni esercito è ormai imperniato attorno alla fanteria, la quale è sempre più saldamente padrona del campo e votata all’offensiva. Infine, come se non bastasse, ad amplificarne il potenziale, interviene l’introduzione dell’archibugio. Quest’arma da fuoco è ancora rudimentale, spesso è più pericolosa per chi la adopera che per il bersaglio, ma consente ad un fante senza particolare addestramento di abbattere a distanza e in relativa sicurezza un potente cavaliere in armatura. L’indignata invettiva che l’Ariosto lancia nel IX canto dell’Orlando furioso (O maladetto, o abominoso ordigno, che fabricato nel tartareo fondo fosti per man di Belzebù maligno che ruinar per te disegnò il mondo, all’inferno, onde uscisti, ti rasigno.) più che un’autentica efficacia bellica, evidenzia uno shock culturale: un semplice plebeo, un perfetto signor nessuno, può ora uccidere con disinvoltura un professionista che ha speso l’intera esistenza ad esercitarsi per divenire una macchina da guerra. I valori cavallereschi della società feudale, il coraggio, l’audacia in duello, l’onore marziale, così come il rigido classismo che generavano, paiono sovvertiti, preconizzando l’avvento di una nuova spietata età di ferro, sangue e massacri indiscriminati.

È in questo contesto di radicali mutamenti della guerra che Venezia si prepara a confrontarsi con le forze armate della Lega di Cambrai. A dispetto del fatto di apparire sola contro una schiera di coalizzati, la Serenissima sa bene che il suo autentico nemico è in realtà uno solo: l’esercito del re di Francia Luigi XII. Accampate nel milanese, le truppe del sovrano d’oltralpe sono per prima cosa pericolosamente vicine, praticamente dall’altra parte dell’Adda. Costituiscono insomma la minaccia più immediata: il primo assalto allo “Stato da Tera” arriverà da ovest, dalle pianure lombarde, e sarà portato da loro. Ma a preoccupare non è solo la prossimità geografica. Nella complicata equazione della guerra in procinto di scoppiare, i francesi possono intervenire con il peso del loro numero e soprattutto della loro esperienza. Un capitale importantissimo, accumulato in decenni di combattimenti contro gli inglesi nella guerra dei Cent’anni e contro gli stati della Penisola nelle guerre d’Italia. Uscito dalle prove di Formigny e Fornovo, forgiato dalla guerra per la guerra, quello francese è un esercito temibile, capace di una furia incontenibile, sebbene marci ancora con un piede nel Medioevo e uno in pieno Rinascimento. Tra i suoi ranghi figura una tradizionale componente di cavalleria nobiliare pesante, ma anche ogni altro aspetto della modernità bellica, incarnato da picchieri svizzeri, balestrieri e un nutrito parco di artiglieria praticamente senza uguali in tutta Europa. L’amalgama di tutte queste parti non si rivela sempre efficace, ma indubbiamente i francesi hanno intuito la strada giusta da percorrere: quella della sinergia tra i diversi tipi di truppe combattenti. I comandanti rappresentano poi l’élite dei condottieri del periodo: nomi come quelli di La Palisse, Chaumont, La Trémoille, Foix, Trivulzio, pur a distanza di tanti anni, resistono ancora oggi nella memoria collettiva, non solo quella degli appassionati di storia militare. I veneziani, tuttavia, non sono da meno. Per consistenza, armamento, addestramento e capacità di comando, l’esercito della Repubblica si trova praticamente allo stesso livello dei propri nemici. La prova è fornita dalla campagna invernale del 1508 condotta in Cadore contro le truppe imperiali tedesche. Nella battaglia del Rio Secco un quadrato di lanzichenecchi – la fanteria più agguerrita e temuta del Continente insieme agli svizzeri – viene fermato dalle milizie venete e poi annientato dalla cavalleria in ripetuti attacchi ai fianchi. Un simile exploit dimostra quanto la qualità delle forze di San Marco sia innegabile, così come la possibilità di scendere in battaglia con numeri di tutto rispetto. Nei mesi di preparazione invernale tra il 1508 e l’inizio del 1509 vengono infatti arruolati oltre 20.000 uomini. E dove non arriva il potenziale demografico, sopperisce la capacità finanziaria, che certo a Venezia non fa difetto. La spina dorsale dell’armata viene però ad essere costituita da milizie friulane e padovane addestrate al modo di combattere svizzero e dette “cernite” o “ordinanze” per via delle modalità di reclutamento. Saranno queste truppe paesane provenienti dal contado a dimostrare il maggior ardore e disponibilità a battersi per la Repubblica, nonostante la loro inesperienza. Al loro fianco ci sono i “provvisionati”, ossia professionisti a ferma breve ai quali viene elargita – per l’appunto – una provvisione personale. Al di là dei contorti sistemi di formazione e mantenimento in efficienza, l’esercito che in primavera si prepara ad affrontare i francesi è con tutta evidenza uno strumento bellico efficiente e al passo con i tempi. Anche le proporzioni tra i reparti dello schieramento lo testimoniano, essendo ormai quelle tipiche della Rivoluzione militare. La cavalleria rappresenta infatti meno del 10% degli effettivi e, nonostante i giorni del suo strapotere siano ormai un ricordo, non è da sottovalutare. Sin dagli anni Sessanta del Quattrocento, i veneziani sono soliti arruolare nelle loro fila gli stradiotti, cavalieri leggeri, perfetti per l’esplorazione e le azioni di disturbo come le imboscate. Provenienti dai Balcani e dall’Egeo, questi guerrieri sono circondati da una lugubre fama per via della loro ferocia in combattimento, un effetto del loro spirito marziale ma anche della brama di saccheggio e di riscatto. Spesso la principale motivazione che li spinge a combattere è infatti la possibilità di catturare prigionieri nobili da scambiare per una contropartita in oro. Ogni altro combattente dal quale non è possibile lucrare un corrispettivo viene semplicemente passato per le armi. Sappiamo ad esempio di una circostanza in cui un reparto di stradiotti, prima di una campagna, invece della tipica provvigione, chiede alle autorità veneziane un compenso per così dire “a misura”: due ducati per ogni “testa viva” e uno per ogni “testa morta”. Nelle compassate e formali guerre italiane questo modo di combattere risulta piuttosto antipatico. Non sorprende che durante le guerre in Toscana – come minimo – i fiorentini taglino le mani ad ogni stradiotto catturato. Anche i comandanti di questa armata composita sono all’altezza dei più famosi colleghi francesi. Il solo punto di distacco è dato dalla struttura dove si trovano ad esercitare il loro ruolo. In essa si riflettono infatti le ansie di controllo e i meccanismi di sicurezza tipici di una forma di governo repubblicana a fortissima connotazione oligarchica. Come la Roma antica affidava la direzione delle proprie legioni a due consoli, allo stesso modo il Senato veneziano decide di nominare per l’occasione due generali: Niccolò Orsini conte di Pitigliano, un militare prudente ma di indubbio valore, e suo cugino, l’impetuoso Bartolomeo d’Alviano. Non solo: alle spalle di queste due figure, in qualità di supervisori, ci sono le ombre dei provveditori Giorgio Corner e Andrea Gritti, delle specie di commissari politici incaricati di sorvegliare l’osservanza delle linee strategiche dettate dal Senato. Evidentemente il moderno concetto di “pesi e contrappesi” non è affatto sconosciuto ai veneziani del tempo.

Spinti dalla forza di attrazione delle rispettive masse, sulla fine di aprile del 1509 i due eserciti iniziano ad avvicinarsi l’uno all’altro. Il 9 maggio i francesi oltrepassano il confine dell’Adda e con piccoli contingenti danno il via ad una serie di scaramucce nei pressi delle cittadine di Treviglio, Cassano, e Rivolta d’Adda. Nei loro piani, ognuno di questi episodi avrebbe dovuto essere la scintilla utile ad innescare il grande scontro risolutivo. Alla testa degli attaccanti c’è il re Luigi XII in persona. I veneziani seguono i nemici da breve distanza, badando però di non finire agganciati e costretti ad accettare una battaglia in condizioni sfavorevoli. La linea strategica stabilita dal Senato è infatti di tipo attendista: Venezia vuole allontanare l’esercito nemico dalle proprie basi e guadagnare così tempo prezioso, per fare in modo che l’armata francese inizi a sfaldarsi sotto il peso dell’attrito e della scarsa logistica. La guerra del Cinquecento è anche un affare estremamente costoso, che in quanto tale non può essere condotto indefinitamente, a causa delle limitazioni di uno Stato dotato di strutture finanziarie e logistiche poco più che rudimentali. Una volta aperte le ostilità, ogni giorno guadagnato da un difensore aumenta le possibilità di defezioni e rivolte nel campo nemico per mancanza di vitto o paga alle sue truppe. Il continuo gioco di posizionamenti, manovre e marce, simile ad una complicata danza rituale tra guerrieri, rimane però estremamente rischioso. Un contatto occasionale è sempre dietro l’angolo, specie in tempi dove il controllo delle truppe da parte dei comandanti è difficoltoso e i tempi di reazione agli eventi dilatati dalla mancanza di mezzi di comunicazione. Il 12 maggio Bartolomeo d’Alviano, con una piccola aliquota di cavalieri dell’esercito repubblicano sotto il suo comando, si accampa presso Casirate, a poche centinaia di metri dai francesi. Il condottiero intende così sorvegliarli e inseguirli in caso di un attacco in direzione di Caravaggio, Crema o Pizzighettone. Il giorno successivo i francesi conquistano facilmente Rivolta d’Adda, poi all’alba del 14 maggio iniziano a scendere verso Pandino, con l’intento di tagliare all’armata veneta le linee di rifornimento provenienti da sud, lungo la strada tra Crema e Cremona. D’Alviano, intuito il pericolo, li segue con la sua divisione o “bataglia”. È a questo punto che nel corso degli eventi interviene il caso.

Nel primo pomeriggio, sotto un cielo minaccioso che annuncia l’approssimarsi di una tempesta estiva, i due eserciti entrano in contatto. L’ingaggio non è pianificato, ma del tutto fortuito, e avviene probabilmente nei pressi della cascina Mirabello, in aperta campagna, lungo la strada polverosa che taglia i campi tra le cittadine di Vailate e Agnadello. In gergo è quella che si dice una battaglia d’incontro. L’avanguardia francese, costituita da 500 cavalieri pesanti agli ordini del governatore di Milano Carlo II d’Amboise e di Gian Giacomo Trivulzio, si imbatte nella retroguardia veneziana che marcia in colonna verso Pandino. Bartolomeo d’Alviano e Antonio dei Pio da Carpi, i comandanti delle unità coinvolte, arrestano i propri uomini e li dispongono a fronteggiare l’inaspettato attacco facendoli attestare sull’argine di un terrapieno. Le consegne, secondo quanto stabilito nel consiglio di guerra della sera precedente, impongono ai veneziani una condotta attendista: ritardare l’azione francese e sganciarsi il prima possibile evitando in tutti i modi uno scontro generale. L’obiettivo dovrebbe essere quello di riunirsi al resto dell’esercito e raggiungere Pandino, dove il comandante in capo Niccolò Orsini si trova già acquartierato con le proprie divisioni. I francesi, tuttavia, dopo le prime scaramucce, dimostrano di voler fare sul serio: iniziano a far affluire rinforzi e soprattutto schierano la loro numerosa artiglieria, la quale prende a bersagliare le posizioni veneziane. A questo punto, forse la natura impetuosa di Alviano, forse l’impazienza delle fanterie padovane incapaci di sostenere la pressione psicologica di un bombardamento prolungato, prendono il sopravvento sul sangue freddo. Stanchi di subire passivamente la grandinata di proiettili, i veneti caricano in massa in direzione dei cannoni francesi. L’attacco è devastante. D’Alviano investe la cavalleria di Trivulzio mettendola in fuga, poi si avventa contro l’artiglieria nemica, la quale è anch’essa costretta a retrocedere. I balestrieri guasconi che dovrebbero difenderla si rivelano impotenti. Tuttavia, nel frattempo, il grosso dell’esercito francese inizia a convergere su cascina Mirabello. A metà del pomeriggio i veneziani – che in quel frangente sono ancora in superiorità numerica – smorzano la carica di un quadrato svizzero. Possiamo solo immaginare la terrificante carneficina generata dal cozzo di due masse umane lanciate compattamente l’una sull’altra e armate di ogni genere di arma da taglio: picche, spade, alabarde, spiedi. Incredibilmente, ad uscire vincitori dalla mattanza contro la più organizzata e agguerrita fanteria d’Europa sono i veneziani. Alviano dà allora l’ordine di avanzare verso il centro francese, dove c’è lo stesso re Luigi XII, con l’intento di dare il colpo di grazia ai nemici. Il momento è cruciale. Un cronista scrive: «Poco mancò che l campo del roy non restasse disfatto per il gran animo et aspero combatere fazevano venetiani.» Ma si tratta di un azzardo, e lo spericolato generale veneziano incorrerà così nell’errore che risolverà la battaglia in suo sfavore. I veneziani non possono fare di più: combattono valorosamente da ore nell’afa e nella calura, sono stremati, e non dispongono di rimpiazzi. Come detto, il resto dell’armata di San Marco è ferma a Pandino. Niccolò Orsini, il quale a questo punto ha sicuramente appreso che poco più a nord delle sue posizioni è in corso un grande scontro campale, decide nonostante tutto di rimanere fedele agli ordini del Senato e di non correre in aiuto del suo comandante in seconda. Come Grouchy a Waterloo, esita, non corre rischi e sceglie di rispettare gli ordini. Contro ogni buon senso dettato dall’arte militare Orsini non segue il richiamo del “tuono del cannone”. Eppure, il suo intervento potrebbe risultare risolutivo. Il luogo della battaglia è distante solo quattro chilometri e l’arrivo di un nuovo contingente veneto da sud intrappolerebbe i francesi tra due fuochi. Per tacere del fatto che Orsini ha ai suoi ordini diverse compagnie di fanti di Brisighella, praticamente l’élite delle truppe appiedate della Repubblica. Dall’altra parte dello schieramento, Luigi XII non si lascia sfuggire l’occasione. Il re contrattacca i veneziani con la propria gendarmeria e altri quadrati di svizzeri. Con la possibilità di gettare continuamente forze fresche nella fornace dello scontro, nel volgere di pochi minuti, le sorti della battaglia si invertono. Tranne poche compagnie, tre le quali quella di Citolo da Perugia, l’intera armata veneziana, sbanda, si sfilaccia e va in rotta. L’ala sinistra di Antonio dei Pio da Carpi cede di schianto, e nemmeno l’intervento di un reparto dei terribili stradiotti inviati in soccorso basta a tamponare la falla. Alle quattro di pomeriggio, dopo poche ore di combattimento, l’esercito della Serenissima si sfascia sotto un furioso temporale.

La battaglia di Pavia

Le perdite umane sono terrificanti, persino per gli standard attuali: una battaglia di sole quattro ore genera un migliaio di caduti tra i francesi e non meno di 4.000 tra i veneziani. Alcune stime si spingono anche oltre, attestandosi sui 6.000. Questa la macabra contabilità della morte, sebbene le cifre esatte restino al di là della possibilità di un’esatta ricostruzione. I numeri dei morti sono così alti perché Agnadello è sostanzialmente una battaglia tra fanterie, cioè – detto altrimenti in termini orribilmente prosaici – tra poveri diavoli per i quali nessuno è disposto a pagare un riscatto una volta divenuti dei prigionieri. Di conseguenza, i vincitori non dispongono di alcun valido incentivo ad esercitare la clemenza, come del resto dimostra il basso numero di cavalieri uccisi. La testimonianza di Ambrogio da Paullo, un cronista milanese al seguito delle truppe di Luigi XII, rende bene il clima di orrore e di devastazione lasciati dallo scontro tra due dei migliori eserciti d’Europa: «il giorno seguente poi da ogni parte concorreano gente per vider la grande mortalità fatta, et ogniun stava stupefati de meraviglia videre yanti homini nudi morti; et fatto uno ponte solum per passare la gente che veneano in campo per videre…» Sollevando il nostro sguardo dalla sofferenza umana sul campo di battaglia e tornando ad un più asettico livello strategico, Agnadello genera conseguenze non meno catastrofiche, almeno nell’immediato. Venezia viene spinta sull’orlo del baratro, ad un soffio dal nulla dove, trascinati dal peso della sconfitta militare, precipitano imperi e stati della storia. In laguna l’eventualità di venire letteralmente cancellati dalla carta geografica viene avvertita in maniera drammatica. Lo storico e politico cinquecentesco Marin Sanudo racconta che in Collegio: «Tutti rimasero morti et in grandissimo dolor. Tutti pianzeva, niun si vedeva in piazza, li padri di colegio persi, e più il nostro Doxe che non parlava et stava chome morto e tristo.» Un comportamento che oggi ci potrebbe apparire eccessivamente melodrammatico, ma i maggiorenti della Repubblica ne hanno ben donde. Immediatamente dopo la battaglia, l’intero “Stato da Tera” pare infatti sfaldarsi. Le onde d’urto di una scossa sul piano militare si ripercuotono sull’intera impalcatura dello stato, rinfocolando le tensioni sociali che covano sotto la cenere di un dominio edificato forse troppo in fretta e con metodi poco rispettosi delle autonomie locali, le quali nel Cinquecento restano fortissime. L’esercito di Orsini inizia a ritirarsi e non si ferma più fino a quando non raggiunge Mestre. Dietro alla sua fuga si dilegua la capacità di mantenere l’ordine costituito. Nell’improvviso vuoto di potere le città della terraferma lombardo-veneta si rifiutano di offrire accoglienza all’armata, in parte per la paura di subire le possibili ritorsioni degli invasori, in parte per l’aperta ostilità delle élites urbane sottoposte ad anni di controllo del patriziato veneziano. Bergamo, Brescia, Cremona si sottomettono di buon grado ai francesi. Verona, Vicenza, Bassano, Feltre fanno lo stesso di fronte alle truppe imperiali. Solo a distanza di qualche mese, quando le truppe di Luigi XII si arrestano a Peschiera e l’esercito di Massimiliano – che nel frattempo, approfittando della situazione ha invaso a sua volta il Veneto – inizia a cedere il passo di fronte a Padova, la Repubblica potrà riprendere fiato e restaurare la sua sovranità sui territori perduti. La rinascita è possibile per la paura che assale Giulio II una volta venuto a conoscenza della strabiliante vittoria di Agnadello. Paradossalmente, lo stesso promotore della crociata anti-veneziana ora teme che, eliminato l’arcinemico, la Francia diventi troppo potente. Nella nuova coalizione che si annuncia all’orizzonte, questa volta in chiave anti-francese, Venezia sarà un importante elemento. Nel 1529, venti anni dopo la grande disfatta, la Serenissima avrà infatti recuperato quasi tutti i propri domini, con la sola eccezione di Trieste e della Romagna.

La Tempesta di Giorgione

Agnadello in fondo è una strana battaglia. E forse proprio per questo interessante, a dispetto del suo essere pressoché sconosciuta al grande pubblico. Insieme a Lepanto e Caporetto, appartiene di diritto al novero degli scontri che, nonostante al momento sembrino disfatte epocali, dopo poco tempo si riassorbono nel tessuto della diplomazia e delle alterne vicende della guerra. Questa definizione non esclude però importanti conseguenze di lungo periodo che trascendono l’evidenza immediata del ristretto ambito degli annali militari.
L’eco della battaglia attraversa molte delle pagine contenenti le riflessioni di un attento analista fiorentino, come lo definiremmo oggi. Il suo nome è Niccolò Machiavelli. Tra le pagine de “Il Principe” vi è chiaramente scolpito un concetto: la fulminea rapidità con la quale un dominio faticosamente conquistato per mezzo di una secolare ascesa può venir perso in poche ore, a seguito all’impietoso verdetto di una singola giornata. È impossibile che nel formulare questa tesi Machiavelli non sia stato influenzato dallo sfacelo seguito ad Agnadello. O che in esso non vi abbia visto un’eclatante conferma delle sue teorie. Del resto, nell’inverno del 1509 il diplomatico fiorentino si trova in missione proprio in Veneto, a Verona. È dunque poco meno di un testimone diretto. Nel secondo Decennale c’è un chiaro accenno: «Alfin Marco rimase in su lo smalto: | poscia che a Vailà misero salse | cascò del grado suo ch’era tant’alto.» E poi nel Principe: «[…] in una giornata perderno ciò che in ottocento anni con tanta fatica avevono conquistato.» Infine, nei Discorsi: «Similmente Vinegia, avendo occupato gran parte d’Italia, e la maggior parte non con guerra, ma con danari e con astuzia, come la ebbe a fare prova delle forze sue, perdette in una giornata ogni cosa.» Per i contemporanei, Agnadello è indubbiamente un grande evento e, in quanto tale, degno di approfondite riflessioni.
Com’è logico aspettarsi, per la storia particolare di Venezia, Agnadello è altrettanto importante. La battaglia più sfortunata e traumatica della Serenissima è uno spartiacque epocale, sia per quanto attiene alla politica estera, che per gli equilibri interni del potere. La battaglia tra i verdi campi della Ghiara d’Adda segna in primo luogo la fine definitiva delle velleità espansionistiche della Repubblica. Dopo una simile batosta, il leone di San Marco non tenterà mai più di vibrare zampate ai propri vicini di terraferma. Sarà sempre vigile e pronto a difendersi in caso di bisogno, ma i confini dell’Adda, del Po e del Cadore, rimarranno sostanzialmente inalterati fino all’atto di morte siglato da Napoleone a Campoformio nel 1797. Venezia, consapevole dei pericoli dell’espansionismo per averli sperimentati sulla propria pelle, si incamminerà sempre più convintamente lungo la strada di una vigile e prudente neutralità. Difficile affermare che non ne abbia tratto dei benefici. La spettacolare esplosione artistica segnata da Veronese, Tiziano, Tintoretto, Palladio, Goldoni, Gabrieli, Vivaldi, in un modo sotterraneo e difficile da spiegare, è di certo legata all’inversione del flusso delle energie della società dall’esterno verso l’interno. Allo stesso tempo, la battaglia mette un importante segnalibro nella storia delle relazioni della città madre con i propri domini di terraferma. Dopo Agnadello Venezia supporterà in maniera sempre più convinta le élites rurali che, contrariamente a quelle borghesi, si sono dimostrate fedeli alla Repubblica nel momento più buio della sua storia. Sempre Machiavelli, annota esterrefatto che i contadini di una Verona occupata dalle forze della lega di Cambrai preferiscono farsi impiccare piuttosto che rinnegare la fedeltà a Venezia: «E pure iersera ne fu uno innanzi a questo vescovo, che disse che marchesco era, e marchesco voleva morire, e non voleva vivere altrimenti; in modo che el vescovo lo fece appiccare.» L’esplosione di odio nei confronti del patriziato a seguito della battaglia non avrà più occasione di riemergere. Venezia, che ha fin lì considerato la terraferma alla stregua di una specie di colonia, ora si fonderà con essa su un piano di parità.
Agnadello, per ritornare ad un punto di vista strettamente tattico, ci insegna inoltre, se mai ce ne fosse bisogno, un importante principio dell’arte militare. Un esercito che si prepara ad affrontare una guerra imbrigliato nelle maglie di una catena di comando dualistica è quasi sempre destinato ad andare incontro ad una sconfitta. Incomprensioni, titubanze, incapacità di sfruttare le occasioni e di comprendere lo sviluppo degli eventi: è questo che genera la moltiplicazione dei centri di autorità. A determinare la sconfitta della Repubblica non sono né la qualità delle truppe, né gli armamenti. Tantomeno gli aspetti quantitativi che, come abbiamo visto, sono sostanzialmente in parità. La battaglia viene persa per la totale assenza di identità di vedute tra l’impetuoso Bartolomeo d’Alviano e il compassato Niccolò Orsini. I loro sono caratteri e stili di conduzione troppo diversi per fondersi in una sintesi in grado di portare alla vittoria. Spesso in guerra una direzione salda, che emana direttive inequivocabili, si rivela il più decisivo dei fattori. Viene infatti naturale pensare che se l’esercito della Serenissima fosse stato affidato a uno qualunque dei due comandanti l’esito della campagna avrebbe potuto essere radicalmente diverso. L’unità del comando – come sapeva bene Napoleone che quasi tre secoli dopo si sarebbe trovato a combattere in quegli stessi luoghi – è una precondizione per l’efficienza bellica.
Infine, è doveroso menzionare un ultimo aspetto, forse il più sorprendente e paradossale di tutti, se visto attraverso le lenti della nostra attuale sensibilità di cittadini italiani. A leggere i resoconti di Marin Sanudo, in quel pomeriggio del 14 maggio 1509, durante le quattro ore di battaglia, le fanterie venete levano più volte il grido: «Italia! Libertà! Marco! Marco!» Non credo occorra mettere in chiaro che, agli albori del XVI secolo, i termini Italia e libertà non possiedono alcunché delle connotazioni patriottiche e romantiche con le quali siamo soliti intenderli sulla scorta degli eventi occorsi nell’Ottocento. Dietro di essi non c’è alcuna ideologia; attorno alcuna sovrastruttura politica. Non contengono che attributi parziali dell’idea di nazione, che rimane identificata unicamente sull’idea di appartenenza ad un contesto territoriale, culturale e linguistico. La sovranità popolare e la volontà politica verranno solo in seguito, con i filosofi illuministi e la Rivoluzione francese del 1789. È tuttavia significativo come nel vocabolario politico e ideale dei veneziani, simili parole evidenzino la percezione di un pericolo incombente, se già non pienamente attuale: quello cioè che un esercito e un re straniero prendano il sopravvento in un paese sì diviso, ma pur sempre “altro” rispetto agli invadenti regni stranieri al di là della catena alpina. Nel rissoso patchwork italiano dell’epoca, la libertà è intesa anche come libertà di restare divisi, di persistere nel proprio particolarismo litigando senza che nessuno interferisca dall’esterno. Si tratta pur sempre di patriottismo, anche se espresso in una forma innaturale, alla quale non siamo abituati, in quanto aliena alle nostre categorie interpretative. La preoccupazione per le sorti italiane che quegli uomini sul punto di essere massacrati dall’acciaio di svizzeri e francesi è del resto legittima. A soli 15 anni dalla sfortunata calata di Carlo VIII nella Penisola – evento che inaugura la lunga stagione delle ingerenze straniere – è ormai evidente come l’Italia sia sempre più oggetto delle mire di potentati esteri, principalmente Francia e Spagna. Agnadello non segna solo il climax di un dramma veneziano, ma anche nazionale: in quel fatto d’armi muore – forse definitivamente – la fragile autonomia degli stati italiani e l’illusione che il loro splendido isolamento possa durare indefinitamente. Francesco Guicciardini se rende conto con estrema lucidità. Venezia paga in realtà per tutti: «considerando più sanamente lo stato delle cose, e quanto fusse brutto e calamitoso a tutta Italia il ridursi interamente sotto la servitù de’ forestieri, sentivano con dispiacere incredibile che una tanta città, sedia sì inveterata di libertà, splendore per tutto il mondo del nome italiano, cadesse in tanto esterminio.» Pochi anni dopo, quando nella Penisola si instaurerà il predominio di Carlo V di Spagna, lo stesso storiografo fiorentino parlerà senza mezzi termini di: «atroce et vituperosa servitù.» In effetti, da lì in poi l’Italia non avrà altro che padroni. La pace di Cateau-Cambrésis del 1559 altro non è che la “Pax Hispanica”. Ma la discesa dell’opprimente cappa della dominazione spagnola non fa che formalizzare una situazione di fatto già consolidatasi anni prima, proprio nei cruciali decenni attorno alla battaglia di Agnadello. Anche solo per questo vale la pena non dimenticarla.

Marco Scardigli, Cavalieri, mercenari e cannoni, Mondadori, 2014

Paola Bianchi e Piero Del Negri, Guerre ed eserciti nell’età moderna, Il Mulino, 2018

Giorgio Ruffolo, Quando l’Italia era una superpotenza, Einaudi, 2008

Geoffrey Parker, La rivoluzione militare, Il Mulino, 1999

Alessandro Barbero, La guerra in Europa dal Rinascimento a Napoleone, Carocci, 2003

Alvise Zorzi, La Repubblica del leone, Bompiani, 2001