La portata del lascito al mondo occidentale da parte dell’antichità greco-romana è incalcolabile. Innumerevoli ambiti della nostra civiltà affondano le proprie radici nelle conquiste compiute dai due maggiori popoli del bacino del Mediterraneo, tanto che ancora oggi, a millenni di distanza, risulta impossibile disconoscerne la matrice originaria. Filosofia, diritto, sistemi politici, arte, scienza, medicina, ingegneria: probabilmente non esiste un singolo aspetto della civiltà occidentale che non risenta dell’influenza diretta o anche solo riflessa di tale eredità. Il campo del pensiero e della pratica militare, così strettamente intrecciato alle vicende della nostra storia, non fa naturalmente eccezione. Può apparire incredibile, ma ancora oggi, nell’era della moderna guerra tecnologica, ovunque un esercito occidentale scenda in battaglia, lo fa indossando un abito mentale originatosi nella realtà delle inquiete e bellicose città-stato della Grecia del IV secolo a.C. Un attuale soldato di una qualsiasi nazione occidentale ed un oplita ellenico, se messi a confronto, al netto delle evidenti differenze di equipaggiamento e di tattica di impiego, sono molto meno dissimili fra di loro di quanto si sarebbe portati a pensare. Entrambi, piuttosto che guerrieri di professione, sono l’espressione di una società democratica composta da cittadini-soldato fieri dei propri diritti. Non servono i fini personalistici di un despota, né del resto accetterebbero di farlo. Decidono di prendere le armi e di rischiare la morte generalmente sulla spinta di un ideale collettivo che percepiscono come vòlto al bene del proprio Paese o alla sua difesa da un nemico esterno. Fanno quindi la guerra, ma alla loro particolare maniera: per ritornare il prima possibile alla loro dimensione di civili. Perché ciò sia possibile, perché in altri termini l’impegno bellico non si protragga in un infinito stillicidio di scaramucce e dispendiosi scontri inconcludenti, cercano in modo ossessivo la battaglia risolutiva. Un unico, breve scontro di annientamento, in cui in poche ore di brutale massacro, si decida il loro destino, nel bene o nel male. Il rischio di morire è altissimo ma lo ritengono preferibile a quello molto meno minore insito nella visione della guerra così come la concepisce una società tribale dove l’attenzione viene posta sugli aspetti rituali del combattimento.

Greci e Romani sono i primi a introdurre questo particolare ethos marziale. Persiani, Germani, Aztechi, Zulu, in tempi e luoghi diversi, rimangono atterriti dalla metodica, razionale ferocia mostrata dagli eserciti occidentali. La spietata violenza portata per la prima volta sul campo di battaglia dalle falangi e dalle legioni trova gran parte della sua ragion d’essere nella volontà di distruggere il nemico in un unico risolutivo combattimento campale all’insegna dell’urto frontale di masse di fanteria. I nemici che si sottraggono a questo schema, o all’opposto i comandanti greci e romani che indugiano nel metterlo in pratica, vengono tacciati di praticare un modo di combattere vile e scorretto nel primo caso e di codardia nel secondo. Per capire quanto questo costume sia una costante che attraversa duemilacinquecento anni di pratica militare è sufficiente pensare alla guerra del Vietnam, un evento tutto sommato recente, se visto con il metro della storia. Ma ancora negli anni ’60 del Novecento, un esercito occidentale viene mobilitato, armato ed impiegato sul campo in ossequio a questa filosofia nata in tempi remoti. E viene sconfitto da un nemico che intelligentemente rigetta questa logica, avendo ben compreso come sul piano strategico vada negato ogni scontro in campo aperto, in cui la superiorità degli americani potrebbe dispiegarsi nel modo più efficiente. L’occasione di una battaglia risolutiva, tanto sognata dai generali del Pentagono, non giunge mai e gli Stati Uniti vengono sconfitti senza aver sostanzialmente mai perso un singolo scontro, almeno in termini di perdite comparate con i loro nemici. Questo articolo tratta quindi dell’ambizione e della fantasia di ogni comandante occidentale descrivendo la più famosa e riuscita battaglia di annientamento della storia, quella di Canne, combattuta tra Romani e Cartaginesi sugli assolati campi della Puglia il 2 agosto del 216 a.C.

È il marzo del 241 a.C. e la Prima guerra punica è ormai finita. Sconfitta sulla terraferma e sul mare, in preda a rivolte interne, un’esausta Cartagine si vede costretta a chiedere la pace a Roma. Il conflitto è durato ben ventitré anni ed è stato l’equivalente in chiave antica di una guerra totale. Per armare eserciti e flotte entrambe le città rivali hanno mobilitato la quasi totalità delle proprie forze militari ed economiche, ma alla fine le maggiori risorse a disposizione dei romani, la solidità delle loro istituzioni e la superiorità delle legioni hanno prevalso, seppur a fatica. Il conto presentato dalla Repubblica ai propri nemici è pesantissimo: cessione della Sicilia, restituzione senza riscatto dei prigionieri e il pagamento di un’esorbitante indennità di guerra, che Polibio quantifica in 1.000 talenti d’argento da versare immediatamente e altri 2.200 da corrispondere in 10 rate annuali. A livello militare ed economico l’imposizione di simili condizioni di pace sancisce di fatto un drastico spostamento a favore di Roma degli equilibri di potere nel Mediterraneo centrale. Uno dei tragici leitmotiv di molti dei conflitti futuri inizia a risuonare nella storia: quanto più faticosa risulta la vittoria di uno dei contendenti, tanto più punitive tendono ad essere le condizioni di pace inflitte alla parte sconfitta, con il solo risultato di instillare in quest’ultima la volontà di vendicarsi cercando la rivincita in una nuova guerra da scatenare il prima possibile. A Cartagine infatti il crescente peso dell’influenza politica della famiglia aristocratica dei Barcidi è in larga misura dovuto al loro incarnare i sentimenti revanscisti di un’intera città convinta di stare ingiustamente subendo la sete di dominio e di ricchezza dei romani. Il capostipite Amilcare Barca e il suo talentuoso figlio maggiore Annibale sono visceralmente ostili a Roma ed inclini a perseguire un’espansione territoriale e commerciale nella penisola iberica. E fatalmente è proprio qui, nei pressi del fiume Ebro, dove le sfere di influenza di Roma e Cartagine vengono a contatto, che si origina il casus belli che dà origine alla seconda guerra punica.

A sud dell’Ebro, nell’odierna Catalogna, si trova Sagunto, una ricca città fortificata a poca distanza dal mare, la quale, pur ricadendo nella zona di influenza cartaginese, è una fidata alleata di Roma. Annibale, ottenuto il benestare del senato cartaginese, nel 219 a.C. decide di porla sotto assedio accusando i saguntini di aver commesso soprusi nei confronti di alcune tribù della zona fedeli a Cartagine. Le fonti non sono in grado di dirci con esattezza quali siano le motivazioni profonde di questa aggressione. Polibio nelle “Storie” pone l’accento sull’impulsività del carattere del comandante cartaginese e sul suo odio nei confronti di Roma. La spiegazione dello storico greco appare certamente plausibile, ma troppo semplicistica. Probabilmente la creazione di un vasto dominio di terra in Spagna deve aver ad un certo punto generato nelle classi dirigenti di Cartagine l’impressione di una rinnovata potenza e contribuito così a rafforzarne lo spirito di rivalsa. Quali che siano i motivi dietro questo atto, emerge tuttavia con evidenza l’intenzione di Annibale di creare deliberatamente un casus belli per scatenare la guerra tanto attesa. A Roma si cerca dapprima di comporre la crisi per via diplomatica ma i maldestri tentativi di accordo rendono presto evidente come la frattura sia ormai insanabile. Dopo lunghi indugi, e solo a seguito della caduta della città iberica, viene inviata a Cartagine una delegazione con il solo scopo di mettere i punici di fronte ad un aut-aut: o l’arresto del generale ribelle, o la guerra. Livio, forse esagerando nell’enfasi, ci descrive la scena con toni degni di un dramma teatrale: “allora il Romano, fatta una piega con la toga, disse: «Qui vi portiamo la guerra e la pace; delle due cose prendete quella che volete.» Subito dopo queste parole, non meno fieramente gli fu risposto con grida che desse quella che volesse; ed avendo egli per contro lasciato andare la piega e detto che dava la guerra, tutti risposero che l’accettavano e che l’avrebbero combattuta con lo stesso ardimento con cui l’accettavano.” Più verosimilmente possiamo ipotizzare che, a prescindere dal cerimoniale diplomatico, i giochi fossero ormai fatti. Sentendosi spinta nell’angolo e messa di fronte al pericolo di subire un’umiliante sconfitta diplomatica che ne avrebbe drasticamente ridimensionato il prestigio Cartagine non può scegliere che lo scontro.

Giungiamo così alla primavera del 218 a.C.: Annibale finalmente si è procurato la sua guerra. Ma come condurla? Il generale punico non ha dubbi, principalmente perché il ventaglio di possibilità strategiche a disposizione di Cartagine è piuttosto ridotto. La flotta romana domina i mari e di fatto impedisce il trasporto di grossi contingenti di truppe lungo l’asse tra la Tunisia, la Sicilia e il resto dell’Italia meridionale. Un approccio diretto e aperto ad una pluralità di soluzioni strategiche, scandito da un alternarsi di operazioni marittime e terrestri come nel caso della Prima guerra punica, è nei fatti impossibile. Per Annibale l’unica alternativa praticabile si riduce a quella di intraprendere un lungo e tortuoso percorso di avvicinamento al territorio romano attraverso l’Europa sud-occidentale. Partendo dalle proprie basi in Catalogna, il comandante cartaginese intende entrare in Provenza e oltrepassare il Rodano a nord di Marsiglia evitando le legioni che stanno sopraggiungendo per bloccarne il passaggio. Superato questo ostacolo naturale se ne troverà davanti uno ben più arduo da valicare: le Alpi. Ma riuscendo nell’impresa, all’epoca tutt’altro che scontata, Annibale sarà in condizione di portare la guerra direttamente in casa dei romani. Le vittorie che seguiranno nella Pianura Padana avranno – nelle sue intenzioni – l’effetto di scuotere la fiducia di Roma e nel contempo tagliare i traballanti legami tra la Repubblica e le popolazioni della Gallia Cisalpina da poco sottomessa. Contrariamente a quanto si può supporre in Annibale non c’è traccia della volontà di cancellare Roma come entità politica e militare, ma solo di ridimensionarla al rango di una potenza regionale. Questo in sostanza il piano che nello spirito mostra evidenti tratti di comunanza con l’epopea di Alessandro Magno.

Nel maggio del 218 a.C. Annibale lascia dunque la Spagna con 90.000 fanti, 12.000 cavalieri ed una manciata di elefanti. Nei numeri si tratta di un’armata poderosa, ma i continui scontri con le popolazioni locali e la necessità di lasciare contingenti a presidio delle retrovie impongono a questo esercito un costante salasso in termini di effettivi. Giunto al di là delle Alpi ad Annibale non resta che poco più di un terzo della forza originaria: circa 30.000 fanti e 10.000 cavalieri. Tuttavia questi autentici sopravvissuti, tra le cui fila si annoverano guerrieri galli, iberi e numidi sono una perfetta macchina da guerra. Rispetto alle legioni romane difettano nella quantità, ma non certo nella qualità. Sono truppe agguerrite, temprate dalla lunga marcia fin lì sostenuta e dall’esperienza acquisita in innumerevoli combattimenti. Soprattutto, ripongono un’incrollabile fiducia nel generale che li guida, il quale non esita a condividere con i propri uomini privazioni e sofferenze. Che questa sia un’armata letale risulta evidente già in occasione della prima scaramuccia al Ticino, dove i romani vengono sgominati. Non si tratta che di uno scontro tra avanguardie, che coinvolge non più di una decina di migliaia di uomini da ambo le parti, ma che lascia apparire già con evidenza la superiore abilità dei cartaginesi nella manovra e nell’impiego della cavalleria come arma tattica. La successiva battaglia che ha luogo sul fiume Trebbia nel dicembre del 218 a.C. è una conferma in scala maggiore di questa superiorità. I romani e i loro alleati subiscono una sconfitta pesante, lasciando sul terreno non meno di 15.000 uomini tra morti e feriti. Fallito il piano romano di bloccare gli invasori sfruttando i baluardi naturali, Annibale può quindi dirigersi verso l’Italia centrale e minacciare il cuore stesso del dominio nemico. Il suo esercito si è nel frattempo rinforzato accogliendo diverse migliaia di guerrieri celtici e conta ormai più di 50.000 uomini riposati e imbaldanziti dalle vittorie riportate. Passato l’inverno, nel giugno del 217 a.C. le rive del lago Trasimeno divengono il teatro del secondo grande scontro della campagna. E ancora una volta si tratta di una spettacolare vittoria cartaginese. I romani non si avvedono della presenza della cavalleria nemica nascosta nella vegetazione di una gola e subiscono un’imboscata. Accerchiati e infine spinti contro le rive del lago, periscono più di 15.000 uomini compreso Gaio Flaminio Nepote, il console al loro comando. La dinamica esatta dello scontro è ancora oggetto di dibattito tra gli storici militari ma, al di là dei movimenti delle truppe, quello che ancora una volta appare evidente è la superiore abilità di Annibale nello sfruttare le caratteristiche del terreno e nel concepire la battaglia in modo anticonvenzionale. L’acume tattico del comandante cartaginese è un autentico dono che sul campo gli consente di “vedere” opportunità per mettere in difficoltà il nemico e travolgerlo con perdite spaventose. Niente di più lontano dall’ottusa e conservatrice mentalità dei consoli che guidano meccanicamente l’esercito romano.

A questo punto i cartaginesi avrebbero la possibilità di discendere verso la stessa città di Roma, difesa solamente da due legioni. Ma il loro comandante esita e alla fine indirizza il cammino della sua armata lungo la costa adriatica per riorganizzarla nelle ricche pianure dell’Apulia. La ragione di una mossa così prudente risiede con tutta probabilità nella mancata sollevazione degli alleati dei romani. Uno dei presupposti strategici della campagna di Annibale è infatti la speranza che le sconfitte militari inferte al nemico convincano le città italiche a schierarsi dalla parte dei cartaginesi, ma il cambio di campo non avviene. Le città dell’Etruria, dell’Umbria e del Piceno, anche di fronte ai ripetuti rovesci delle legioni, si rifiutano ostinatamente di tradire i loro legami con Roma e negano ogni tipo di appoggio agli invasori. L’accorta politica diplomatica e di colonizzazione messa in atto dalla Repubblica nell’arco di tempo compreso tra il IV ed il III secolo a.C. resiste anche a questo autentico terremoto venuto dalla Spagna. Roma dal canto suo, non ancora riavutasi dalla batosta subita al Trasimeno, evita di farsi coinvolgere in una nuova battaglia in campo aperto. Quinto Fabio Massimo, nominato dittatore per sei mesi come da tradizione dell’Urbe nei tempi di crisi, passa alla storia come “il temporeggiatore” per via della sua strategia attendista, tesa a logorare Annibale con piccole incursioni. Ma a metà del 216 a.C., passato il pericolo immediato, l’elezione di due nuovi consoli imprime una svolta alla condotta di guerra romana. Vengono nominati Lucio Emilio Paolo, un aristocratico tendente a proseguire la prudente linea di Quinto Fabio Massimo, e Gaio Terenzio Varrone, di estrazione popolare e favorevole ad uno scontro diretto con Annibale. Non è opportuno soffermarsi sul valore di queste due figure, né sulle dinamiche decisionali insite nel macchinoso sistema romano a doppio comando. Che non fossero condottieri all’altezza di Annibale è ovvio, ma le fonti (i soliti Livio e Polibio) sono contrastanti e palesemente influenzate dagli avvenimenti successivi. Ciò che è importante rimarcare è che a Roma si fa strada l’idea di mobilitare quante più forze possibili e scagliarle contro Annibale nel tentativo di chiudere la partita una volta per tutte in una battaglia risolutiva. Se il generale punico è imbattibile in abilità, si tenterà di schiacciarlo con il peso della forza bruta dei numeri. Per riuscire in questo scopo vengono mobilitate ben otto legioni consolari, fatto eccezionale se si considera che nella storia romana mai prima di allora si era superato il limite di quattro. Anche i federati italici forniscono una notevole quantità di truppe. Alla fine, lo spettacolo deve essere qualcosa di mai visto se Polibio ci riferisce che: «[…] mai prima d’ora i due consoli hanno combattuto con tutte le legioni riunite.» Nel mese di luglio del 216 a.C. questo enorme esercito composto da 80.000 fanti e 6.000 cavalieri viene avviato verso l’Apulia, in cerca di Annibale e della battaglia decisiva.

Giungiamo finalmente al mattino del 2 agosto del 216 a.C. Nella piana di Canne tutto è pronto per la battaglia. I romani sono schierati in modo convenzionale ma tecnicamente ineccepibile. Alle ali è posizionata la cavalleria comandata dai consoli: Lucio Emilio Paolo alla destra e Varrone alla sinistra. Il centro, il vero punto focale dell’armata, è occupato dall’enorme mole delle fanterie: come detto otto legioni romane e altrettante di alleati. Si tratta di una massa talmente grande che per comandarne tutte le componenti è stato necessario richiamare un console dell’anno precedente ed il magister equitum. Rispetto alla consuetudine questa volta la geometria delle legioni appare leggermente “deformata”: non dei solidi quadrati, ma dei rettangoli con il lato corto come fronte. Un simile schieramento, che privilegia la profondità più che l’estensione, viene scelto per enfatizzare la spinta offensiva degli uomini. Una disposizione “in colonna” invece che “in linea” serve infatti a fare in modo che i combattenti delle prime fila vengano naturalmente portati ad avanzare spinti dal semplice peso della massa che preme alle loro spalle. Organizzando così la fanteria, i consoli contano di accentuarne l’impeto e la potenza d’urto, in modo da ottenere l’effetto di un rullo che avanzi e travolga ogni ostacolo di fronte a sé. Infine, dal punto di vista della conformazione del terreno, Canne appare come il campo di battaglia perfetto, almeno nell’ottica e nelle intenzioni dei romani. Alla loro destra scorre il fiume Aufidus, un ostacolo naturale che i consoli contano di poter sfruttare per limitare i movimenti della superiore cavalleria cartaginese e impedire possibili manovre di aggiramento. Il resto del terreno è una grande pianura priva di elementi naturali come boschi o colline che possano celare alla vista movimenti di truppe: l’ideale per impedire ad Annibale di mettere in atto i suoi ormai proverbiali stratagemmi. Questa volta l’imboscata al lago Trasimeno non potrà ripetersi: si combatterà a viso aperto, uomo contro uomo, senza sofisticate danze o manovre. La quantità avrà necessariamente la meglio sulla qualità; o almeno così sperano i generali di Roma. Ma i cartaginesi come sono schierati? In un modo molto più complesso e flessibile, che è indubbiamente figlio del proverbiale colpo d’occhio tipico di tutti i grandi generali di ogni epoca. Annibale intuisce infatti le intenzioni dei romani: comprende che intendono mettere in atto un massiccio attacco frontale per trarre vantaggio dal numero e dal superiore equipaggiamento dei legionari. Sa anche che una formazione così rigida e serrata, all’apparenza terrificante, non è imbattibile e può essere messa in difficoltà esponendone i limiti intrinseci legati alla scarsa mobilità e alla flessibilità. Decide quindi di dispiegare le proprie truppe, meno numerose ma più esperte, proprio nel modo ideale per volgere la forza dell’avversario in debolezza. Alle ali, come i romani, dispone la sua cavalleria, numericamente e qualitativamente superiore. L’ala destra è comandata dal fratello minore Asdrubale. Al centro invece, di fronte alla minacciosa e incombente massa delle legioni, Annibale compie il proprio capolavoro. La linea cartaginese viene disposta in una forma convessa, incurvata in avanti e protesa verso le legioni romane. L’apice di questo sottile arco è composto dalla fanteria leggera, formata da galli e iberi. Ai loro lati, in posizione leggermente più arretrata, è solidamente schierata la fanteria pesante africana, con circa 10.000 uomini: una forza d’élite costituita dai guerrieri più esperti e armati con le panoplie catturate al nemico nelle precedenti battaglie del Trebbia e del Trasimeno. A prima vista appaiono praticamente indistinguibili dai romani e la cosa avrà un certo peso nella dinamica dello scontro imminente. A questo punto il piano di Annibale inizia a delinearsi in tutta la sua astuzia ed intelligenza. Dopo le prime schermaglie iniziali affidate alle rispettive fanterie leggere la battaglia entrerà nel vivo. I romani attaccheranno allora frontalmente con la propria fanteria pesante, in ordine chiuso e sicuri di riuscire a travolgere i galli e gli iberi di fronte a loro. Seppur valorosi, questi guerrieri inizieranno lentamente a ripiegare, ma sarà un arretramento controllato: il loro particolare schieramento a mezzaluna gli consentirà di cedere terreno senza compromettere la coesione e l’equilibrio dell’armata. I romani a quel punto, credendo che il centro cartaginese stia per collassare, saranno invogliati a lanciarsi con sempre maggiore convinzione in avanti. E proprio questa mossa avventata farà scattare la trappola di Annibale. La fanteria pesante cartaginese convergerà ai loro fianchi chiudendo in una morsa la massa romana e iniziando a comprimerla da due lati. Se, come è probabile, la cavalleria cartaginese nel frattempo riuscirà ad avere la meglio su quella romana, si presenterà l’opportunità di effettuare un’ulteriore conversione e chiudere l’ultimo fronte libero dell’armata romana.

Ed è esattamente questo che succede a Canne. Mentre i velites romani scagliano giavellotti e frecce per preparare l’avanzata della fanteria pesante, la cavalleria cartaginese di Asdrubale si lancia all’attacco di quella romana comandata da Emilio Paolo, avendone ben presto la meglio. Nel frattempo, il grosso delle legioni investe con il suo impeto il centro cartaginese. Contro 50.000 uomini, la sottile linea dei 20.000 galli ed iberi armati alla leggera inizia a flettersi e retrocedere. Tra la polvere ed il sole accecante, i romani avanzano, esponendo però sempre di più i loro fianchi all’attacco della fanteria pesante africana, che essendo equipaggiata con le loro stesse armi, probabilmente viene confusa per delle truppe amiche. La morsa inizia allora a stringersi. All’ala sinistra cartaginese, la cavalleria attraversa diagonalmente tutto il campo di battaglia alle spalle dei romani e piomba sull’ala sinistra romana a dare manforte alla propria cavalleria impegnata con quella di Varrone. Presi tra i due fuochi, anche questi cavalieri romani soccombono, lasciando i fanti privi di ogni copertura mobile. A questo punto, riunitasi, la cavalleria cartaginese al completo investe il retro dell’armata romana, circondandola da ogni lato e negandole ogni via di fuga o manovra. I romani sono chiusi in trappola.

Dopo poche ore, la battaglia di Canne è tatticamente vinta dal genio visionario di Annibale. Ma non è finita. Anzi, inizia la parte più terrificante ed indicibile del nostro racconto, quella che nemmeno la penna di un grande autore saprebbe forse raccontare in tutto il suo orrore. La massa dei legionari si trova ora accerchiata e compressa in uno spazio che si restringe sempre di più sotto la spinta esercitata dalla fanteria pesante africana sui fianchi, dalla cavalleria alle spalle e da quello che resta delle fanterie galliche e iberiche di fronte. Immaginate un’immensa sacca umana di non meno di 60.000 uomini. L’involucro esterno, ossia la sottile membrana a contatto con gli attaccanti è sottoposta ad un continuo massacro: i romani a diretto contatto con i cartaginesi sono stanchi, disorientati e per di più impossibilitati persino nel maneggiare le proprie armi in quanto ostacolati dalla calca formata dai propri compagni che impediscono loro di muoversi liberamente. Uno ad uno cadono sotto i colpi dei cartaginesi. I loro compagni intrappolati nel centro di questo calderone ribollente non possono prendere parte all’azione e abbandonano le armi. Non possono nemmeno scappare, ma solo rimanere sul posto in attesa che il momento del massacro giunga anche per loro. Tutto intorno vedono morire i centurioni e cadere le insegne dei reparti. La coesione e lo spirito combattivo si disgregano, trasformando un esercito in una folla in preda al panico. Tito Livio ci fornisce particolari agghiaccianti: “… altri furono trovati con le teste affondate in una buca; appariva chiaro che essi stessi l’avevano scavata e che sotterrando il capo nella terra erano morti soffocati…” Forse per una volta lo storico non esagera e, se anche la scena in sé può non essere vera, di sicuro è credibile il clima di terrore che evoca. Le scene atroci accadute in quel pomeriggio, nelle fasi finali della battaglia, si situano al di là di ogni possibile immaginazione. Il sangue dei morti e dei feriti, membra tagliate, urla di dolore e di paura, l’odore della morte, della decomposizione e degli escrementi. E su tutto l’indifferenza della natura: la canicola di agosto che arroventa armi e armature, la polvere sollevata dal vento che brucia occhi e gole. Nelle ore terminali del combattimento, o forse sarebbe meglio dire di questa bolgia da inferno dantesco, muoiono probabilmente tra i 50.000 e i 70.000 romani. Lo storico militare americano Robert Cowley stima con macabra precisione che siano stati massacrati circa 600 uomini al minuto. La semplice forza muscolare necessaria per compiere una simile carneficina in un’epoca in cui non esistevano né la polvere da sparo né l’artiglieria lascia letteralmente senza fiato dall’orrore. “I Cartaginesi erano quasi più spossati per la strage compiuta che per il combattimento”, ci racconta di nuovo Livio. Pensate per un attimo a El Alamein, Waterloo, Caporetto, lo sbarco in Normandia, il bombardamento di Dresda o l’atomica di Hiroshima: tutti questi tragici eventi che, anche attraverso i film, sono diventati immagini e sinonimi di morte, se presi singolarmente, hanno causato un numero di vittime minore di Canne.

Canne è la peggiore sconfitta mai patita da Roma in tutta la sua storia. Se non nei numeri, di certo per il terrificante impatto emotivo che genera sulla società romana a tutti i livelli, dal più illustre dei senatori al più umile dei cittadini. Quando la notizia della disfatta giunge in città il panico e la disperazione si diffondono. Le dimensioni della catastrofe appaiono subito epocali: otto intere legioni si sono dissolte in poche ore e il numero dei caduti che non faranno ritorno a casa è tale che praticamente ogni famiglia è colpita da un lutto. Gli effetti di questa ecatombe fanno piombare Roma in una condizione di pre-civiltà. Di nuovo la voce di Tito Livio, questa volta con un laconico pudore, ci racconta di un clima di ferocia in cui vengono praticati persino sacrifici umani: “Intanto, si fecero alcuni sacrifici straordinari, secondo i precetti dei Libri Sibillini, tra questi uno che non era affatto in uso presso i Romani. Infatti un Gallo ed una donna gallica, un Greco e una Greca furono calati vivi sottoterra nel Foro boario, in un luogo circondato da pietre, già da anni prima impregnato del sangue di vittime umane.” Marco Giunio Pera viene nominato dittatore con poteri straordinari e si procede con il reclutamento di nuove legioni formate però da diciassettenni, schiavi e criminali. La situazione è tanto drammatica che, data la mancanza di equipaggiamento, queste nuove leve vengono armate con le spoglie consacrate esposte come trofeo nei templi. Se queste truppe affrontassero i cartaginesi in una nuova battaglia sarebbe il disastro. Ma succede il miracolo: Annibale non attacca direttamente Roma. Gli storici si interrogano sul perché di questa decisione praticamente da allora. Si dice addirittura che Maarbale, il comandante della cavalleria numida, appresa questa decisione, si sia rivolto ad Annibale con queste parole: «Sai vincere, ma non sai approfittare della vittoria.» In realtà le cose – come al solito – sono molto più complesse di come appaiono. È vero, Roma versa in un momento di smarrimento, ma sottoporre una grande città ad un assedio è un’operazione militare lunga e complessa, completamente differente dal condurre una battaglia campale. Le mura della capitale romana sono solide e la città, se attaccata, è verosimile che si difenderebbe sino all’ultimo uomo. L’esercito cartaginese oltretutto non dispone di macchine da assedio e se esiste un ambito della scienza militare in cui Annibale non è particolarmente versato è di sicuro quello della cattura dei grandi centri urbani, come dimostrato dal difficile assedio di Sagunto e da quello fallito di Spoleto. Il comandante cartaginese decide quindi di insediarsi nell’Italia meridionale per cercare di spezzare i vincoli di alleanza della federazione italica che fa capo a Roma. Sulle prime la strategia sembra funzionare, alcune città della Campagna e della Calabria passano dalla parte di Annibale, ma alla lunga la situazione inizia lentamente a volgere a suo sfavore. I romani evitano ogni grande battaglia campale e gli impongono un’infinita serie di scontri di logoramento che privano Annibale di risorse e lo isolano sempre di più dalla madrepatria. Nel 203 a.C. il Senato cartaginese richiama il proprio migliore generale in Tunisia. All’orizzonte della ricca città mercantile, si profila una minaccia mortale: Publio Cornelio Scipione, per ironia della storia uno dei pochi scampati a Canne, è sbarcato con un esercito in Africa e minaccia direttamente Cartagine. Annibale deve ora imbarcarsi con quello che rimane dei propri uomini e difendere la sua stessa capitale. Il 19 ottobre del 202 a.C. a Zama combatte una nuova battaglia. La conduce con la solita perizia e coraggio ma questa volta è sconfitto. La Seconda guerra punica finisce, e con essa il ruolo di Cartagine come grande potenza antagonista di Roma. La vittoria di Canne, la più perfetta battaglia di annientamento della storia, paradossalmente non serve ad evitare il tramonto di Annibale e dei cartaginesi.

Eppure, l’eco di Canne non si spegne ma, al contrario, di secolo in secolo continua a risuonare con sempre maggiore forza nelle menti di generali e pianificatori militari di ogni nazione e tempo. Cambiano le tattiche, la tecnologia introduce nuove armi, ma Canne rimane la battaglia più studiata da chiunque si ritrovi alla guida di un esercito. Tutti ne sono ossessionati: Federico il Grande, Napoleone, Moltke e l’intero stato maggiore prussiano fino ad Alfred von Schlieffen, l’ideatore del piano di attacco alla Francia nel quale l’armata imperiale tedesca ripone tutte le proprie speranze di vittoria entrando nella guerra mondiale del 1914. A più di duemila anni di distanza, nel pieno dell’era industriale e tecnologica, Eisenhower, il comandante delle forze alleate durante la Seconda guerra mondiale, può ancora scrivere: «Ogni comandante di terra cerca la battaglia di annientamento; nella misura in cui le condizioni lo permettano, cerca di duplicare nella guerra moderna l’esempio classico di Canne.» Al lume di queste parole il mito di Canne sembrerebbe a questo punto spiegato: con la sua perfetta geometria degli schieramenti e il sincronismo dei movimenti, rappresenta dunque l’archetipo della battaglia risolutiva, un insuperato modello a cui tendere di fronte ad un nemico pronto allo scontro. Eppure, chiunque si avvicini senza pregiudizi al suo studio, presto o tardi è costretto ad ammettere che l’aspetto puramente astratto legato all’arte militare non è che una piccola parte del richiamo esercitato da Canne. Emerge a tratti un lato oscuro, molto più difficile da intravedere, e che genera un disagio ed una fascinazione contenenti un qualcosa di inconfessabile. Forse sono le immani proporzioni della carneficina e le modalità con le quali essa viene compiuta a toccarci nella nostra sensibilità di uomini e a lasciarci sgomenti. O forse, è la tendenza spontanea a sovrapporle all’apparente illogicità dell’evidenza che Canne non muta le sorti di Cartagine nel quadro generale della Seconda guerra punica. Forse, è giunti a questa consapevolezza che riusciamo a toccare con mano la verità ultima raccontata da questa battaglia: la tattica è nulla senza la strategia, e il cieco affidarsi al tecnicismo militare può risultare alla fine nefasto quanto una sconfitta. Roma, con le sue immense risorse umane, rinsaldate dalla ferrea volontà di non riconoscersi battuta, avrebbe potuto subire molte altre disfatte come questa e pur tuttavia vincere alla fine la guerra. Per analogia non può che venire in mente la folle sfida al mondo della Germania di Hitler nella Seconda guerra mondiale, la quale entra in guerra contro le maggiori potenze globali convinta di ribaltare un rapporto di forza immensamente sfavorevole per mezzo di ripetute vittorie tattiche dovute alla superiore dottrina ed addestramento dei propri eserciti. Inutile dire che i generali usciti dalle Kriegsschulen del Reich siano stati indottrinati con il mito di Canne, prima che di Rossbach e Leuthen. Ma i rapporti di forza alla base della strategia, per loro stessa natura, sono fattori difficilmente alterabili se non nel lungo periodo, e non certo per mezzo di estemporanei successi tattici, anche se ripetuti e indipendentemente dalla loro entità. Battaglie di accerchiamento e annichilimento, Vernichtungschlachten come Sedan o Kiev rappresentano la Canne della Germania, e la speranza di poterle ripetere all’infinito per avere ragione di avversari superiori per numero e risorse rinsalda una folle speranza di ribaltare le sorti di un conflitto già segnato, portando così all’ecatombe di intere generazioni. L’ultimo insegnamento di Canne, il più importante e paradossale, è anche quello più difficile da vedere e da ammettere, ed è la dimostrazione di quanto, nella follia generale della guerra, le battaglie più stupide ed insensate siano proprio quelle perfette.

 

Massimo Bocchiola – Marco Sartori, Canne, descrizione di una battaglia, Mondadori, 2008.

Victor Davis Hanson, Massacri e cultura, Mondadori, 2001.

Victor Davis Hanson, L’arte occidentale della guerra, Utet, 1989.

Guido Clemente, Guida alla storia romana, Mondadori, 2008.