«Non c’è nulla che possa impedire al nemico di raggiungere Parigi. Abbiamo combattuto sulla nostra ultima linea ed è stata sbrecciata. Sono impotente, non posso intervenire.»

Maxime Weygand, Comandante in capo dell'esercito francese

 

Il 13 maggio 1940 Winston Churchill, eletto Primo Ministro da soli due giorni, pronunciò il proprio discorso di insediamento alla Camera dei Comuni:

“Vorrei dire alla Camera, come ho detto a coloro che hanno accettato di far parte di questo governo: non ho altro da offrirvi che sangue, fatica, lacrime e sudore. Abbiamo di fronte a noi un cimitero dei più penosi. Abbiamo di fronte a noi molti, molti lunghi mesi di lotta e di sofferenza. Se chiedete quale sia la nostra politica risponderò: di muover guerra, per terra, mare e aria, con tutto il nostro potere e con tutta la forza che Dio ci dà, di muover guerra contro una mostruosa tirannia, mai superata nell’oscuro deplorevole elenco dei delitti umani. Questa è la nostra politica. Se chiedete quale sia il nostro obiettivo vi rispondo con una parola: la vittoria, la vittoria ad ogni costo, la vittoria malgrado ogni terrore, la vittoria per quanto lunga ed aspra possa essere la via; perché senza vittoria non vi è sopravvivenza. Bisogna rendersi conto: nessuna sopravvivenza per l’Impero britannico; nessuna sopravvivenza per tutto ciò di cui l’Impero britannico ha preso le difese; nessuna speranza che l’umanità possa procedere innanzi verso il suo traguardo. Ma io affronto il mio compito con ottimismo e speranza, sono certo che la nostra causa non verrà meno in mezzo agli uomini. In questo momento mi ritengo autorizzato a chiedere l’aiuto di tutti e dico: venite, dunque, procediamo insieme con la nostra forza unita.”

L’allocuzione era – e rimane – un capolavoro con pochi eguali nella storia dell’oratoria. Rilette oggi, a tanti anni di distanza, quelle parole non sembrano aver perso alcunché della loro potenza evocativa: si ha ancora l’impressione di trovarsi davanti all’immagine di una luce tremolante che barcolla nel pericolo e nella paura, tra le onde di un mare di minacciosa oscurità che si addensa. Churchill riuscì nell’impresa di infondere speranza, orgoglio e spirito di sacrificio, non alterando la verità come avrebbero fatto Hitler o Mussolini, ma al contrario, prospettando onestamente le difficoltà della situazione che gli Alleati si trovavano a fronteggiare. L’offensiva tedesca nel nord della Francia iniziava infatti a rivelarsi in tutta la sua devastante portata: le notizie dal fronte lasciavano chiaramente intendere che le difese dell’intero settore delle Ardenne avessero ceduto di schianto e che nello schieramento francese si fosse aperta una breccia allarmante. Una simile falla, se non arginata rapidamente, poteva portare alla distruzione di oltre 30 divisioni alleate: praticamente tutte le unità dislocate a nord della linea Sedan-Abbeville. Si trattava esattamente della realizzazione pratica di quanto i tedeschi avevano previsto nel loro piano d’attacco. Un fiume in piena composto da un migliaio di panzer stava ora marciando a tutta velocità verso il Canale della Manica con l’intento di avvolgere le armate franco-britanniche che si stavano addentrando in Belgio e intrappolarle in una sacca. I maldestri e tardivi contrattacchi lanciati dagli Alleati tra il 16 e il 21 maggio, nonostante qualche successo iniziale, fallirono tutti: il 23 Lord Gort abbandonò Arras nelle mani dei tedeschi e iniziò a ritirare la B.E.F. verso la costa, in direzione di Dunkerque, insieme alla 1a armata francese e al poco che rimaneva dell’esercito belga. La 9a armata francese, invece, in soli dieci giorni di combattimento, era stata letteralmente cancellata dalla mappa della campagna.

Il 20 maggio, con la presa di Abbeville da parte dei carri di Guderian, l’accerchiamento dell’intera ala sinistra dell’armata alleata poteva dirsi completato: ora i tedeschi dovevano solo stringere il cappio. All’interno della sacca francesi e inglesi combattevano con la forza della disperazione ma il loro destino appariva segnato. Gli incessanti attacchi di fanteria, carri e bombardieri li spingevano sempre più verso il mare. L’unica possibilità di salvezza era affidata alla capacità della Royal Navy di portare in salvo gli uomini della B.E.F. ed i loro alleati. Il 27 maggio, con il nome in codice di “Dynamo”, cominciò il reimbarco dell’intero corpo di spedizione britannico e delle 10 divisioni della 1a armata francese. L’operazione fu affidata al viceammiraglio Bertram Ramsey, che la coordinava dai sotterranei del castello di Dover. Gli inglesi, nel tentativo di salvare quanti più uomini possibile, misero in mare qualsiasi cosa in grado di galleggiare, arrivando persino a chiedere l’aiuto di molte imbarcazioni private: a partire dal 29 maggio presero il mare pescherecci, yacht e dragamine che affiancarono le unità della marina militare. Il numero degli evacuati si impennò: il 31 maggio vennero tratti in salvo oltre 68.000 soldati. Quando, all’alba del 4 giugno, l’ultima nave scomparve oltre l’orizzonte, 338.000 soldati alleati erano stati prelevati dal porto e dalle spiagge di Dunkerque e portati in salvo in Inghilterra; di questi, 130.000 erano francesi. L’insperato successo di Dynamo fu poco meno di un miracolo, e paradossalmente fu dovuto alle decisioni di Hitler. Il 24 maggio il Führer, approvando la decisione dei generali von Rundstedt e von Kluge, aveva arrestato la marcia dei panzer di Kleist. Il timore era che, avendo distanziato la fanteria della Wehrmacht nella loro marcia impetuosa, le divisioni corazzate tedesche potessero trovarsi esposte ad un contrattacco alleato. La Luftwaffe, sempre secondo Hitler, sarebbe stata più che sufficiente ad assestare il colpo di grazia agli Alleati. Per inglesi e francesi questa improvvisa battuta d’arresto significò la salvezza: le malconce divisioni all’interno del perimetro di Dunkerque poterono riorganizzarsi, consentendo così il proseguimento dell’evacuazione, sebbene in condizioni sempre più difficili. Alla fine, a conti fatti, le perdite alleate furono ingenti: 200 imbarcazioni di ogni dimensione, tra cui 9 cacciatorpedinieri; 177 aerei da combattimento e praticamente l’intero equipaggiamento e parco di automezzi: 2.000 cannoni, 60.000 automezzi, 76.000 tonnellate di munizioni, 600.000 tonnellate di carburante e di rifornimenti. Gli uomini vennero salvati ma ad un caro prezzo: l’intero esercito ora si trovava praticamente disarmato. Nel giugno del 1940 in Inghilterra si trovano solamente 500 pezzi di artiglieria, inclusi quelli nei musei. Le reclute dell’appena istituita Home Guard si addestravano con i bastoni e molti mesi sarebbero dovuti passare prima che venissero loro consegnati fucile, zaino e divisa.

Eliminati gli inglesi insieme ad un quarto dell’esercito francese, all’alba del 5 giugno i tedeschi diedero il via alla seconda fase del loro piano, quella che avrebbe portato alla caduta della Francia. 130 divisioni della Wehrmacht investirono 49 divisioni francesi lungo un fronte che correva dalla Champagne alla Somme. Le prime ore di combattimento furono difficili per i tedeschi: i francesi sapevano bene che dalla battaglia dipendeva il futuro della Francia. Si batterono ovunque con coraggio ma il totale dominio dell’aria da parte della Luftwaffe spense ben presto ogni volontà di resistenza. Dopo l’incertezza delle prime ore dell’offensiva, gli eventi assunsero sempre più l’aspetto di un rapido susseguirsi di conseguenze fatali, come la caduta delle tessere di un domino. Il 10, mentre il governo di Reynaud abbandonava la capitale per Tours, le avanguardie corazzate di Guderian passarono l’Aisne; il giorno seguente quelle di Kleist superarono la Marna. Il 12 i tedeschi sfondarono a est di Parigi, occupando Rheims e catturando la maggior parte della 51a divisione Highland a Saint-Valery-en-Caux. Rommel, in una lettera alla moglie, poté scrivere le seguenti parole: «I nostri successi sono strepitosi. Mi pare inevitabile un rapido crollo del nemico. Non avremmo mai creduto che la guerra in occidente si sarebbe presentata così.» Il 14 la Wehrmacht entrò a Parigi, nel frattempo dichiarata città aperta: inspiegabilmente non venne fatto alcun tentativo di distruggere le fabbriche, cosa che consentì al nemico di ricevere intatti gli stabilimenti della Renault e della Schneider-Creuzot. Di fronte alla galoppata delle armate tedesche il governo francese continuava la propria fuga rifugiandosi a Bordeaux. Intanto, il 10 giugno, anche Mussolini aveva cinicamente rotto gli indugi e dichiarato guerra alla Francia. Il 16 giugno, con i tedeschi che ormai dilagavano ovunque Reynaud si dimise consentendo la formazione di un esecutivo presieduto dal vecchio maresciallo Pétain, il quale ordinò ai francesi di deporre le armi e formulò la proposta ai tedeschi di una “pace in termini onorevoli”. Nella sera di sabato 22 giugno i rappresentanti della Francia siglarono l’armistizio a Compiègne, nella stessa carrozza ferroviaria nella quale i rappresentanti della Germania si erano arresi nel 1918. L’umiliazione non avrebbe potuto essere più feroce e meglio orchestrata. Alle 15.30 i delegati francesi salirono sullo storico wagon-lit; Hitler era già là, seduto allo stesso posto del maresciallo Foch. Accanto a lui Göring e Keitel. Dopo i saluti quest’ultimo iniziò a leggere il preambolo e le condizioni della capitolazione, prima in tedesco poi in francese. Alle 15.50 dopo soli venti minuti, terminata la lettura, Hitler si alzò, salutò con il braccio teso e scese dal vagone, lasciando a Keitel il compito di proseguire le trattative. Il Führer si incamminò con il suo seguito lungo il viale della radura della foresta di Réthondes mentre la banda attaccava il Deutschland über alles e l’Horst Wessel, i due inni della Germania nazista.

Le condizioni imposte dai tedeschi furono pesantissime. La Francia venne smilitarizzata e tagliata in due parti: una zona d’occupazione comprendente Parigi e l’intera fascia atlantica fu posta sotto il diretto controllo militare tedesco. La restante porzione interna del Paese passò sotto l’amministrazione di un governo fantoccio presieduto dal maresciallo Pétain con sede a Vichy. L’Alsazia-Lorena cambiò padrone per la terza volta in 70 anni e tornò nel Reich. Da un punto di vista strategico le conseguenze furono di portata epocale. A Londra, a più di una persona, dovettero tornare alla mente le parole pronunciate dallo statista William Pitt dopo il trionfo napoleonico di Austerlitz: “Riponete questa mappa; non sarà più cercata per i prossimi dieci anni…” In effetti, l’intera Europa continentale dai Pirenei alla Bielorussia, con le sue risorse economiche e industriali, veniva a trovarsi – direttamente o indirettamente – nelle mani della Germania. In 40 giorni l’esercito francese, l’unico organismo militare in grado, per dimensioni e armamento, di fare da argine allo strapotere tedesco era stato letteralmente cancellato ad un prezzo praticamente irrisorio per i sanguinosi standard delle battaglie del Novecento: la campagna di Francia costò ai tedeschi 43.000 morti e 117.000 feriti; i francesi ebbero circa 50.000 morti e la sbalorditiva cifra di oltre 1.500.000 prigionieri. Nella guerra precedente, a solo titolo di paragone, nell’arco di quattro anni, oltre 2.000.000 di tedeschi erano morti inutilmente nel tentativo di realizzare quello che a Hitler (nel frattempo autoproclamatosi “Größter Feldherr aller Zeiten”) era riuscito in meno di due mesi. A Mosca la notizia della caduta della Francia lasciò Stalin nell’incredulità e nella rabbia. Testimonianze di Nikita Chruščëv lo descrivono camminare nervosamente nel suo studio “bestemmiando come un vetturino” mentre si domandava senza risposta come Gran Bretagna e Francia avessero potuto consentire a Hitler un trionfo così rapido e totale. Al Cremlino si era sperato in una lunga e spossante guerra che avrebbe lasciato tutte le potenze indebolite e alla mercé dell’Unione Sovietica. Ora invece Stalin si trovava ai propri confini un gigante dotato di una potenza militare pressoché intatta e guidato dal Gengis Khan dell’era moderna, un leader che considerava i trattati alla stregua di semplici pezzi di carta. La Gran Bretagna si ritrovò sola a opporsi al nazismo e tale sarebbe rimasta per un altro anno, fino al giugno del 1941. Il 18 giugno Churchill preparò il Paese con un nuovo toccante discorso:

“Quella che il generale Weygand ha chiamato la battaglia di Francia è finita. Mi attendo che stia per cominciare la battaglia d’Inghilterra. Da questa battaglia dipende la sopravvivenza della civiltà cristiana. Da essa dipende la nostra società britannica e la lunga continuità delle nostre istituzioni e del nostro Impero. Tutta la furia e la potenza del nemico dovrà prestissimo esser rivolta contro di noi. Hitler sa che dovrà spezzarci in questa isola o perdere la guerra. Se siamo in grado di affrontarlo coraggiosamente, l’intera Europa può essere libera e la vita del mondo può procedere verso altipiani spaziosi e illuminati dal sole; ma se non riusciremo, allora il mondo intero, inclusi gli Stati Uniti, e tutto ciò che abbiamo conosciuto e amato, affonderà negli abissi di una nuova età oscura, resa più sinistra, e forse più prolungata dalla possibilità di una scienza pervertita. Stringiamoci dunque al nostro dovere e comportiamoci in modo che il Commonwealth e l’Impero britannico dureranno per un migliaio di anni gli uomini diranno ancora: questa fu la loro ora più bella.”

La situazione era certamente drammatica: la Gran Bretagna, anche con il supporto dei suoi Dominions, non aveva alcuna speranza di ritornare sul continente, piegare la macchina militare nazista e vincere la guerra. Ma era altresì evidente come la Germania non potesse fare l’opposto invadendo l’Inghilterra. Nell’era dell’aviazione, la storica e naturale protezione fornita dall’insularità era ora un fattore meno condizionante, ma essa costituiva pur sempre una formidabile barriera difficilmente aggirabile, almeno fino a quando la Royal Air Force e la Royal Navy fossero rimaste in condizione di combattere. Le offerte di pace che Hitler provò a formulare a più riprese nei mesi successivi a Dunkerque caddero tutte nel vuoto, in parte per la determinazione di Churchill, in parte per l’evidente motivo che gli inglesi potevano oggettivamente permettersi di rigettarle: erano sul ciglio dell’abisso, ma difficilmente Hitler avrebbe potuto dar loro l’ultimo colpo e spingerli nel baratro. Come aveva notato Clausewitz nell’Ottocento, in guerra il fattore più importante è la volontà: nella maggior parte dei casi non si è battuti fino a quando non ci si riconosce tali. La Germania aveva conseguito una vittoria di portata storica, ma un simile risultato non si era dimostrato sufficiente a chiudere la guerra, ed ora il Reich non disponeva dei mezzi per uscire da questo impasse strategico. Nel programma di riarmo tedesco degli anni Trenta la marina era stata deliberatamente sacrificata; adesso questa scelta, forse inevitabile, iniziava a rivelare le proprie conseguenze a livello strategico.

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