«… Ogni volta che incontriamo i tedeschi veniamo respinti. Stiamo perdendo anche sul mare, dove dovremmo avere la supremazia. La gente comincia a pensare che i tedeschi siano imbattibili …»

Len England, un soldato britannico

 

All’inizio del 1941 l’intera Europa si trovava ormai assoggettata all’influenza militare e politica delle potenze dell’Asse, in particolar modo a quella della Germania. Se la parte occidentale del continente, con l’eccezione della neutrale Spagna, giaceva sotto la diretta occupazione militare della Wehrmacht, quella orientale – vale a dire la penisola balcanica – subiva la non meno soffocante pressione diplomatica di Berlino, che mirava a raggruppare i fragili Stati affacciati lungo il Danubio in un grande fronte comune diretto contro l’Unione Sovietica. A marzo di quello stesso anno nazioni come l’Ungheria, la Romania e la Bulgaria potevano considerarsi poco meno che satelliti del Reich hitleriano: rette da regimi di stampo fascista, e ad esso vincolate da un punto di vista economico, ospitavano tutte guarnigioni tedesche. Con la sola Grecia che resisteva eroicamente alla goffa aggressione italiana, l’unico Stato non allineato restava la Jugoslavia. Il 25 marzo 1941 il primo ministro Cvetković ed il reggente Paolo furono costretti ad aderire al Patto Tripartito. Ma la svolta fu di breve durata: nella notte tra il 26 e il 27 marzo un colpo di stato ordito da ufficiali serbi instaurò un nuovo governo favorevole agli Alleati nella figura del giovane re diciottenne Pietro II. Hitler, sentendosi tradito, reagì ordinando l’immediata invasione della Jugoslavia. La sua direttiva n. 25 per la condotta di guerra, emanata quello stesso 27 marzo, imponeva di considerare la Jugoslavia “un nemico da abbattere il prima possibile”. Il piano concepito in ossequio a questo ordine, denominato “Operazione 25”, fu letteralmente imbastito da un giorno all’altro, ma l’improvvisazione era proprio il campo nel quale gli strateghi della Wehrmacht non avevano rivali: il risultato fu infatti un’impressionante dimostrazione di potenza militare. Sebbene si tenda comunemente a considerare la campagna balcanica un evento piuttosto marginale nelle sorti della Seconda guerra mondiale, essa rappresenta comunque un punto importante, in quanto ebbe l’effetto di posticipare di alcune settimane l’invasione dell’URSS. Allo stesso tempo, da un punto di vista strettamente militare, essa rappresenta indubbiamente l’apice dell’efficacia distruttiva della Blitzkrieg.

Nel primo mattino di domenica 6 aprile, giorno della Pasqua ortodossa, la 4a flotta aerea della Luftwaffe si avventò su una Belgrado praticamente indifesa. Nominata sinistramente “Operazione Castigo” si trattò di un attacco di una violenza inaudita, un autentico colpo di maglio che rappresenta ancora oggi il più riuscito esempio di decapitazione di una struttura di comando, un risultato che nemmeno la supremazia aerea americana durante le guerre contro l’Iraq di Saddam Hussein è riuscita ad eguagliare in maniera tanto rapida ed efficace. Non è infatti un’esagerazione affermare che la campagna di Jugoslavia venne decisa nel giro di venti minuti. Quella mattina i raid dell’aviazione tedesca colpirono impianti elettrici, uffici postali, le sedi dei quartieri generali dell’esercito e della marina, l’accademia militare ed il palazzo reale. L’obiettivo, pienamente raggiunto dagli oltre 300 bombardieri Junkers e Dornier, era quello di recidere le comunicazioni tra i comandi centrali e quelli locali delle unità dislocate sul campo, paralizzando così l’intero esercito. Il bombardamento durò altri tre giorni e ridusse in macerie interi quartieri della capitale. Il tragico conteggio delle vittime alla fine sorpassò i 17.000 morti, generando una ferita così dolorosa per i serbi che, a guerra finita, il comandante dalla 4a Luftflotte, generale Alexander Löhr, venne giustiziato a Belgrado per crimini di guerra. L’esercito, nel frattempo, sparso su un immenso fronte che andava dalla Slovenia alla Macedonia, senza ordini e minato da tensioni etniche tra i vari popoli che componevano la Jugoslavia, si disintegrò sotto la spinta di attacchi simultanei provenienti dall’Austria, dall’Ungheria e dalla Bulgaria. La 2a armata di Weichs e la 12a di List, supportate dalla 44a, 41a e 14a Panzerdivision, frantumarono e isolarono le grandi e lente armate jugoslave, le quali vennero accerchiate e successivamente liquidate dal grosso della Wehrmacht. Come tutti coloro che fino quel momento si erano trovati a fronteggiare l’esercito tedesco, anche gli jugoslavi commisero l’errore di voler difendere ogni centimetro di territorio nazionale, schierando le proprie unità in una sottile linea senza profondità, la quale, una volta sbrecciata, avrebbe necessariamente condotto al collasso dell’intero sistema difensivo. Per dare un’idea della rapidità con la quale si sviluppò l’attacco tedesco basta dire che il 10 aprile cadde Zagabria e due giorni dopo fu il turno di Belgrado; il 17 aprile venne firmato un armistizio. Dopo Cecoslovacchia e Polonia, un’altro Stato voluto dall’ordine di Versailles fu cancellato dalla mappa geografica. La Germania, in soli dieci giorni e al prezzo di 151 morti e 392 feriti, aveva smantellato un esercito nemico che nominalmente contava su oltre 850.000 effettivi, catturando una cifra tra i 250.000 e 300.000 prigionieri: una vittoria lampo di dimensioni tali da far impallidire le campagne di Polonia e di Francia degli anni precedenti e che apriva la strada all’intervento della Wehrmacht in Grecia.

Il 6 aprile 1941, mentre gli aerei della Luftwaffe bombardavano Belgrado, la Wehrmacht diede contemporaneamente inizio all’attacco contro la Grecia, con il duplice intento venire in aiuto ai propri maldestri alleati italiani bloccati in Epiro ed espellere dal continente la piccola forza multinazionale che Churchill aveva inviato in soccorso dei greci. Dalle sue basi in Bulgaria, la 12a armata del feldmaresciallo Wilhelm List investì le fortificazioni della linea Metaxas, la barriera di bunker e casematte che proteggeva la Tracia e Salonicco. La 5a e la 6a divisione di montagna tedesche riuscirono a scardinarne le difese già dalla sera del 7 aprile, mentre più a ovest il 15° Corpo corazzato del generale Stumme scendeva in parallelo dalla Macedonia. Questo semplice quanto geniale attacco a due direttrici parallele, data la conformazione particolare della penisola ellenica, esponeva i difensori, sia greci che alleati, ad un continuo pericolo di accerchiamento, qualunque fosse la posizione da loro assunta. Le due armate greche che fronteggiavano gli italiani in Epiro rischiavano infatti di essere prese alle spalle da est, mentre la forza W, il contingente misto australiano, neozelandese e britannico schierato lungo la linea dell’Egeo, rischiava la stessa sorte da ovest per opera del 40° Corpo tedesco che scendeva da Monastir e che aveva come punte di diamante la 9a divisione panzer e i reparti scelti della Leibstandarte Adolf Hitler. L’estrema mobilità di questo cuneo corazzato rendeva infatti indifendibile qualunque posizione sulla quale gli alleati avessero scelto di resistere. Si registrarono aspri combattimenti di retroguardia lungo la linea Aliakmon, nella zona del monte Olimpo e alle Termopili ma lo sfortunato comandante alleato, generale Henry Maitland Wilson, non aveva alcuna realistica chance di districarsi da quell’inferno, dove ad ogni momento, da una vallata adiacente alle sue truppe, potevano sbucare all’improvviso le tenaglie di una forza corazzata tedesca. A questa situazione va anche aggiunto il fatto che i tedeschi disponessero del totale ed incontrastato dominio dell’aria. La Wehrmacht naturalmente non intendeva lasciarsi sfuggire l’iniziativa strategica ed il ritmo delle operazioni, quindi, con la consueta spericolata energia, continuò a spingere verso sud in direzione di Atene, la quale cadde il 27 Aprile. I combattimenti cessarono del tutto tre giorni dopo, il 30: l’esercito greco venne annientato nel giro di tre settimane, ma soprattutto i britannici dovettero di nuovo subire l’umiliazione di essere ributtati fuori dal continente europeo, ricevendo un trattamento non troppo dissimile da quello patito a Dunkerque l’anno precedente. In questa occasione le loro perdite furono molto più contenute ma l’effetto psicologico fu lo stesso, se non peggiore. Si trattava dell’ennesima dimostrazione che l’esercito di sua maestà e dei Dominions del Commonwealth, ogniqualvolta si trovava a fronteggiare la Wehrmacht, era destinato a dissolversi come neve al sole. Inglesi, australiani e neozelandesi lasciarono sul campo 1.742 morti e oltre 11.000 prigionieri: il grosso dei 60.000 della forza W fu tratto in salvo dalla Royal Navy ma era fuori di dubbio che l’impero e la leadership che dirigeva la sua condotta bellica avessero subito un nuovo cocente rovescio.

Il passo successivo della campagna fu la conquista di Creta, la grande isola greca a sud del Peloponneso. Situata grossomodo tra Cipro e Malta, e immediatamente a nord-ovest della base navale britannica di Alessandria d’Egitto, Creta rivestiva un’importanza non secondaria nell’intricata rete di convogli e rifornimenti che solcavano il Mediterraneo orientale. Il 20 maggio venne così dato il via all’operazione Merkur. I paracadutisti dell’11° Fliegerkorps del generale Student furono lanciati in diversi punti dell’isola, a Canea, Heraklion e Rethiminon mentre una forza da sbarco scortata dalla marina italiana si mise in mare alla volta dell’isola. L’invasione andò però storta fin dall’inizio. La resistenza delle truppe inglesi, neozalandesi e australiane che difendevano Creta fu infatti intensa, a dispetto della scarsità di armi pesanti. I primi lanci degli attaccanti furono inoltre imprecisi a causa del maltempo e i Fallschirmjäger finirono per sparpagliarsi intorno agli obiettivi da conquistare. Il costo in termini di vite umane fu pesantissimo: i dati tedeschi parlano di 6.400 perdite complessive tra morti e feriti ma è molto probabile che il numero sia sensibilmente più alto. Alla fine i tedeschi riuscirono a conquistare l’isola ma le difficoltà incontrate persuasero Hitler a non tentare ulteriori operazioni aviotrasportate per il resto della guerra.

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