But, tell me, Watson, what do you make of our visitor’s stick? Since we have been so unfortunate to miss him and have no notion of his errand, this accidental souvenir becomes of importance. Let me hear you reconstruct the man by an examination of it.

Sherlock Holmes, Il mastino dei Baskerville

Da quanto tempo passeggiavamo per le vie di quel tranquillo quartiere della nostra città? Qualche minuto? Un’ora? O l’intero pomeriggio? La verità era che tutte le volte che il mio amico mi concedeva l’onore di accompagnarlo per la sua quotidiana camminata mi accadeva sempre di smarrire la nozione dello scorrere del tempo. Non che mi mettesse in soggezione. O meglio, forse un po’ sì, ma non nel senso che comunemente diamo al termine. Nell’indole di Ohlms non c’era posto per alcun tipo di violenza o di sopraffazione gratuita nei confronti del prossimo. Non era un uomo che provasse piacere nell’intimorire chi gli stesse accanto, specie se nei confronti di quest’ultimo nutriva un qualche tipo di legame, come nel mio caso. Semplicemente, accostarsi alla vastità, all’acutezza e alla velocità del suo intelletto era un’azione che richiedeva un’estrema cautela emotiva. Il rischio di venire sopraffatti dalle sue qualità era molto più che reale. Immagino che una sensazione simile dovessero averla provata anche gli allievi del Liceo di Aristotele qualche millennio fa, durante le lezioni peripatetiche del grande maestro. Credo inoltre che il primo a soffrirne fosse Ohlms stesso, nonostante la sua apparente misantropia.

Ohlms non proferiva parola da giorni. Lì per lì, non avevo dato gran peso a questo suo strano comportamento. Che volete, in fondo ci ero ormai abituato, e mi stava bene così. Condividere parte della mia vita con la sua implicava per forza di cose il mio continuo riposizionarsi negli spazi di volta in volta lasciati liberi dai suoi umori e dalle sue eccentricità. E poi era tipico del mio amico rinchiudersi nei propri pensieri, erigendo attorno a sé una barriera di aculei, come un riccio nella propria tana. In effetti, avevamo trascorso l’intero giorno precedente a casa, ognuno sprofondato nella propria poltrona e avvolto nella coltre del proprio silenzio. Una pioggia gelida e insistente batteva contro le ampie vetrate del soggiorno, querula: quasi volesse entrare a tutti i costi nel nostro salotto per aver ragione anche di quell’ultima nicchia di calore rimasta al mondo. Alle nostre spalle le braci proiettavano il riverbero del caminetto sulla caffettiera d’argento. Credo che ad un certo punto entrambi finimmo per addormentarci là dove eravamo. Aprii gli occhi l’indomani, trovando il mio amico che armeggiava tra il disordine della scrivania all’altro lato del locale. La luce del sole mi colpiva in pieno volto, ma non quanto fecero le parole di Ohlms il quale – forse già in piedi da ore – sembrava non aspettare altro che il mio risveglio: «Mio buon Havall, basta sprecare tempo. Oggi è una splendida giornata: che direbbe se lei ed io uscissimo per una passeggiata?»

La luce e l’aria calda del pomeriggio ribollivano sui marciapiedi. Stentavo a credere che il maltempo del giorno precedente ci avesse costretti a starcene rincantucciati accanto al focolare. È sempre così, pensavo: dalle nostre parti non c’è modo di sapere quando l’estate arriverà. Ci ritroviamo stupiti nel mezzo della bella stagione, quasi da un minuto all’altro, come se i raggi del sole riuscissero a scivolare come un ladro tra le ombre e la pioggia dell’inverno. Mentre ero perso in questi vani pensieri, accanto a me Ohlms camminava sprofondato nel silenzio. Di nuovo. Temevo che sarebbe rimasto in questo stato per altri interminabili giorni. Poi ad un certo punto si riscosse; alzò un braccio e indicò uno degli anonimi caseggiati che facevano da muti spettatori al nostro camminare: «Quel balcone all’ultimo piano…»
«Lo vedo…»
«Lo so. Non ho motivo per ritenere che sia diventato improvvisamente cieco. Voglio dire, Havall, cosa ne pensate?»
«E’ un balcone come tanti, forse come tutti. Ci sono dei fiori e dei panni stesi. Non ci vedo nulla di interessante!»
«Già…» L’espressione di assurda, infantile dolcezza che attraversò i suoi occhi fece ritornare la mia stizza nella sua gabbia. Quell’uomo alto, austero, che aveva misurato il proprio intelletto con quello dei peggiori criminali, mi parve ad un tratto un bimbo in cerca di nient’altro che la complicità altrui per un gioco. Capii dove Ohlms mi stava chiedendo di seguirlo, e decisi di stare al gioco. In fondo anch’io mi annoiavo tanto quanto lui.

«Allora vediamo… Ci sono un anemometro e un pluviometro… Direi che chi abita in quell’appartamento è un meteorologo. O quantomeno un serio appassionato di meteorologia.»
Ohlms non poté trattenere un sorriso. «Ottime deduzioni Havall. Ma delle due credo sia più plausibile la seconda. Se fosse davvero un meteorologo dubito che il nostro soggetto si porterebbe – come dire – il lavoro a casa. No, è senza dubbio un semplice cultore delle rilevazioni atmosferiche. Ma scusi, come è sicuro che si tratti di un uomo? E soprattutto che sia solo?»
«Ci sono due paia di pantaloni: quelli di una tuta e quelli solitamente indossati dai ciclisti. Ed entrambi sono maschili. Se dividesse l’appartamento con altre persone, il nostro amico – o la sua compagna – farebbe un bucato più grande, non certo limitato ai suoi indumenti. La casa è poi di edilizia popolare; dignitosa ma non mi sembra certo l’abitazione di gente che naviga nell’oro. Sarebbe uno spreco. E poi ci sono le lenzuola dell’uomo ragno, che non definirei un supereroe seguito da un pubblico femminile.»
«Sorprendente Havall, davvero. Devo consultarla più spesso.» Ohlms mi appoggiò una mano sulla spalla. Mi vergogno nel dirlo, ma se avesse estratto un biscottino dalla tasca e me lo avesse offerto, penso che lo avrei accettato scodinzolando allegramente. «Tuttavia, ritengo che possa fare di meglio. Avanti, mio buon amico…»
Raccolsi la sfida. «Teme di essere derubato. Forse è persino paranoico. Guardi: vive all’ultimo piano di un’alta palazzina ma ha installato un antifurto. O forse si è limitato ad appendere al muro solo la scatola, come fanno molti piccoli musei che non possono permettersi un sofisticato sistema di allarme. Nel qual caso è anche intelligente, ma sempre paranoico rimane. Quanto alle lenzuola direi che il nostro uomo, ammesso che a questo punto possiamo definirlo così, è affetto della sindrome di Peter Pan. Soffre di regressione nell’infanzia. Non è mai veramente diventato adulto, o forse per qualche trauma si rifiuta di farlo. Anche per questo vive da solo. Le pianticelle sul suo balcone sono forse gli unici esseri viventi con i quali riesce ad avere un contatto…»
«Sorprendente Havall, davvero sorprendente…»
Imbaldanzito da quel complimento che presi come dettato dalla sincerità decisi di spingermi oltre.
«È mancino!»
«E da cosa lo deduce, di grazia?»
«Dai panni stesi ad asciugare. Pendono leggermente verso destra. Nel fissare la molletta al filo sembra che l’uomo abbia agganciato prima il lato sinistro e poi il destro, proprio come farebbe un mancino. E questo potrebbe inoltre accordarsi con la sua passione per le misurazioni meteorologiche. Un campo che richiede rigore, precisione. E si sa che i mancini tendono ad usare di più il lato sinistro del cervello, che è la parte che sovrintende alla razionalità.»
«Un po’ come sta accadendo a lei… Oggi il suo intelletto è decisamente debordante mio caro Havall!» Nel complimentarsi Ohlms mi allungò un’altra vigorosa manata sulle spalle, spingendomi implicitamente con quel gesto a riprendere il cammino insieme a lui. Il gioco era finito. Continuammo la nostra passeggiata. Dopo pochi passi avvertii lo scatto di una porta che si apriva. Si trattava certamente di quella del caseggiato che aveva assorbito la nostra attenzione per tutto quel tempo. Mi parve di sentire una voce femminile. Feci per voltarmi ma Ohlms mi trattenne.
«Continui, continui a camminare, amico mio.»
«Perché?»
«Temo che la vista non gioverebbe al suo orgoglio.»
Avrei voluto protestare ma Ohlms spense la mia ribellione sul nascere. Ora ero io a giocare la parte del bambino.
«Havall, le ho mai raccontato del caso dei diamanti scomparsi al Parco della Vittoria?»