«La macchina della guerra sta andando avanti per inerzia […] Solo ieri un sergente mi diceva, con negli occhi un barlume di folle speranza: «Secondo me troveranno un accordo, e l’Inghilterra si farà da parte.»

Jean-Paul Sartre

 

Sitzkrieg” – “Phoney war” – “Drôle de guerre”. Guerra seduta – guerra falsa – guerra farsa. Tre lingue, tre modi differenti per esprimere la stessa assurda situazione: un’interminabile, monotona veglia d’armi priva di grandi scontri bellici. Tre mastodontici eserciti, immobili, che si scrutavano al riparo delle proprie fortificazioni, in attesa di ordini. Da una parte, nelle ouvrages della linea Maginot, l’esercito francese, affiancato dalla B.E.F., la piccola forza di spedizione britannica; dall’altra la Wehrmacht, negli Stellungen della linea Sigfrido o Westwall, come si preferiva chiamarla in Germania. A separarli solamente l’irreale calma sospesa sulla terra di nessuno, tra i campi minati e le cupole di acciaio, i cannoni muti ed il filo spinato. Gli unici scambi di colpi quelli lanciati dai megafoni della propaganda. «Pourquoi mourir pour Dantzig?» – «Gli inglesi si batteranno fino all’ultimo francese!» – «Se voi non sparate, non lo faremo neanche noi!» i Leitmotiv dei tedeschi ai francesi, i quali, dai loro bunker, per tutta risposta inalberavano cortesi cartelli di intesa. Ogni tanto, per rompere la monotonia dell’attesa, i soldati di uno schieramento improvvisavano partite di calcio: non infrequentemente, dall’altra parte del fronte, a pochi metri di distanza, i nemici facevano il tifo per l’una o per l’altra squadra. E poi, come sempre in guerra, si cantava. L’esercito inglese, per rafforzare lo spirito marziale della truppa, favorì la diffusione di un’orecchiabile ballata composta dall’irlandese Jimmy Kennedy. Le prime strofe recitavano: “Andremo ad appendere il bucato sulla linea Sigfrido, hai dei panni sporchi, madre cara?

Germania, Impero Britannico e Francia entrarono formalmente in guerra il 3 settembre 1939. Le scene di entusiasmo generale dell’agosto 1914 non si ripeterono, nemmeno nel Reich nazista, la patria del militarismo. In una trasmissione, William Shirer, il corrispondente radio da Berlino per la CBS, raccontò ai propri connazionali americani che: «Non si vedono segni di eccitazione qui a Berlino. Ce n’era, ci dicono, nel 1914, e molta. Ma no, qui non ce n’è oggi, non si sentono urrà, né applausi frenetici, non si gettano fiori; insomma, non c’è nessuna isteria, nessuna febbre marziale. Non c’è nemmeno odio verso i francesi o i britannici.» Dall’altra parte, nel mondo democratico, i sentimenti erano gli stessi: rassegnazione, fatalismo e il senso di aver schivato la catastrofe troppe volte, perché alla fine la guerra non venisse davvero. Pierre Lazareff, il direttore del quotidiano Paris-Soir, scrisse nel proprio diario: «Nessun entusiasmo sfrenato. C’è un lavoro da fare. Punto e basta.» Nemmeno trent’anni separavano l’inizio della Grande guerra da questa nuova discesa nell’abisso. Ma ora la gente sapeva cosa attendersi da un conflitto tra le maggiori potenze europee. E ancora meglio lo sapevano politici e militari, soprattutto quelli occidentali. I campi ricoperti di croci di Verdun, della Somme, di Ypres, di Arras, dell’Aisne, della Marna, erano ancora lì ad agitare i sonni di ogni generale: dopo simili ecatombi nessuno riteneva che fosse ancora possibile presentarsi alle nuove generazioni di poilus e tommies e chiedere di sobbarcarsi lo stesso immane tributo di sangue che i loro padri erano stati costretti a versare. Il prolungato autoinganno della politica dell’appeasement, così come le ingenti somme di denaro pubblico impiegate per la costruzione della linea Maginot, trovano gran parte del loro senso nel terrore di dover rivivere un’altra catastrofe come quella del 1914. Il 10 settembre, con la Polonia già in ginocchio, la 3a armata francese occupò i dintorni di Saarbrücken come un passante che attraversi una strada: guardando attentamente a destra, poi a sinistra e, in assenza di pericoli in arrivo, avanzando con circospezione. Due giorni dopo il comandante in capo dell’esercito, Maurice Gamelin, ordinò di sospendere tutte le operazioni. Il bottino non fu propriamente degno di Austerlitz. Pochi chilometri quadrati di territorio nemico e una ventina di villaggi, peraltro deserti, in quanto i tedeschi si erano prontamente premuniti di far evacuare la popolazione. Gli appelli disperati della Polonia rimbalzarono contro il muro dell’ipocrisia degli alleati. Quando il generale Rydz-Smigly chiese ripetutamente un attacco sul fronte occidentale per alleggerire la tremenda pressione che stava schiacciando il suo Paese, Gamelin ebbe il coraggio di rinfacciargli di avere mantenuto la propria promessa, iniziando l’offensiva come pattuito, vale a dire entro il quindicesimo giorno dalla mobilitazione. Per colmo di ironia il 16 settembre anche queste misere conquiste vennero perdute. Un contrattacco tedesco, senza nemmeno il supporto dei mezzi corazzati, rimandò oltre confine gli alleati, al prezzo di 198 morti. Lo storico e generale francese André Beaufre ammise con ironia che: «Fu tutto l’aiuto che demmo alla Polonia.» Alcuni studiosi che ragionano unicamente con le cifre hanno parlato di occasione mancata. Nella piccola finestra temporale tra l’inizio e la fine di settembre le 110 divisioni alleate dovevano infatti fronteggiare solo una ridotta aliquota dell’esercito tedesco, il cui grosso era impegnato ad est. A guerra finita i feldmarescialli Keitel e Jodl ammisero che un attacco nemico avrebbe avuto ottime possibilità di riuscita. In realtà, nel 1939, per un generale alleato, la prospettiva di un’invasione in forze della Germania, in concreto, aveva le stesse probabilità di realizzazione di uno sbarco su Marte. Mancavano completamente lo spirito per mettere in atto un’offensiva in grande scala, e soprattutto la disponibilità ad accettare i sacrifici umani che avrebbe richiesto. Gli stati maggiori di Francia e Gran Bretagna passavano del gran tempo ad elaborare sofisticati piani, ma quelli che venivano partoriti dalle menti degli strateghi erano solamente astratte ipotesi di scuola. Si progettarono invasioni della Scandinavia, dei Balcani e, ad un certo punto, persino il bombardamento dei pozzi di petrolio del Caucaso sovietico, in modo da impedire alla Germania di essere rifornita dalla Russia, la sua attuale e strana alleata. Tutti scenari immaginari di generali da scrivania che non avevano alcuna possibilità di attuazione. I piani francesi, nella loro essenza, non avevano altro scopo che tenere la guerra al di fuori dei confini nazionali. La strategia di base era semplice: lasciare che la linea Maginot facesse il proprio dovere difendendo il tratto di frontiera tra la Svizzera e le Ardenne e, al primo segnale di offensiva da parte della Germania, entrare prontamente in Belgio con le proprie forze mobili per arrestare le armate di Hitler in una battaglia d’incontro, prima che queste potessero portare la guerra sul territorio francese. Per mettere in atto questo piano, denominato in codice “manovra D” francesi e britannici contavano di fare affidamento su un imponente parco di artiglieria e sulla cara, vecchia, santa fanteria, il tutto animato da una dottrina militare ricoperta dalla polvere delle vittoriose battaglie dell’estate del 1918.
I vertici militari della Francia, consapevoli dell’inferiorità demografica del proprio Paese, ritenevano la difesa l’unica strategia possibile. L’esperienza tratta dalla Prima guerra mondiale era stata elevata al rango di un incontestabile dogma di fede: la guerra moderna veniva considerata uno scontro di materiali che poteva essere vinto solo logorando l’avversario con la massa del fuoco proveniente da postazioni pesantemente fortificate. I carri armati, l’arma che invece avrebbe ridato preponderanza all’attacco, erano considerati niente di più che un ingombrante supporto per le truppe di terra. Eppure, contrariamente all’opinione comune, Francesi e Inglesi ne disponevano in gran numero e di ottima qualità: i Somua e i Matilda erano modelli qualitativamente migliori dei panzer tedeschi. Semplicemente si scelse di diluirli tra le unità di fanteria e imbrigliarli in una strategia di impiego obsoleta. Mentre i tedeschi raggruppavano i loro mezzi corazzati in potenti divisioni autonome, gli alleati si muovevano nella direzione opposta, con il risultato che, sebbene disponessero di un numero maggiore di veicoli, non potevano avvantaggiarsi del loro numero. I continui appelli di uno sconosciuto colonello dell’esercito francese, un certo Charles De Gaulle, caddero nel vuoto. La guerra offensiva -così si riteneva- era troppo dispendiosa e, in definitiva, impossibile da mettere in atto.

E così si decise di aspettare, consolidare le proprie posizioni e lasciare ai tedeschi l’onere di scatenare un’offensiva che gli alleati erano certi di poter rallentare e successivamente bloccare. La situazione di stallo che ne sarebbe derivata sarebbe stato lo scenario perfetto per mettere in campo il peso della propria superiorità economica e materiale la quale, alla fine, avrebbe prevalso. Tutti si aspettavano una guerra sulla falsariga di quella del 1914-18. Hitler, dal canto suo, fu felicissimo di beneficiare degli effetti di questa tregua non dichiarata. Poté sbranare la Polonia in tutta tranquillità e poi iniziare ad ammassare truppe ad ovest per l’attacco decisivo all’Occidente. Già a metà novembre lo schieramento della Wehrmacht poteva dirsi completo. Il Führer era impaziente di attaccare, ma le condizioni meteorologiche del tardo autunno ormai non lo consentivano più. Undici volte impartì l’ordine di attaccare e undici volte dovette ritirarlo a causa del maltempo. Le operazioni sarebbero riprese nella primavera del 1940. Qualsiasi cosa fosse la “strana guerra”, stava volgendo al termine. Ancora non lo si poteva immaginare, ma i maggiori vantaggi di questo periodo di stasi li aveva tratti la Germania, la quale aveva terminato la propria preparazione ed elaborato un innovativo piano di attacco. Hitler poteva ora riservarsi di iniziare l’offensiva nei tempi e nei modi che ritenesse più opportuni.

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