«Le battaglie hanno luogo per essere decisive! Attaccate, attaccate, attaccate sempre, dunque!»

Federico II di Prussia

 

Immaginate di essere un generale europeo nei primi anni Quaranta del Novecento, durante le fasi iniziali della Seconda guerra mondiale. Il vostro Paese – Francia, Polonia, Belgio, Gran Bretagna, Russia, scegliete pure quello che vi aggrada di più – vi ha affidato il comando di un intero corpo d’armata, una potente unità multiarma con una forza oscillante tra i 40 e 70 mila uomini: ai vostri ordini c’è una panoplia di veicoli, aerei, fanteria, artiglieria, genieri, ricognitori e personale di supporto. Il vostro compito è chiaro: presidiare una porzione del fronte e, soprattutto, resistere all’attacco della Wehrmacht tedesca. Siete fiduciosi, in cuor vostro contate sinceramente di farcela, vi sentite all’altezza del compito. Forse perché sapete bene – o credete di sapere – cosa sia la guerra, sia da un punto di vista emotivo che professionale: la vostra esperienza diretta di soldato durante il precedente conflitto del 14-18, così come i duri anni di studio trascorsi all’accademia hanno cementato in voi l’illusione che su un campo di battaglia niente sia più in grado di sorprendervi. La guerra moderna per voi ha un solo volto: quello di un lento, continuo, metodico gettare nella fornace dello scontro tutte le risorse umane, logistiche, economiche e tecniche che la vostra nazione possiede e vi affida. È un’orrenda contabilità della morte, ma alla fine ci si abitua e il tutto si riduce ad una semplice questione attinente alla quantità di materiali e forze impiegabili: alla fine vince chi ne può sacrificare di più sull’altare del logoramento. A livello tattico anche il vostro modo di pianificare la battaglia riflette questo schema mentale. Vi hanno insegnato ad ammassare munizioni e uomini, ad organizzare l’afflusso di rifornimenti e rinforzi su tabelle di trasporto calcolate al minuto, ad interpretare meticolosamente i dati forniti della ricognizione, a tracciare rigide direttrici di avanzata su una mappa in scala uno a un milione e finalmente, quando tutta questa sequela di fattori dà un riscontro positivo, ad attaccare. In che modo? Nell’unico che ritenete possibile: un’estesa avanzata simultanea di tutte le forze, a fronte ampio, con i reparti affiancati per non sguarnire i fianchi, protetti dall’ombrello di un devastante fuoco di copertura assicurato da migliaia di pezzi di artiglieria. Ogni evento è pianificabile all’insegna di un’efficienza organizzativa di stampo industriale. Nella vostra vita da civile siete un rispettabile professionista: diciamo un ingegnere. Gli uomini appartenenti ad una società razionale è così che vedono la guerra: come una catena di calcoli e probabilità il cui risultato finale, misurato in morti e guadagni territoriali, viene parametrato a quello ottenuto dal vostro nemico, decretando un vincitore e uno sconfitto. Addizioni e sottrazioni, e se, quando la polvere dello scontro si dirada, il “più” supera il “meno”, la battaglia può dirsi vinta. Alla fine c’è addirittura caso che vi diano una medaglia per aver conquistato qualche chilometro quadrato di terreno. Perché manovrare, esponendosi così ai rischi di un piano ardito, se si può schiacciare il nemico con il sistematico e accurato impiego della forza bruta? Non serve più essere un Napoleone o un Annibale: il tempo delle risolutive battaglie di annientamento tipo Austerlitz o Canne è definitivamente tramontato. Distruggere l’avversario con un unico, possente colpo è diventato un’irrealizzabile chimera a causa dell’immane dimensione degli eserciti nazionali. Ora il fattore determinante è la combinazione tra l’attrito della guerra e la produzione, e per gestirlo bastano le competenze rigorose di un manager o la metodicità di un efficiente direttore d’azienda.

Ma torniamo al presente della nostra fantasia. Ora siete nelle retrovie del fronte, nel vostro quartier generale situato in un’elegante villa confiscata dal comando d’armata. È mattina presto, il sole non è ancora sorto e voi state ancora dormendo. Improvvisamente il vostro attendente vi sveglia. Sembra preoccupato: afferma che i contatti con le divisioni di prima linea si sono improvvisamente interrotti senza motivo: da alcune ore i comandanti sul campo non inviano più notizie. Convenite con lui che la situazione sia strana, ma non vi preoccupate: siete disposti ad ammettere che ci sia di sicuro qualche problema, ma nulla di più pericoloso di un contrattempo. Del resto i vostri servizi di intelligence non vi hanno segnalato preparativi nemici. Tutto si risolverà, al comando supremo sanno il fatto loro. Nel frattempo, indossate la divisa, fate una sobria colazione e scendete nella sala comando. Gli ufficiali del vostro stato maggiore abbandonano per un attimo i loro compiti e vi salutano con formalità. Sui loro volti vedete dipinta la solita espressione un po’annoiata che hanno nella routine dei compiti di tutti i giorni. La cosa vi rassicura. Vi siete appena seduti al vostro tavolo di lavoro quando venite avvisati che una staffetta dal fronte chiede di essere ricevuta. “Oh, bene.” – pensate tra di voi – “Finalmente chiariremo questo spiacevole inconveniente.” L’uomo che viene presentato al vostro cospetto sembra un messaggero sfuggito all’inferno: è ferito, i suoi abiti sono laceri e sembra sia sul punto di cadere vittima di una crisi di nervi. Inizia a parlare. Fate fatica a seguire il suo racconto incoerente, ma dopo un po’ ricavate le immagini di una sequenza di eventi: un primo bombardamento di artiglieria durato pochi minuti, ma di un’intensità terrificante, poi ondate di attacchi aerei che sembrano colpire i loro obiettivi con una precisione chirurgica e infine l’avanzare organizzato di ondate di carri armati che stranamente, invece di essere seguiti dalla fanteria, si sono limitati ad investire i punti deboli della linea difensiva per poi proseguire oltre, verso le retrovie e i centri logistici. State già per dare del pazzo a questo povero soldato quando avvertite il suono delle sirene dell’antiaerea: pochi secondi e siete sommersi da un grandine di scoppi e dall’urlo lacerante di bombardieri in picchiata che sganciano ordigni sul vostro comando, mettendolo rapidamente nell’impossibilità di esercitare la sua funzione di cervello dell’armata. Quando tutto finisce, ancora in stato di shock, correte all’aperto e l’unica cosa che vi viene in mente è che sì, effettivamente c’è un problema, e molto più serio di quello che pensavate sino a qualche minuto fa. Decidete di andare a verificare di persona cosa stia succedendo laggiù, sulla linea del fronte. Salite sulla vostra auto e il vostro attendente vi conduce dove presumete di trovare le postazioni di comando dei vostri ufficiali sul campo. Siete a pochi chilometri dal fronte quando vedete levarsi da oltre l’orizzonte dense colonne di fumo e bagliori di fiamme. Ai margini della strada che state percorrendo notate una collinetta e decidete di fermarvi e salire sulla sua sommità: da quel punto di vista elevato sarete forse in grado di avere una visione generale della situazione. Ed è allora vi viene a mancare il respiro. Davanti a voi, fin dove lo sguardo riesce ad arrivare, vedete un ribollente mare di fuoco, acciaio ed esplosioni; al centro di questo calderone, chiusi in una sacca mortale, si dibattono gli uomini e i mezzi che componevano le vostre unità. Velivoli nemici di ogni tipo dominano il cielo, mitragliando e bombardando a bassa quota. Squadre di fanteria comprimono sempre di più il perimetro dei difensori sferrando attacchi concentrici da ogni lato. L’artiglieria, su bersagli tanto compatti, compie una vera mattanza. Sarebbe sbagliato affermare che siete in preda allo sconforto o alla sorpresa: semplicemente state provando lo shock di una visione che non ritenevate possibile e che non potete comprendere perché vi mancano gli strumenti mentali per farlo. Non può essere, un’intera armata non può farsi annientare nel giro di poche ore… Decidete quindi di ritornare lungo la vostra strada e rientrare al quartiere generale: nel mentre riflettete con amara ironia che fino a poche ore fa comandavate centinaia di migliaia di uomini e adesso ai vostri ordini non avete che il vostro attendente. Un brivido vi corre lungo la schiena al pensiero che ora vi attende un processo di fronte ad una corte marziale con ben poche possibilità di uscirne assolto. Ma questo lugubre pensiero passa presto in secondo piano quando all’improvviso capite che al vostro posto di comando non giungerete mai. Ad un incrocio un carro armato nemico impedisce il passaggio. Prima ancora di poter pensare a come reagire un plotone di Panzergrenadiere, scesi da un semicingolato sbucato da non si sa dove, con le armi spianate vi grida: “Hände hoch! Keine Bewegung!” e vi prende prigionieri. La guerra per voi è finita. Per i vostri uomini durerà qualche giorno in più, ma in pratica anch’essi sono già condannati. Trecento anni di tradizione militare prussiana felicemente coniugata con le ultime invenzioni della modernità – aerei, radio e carri corazzati – vi hanno travolto con tutta la loro potenza senza nemmeno darvi il tempo di accorgervene. La traduzione operativa sul campo di battaglia di termini oscuri come Vernichtungsgedanke, Auftragstaktik, Selbständigkeit der Unterführer e Bewegungskrieg ha appena spazzato via un’intera armata dall’ordine di battaglia del vostro esercito. Ma a ben vedere, per riassumere tutto questo disastro – dal vostro punto di vista, si capisce – esiste una parola migliore e più rappresentativa: “Blitzkrieg”, ossia “guerra-lampo”.

Il racconto che avete appena letto è frutto della mia fantasia, ma i suoi piedi sono ben ancorati nel duro terreno degli eventi storici. Piuttosto che riportare un’impersonale definizione di Blitzkrieg da libro di testo, ho preferito una rappresentazione più evocativa di cosa significasse affrontare concretamente questo nuovo e innovativo metodo di combattimento. Qualcosa di molto simile è infatti quello che devono aver provato molti comandanti nelle battute iniziali della Seconda guerra mondiale, quando si trovarono a fronteggiare la Wehrmacht sul campo di battaglia. Solo per fare degli esempi, il 17 maggio a Wassigny, il generale francese Giraud fu catturato insieme al suo intero quartier generale. La scena della collina è invece descritta al contrario: è tratta dalle memorie del generale Fedor von Bock, mentre dal suo punto di osservazione a Lozovaia, in Ucraina, stava osservando con i propri occhi l’annientamento di un’intera armata sovietica. Ma come avevano fatto i tedeschi a concepire e attuare efficacemente la Blitzkrieg? Come erano riusciti a superare lo stallo imposto dalle trincee della Prima guerra mondiale, annientando un esercito dopo l’altro, dalla Francia al Caucaso e dal nord Africa alla Norvegia?

Per rispondere a questa domanda bisogna fare un grande salto all’indietro nel tempo e andare in Prussia, tra la fine del Seicento e gli inizi del Settecento. Se però dalla nebbia dei ricordi scolastici non affiora qualche reminiscenza, la cosa potrebbe non essere così immediata: non stiamo infatti parlando di entità immediatamente riconoscibili e tutt’oggi presenti come la Francia, l’Inghilterra o la Spagna, Paesi che immediatamente richiamano alla mente il nome di un sovrano, un fatto o un’epoca. È difficile persino avere un’idea precisa di dove collocare la Prussia. A meno di aprire un atlante storico è infatti impossibile trovare in una moderna cartina geografica uno Stato o una regione con questo nome. Il motivo è semplice: il 25 febbraio 1947 essa venne abolita per decreto dal Consiglio di controllo alleato e di fatto cancellata per sempre dalle mappe politiche del mondo. I suoi territori orientali vennero spartiti tra l’Unione Sovietica e la Polonia, mentre il nucleo occidentale, l’area intorno a Berlino, entrò a far parte della nuova DDR, la repubblica democratica tedesca. Ma se la fine di questo Stato è oscura, le sue origini lo sono persino di più, in quanto si perdono nei contorti meccanismi di successione dinastica che regolavano la politica dell’Europa tra Medioevo e Rinascimento. Inutile tentare qui di risalire alla genealogia di questo strano Paese. Basterà dire che nei primi anni del Cinquecento, la Riforma luterana portò alla secolarizzazione del patrimonio dei Cavalieri Teutonici, un ordine religioso di monaci-guerrieri che controllava una striscia di territorio sul Baltico, tra la foce della Vistola e la Lituania. Erano a tutti gli effetti uno degli avamposti della civiltà cristiana-occidentale: oltre i loro possedimenti si estendevano le pianure dell’Europa Orientale abitate da pagani e bellicose tribù nordiche e asiatiche. Alla morte di Alberto di Hohenzollern, l’ultimo Gran Maestro dell’ordine, questi territori passarono in eredità al cugino, il duca della Marca elettorale del Brandeburgo, un piccolo francobollo di terra situato un po’ più a ovest, oltre il confine polacco, e ancorato tra Berlino, Potsdam e Francoforte sull’Oder. Il nuovo improbabile Stato nato da questa fusione ereditò il nome di “Regno di Prussia”. Si trattava di una vera e propria mostruosità politica, un’accozzaglia incoerente di territori senza identità comune e continuità territoriale. Per recarsi da una città all’altra era normale attraversare ben più di un confine. Eppure, questa piccola, innaturale entità iniziò lentamente a ritagliarsi uno spazio di primo piano tra le potenze europee dell’epoca. Incoraggiato della vittoria contro gli svedesi nella battaglia di Fehrbellin del 1675, lo staterello degli Hohenzollern iniziò a perseguire una politica sempre più ambiziosa e svincolata dalla tutela degli imperatori asburgici che nominalmente rivestivano il ruolo di sovrintendenti dell’intricato mosaico politico-religioso del Sacro Romano Impero di cui la Prussia era un tassello. I sovrani prussiani si ritrovarono però a dover affrontare una serie di ostacoli all’apparenza insormontabili. Com’era possibile per un piccolo Stato, relativamente povero, sottopopolato, privo di difese naturali e frammentato in una serie slegata di province, riuscire a tener testa a colossi come l’Austria, la Francia, la Russia, la Svezia o il Commonwealth polacco-lituano? La strada che seguirono fu di affidare le proprie chances ad una ferrea organizzazione militare con caratteristiche del tutto originali. Preso atto dell’impossibilità oggettiva di prevalere in lunghe guerre di attrito, i leader prussiani enfatizzarono la ricerca della rapidità, dell’aggressività e della capacità di manovra per colpire l’avversario con una serie di attacchi concentrici. L’obiettivo divenne quello di infliggere ad un nemico quasi sempre superiore di numero una sconfitta decisiva in una singola battaglia di annientamento, riducendo al minimo indispensabile le proprie perdite. Ancora non si parlava espressamente di Vernichtungsgedanke (concetto di annichilimento) – per farlo si sarebbe dovuto attendere il pensiero di Clausewitz – ma il senso era quello: vibrare un singolo, potente colpo che avrebbe tolto al nemico la volontà stessa di continuare a combattere. Perché il tutto funzionasse era necessario che i comandanti sul campo, in virtù della loro posizione privilegiata di fronte agli eventi, avessero la libertà di cogliere eventuali occasioni che si fossero presentate e che sarebbero andate perdute se essi avessero dovuto attendere l’autorizzazione di un comando superiore. Più tardi, con le guerre tra Ottocento e Novecento, questo abito mentale, venne inquadrato nel concetto di “Selbständigkeit der Unterführer”, traducibile con “autonomia del comandante sottoposto”, ma all’atto pratico anche tale consuetudine era già ben radicata nel particolare modo di fare la guerra prussiano. Del resto, anche le condizioni sociali della Prussia-Brandeburgo spingevano in tal senso. La classe dei fieri nobili proprietari terrieri che per tradizione guidavano le singole unità dell’esercito – gli Junkers – si consideravano da sempre poco meno del re in persona, il quale ai loro occhi, era solamente un “primus inter pares”. Un famoso esempio di questo orgoglio di casta riguarda il generale Von Seydlitz, il comandante della cavalleria di Federico il Grande. Alla battaglia di Roßbach nel 1757 decise di contraddire gli ordini e rispose al messaggero reale che gli intimava di obbedire, pena la decapitazione: “dite al re che dopo la battaglia potrà fare ciò che vuole della mia testa, ma fintanto che è sul mio collo la userò come ritengo sia meglio.

Abbiamo appena nominato Federico II, il più importante e famoso sovrano prussiano, e che passerà alla storia come “il Grande”. Fu proprio con lui e le sue guerre (quella di successione austriaca del 1740 e quella dei sette anni del 1756) che la Prussia entrò con forza nel ristretto club delle grandi potenze europee, assumendo il ruolo di alternativa allo strapotere asburgico nell’area tedesca. Il riconoscimento di questo status fu interamente dovuto alla forza delle armi e agli eventi occorsi sui campi di battaglia. Nella guerra dei Sette Anni, un vero e proprio conflitto mondiale in chiave settecentesca, la Prussia si trovò a fronteggiare una soverchiante coalizione formata dai giganti dell’epoca: Austria, Russia e Francia. Sulla carta pareva impossibile che uno Stato tanto piccolo potesse sopravvivere ai colpi portati da imperi estesi su centinaia di migliaia di chilometri quadrati e che contavano risorse umane e materiali praticamente inesauribili. Eppure Federico ce la fece, grazie alla Bewegunskrieg, la guerra di movimento, per la quale le sue forze armate erano addestrate. A Roßbach, il suo piccolo esercito annientò un’armata francese attaccandola prima che questa prendesse posizione, facendo passare agli orgogliosi francesi la voglia di invadere il suo regno da ovest per tutta la durata del conflitto. Qualche mese dopo, nel dicembre del 1757 a Leuthen, Federico colse un’altra impressionante vittoria contro gli austriaci. Manovrò il proprio esercito facendo in modo che si materializzasse come dal nulla contro il fianco di quello di Carlo di Lorena e del generale Leopold Daun. Le loro forze erano il triplo di quelle prussiane ma furono letteralmente disgregate un pezzo alla volta da un attacco proveniente da una direzione inaspettata. La guerra continuò con fasi alterne e ad un certo punto sembrò persino che la Prussia fosse destinata a soccombere. Federico subì sconfitte pesanti a Hochkirch contro gli austriaci e a Kunersdorf contro i russi, i quali arrivarono persino ad occupare brevemente Berlino. Ma alla fine, un evento fortunato, la morte della zarina Elisabetta, sua acerrima nemica, fece sì che il fronte dei suoi nemici si dissolvesse permettendogli di siglare la pace favorevole di Hubertusburg. Federico fu anche molto fortunato, ma quando morì nel 1786, lasciò un’eredità politica e militare che sarebbe durata per secoli, almeno fino all’aprile del 1945. Le sue spettacolari vittorie entrarono nella leggenda e divennero materia di studio di ogni Kriegsschule. La Prussia era sopravvissuta agli attacchi di una coalizione all’apparenza invincibile ed ora rappresentava un’aggressiva potenza che tutti trattavano con circospezione e rispetto per via del suo originale concetto di come incrociare le armi con un nemico sul campo di battaglia. Le guerre, sempre secondo Federico, il quale amava parlare francese poiché riteneva il tedesco una lingua da barbari, dovevano essere “kurz und vives”, ossia “brevi e vivaci”. Tutte le successive generazioni di strateghi tedeschi, nell’accingersi a mandare degli uomini in battaglia, lo avrebbero fatto con questo comandamento ben scolpito nella testa.

Dopo le batoste subite dalla Prussia durante la prima fase delle guerre napoleoniche, le nuove forze armate vennero ricostruite sugli stessi principi, arricchiti però dall’esperienza ricavata dallo studio di battaglie come Jena, Auerstädt, Lipsia e Waterloo. L’esercito, su ispirazione dei corpi della Grande Armée francese, venne suddiviso in getrennter Heeresteile, ossia in più unità dotate di indipendenza e flessibilità operativa, in modo che ognuna potesse investire un nemico con una serie di attacchi coordinati provenienti da direzioni multiple. Parallelamente si rafforzò il concetto di “Auftragstaktik”, un termine che può essere tradotto con “tattica dell’incarico”. Lo stato maggiore prussiano, a differenza di quello di ogni altro esercito, ora non emanava più ordini dettagliati aspettandosi che i comandanti sul campo li eseguissero pedissequamente, ma dava direttive generali, stabilendo gli obiettivi strategici di una campagna. Ai comandanti operativi era garantita l’indipendenza di poterli raggiungere nel modo che ritenessero più opportuno data la situazione. Il sistema conteneva in sé una componente di rischio molto elevata: in guerra le armate prussiane, con la loro ossessione per l’offensiva e gli audaci spostamenti, oscillavano sempre tra una vittoria risolutiva e il totale annientamento. Ma sul finire dell’Ottocento una serie di impressionanti “Kesselschlachten” (battaglie di accerchiamento) provarono in modo indubitabile che l’esercito prussiano fosse diventato la più sofisticata macchina militare al mondo. Dopo aver travolto gli austriaci a Königgrätz nel 1866 e i francesi a Sedan nel 1870, la Prussia sotto la guida di Moltke e Bismarck riuscì ad unificare la Germania nel Secondo Reich.

Poi nel 1914 venne la Prima guerra mondiale. I tedeschi la affrontarono come erano abituati: attaccando vigorosamente e con l’obiettivo di annientare rapidamente il nemico. Il piano con cui si lanciarono in Belgio e in Francia era stato elaborato nel 1905 dal conte Alfred von Schlieffen, e sebbene avesse subito negli anni alcune variazioni, nella sua essenza non era altro che il tentativo di generare una kesselschlacht su scala gigantesca. Il movimento coordinato di sette armate avrebbe avvolto l’intero esercito francese in un’immensa sacca e posto fine alla guerra con una trionfale rievocazione in chiave moderna della battaglia di Canne. La manovra fallì, ma ancora oggi fa impressione constatare quanto il Reichsheer andò vicino a realizzare il proprio obiettivo. Sulla Marna, nel settembre 1914, un disperato contrattacco dell’appena costituita 6a armata francese stabilizzò miracolosamente la situazione. Da un punto di vista strategico fu allora che la Germania perse la guerra: la guerra di movimento si impantanò nel fango delle trincee e assunse l’aspetto di un estenuante e prolungato duello di logoramento. La Bewegungskrieg divenne presto una Sitzkrieg. La dimensione spropositata degli eserciti e la spaventosa potenza di armi difensive come mitragliatrici, mortai e cannoni impose a tutti i contendenti uno stallo che pareva infrangibile. E questo era esattamente il tipo di conflitto che il Reich, con le sue limitate risorse, non poteva vincere. L’alto comando dell’esercito ne era consapevole e il pensiero militare tedesco non rimase a dormire. Sconvolti da terrificanti perdite che sapevano di non poter sostenere, i generali iniziarono ad andare in cerca di un modo per rompere lo stallo che li stava strangolando. E lo fecero reinterpretando in chiave moderna i pilastri della loro lunga tradizione militare. Sorpresa, flessibilità, autonomia decisionale, manovra: queste parole chiave della dottrina militare tedesca vennero adattate allo scenario della moderna guerra industriale. Cessarono i prolungati bombardamenti di artiglieria che duravano settimane e che davano il tempo al nemico di prepararsi. Molto meglio un limitato tiro di poche ore, ma di grande intensità e concentrato su obiettivi precisi. Si abbandonò il lineare assalto in massa di ondate di fanteria e si privilegiò l’attacco con piccole squadre pesantemente armate che dovevano aggirare i punti di maggiore resistenza e infiltrarsi nelle retrovie per generare scompiglio nei difensori. Invece di esercitare la pressione offensiva diluendola su tutto il fronte si preferì focalizzarla su uno Schwerpunkt, ossia un baricentro, che tipicamente coincideva con i punti di sutura tra due unità nemiche, per generare una rottura e isolarle. Tutti questi principi furono testati nel 1917 a Riga contro i russi e risultarono in un successo clamoroso. Poco più tardi, nell’ottobre del 1917, sei divisioni tedesche riproposero le stesse tattiche contro gli italiani a Caporetto e per poco non misero fuori combattimento l’Italia. Poi, nella primavera del 1918, fu il turno degli Alleati, i quali ancora una volta corsero il serio rischio di perdere la guerra. Nella loro “Friedensturm”, i tedeschi arrivarono a 50 chilometri da Parigi, ma furono costretti a fermarsi ancora sulla Marna. Erano esausti, e la motorizzazione praticamente inesistente del loro esercito non consentiva di sfruttare lo slancio iniziale così come di estendere la catena logistica per procedere oltre. La Germania aveva giocato la propria ultima carta e aveva perso. In estate gli americani iniziarono ad arrivare in massa sul fronte occidentale e, sommerso da quella ondata di forze fresche, in novembre il Reich fu costretto a chiedere la pace. Ma tutte le innovazioni tattiche non vennero dimenticate: i loro semi sarebbero germogliati nella successiva guerra. Se non si erano dimostrate vincenti non era perché fossero intrinsecamente sbagliate ma perché ancora non esistevano i mezzi idonei per renderle tali. Nei venti anni di pausa tra la Prima e la Seconda guerra mondiale questo gap venne colmato: il perfezionamento del carro armato e i progressi dell’aviazione avrebbero dato gli strumenti materiali per realizzare pienamente la guerra di movimento. Nel 1939, quando iniziò le ostilità, l’esercito tedesco era in gran parte una forza ancora tradizionale ma, accanto alle normali unità di fanteria, era riuscito a creare una piccola aliquota di forze corazzate tecnologicamente all’avanguardia pensate per operare in stretta coordinazione con stormi di bombardieri tattici. Queste Panzerdivisionen erano guidate da comandanti aggressivi che ricercavano instancabilmente l’accerchiamento e la penetrazione in profondità nel territorio nemico senza curarsi dei potenziali pericoli. In tutti i sensi erano i discendenti di Federico, di Blücher, di Yorck e di Moltke.

Dal 1939 al 1942 ogni esercito che si trovò a combattere la Wehrmacht venne annichilito in modo spettacolare. La Polonia crollò in due settimane, l’Olanda e il Belgio in pochi giorni, la Francia in un mese, la Yugoslavia in dieci giorni. Anche i britannici passarono da una sconfitta all’altra: furono ripetutamente umiliati a Dunkerque, a Tobruk, in Grecia e a Creta. Poi fu il turno dell’Unione Sovietica. Nelle ampie distese dell’Europa orientale la blitzkrieg salì ad un livello distruttivo semplicemente inconcepibile. Nell’estate del 1941 tre giganteschi gruppi d’armate misero fuori combattimento oltre 200 divisioni sovietiche uccidendo, ferendo o catturando l’inconcepibile cifra di oltre 4.000.000 di uomini. L’Armata Rossa venne distrutta in gigantesche battaglie di accerchiamento. Smolensk, Briansk, Bialystok, Kiev, Vyazma: per numeri ed entità era come se la Wehrmacht avesse ripetuto la campagna di Francia dodici volte. Ma l’Unione Sovietica resistette. Nel gelo di Mosca, a pochi chilometri dal Cremlino, i tedeschi conobbero la loro prima sconfitta, rischiando la distruzione dell’intero Heeresgruppe Mitte, la spina dorsale della loro forza di invasione. Non ancora riavutisi da quello scacco, l’estate dopo riproposero il Blitzkrieg su una scala leggermente meno ambiziosa, con l’obiettivo di raggiungere il Volga ed il Caucaso con i suoi preziosi pozzi petroliferi. Attaccare era in fondo l’unica cosa che sapessero fare. Spazzarono di nuovo via l’Armata Rossa, ma anche questa volta vennero fermati. A Stalingrado l’intera 6a Armata tedesca di Von Paulus fu accerchiata e distrutta. Per la prima volta la Wehrmacht subì una Kesselschlacht, invece che infliggerla. Nel frattempo a El Alamein gli inglesi investivano con un uragano di fuoco gli italiani e l’Afrika Korps di Rommel. Ad un tratto la blitzkrieg non funzionava più. Dopo il dilagare dell’alta marea stava iniziando il riflusso. Le distanze da coprire e i territori da difendere erano enormi e non c’erano abbastanza uomini, carri armati e aerei. I soldati erano reclute inesperte, perché fatalmente molti dei veterani erano morti. Le immagini di reparti della Wehrmacht dopo il 1942 sembrano tutte ritrarre una squadra boy scout in gita, talmente era bassa l’età dei soldati. E soprattutto, dopo aver rischiato la sconfitta, gli Alleati stavano iniziando a mobilitare il loro immenso potenziale economico e produttivo. Gli Stati Uniti erano entrati in guerra con tutto il peso della loro industria. La regione di Magnitogorsk negli Urali adesso produceva più acciaio della Ruhr. Contro i nuovi corpi sovietici e le potenti armate combinate americane non c’era perizia militare che potesse resistere. Ma per la storia militare tedesca questa non era una novità. Federico aveva vinto la guerra dei Sette Anni affrontando una situazione molto simile. E così, anche in condizioni disperate, per tutta la durata della guerra, fino alla primavera del 1945, la Wehrmacht mantenne un’efficienza di combattimento, una capacità di ripresa e un’aggressività quasi sovrannaturali. I due ultimi anni del conflitto dal 1944 al 1945 videro la morte di molti più uomini che nei precedenti quattro, dal 1939-1943 e questo perché i tedeschi rifiutarono testardamente la resa. Ogni comandante reputava che non esistesse una situazione tanto grave da non poter essere raddrizzata da un deciso contrattacco, anche in condizioni di inferiorità. Per questo fanatismo spesso si incolpa Hitler, la sua testarda, folle determinazione e il criminale regime coercitivo che era riuscito a instaurare. In questo c’è indubbiamente del vero. Ma non va nemmeno sottovalutato l’effetto molto più sottile della tradizione, di trecento anni di mentalità offensiva, di ricerca spasmodica dello scontro risolutivo, a qualunque costo. La plurisecolare dottrina militare prussiana era troppo radicata. Uno dei suoi corollari impliciti era che in guerra i fattori emotivi come la volontà e la determinazione possedessero un peso maggiore di quelli materiali. Forse la vera follia, che in verità fino ad un certo punto funzionò, fu quella di credere fino all’ultimo respiro che la ricetta che aveva condotto ai grandi trionfi della storia prussiana potesse conservare un’intrinseca validità in grado di sovvertire i canoni della moderna guerra di materiali, tutta incentrata sulla quantità e sul modo più efficiente e razionale di dispiegarla.

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