«A suo giudizio non siamo assolutamente in condizioni di fare la guerra: l’esercito è in uno stato pietoso, la rivista e le manovre hanno rivelato appieno la triste condizione di impreparazione delle nostre grandi unità. Anche la difesa della frontiera è insufficiente: egli ha compiuto trentadue ispezioni ed è convinto che i francesi possano passare e anche con molta facilità. Gli ufficiali sono scadenti, i mezzi vecchi e inadatti. A ciò si deve aggiungere lo stato d’animo del Paese, nettamente antitedesco: i contadini vanno alle armi, maledicendo quei ‘buggeroni’ di tedeschi.»

Galeazzo Ciano, Diario del 24 agosto 1939, contenuto del colloquio con il Re Vittorio Emanuele III

 

22 maggio 1939, Cancelleria del Reich a Berlino. Alla presenza di Hitler, i ministri degli esteri Joachim von Ribbentrop e Galeazzo Ciano stipularono per i propri rispettivi paesi un trattato bilaterale di alleanza della durata di dieci anni. Si sarebbe dovuto chiamare “Patto di sangue” ma su proposta di Mussolini, il quale riteneva che tale definizione non sarebbe stata bene accolta in Italia, passò alla storia con l’altisonante nome di “Patto d’acciaio”. Ancora oggi, a così tanti anni di distanza, rileggendo il testo non si può fare a meno di rimanere sconcertati. Non tanto dalla scontata natura bellicosa dell’accordo, la quale emerge chiaramente dalle poche righe dei sette articoli che lo compongono. Ma dalla sconfinata irresponsabilità del più debole dei due firmatari, il Paese che avrebbe dovuto mostrare la maggiore cautela nell’aderire: l’Italia. Sarebbe bastato fermarsi al terzo articolo per farsi assalire dai dubbi: già a quel punto lo spazio per sfumature di significato era svanito. «Se, malgrado i desideri e le speranze delle Parti contraenti, dovesse accadere che una di esse venisse ad essere impegnata in complicazioni belliche con un’altra o con altre Potenze, l’altra Parte contraente si porrà immediatamente come alleata al suo fianco e la sosterrà con tutte le sue forze militari, per terra, per mare e nell’aria.» La formulazione perentoria ed insolitamente lineare per gli standard del paludato linguaggio diplomatico, implicava che in caso di guerra, anche offensiva, scatenata da una delle parti, l’altra avrebbe dovuto schierarsi immediatamente al fianco dell’alleato. La grande rottura segnata dal patto d’acciaio rispetto alle consuetudini del passato risiedeva proprio qui, in questo soffocante abbraccio mortale. Sino ad allora, la maggior parte dei trattati militari dall’invenzione della diplomazia furono di natura difensiva: due o più potenze stringevano un accordo per resistere meglio ad un’ipotetica aggressione. In questo caso Germania e Italia si spinsero oltre, stipulando un’alleanza che riguardava la guerra in quanto tale, senza distinzione tra carattere offensivo o difensivo. Non esisteva alcun dubbio che fosse proprio la Germania nazista a volere un conflitto il prima possibile. Legarsi mani e piedi alle ambizioni di uno Stato che non faceva mistero di voler stracciare la carta politica d’Europa per instaurare un nuovo ordine, fu da parte di Mussolini un’azione doppiamente criminale, sia sotto il profilo della ragione di stato che sotto quello umano. Il Duce, pur avvertito da molti dei gerarchi e dei militari, sapeva perfettamente che il Paese non sarebbe stato in grado di affrontare un conflitto prima della metà degli anni ’40: agire in modo così macroscopicamente contrario agli interessi nazionali, significava porre il destino dell’Italia nelle mani di un gigante assetato di sangue che si preparava a sfidare le maggiori potenze economiche e militari del pianeta. Eppure, per quanto possa sembrare assurdo, la decisione di aderire all’alleanza venne presa da Mussolini sull’impeto dell’emozione e comunicata per telefono a Ciano durante un incontro diplomatico preliminare di questi con Ribbentrop a Milano. A nulla valsero i successivi tentativi di far comprendere ad Hitler lo stato di impreparazione militare dell’Italia, illudendosi così di persuaderlo a contenere le proprie ambizioni. Già il giorno seguente alla firma del patto, per dare un’idea del differente senso d’urgenza con il quale si muovevano le iniziative dei due regimi, il Führer convocò un vertice militare in cui dichiarò, a ragione, l’impossibilità da parte della Germania di ottenere altri successi in Europa senza spargimenti di sangue e la conseguente inevitabilità di una guerra. I tempi delle facili acquisizioni territoriali, come nei casi dell’Austria e della Cecoslovacchia – disse – erano da considerarsi finiti; ogni altra alterazione dell’ordine di Versailles avrebbe richiesto l’uso della forza.

La decisione di Mussolini di degradare nei fatti l’Italia al rango di stato vassallo della Germania non si fondò sul benché minimo calcolo di razionalità o utilitarismo. Semplicemente, il capo del fascismo ritenne inevitabile l’avvento dell’egemonia prussiana sull’Europa e preferì accodarsi ai futuri padroni. È difficile individuare le origini di questa convinzione. Forse essa può essere fatta risalire ad un paio d’anni prima quando nel settembre del 1937 il Duce rientrò da una visita ufficiale in Germania avvinto da un misto di rabbia, invidia e infatuazione per la forza brutale ostentata da un regime che pareva aver soggiogato l’anima di un intero popolo. Mussolini rimase impressionato dalle nitide geometrie delle manifestazioni di partito orchestrate da Albert Speer, dalle spettacolari cattedrali di luce create dai riflettori nei raduni notturni, dalle colonne interminabili di SS e di giovani della Hitlerjugend che marciavano all’ombra delle bandiere, guidate dal suono dei tamburi, come lanzichenecchi dei tempi moderni. Visitò le acciaierie di Essen e assistette alle manovre militari nel Meclemburgo: si cementò in lui l’idea che l’antico, mai sopito spirito marziale germanico rivivesse imbrigliato in un complesso militare-industriale di incomparabile potenza che trovava una forma concreta nei cannoni Krupp e Rheinmetall, negli aerei della Heinkel e della Messerschmitt, nei panzer della Henschel… L’Italia, una nazione semi-industriale, attraversata da correnti carsiche di potere avverse al fascismo, come la Chiesa cattolica o la Monarchia sabauda, dopo aver bruciato le ultime risorse a disposizione nella guerra di Etiopia e nella guerra civile spagnola, necessitava di un lungo periodo di pace per riorganizzare le proprie forze. Prima del 1943 o del 1944 la partecipazione ad un conflitto, anche di breve durata, era razionalmente improponibile, in quanto avrebbe esposto un Paese così fragile a dei rischi spaventosi. Le spacconate da adunata come gli otto milioni di baionette (per le quali non esisteva nemmeno il ferro necessario a fabbricarle) tradivano la debolezza del regime più che la sua presunta forza. Nessuna meraviglia che, quando nel settembre del 1939 la tempesta tanto temuta si scatenò, l’Italia dovette rimandare il proprio intervento, inventandosi un nuovo termine diplomatico: “la non belligeranza”. Fu una violazione del patto di acciaio, così come lo fu da parte della Germania, il non aver messo l’alleato al corrente delle proprie intenzioni. Mussolini, tuttavia, era oppresso dal terrore di figurare agli occhi dei tedeschi come un traditore: la linea dell’Italia gli appariva drammaticamente simile a quella tenuta nella crisi del 1914, quando, pur alleata degli imperi centrali, rifiutò ogni coinvolgimento bellico. Negli ultimi giorni dell’agosto 1939, quando era ormai palese l’intenzione della Germania di scatenare un conflitto, nelle stanze del potere a Roma si diffuse il panico. Non era possibile scendere in guerra, ma come giustificarsi agli occhi dei tedeschi? Si decise di inviare ad Hitler una richiesta di materie prime necessarie all’Italia per tenere fede ai propri impegni. Se fosse stata soddisfatta le forze armate italiane avrebbero potuto intervenire. In realtà si trattò una trappola, alla quale incredibilmente i tedeschi abboccarono. Quando risposero chiedendo maggiori dettagli sul fabbisogno stimato di materiale, ai diplomatici italiani brillarono gli occhi. Il 26 agosto, in una riunione dei vertici militari e politici, venne redatta una lista delle materie prime per tenere fede ai propri impegni militari. Passò alla storia come la “lista molibdeno” ed è talmente tragicomica che merita di essere riportata per intero:

Materiale Tonnellate
Carbone 6.000.000
Acciaio 2.000.000
Petrolio 7.000.000
Legno 1.000.000
Rame 150.000
Nitrato di sodio 22.000
Sali potassici 70.000
Colofonia 25.000
Gomma 22.000
Toluolo 18.000
Essenza trementina 6.000
Piombo 10.000
Stagno 7.000
Nichel 5.000
Molibdeno 600
Tungsteno 600
Zirconio 20
Titanio 400

A conti fatti 16 milioni e mezzo di tonnellate. Solo per trasportare tutto quel materiale ci sarebbero voluti 17.000 treni di 50 vagoni ciascuno. E sarebbe stato necessario almeno un anno, al frenetico ritmo di 45 convogli al giorno. Il ministro degli esteri Galeazzo Ciano, che era presente alla riunione, annotò sul suo diario: «…è tale da uccidere un toro, se la potesse leggere.» Gli italiani raggiunsero però il loro scopo, oltre che le vette assolute del ridicolo. Persero completamente la faccia, ma almeno disponevano di una buona scusa per giustificare il loro mancato intervento. Quando i solerti funzionari tedeschi, non capendo bene se fossero di fronte ad uno scherzo o no, chiesero all’ambasciatore Attolico maggiori dettagli sulla tempistica per la consegna, si sentirono rispondere un perentorio: «Subito!». Ad una replica tanto insolente Hitler capì allora che l’unico scopo di Roma fosse quello di ottenere una risposta negativa. Fece comunque buon viso a cattivo gioco. In fondo, un’Italia neutrale gli era pur sempre utile a tenere immobilizzate consistenti forze francesi e britanniche nel Mediterraneo.

La guerra dunque cominciava e l’Italia, all’apparenza in salvo ai margini della lotta, in realtà si trovava già sul ciglio dell’abisso. Un trattato sottoscritto a cuor leggero, in completo spregio ai propri interessi, le avrebbe presto o tardi imposto la partecipazione ad una folle avventura che non era minimamente in grado di affrontare. La testa del Paese era già infilata nel cappio, ma che venisse stretto era solo questione di come e di quando. Mussolini confidò fino alla fine nella potenza della Wehrmacht, sperando che vincesse la guerra per lui. I tedeschi erano indubbiamente alleati (o padroni?) formidabili; potevano annientare la Polonia in tre settimane e magari fare lo stesso con la Francia, ma la Gran Bretagna, al sicuro oltre la Manica, rimaneva pur sempre la massima potenza navale del mondo, al centro di uno sterminato impero che governava da 300 anni e dal quale poteva attingere forze e materiali per proseguire la lotta indefinitamente. Ma anche senza particolari studi economici o strategici sarebbe bastato leggere un semplice manuale scolastico di storia per non dormire sonni tranquilli. Si trattava di scontrarsi con la stessa nazione che aveva preferito rimanere in guerra per oltre venti anni pur di non chinare la testa di fronte a Napoleone Bonaparte. Chiunque con una seppur vaga conoscenza dello spirito inglese poteva ragionevolmente aspettarsi che gli eredi di Drake, Marlborough, Nelson e di Wellington non si sarebbero arresi se non alla totale sconfitta propria o della Germania. Oggi sappiamo che mai nella storia un popolo arrivò ad identificarsi tanto perfettamente con l’immagine dei propri animali simbolo: il leone, con il suo coraggio, ed il bulldog, con la sua tenace e sublime stupidità, la quale, una volta serrate le mascelle sul suo nemico, fa sì che non lo lasci più, anche a costo di morire. Già allora la tenuta di un simile comportamento da parte degli inglesi era ampiamente prevedibile, così come quella dei loro ricchi cugini al di là dell’Atlantico, gli Stati Uniti d’America, un colosso dormiente che non avrebbe mai tollerato un’intera Europa schiacciata sotto lo stivale nazista. Mussolini preferì nonostante tutto scommettere contro queste forze verso le quali, aggrappata alle gambe di un folle demonio, veniva trascinata l’Italia.