Sala Civica Comunale. Il nome, con il suo elegante ritmo tripartito, possiede indubbiamente un che di altisonante. Nel caso del Comune in cui lavoro non bisogna però farsi fuorviare: non è niente di più di un disadorno salone, con un vago aspetto da autorimessa o da magazzino per scarti industriali. L’arredamento – se così lo possiamo chiamare – è tale da ridefinire il senso dell’aggettivo “spartano”: un palchetto di legnaccio da quattro soldi ad un’estremità, qualche squallido tavolo in fòrmica e file di sedie da giardino. Completano lo scenario alcune sbiadite gigantografie in bianco e nero che raffigurano banali scorci del territorio. Chi ha avuto la folgorazione di parcheggiarle alle pareti, magari sperando di alleviare il grigiore dell’ambiante, ha decisamente sopravvalutato il proprio senso estetico, visto che in realtà sortiscono l’effetto contrario. Persino nella più radiosa delle giornate riescono a trasmettere un cupo senso di depressione da mausoleo. La casa degli Usher, anche immaginando che Poe si sia trattenuto nella descrizione, al confronto possiede una briosa atmosfera da rave party. Non sorprende che in uno scenario del genere la massima vetta culturale alla quale un autoctono possa sperare di approssimarsi sia la piena padronanza del tema dell’ergonomia dei materassi. In verità la sala civica ospiterebbe anche i curiosi eventi organizzati dalla pro loco del paese con masochistica pervicacia a dispetto della risibile affluenza di pubblico… ma ritengo saggio che restino saldamente avviluppati nel pietoso velo dell’oblio. Tuttavia, in rare occasioni, persino in questo sordo antro accade qualcosa di interessante e, almeno dal mio punto di vista, addirittura degno di essere raccontato. Tra qualche giorno andrà infatti in scena la feroce lotteria della speranza, che alcuni si ostinano ancora a chiamare “concorso pubblico”. La nostra triste sala civica si tramuterà così nel Colosseo dei tempi moderni, un’arena dove decine di concorrenti duelleranno senza esclusione di colpi in una disperata lotta per l’ambito premio messo in palio dall’amministrazione comunale: il posto pubblico a tempo indeterminato.

Chi ha ideato il principio che la burocrazia di uno Stato rimpolpi i ranghi scegliendo i propri funzionari tramite una selezione poteva anche essere animato da ottime intenzioni ma indubbiamente covava una perversa vena di puro sadismo nei recessi della propria anima. Faccio questa affermazione proiettando su di un fondo di conoscenza storica l’evidenza che i concorsi di ogni tempo e luogo mantengono molti tratti comuni. Prendiamo la macchina del tempo e consideriamo il caso più eclatante: la Cina imperiale del XV secolo. In quel periodo il fulcro del Paese era incarnato dalla figura di un imperatore considerato come una divinità poco meno che onnipotente. Dalla città proibita di Pechino “il figlio del cielo” si compiaceva della capillare pervasività del proprio potere, in grado di raggiungere anche il più sperduto dei villaggi. In concreto però il funzionamento dello Stato dipendeva da una casta di burocrati reclutati a seguito del più puntiglioso ed estenuante esame mai concepito. Il tutto si svolgeva in appositi centri formati da migliaia di anguste cellette di un metro per un metro. Al loro interno, su una rozza panca di pietra, prendevano posto i candidati, i quali erano costantemente controllati da soldati appollaiati su di una torre di guardia. Non era concesso alcun movimento che non fosse lo scrivere o lo sdraiarsi per riposare un poco. Dei servitori rifornivano di tanto in tanto i malcapitati di cibo e acqua e, all’occorrenza, provvedevano a portare via i loro escrementi. Se solo le condizioni materiali erano queste, si può ben immaginare che l’esame vero e proprio fosse tutt’altro che una passeggiata: a coloro che vi si sottoponevano era richiesta la conoscenza delle maggiori opere confuciane unitamente alla capacità di comporre saggi e poesie servendosi di un numero di ideogrammi stimabile intorno a 430.000. Dopo tre giorni e due notti trascorsi sotto il logorante peso della tensione fisica e mentale alcuni uscivano completamente di senno. I più sfortunati, coloro che invece ci lasciavano le penne, venivano avvolti in una stuoia di paglia e gettati senza troppi complimenti al di là delle alte mura che serravano questa truce cittadella della tortura.

Ma ritorniamo nel frenetico mondo di oggi, in piena corsa nell’era della globalizzazione. All’apparenza, si sarebbe portati a credere che la situazione sia enormemente migliorata o, nel più pessimistico dei casi, semplicemente cambiata. Questa considerazione contiene in sé elementi di verità, ma solo se l’analisi si ferma ad un livello superficiale. In realtà un concorso pubblico di oggi è nello spirito del tutto analogo al suo omologo dei tempi del Celeste Impero. Entrambi gli esami, al netto dei dettagli fantozziani, premiano i candidati più preparati e determinati e – soprattutto – mirano a individuare nella massa degli aspiranti colui che, una volta assunto, dà le maggiori garanzie di mutarsi nel tipo di funzionario che il selezionatore si aspetta: un docile apparatčik che incarni la quintessenza dell’ottuso e prudente conformismo all’ortodossia. Lavoro nel mondo della burocrazia da pochi anni, ma il tempo che vi ho trascorso mi è stato più che sufficiente per giungere alla certezza che la maggioranza della gente che ha ottenuto il leggendario pass per “l’altra parte del bancone” sia composta da impiegati neghittosi, scioccamente conservatori, refrattari all’assunzione di qualsivoglia responsabilità, timorosi dell’innovazione, scrupolosi osservatori della prassi e dell’interpretazione dogmatica della legge. Un branco di amorfi scalda-sedia gelosissimi dei propri privilegi di casta e costituzionalmente incapaci di trasformare la propria azione quotidiana in qualcosa di efficiente. Mi rendo perfettamente conto che generalizzare in questo modo brutale un universo così vasto ed intricato come quello della pubblica amministrazione italiana è un’operazione che presta il fianco a molte critiche, in quanto si ignorano le lodevoli eccezioni che tuttavia esistono. Credo però di poter affermare in tutta sicurezza che quanto di positivo sopravvive nella nostra burocrazia resti confinato ad un livello puramente individuale e che venga rapidamente messo in condizione di “non nuocere” ogni volta che si scontra con la parte malata del sistema. Forse le nuove generazioni sapranno essere diverse, se avranno la forza di non lasciarsi cambiare dall’ambiente in cui saranno assorbite.

Tra poco dunque, dal Gran Teatro Pubblico presso la Sala Civica Comunale, andrà in onda il Gran Concorso a Premi. Lo spettacolo durerà parecchi giorni. Probabilmente vi accorrerà un centinaio di partecipanti, da ogni parte d’Italia, quasi tutti di età tra i 20 e i 35 anni. La maggior parte di loro aspireranno solamente a garantirsi un comodo posto di lavoro e tirare a campare fino alla pensione. Per raggiungere il loro scopo avranno imparato a memoria interi tomi di diritto amministrativo, nel tentativo di impressionare la commissione. Ma ci sarà anche un ristretto numero di persone meravigliose, capaci, intelligenti, concrete, animate da una sincera voglia di fare e di imparare. Uomini e donne che vogliono semplicemente fare il proprio lavoro nel migliore dei modi, onestamente e senza secondi fini, per puro dovere professionale. Sono difficili da individuare, perché risaltano meno del saputello che snocciola commi a memoria ma che si squaglia di fronte al primo imprevisto di natura pratica. Purtroppo i concorsi pubblici in Italia ignorano molte fondamentali qualità di un candidato, come ad esempio la personalità, la disposizione a lavorare in gruppo, l’attitudine ad un continuo apprendimento, la capacità di affrontare problemi da un punto di vista alternativo e non convenzionale. La preparazione teorica è indubbiamente importante, ma deve passare in secondo piano perché è in larga parte acquisibile con l’esperienza direttamente sul campo. È di persone capaci che il nostro Paese ha bisogno in questo momento storico. E sottolineo il termine “persone”, nel caso fosse sfuggito. L’apparato burocratico, contrariamente al passato, non riveste più un’importanza decisiva nel funzionamento di un moderno Stato tecnocratico, ma rimane sempre un moltiplicatore delle forze propulsive e di sviluppo di un Paese. Se, come nel nostro caso, finisce con il generare l’effetto opposto, cioè degenera in un ostacolo alla crescita, i suoi effetti possono essere devastanti e riverberarsi sull’intera società. Il divario tra l’Occidente e la Cina, che nel Quattrocento era indubbiamente lo Stato più avanzato del mondo, iniziò ad ampliarsi anche a causa di un apparato burocratico completamente ripiegato su sé stesso che considerava competizione ed innovazione elementi dannosi all’equilibrio della società cinese. Gli influssi negativi di questa mentalità non tardarono a farsi sentire: in meno di un secolo il rapporto di forza tra Europa ed Asia si capovolse. Solamente ai nostri giorni, il pendolo sta di nuovo oscillando verso est.