Certo che con un inno così puoi pure andà a morì; che tte frega? Noi che c’avemo? … Vogliam Dio… Vergin Maria… N’dò c’annamo? Alla Madonna del Divino Amore…

Alberto Sordi, Il marchese Del Grillo

La notizia mette l’intera città in subbuglio. Tutti i reparti della guarnigione scendono in armi per le strade. Le vie risuonano del tramestio di stivali in marcia sull’acciottolato. Le piazze intanto diventano un brulicante tumulto di popolo in preda al parossismo dell’eccitazione. Tra la folla rimbomba il fragore di grida, canti, invettive, proclami, incitazioni reciproche:

«Aux armes, citoyens!»
«L’étendard de la guerre est déployé!»
«Qu’ils tremblent ces tyrans couronnés!»
«Marchons, enfants de la Liberté!»
«Il faut combattre, vaincre ou mourir!»

Le staffette da Parigi hanno appena recato la notizia che cinque giorni prima, il 20 aprile 1792, dopo lunghi indugi, il re e l’Assemblea hanno finalmente dichiarato guerra all’Austria. La Rivoluzione ora è chiamata a difendere sé stessa con le armi. Ma qui non è come a Lione, Orléans, Marsiglia o Bordeaux. Strasburgo è una città di confine. Qui alla frontiera la parola “guerra” assume da subito un significato molto più reale che in altre parti della Francia. Il nemico non è un’immagine astratta e lontana. È vicino, tremendamente vicino; pronto ad entrare nel Paese, a saccheggiare villaggi e campagne, ad uccidere bagnando la terra di sangue. La retorica nazionalista mantiene un tratto di verità innestandosi su di un giustificato senso di pericolo incombente. I reggimenti austriaci e prussiani sono accampati a pochi passi, sulla sponda tedesca del Reno: per vederli basta salire sull’imponente torre della cattedrale di Notre-Dame. E di notte il vento porta il rumore di armate che si preparano alla battaglia. Nitriti di cavalli. Fracasso di carriaggi al seguito delle truppe. Squilli di tromba.

Il 25 aprile, nella piazza principale della città, il sindaco Philippe-Frédéric de Dietrich legge la dichiarazione di guerra, prima in francese e poi in tedesco. È un aristocratico – un barone – ma non si fa remore nell’indossare coccarda e fascia tricolore. La Rivoluzione non si è ancora chiusa nell’intransigenza ideologica. Ognuno può starci dentro a modo suo, almeno per il momento: basta che si voti sinceramente alla causa della libertà e dell’uguaglianza. Finito il discorso, una banda attacca il “ça ira”, un inno in voga sin dal maggio 1790. La melodia fa immediatamente presa nella memoria, le parole sono irriverenti, ma il ritmo saltellante e festoso la fa sembrare più una danza di paese che un canto di battaglia. Presto non sarà più al passo con il nuovo spirito dei tempi che si annunciano all’orizzonte. Gli eventi stanno spingendo la Rivoluzione fuori dalla sua fase monarchico-costituzionale, verso un’era di ferro e sangue.

Alla sera il sindaco dà un ricevimento nella sua casa di Place de Broglie. Sono presenti tutti i comandanti più in vista dell’Armata del Reno in partenza per il fronte: il maresciallo Luckner, i generali Victor de Broglie, d’Aiguillon e Châtelet, oltre a Kléber, Desaix e Malet, militari che presto le vicende della guerra renderanno famosi. L’indomani marceranno contro il nemico: l’umore è alto. Si brinda, si canta, gli ufficiali sguainano le spade e inneggiano al re, alla patria e alla vittoria. Tra gli invitati c’è anche un capitano uscito dalla scuola del genio di Mézières, un giovanotto di trentadue anni che si chiama Claude Joseph Rouget de Lisle. A dispetto del nome altisonante, non è un nobile, anche se si vanta di esserlo. È solo un poeta e un drammaturgo scadente, ma un mediocre compositore di musiche d’occasione. Dietrich, che con lui condivide la passione per il canto, lo conosce bene: il 25 settembre 1791 una folla radunata alla Place d’Armes di Strasburgo in occasione della festa della Costituzione ha cantato il suo “Inno alla libertà”. Ad un certo punto il sindaco si avvicina al suo ospite e gli propone di scrivere un canto patriottico per l’esercito francese che marcia alla guerra. Rouget accetta, non sapendo che nell’arco di una sola notte entrerà nella storia.

Ritornato nel suo appartamento di rue de la Mésange Rouget si mette all’opera. Del resto è impossibile dormire: anche se è notte fonda Strasburgo non può riposare. È troppo vicina al fronte. Lungo le vie della città è un continuo sfilare di drappelli, staffette, cavalli. Tanto vale mettersi a comporre l’inno promesso al sindaco Dietrich. Rouget, senza troppo fantasia, decide di intitolarlo: “Chant de guerre pour l’armée du Rhin”. Il giovane capitano prende allora carta, inchiostro e il suo violino. Ripensa allora alla memorabile giornata che ha vissuto. Attinge alla ridda di voci, di immagini e di emozioni. Ai proclami, alle grida, ai canti. Al passo cadenzato delle truppe in marcia, alle bandiere, ai manifesti. All’esaltazione patriottica degli uomini, al timore delle donne per il destino dei propri figli, al sacro suolo della Francia in pericolo. Sull’onda della suggestione, i primi versi gli escono spontanei. Scrive sotto dettatura: la sua penna non è che il mezzo attraverso il quale si esprimono l’anima e il sentire di un’intera nazione. Rouget non deve fare altro che lasciare fluire in sé le emozioni collettive di cui è stato testimone:

«Allons enfants de la Patrie, le jour de gloire est arrivé!
Contre nous de la tyrannie, l’étendard sanglant est levé…»

Trovare melodia e ritmo gli viene altrettanto naturale. Le prime quattro note, con il loro ampio intervallo di quarta, sono uno degli attacchi più trascinanti della musica di tutti i tempi. Sono loro che, attraverso il canto, proiettano le persone fuori da sé stesse, creando uno slancio emotivo travolgente. Solo l’inizio della quinta sinfonia di Beethoven possiede questo potere di comunicare così tanto con una cellula musicale così semplice. È un miracolo: non esistono altre composizioni che possano vantare un matrimonio così perfetto tra parole e musica. Il resto segue da sé. La melodia si fa più lugubre e cupa quando evoca le sanguinarie schiere nemiche:

«Entendez-vous dans les campagnes
Mugir ces féroces soldats?
Ils viennent jusque dans vos bras
Égorger vos fils, vos compagnes!»

Per poi esplodere all’improvviso nel ritornello, che altro non è se non un grido che con la sua potenza impegna ogni cittadino a levarsi contro i nemici:

«Aux armes, citoyens,
Formez vos bataillons,
Marchons, marchons!
Qu’un sang impur
Abreuve nos sillons!»

Rouget continua per altre quattro strofe, fino all’alba, quando esausto crolla sul letto. Ma il suo “Canto di guerra per l’Armata del Reno” è finito. Ed è un capolavoro. Un compositore mediocre, per non dire scadente, per una sola notte è entrato nell’Olimpo degli immortali della musica.

La mattina del 26 aprile Rouget ritorna da Dietrich con lo spartito. I due fanno una prova: il capitano canta e il sindaco lo accompagna al pianoforte. Nel sentire la musica, Sybille, la moglie di Dietrich, che è una musicista a sua volta, si offre di arrangiarne la partitura. La sera di quello stesso giorno, in un nuovo ricevimento in casa del sindaco, davanti ad un altro gruppo di ufficiali in partenza per il fronte, l’inno viene eseguito pubblicamente per la prima volta. La musica desta un’impressione positiva ma la reazione si ferma ad un tiepido consenso. Quelle note – che ancora non si chiamano “la Marsigliese” – non sono certo adatte ad essere eseguite nel decoro di un salotto borghese, con il più borghese degli strumenti: il pianoforte. Sono un canto di guerra, da intonare “en masse” sul campo di battaglia. L’unico vero accompagnamento che necessitano è quello di fanfare e soldati in marcia. Incredibilmente per qualche mese tutti paiono dimenticarsi dell’inno di Rouget. I comandanti dell’Armata del Reno non si degnano nemmeno di diffonderlo tra le loro truppe. Ma è solo questione di tempo. Il 22 giugno 1792, a Marsiglia, si tiene un banchetto in onore dei volontari del Midi che partono per il fronte. La guerra non sta andando affatto bene per la Francia. Le truppe dell’imperatore d’Austria e del re di Prussia stanno infliggendo una sconfitta dietro l’altra alle armate della Rivoluzione. Ad un certo punto della cerimonia prende la parola François Mireur, uno studente di medicina. Ma non pronuncia alcun discorso: semplicemente si mette a cantare l’inno composto da Rouget. Già alla seconda strofa gli astanti si uniscono al canto. L’incendio divampa. L’indomani le note sono già pubblicate sul “Journal des départements méridionaux”. Poi i volontari marsigliesi, nella loro marcia verso nord alla volta del fronte, lo diffondono in tutti i villaggi che toccano. Il 30 luglio il loro reggimento sfila cantando per le vie di Parigi. La Marsigliese è nata. Con un decreto del 14 luglio 1795 diventa ufficialmente inno nazionale.

Nel frattempo, sui campi di battaglia, si compie il destino della Francia. Il 20 settembre 1792, a Valmy, i generali Dumouriez e Kellermann sconfiggono i prussiani del duca di Brunswick. La battaglia, a dispetto del mito che a posteriori le è stato cucito addosso, di per sé è piuttosto scialba. Si risolve in un duello delle rispettive artiglierie e presenta persino lati comici. Alla fine i francesi restano sul campo, mentre i prussiani falcidiati dalla dissenteria si ritirano oltre i vigneti della Marna. Ma ciò che conta è che la Rivoluzione è salva. Goethe, che assiste all’evento, pronuncia queste parole: «In questo luogo e in questo giorno comincia una nuova era nella storia del mondo, e tutti voi potrete dire di essere stati presenti alla sua nascita.» Vero. E la colonna sonora di questo nuovo capitolo della storia dell’umanità è la Marsigliese. Nelle successive battaglie di Jemappes e di Fleurus i soldati-cittadini francesi vanno al fuoco cantandola in coro. Possiamo solo immaginare l’effetto stordente di questo spaventoso inno sulle armate dell’Ancien Régime, su generali con parrucca e codino, e sulle loro truppe spesso mercenarie, che non servono la nazione, ma sono al soldo di una dinastia. Cantata a squarciagola da migliaia di uomini la Marsigliese si abbatte come un’onda sulle linee nemiche, “trascinando all’entusiasmo e alla morte innumerevoli vite umane.” Le guerre dei re sono finite. Iniziano ora le guerre dei popoli.

E Rouget? Per una grottesca, paradossale ironia, di cui peraltro la storia è piena, nessuno si ricorda più di lui. Forse è lo stesso capitano, ormai incattivito dalla piega che sta prendendo la situazione in Francia, a volere che sia così. Quando la sua creazione immortale diviene celeberrima, il paese è ormai sprofondato nel terrore del regime giacobino di Robespierre. La Marsigliese e la ghigliottina sono divenute un binomio truculento e inscindibile. Rouget non è un rivoluzionario. La parola “Liberté” che ricorre così spesso nel suo inno non è per lui un termine privo di un significato concreto. Detesta ogni tirannia e con ammirevole coerenza si rifiuta persino di prestare giuramento ad una Repubblica che divora i propri figli. Intorno a sé vede cadere tutti i protagonisti di quella notte di Strasburgo. Uno dopo l’altro salgono sul patibolo il sindaco Dietrich, il generale Luckner e molti altri ufficiali che in quella sera del 26 aprile 1792 sono stati tra i primi ad ascoltare le sue note. È un autentico miracolo che la vita dello stesso Rouget non venga risucchiata nel vortice della violenza politica. Ma la situazione per Rouget non migliora nemmeno con l’avvento del regime di Bonaparte. Napoleone, che non vuole altro che una Francia ordinata e compatta, vieta l’esecuzione della Marsigliese. Il canto ha una carica troppo rivoluzionaria. L’inno dell’Impero diventa “Le Chant du départ”, una composizione del 1794 musicata da Étienne Méhul su parole di Marie-Joseph Chénier. I soldati lo soprannominano “Il fratello della Marsigliese”. Da un punto di vista artistico, come mera composizione musicale, vale certamente di più della Marsigliese, ma non possiede la stessa carica, la stessa irraggiungibile perfezione fatta di immediatezza e di slancio emotivo.

Dopo Waterloo ed il Congresso di Vienna i nuovi governi francesi, temendone il potenziale esplosivo, tentano di relegare la Marsigliese nell’oblio. Luigi XVIII e Carlo X la mettono al bando. Torna brevemente in voga nell’intervallo tra gli anni Trenta e Cinquanta dell’Ottocento, poi il regime imperiale di Napoleone III la ritiene inappropriata. Ci vuole la catastrofe del 1870-71 e la nascita della Terza Repubblica per ricongiungerla ufficialmente all’anima della Francia. Da allora, salvo la breve anomalia del regime di Vichy durante la Seconda guerra mondiale, non ha più smesso di essere uno dei simboli della nazione e del suo orgoglio. Il capitano Claude Joseph Rouget de Lisle, ignorato da tutti, muore in povertà il 26 giugno 1836. Come per la sua immortale creazione, anche per lui il giusto riconoscimento dovrà attendere. Solamente il 14 luglio 1915 le sue spoglie vengono traslate all’Hôtel des Invalides, nello stesso complesso dove riposano quelle di Napoleone e degli altri grandi soldati di Francia.